Oscar Wilde, l’estetismo e Il ritratto di Dorian Gray

DI ELODIE VUILLERMIN

Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questa è una colpa.

Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c’è speranza.

Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.

Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto. […]

Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico.

Nessun artista è mai morboso. L’artista può esprimere qualsiasi cosa.

(Oscar Wilde, Prefazione a Il ritratto di Dorian Gray)


Siamo in Inghilterra, in piena età vittoriana (20 giugno 1837 – 22 gennaio 1901), un’epoca caratterizzata da molte regole rigide ma al tempo stesso ricca di aspetti contraddittori, dove la cosa più importante era essere rispettabili e si dava importanza all’apparenza. Fu un periodo di innovazioni, crescita economica e progressi in campo medico. Eppure, nonostante questo, nacquero alcuni movimenti artistici ma soprattutto letterari che si opponevano agli ideali dell’età vittoriana. Il più importante in tal senso fu l’estetismo, che si sviluppò verso la fine del 19esimo secolo e rappresentava una tendenza del decadentismo (quel movimento artistico che si contrapponeva alla razionalità del naturalismo e del positivismo scientifico).

L’estetismo nacque in Francia per merito di Théophile Gautier (scrittore, poeta, giornalista e critico letterario), che si ribellò contro le regole severe della borghesia, la loro ipocrisia e la loro concezione artistica; quest’ultima affermava che in una società come quella in cui vivevano, l’arte ha senso di esistere solo se è un mezzo utile per farti guadagnare soldi. L’estetismo nacque perciò come espressione del senso di frustrazione e di incertezza del pittore, della sua ribellione al materialismo e a codici morali troppo restrittivi. Gli artisti francesi si ritirarono dalla scena politica e sociale per scappare e rifugiarsi in uno stato di “isolamento estetico”, in quello che Gautier definisce Ars gratia artis, o “l’arte per il gusto dell’arte” (in francese “art pour l’art” e in inglese “Art for Art’s Sake”): tale espressione, motto cardine dell’estetismo, afferma che la vera arte è fine a sé stessa e che deve avere come unico scopo non il guadagno, ma la pura e disinteressata bellezza; inoltre la vita dell’artista deve essere come un’opera d’arte.

La dottrina di Gautier fu importata in Inghilterra da James McNeill Whistler, un pittore americano che aveva lavorato proprio in Inghilterra. Tuttavia il principale teoreta inglese dell’estetismo fu Walter Pater, che nel suo capolavoro Mario l’epicureo dichiarava alcuni principi chiave del suddetto movimento artistico. Innanzitutto, affermava che l’arte era l’unico mezzo per fermare lo scorrere del tempo, l’unica certezza e l’unica cosa in grado di sopravvivere all’umano dopo la sua morte. L’arte non era vista come qualcosa di materiale, ma come un concetto superiore a qualsiasi cosa, distaccato da tutto il resto, senza prezzo; non aveva alcun riferimento alla vita e non aveva nulla a che fare con la morale, perciò non aveva alcun bisogno di essere qualcosa di didattico; il suo scopo unico era trasmettere emozioni. La vita dovrebbe essere vissuta nello spirito dell’arte, quindi ogni singolo momento deve essere riempito con emozioni forti e con ogni tipo di sensazione possibile; solo così sarà degna di essere vissuta. L’artista non parla del mondo o della società in cui vive, ma esprime le sue sensazioni personali.

(I padri dell’estetismo; da sinistra a destra: Théophile Gautier, James McNeill Whistler e Walter Pater)

Le opere di Pater influenzarono numerosi artisti, tra cui quello che è considerato uno dei massimi esponenti dell’estetismo inglese: sto parlando di Oscar Wilde.

Nato in una famiglia irlandese, Wilde crebbe in un ambiente molto ricco dal punto di vista artistico: suo padre era un rinomato chirurgo e scrittore e sua madre una poetessa; ciò lo portò a essere un giovanotto molto arguto, sensibile e intelligente. Studiò al Trinity College di Dublino e vinse una borsa di studio per il Magdalen College di Oxford. Abbracciò a pieno l’estetismo e i suoi valori, in particolare l’esaltazione della bellezza come valore supremo della vita. Divenne noto per i suoi tanti e raffinati aforismi, come ad esempio:

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più.

Divenne un autentico emblema del dandismo, ossia quello stile di vita e movimento culturale che ostentava eleganza, raffinatezza e un atteggiamento distaccato e ironico verso la società. I dandy davano grande importanza al proprio aspetto fisico, all’abbigliamento e al portamento, al limite della stravaganza e della vanità. Lo stile e l’atteggiamento eccentrico erano il loro modo di distinguersi dalla massa, nonché di rifiutare le convenzioni sociali e le norme borghesi.

(Il Maestro Wilde!)

Wilde fu un eccellente drammaturgo, scrittore e una delle personalità più influenti dell’età vittoriana. Si sposò con una donna dalla quale ebbe due figli, pur essendo omosessuale. Il 1895 fu l’anno della sua rovina: venne processato e incarcerato proprio a causa della sua omosessualità (che all’epoca era considerata un vero e proprio reato) e condannato a due anni di lavori forzati. Una volta uscito di prigione venne abbandonato da tutti i suoi amici, vivendo nella povertà più assoluta. Venne infine esiliato a Parigi, dove morirà in completa solitudine nel 1900, a soli 46 anni, dopo aver assistito al decadimento dei valori che aveva sostenuto per tutta la vita.

La sua opera più celebre è indubbiamente Il ritratto di Dorian Gray. Fin dalla sua prima pubblicazione, nel 1890 su una rivista, il romanzo ricevette moltissime critiche dal pubblico vittoriano, venne censurato in alcune parti e fu bollato come un’opera scandalosa, provocatoria e immorale. Ma proprio in questo stava la sua grandiosità: nell’essere uno schiaffo in faccia a una società ipocrita, buonista e falsa come lo era quella dell’Inghilterra vittoriana. Wilde ripubblicò l’opera nel 1891, stavolta aggiungendo una prefazione per difendersi dalle critiche, la quale presentava una serie di aforismi che sono una sorta di manifesto dell’estetismo.

La storia comincia quando Lord Henry Wotton, un aristocratico che vive ad Oxford, discute di un dipinto che un suo amico pittore, Basil Hallward, sta per realizzare. Nello specifico, si tratta di un ritratto di Dorian Gray, un suo amico giovane, bellissimo e un’anima candida e innocente. Dorian conversa con Lord Henry e rimane impressionato dai suoi ideali sulla bellezza e sull’importanza della giovinezza, al punto che quando il dipinto viene terminato e mostrato a lui, Dorian afferma di esserne geloso, perché il suo ritratto, al contrario di lui, non invecchierà mai. Poiché non vuole che la sua bellezza sparisca, ma al tempo stesso non trova la forza di distruggere il dipinto perché è una parte di sé, Dorian arriva a stringere un patto con la propria anima per avere la giovinezza eterna.


Il suo desiderio si realizza. Influenzato dagli ideali di Lord Henry, Dorian comincia a indulgere negli istinti e a vivere una vita sregolata e senza morale. A teatro conosce e si innamora di Sibyl Vane, un’attrice che recita le opere shakespeariane, e le propone pure di sposarlo. Tuttavia una sera Sibyl esegue una performance disastrosa, poiché troppo distratta dal suo amore per Dorian, e quest’ultimo tronca la loro relazione, affermando che l’unica cosa bella di lei era il suo talento recitativo. Tornando a casa, Dorian scopre che il suo ritratto è cambiato e si è imbruttito: il patto stipulato con sé stesso implica infatti che per ogni singola colpa, macchia o azione orribile attribuibile a lui, l’immagine nel quadro invecchierà e si corromperà al suo posto. In preda al senso di colpa prova a riconciliarsi con Sibyl, ma questa si è già suicidata. Decide quindi di nascondere il suo ritratto in soffitta, dove nessuno potrà vederlo, e per 18 anni continua a sperimentare tutti i vizi possibili, inclusi il sesso sfrenato e le droghe, a costo di rovinarsi la reputazione che l’alta società ha di lui.

Una notte, prima che Dorian parta per Parigi, Basil va a trovarlo a casa sua e rimane inorridito alla vista del ritratto deturpato. Dorian, in preda all’ira, accusa il pittore della sua rovina e lo uccide, dopo di che corrompe un chimico affinché sciolga il suo cadavere nell’acido. Dorian finisce anche per essere la causa della morte, seppur accidentale, di James, fratello di Sibyl, e decide di tornare a Londra a vivere una vita retta e giusta, speranzoso che questo possa cambiare il ritratto. Ma scopre con orrore che il dipinto è diventato ancora più orripilante. In un ultimo, disperato tentativo Dorian pugnala il quadro per distruggerlo, ma così facendo finisce per uccidere sé stesso. I suoi servitori lo troveranno cadavere, trasformato in un vecchio orrendo e sfigurato; accanto a lui, il ritratto tornerà alla sua bellezza originale.


Analizziamo ora i personaggi. Essi, per Wilde, avevano una funzione importante: non dovevano essere credibili né avere chissà quale complessità caratteriale, ma servivano a trasmettere un messaggio. Questo aspetto era valido non solo per Il ritratto di Dorian Gray, ma per tutte le opere di Wilde.

Dorian Gray incarna gli ideali di giovinezza, bellezza e innocenza. È incredibilmente affascinante, sia per gli uomini che per le donne. Nei primi capitoli ti viene presentato come un personaggio innocente, quasi ingenuo, ma più prosegui nella storia e più Dorian si dimostra l’esatto contrario: diventa spietato e opportunista, pensa solo a soddisfare i propri piaceri e a rincorrere la bellezza, esercita un’influenza tossica su chi gli sta intorno. Quando scopre che il ritratto riflette la sua anima oscura, cerca di cambiare vita e diventare una persona più retta, ma non perché sinceramente pentito, bensì per il solo scopo di provare a risistemare il quadro e farlo tornare bello come prima: una decisione dettata dall’opportunismo. E quando nota che il ritratto non è cambiato ma si è deturpato ancora di più, ciò lo fa impazzire, perché egli desidera che il quadro mostri ciò che lui vuole sia mostrato, e invece gli rivela la verità su sé stesso e sulla sua anima corrotta.

Lord Henry è la piena incarnazione dell’estetismo e dell’edonismo. È un uomo apatico, cinico, materialista, con l’abitudine di fumare oppio, assolutamente privo di morale, ma al contempo affascinante, arguto e colto. Per lui la vita è degna d’essere chiamata tale solo se vissuta nel piacere assoluto. Ritiene che la bellezza sia legata alla gioventù e che in quanto bene transitorio, destinato a svanire con il passare del tempo, va vissuta appieno e con la massima intensità possibile. Lo si può considerare una sorta di diavolo tentatore, che con i suoi aforismi e i suoi discorsi provocatori spinge Dorian a desiderare piaceri sempre nuovi e a perseguire il culto della bellezza a ogni costo, spingendolo verso la rovina.

Basil Hallward è un artista che crede fermamente nella bellezza dell’arte. Al contrario di Lord Henry che è il diavolo tentatore, Basil è la voce della ragione di Dorian, colui che cerca di dargli buoni consigli e di mantenerlo sulla strada della rettitudine perché non perda la sua purezza; ma le tentazioni di Lord Henry sono sempre più forti.

Questi tre personaggi sono, in un certo senso, le tre personalità di Oscar Wilde. A tal proposito l’autore dichiarò, in una lettera scritta e inviata al suo amico Ralph Payne: “Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere”. I personaggi femminili sono pochissimi, privi di spessore caratteriale e senza un ruolo importante nella narrazione.


Il tema presente in tutta l’opera è quello della dualità, tipico dell’età vittoriana: ogni umano ha due lati di sé, uno positivo (buone azioni, virtù) che mostra agli altri in pubblico e uno negativo (vizi, eccessi, crimini) che soltanto lui stesso conosce e che di solito viene tenuto segreto perché altrimenti verrebbe rifiutato dalla società. Questi due lati coesistono e non possono essere separati l’uno dall’altro.

La disfatta a cui Dorian va incontro per tutto il romanzo è dovuta proprio al fatto che lui crede (sbagliandosi) di poter separare il suo lato oscuro da quello chiaro. Egli pensa di poter nascondere le prove dei suoi crimini e delle sue crudeltà semplicemente tenendo il ritratto lontano dagli occhi degli altri. Ma non è come nascondere la polvere sotto il tappeto: il ritratto saprà sempre la verità su quel che Dorian ha fatto, anche quando Dorian mente a sé stesso; gli mostrerà sempre il mostro in cui si sta trasformando. Perché il quadro è lo specchio dell’anima del protagonista, il simbolo delle conseguenze delle sue azioni.

Il ritratto, quando è imbruttito e corrotto, simboleggia l’immoralità, l’ipocrisia e tutti gli aspetti negativi della classe media vittoriana. Quando invece torna alla sua bellezza originale, diventa la piena dimostrazione della teoria di Wilde relativa all’arte, ossia il fatto che l’arte sia eterna e sopravviva alle persone, e riesce a farlo perché parla un linguaggio che non è corporeo e che trascende l’umano.

Il tema del doppio è presente anche in altri aspetti, per esempio nella vicenda di Sibyl. Dorian si innamora dell’arte della donna, non di lei come persona, e infatti quando la sua capacità recitativa peggiora, si disinnamora in fretta di lei. È avvenuto uno sdoppiamento tra ciò che Sibyl è realmente e il suo alter ego recitativo.

Molto spesso, nei romanzi o racconti brevi che citano il tema del doppio (vedi per esempio Il dottor Jekyll e Mr. Hyde), il tema della dualità è inteso come una scissione interiore, come una divisione del proprio io. Nel caso di Dorian Gray, lo sdoppiamento è tra corpo e anima, non tra due persone che condividono lo stesso corpo: il Dorian umano resta giovane e bello, in un certo senso intoccato dalle impurità che commette, mentre il dipinto invecchia, si deturpa e diventa sempre più mostruoso, perché è il contenitore dell’anima di Dorian.

Il concetto dell’uomo che cerca di avere l’immortalità o l’eterna giovinezza bloccando il tempo è un archetipo di cui la letteratura ha sempre parlato, nel corso dei secoli: vedi per esempio il Faust di Johann Wolfgang von Goethe, il mito di Eos e Titone o il concetto alchemico di pietra filosofale. Wilde dimostra come mantenersi giovani e belli in eterno abbia un costo altissimo e implichi un sacrificio: nel caso di Dorian, tale sacrificio equivale a perdere la propria anima, a non provare alcun rimorso né altre emozioni, e tutto questo a danno di personaggi come Sibyl o Basil che provano sentimenti di amore e compassione. La sorte di Dorian lascia intendere che l’eterna giovinezza è solo un’illusione e che lo scorrere del tempo è una costante della vita che non si può eliminare.

Il libro ci insegna che ogni vizio, crimine ed eccesso va punito e non possiamo scampare alle conseguenze delle nostre azioni. Dorian pensa di poter sfuggire all’invecchiamento e alla morte, ma alla fine nemmeno lui può evitare il suo destino. Pur essendo considerato un libro distaccato dalla moralità, Il ritratto di Dorian Gray sembra avere un insegnamento molto morale.

Lo stile presenta un linguaggio molto arguto, ricercato e ricco di giochi di parole che creano immagini vivide e suggestive. La narrazione ha un tono perlopiù ironico e sarcastico, allo scopo di commentare l’ipocrisia e la superficialità della società vittoriana e di ridicolizzare i pregiudizi morali e i valori borghesi. I personaggi vengono conosciuti attraverso le loro battute e i loro gesti, non attraverso le loro descrizioni, come se il romanzo fosse in realtà un testo teatrale. Si rovescia il concetto vittoriano dell’arte con scopo educativo: l’opera è l’immagine speculare dell’artista e della sua vita in generale; ogni spettatore può vedere sé stesso in un’opera d’arte ed è suo dovere scegliere se andare più nel profondo oppure limitarsi a un’occhiata superficiale e godersi le sensazioni più semplici.

Concludo questo articolo con uno dei miei aforismi preferiti di Wilde, che ho adottato come motto personale della mia esistenza:

Sii te stesso, tutto il resto è già stato preso.

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