DI ANDREA CORDERO
Nel III secolo d.C., i monaci della Tebaide lasciavano la prosperità delle loro case e l’abbondanza dei loro villaggi per inoltrarsi nelle profondità del deserto dell’Antico Egitto.
Abbandonavano le poche certezze offerte dalla società per mettersi in cammino alla ricerca di una vita spirituale intensa attraverso la preghiera in un luogo libero dalle distrazioni. Era tramite il silenzio, la meditazione e l’isolamento che si innescava un percorso di ricerca per una condizione spirituale più profonda.
Lontano dalle tentazioni e dalle distrazioni del mondo, la Tebaide si trasformava in un luogo dove il tempo fluiva diversamente, un tempio in cui scendere all’esplorazione di sé stessi nell’attesa di un segno, un’illuminazione per comprendere l’esistenza con uno sguardo più ampio.
Proprio come un pellegrino nel deserto, Giorgio Griffa compie nella sua ricerca artistica un gesto essenziale: traccia un segno. Non rappresenta, non illustra, non racconta. Alla stregua di generazioni di monaci, pensatori e filosofi prima di lui, l’artista torinese lascia che il pensiero si manifesti nel silenzio attraverso il corpo e che la pittura diventi atto tramite la consapevolezza in un presente privo di influenze esterne.

Nato a Torino nel 1936, dove tuttora vive e lavora, Giorgio Griffa si avvicina all’arte da autodidatta, iniziando a dipingere negli anni Cinquanta ispirato dai grandi nomi del post-impressionismo europeo come Cézanne, Matisse, Modigliani. Gli anni Sessanta rappresentano però uno spartiacque per la sua carriera: è in quel periodo che abbandona la figurazione per intraprendere un percorso di ricerca radicale sul linguaggio pittorico, entrando in dialogo con i movimenti della pittura analitica e dell’arte concettuale.
Sarà questo lavoro di indagine introspettiva che lo porterà a sviluppare la sua pratica distintiva: dipingere su stoffe libere da telaio, piegandole e arrotolandole dopo ogni intervento. I suoi lavori si compongono di segni essenziali, linee, numeri, alfabeti, che si interrompono prima di concludersi, a testimonianza della pittura come un processo aperto e non finito. La mancanza di una cornice suggerisce al fruitore che l’opera non vuole essere conclusa ma si interrompe, lasciando intuire che il suo senso non è nella fine, ma nell’atto stesso del divenire.

Il segno, per Griffa, non è mai decorativo, né mai puramente astratto. È un elemento di pensiero, un linguaggio primordiale che cerca di dire senza spiegare. Le sue sequenze numeriche o alfabetiche, le sue ripetizioni ritmiche sono tracce di un ordine interno, di una riflessione che si dà attraverso la pittura. La sua è una filosofia del frammento e del tempo che scorre, in cui l’opera non è mai chiusa ma fa parte di un processo che ci mette in discussione. Ogni dipinto è un momento, un segmento in cui l’idea si è incarnata, ha trovato forma per un istante prima di ritirarsi. È proprio in questo ritiro, in questo silenzio che si apre uno spazio per l’altro: la continuazione del pensiero.
Nel corso della sua carriera, Griffa ha mantenuto una coerenza rara. La sua opera ha rifiutato le mode e le derive spettacolari, scegliendo invece di approfondire un solo gesto, una sola idea: quella della pittura come atto cognitivo, come luogo in cui il pensiero si fa visibile.

Dedicare un’intera esistenza alla profonda consapevolezza di un unico gesto è anche il filo conduttore di “Zima Blue”, cortometraggio della serie “Love, Death and Robots” prodotta da David Fincher in collaborazione con Netflix a partire dal 2019.
La storia ripercorre l’evoluzione di Zima, un artista famoso per le sue opere monumentali di colore blu. Forme, supporti, materiali diversi… ma un solo ed unico elemento costante. Il blu. Zima rivela di essere diventato un cyborg per spingersi ai confini dell’universo alla ricerca della verità. Sorprenderà tutti quando confesserà che un tempo era solamente un semplice robot progettato per pulire le piscine dei propri padroni, programmato per assaporare la soddisfazione di un compito ben fatto: lucidare quel blu, lo “Zima Blue”, il colore delle piastrelle che aveva sempre visto durante le fasi operative del proprio lavoro.
All’apice della sua espressione artistica, Zima si immergerà nella piscina e comincerà a disattivarsi, abbandonando ogni upgrade per riportarsi alla forma originaria: un umile robot che trova completezza nel compimento del suo unico scopo: pulire piastrelle.
Il messaggio è potente: la ricerca della verità può in realtà ricondurci all’essenza più autentica, dove la semplicità e un gesto ben fatto possiedono un valore profondo e compiuto.

Comprendiamo allora che i segni tratteggiati da Giorgio Griffa ci conducono in una direzione ben precisa: chiederci cosa e dove sia l’essenza di ciò che ci circonda, ma anche di quel che siamo. È un terreno difficile, poiché richiede un viaggio dentro di noi e contemporaneamente al di fuori di noi.
Per comprendere meglio, possiamo affidarci a chi ha intrapreso questa ricerca prima di noi, gettando luce su una questione che ci accompagna da sempre. Infatti se la cultura greca ha spesso definito l’essenza con “ciò per cui una cosa è quel che è”, riducendo il soggetto ai minimi termini senza che esso perda di significato, sarà Cicerone a farci cogliere la sottile differenza tra i termini essenza e sostanza. “Alla sostanza, che è la realtà individuale nella sua autonoma esistenza e sussistenza, l’essenza si contrappone come la forma generale” (Dizionario della filosofia, Treccani 2009). Il filosofo di Arpino ci concede un punto di vista rinnovato: ricercare l’essenza delle cose non significa andare in profondità, ma ampliare lo sguardo, astrarsi e cogliere ciò che va oltre i limiti di una singola prospettiva. Indagare il generale senza smarrirsi nel particolare.
Allora, in un tempo segnato dall’eccesso di immagine e dalla saturazione comunicativa in cui sembra facile perdere il filo logico del discorso, Giorgio Griffa, come Cicerone prima di lui, ci invita a rallentare, a osservare da una posizione più ampia, ad ascoltare ciò che non si vede. Ci affida al segno e al silenzio, con la responsabilità di esprimere l’essenziale per condividere con il mondo una bellezza consapevole.


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