Il focolare – John Polidori

DI EDOARDO VALENTE

Ogni focolare nasce dall’incontro di grandi personalità: questo ormai è risaputo.

Quello che faccio di solito è analizzarne una in particolare, ma può avvenire che altre vengano ingiustamente poste in secondo piano.

Questo è il caso di uno dei protagonisti della prima vicenda che ho narrato parlando di “Focolare”.

Mi riferisco all’occasione in cui si incontrarono alcune delle personalità di rilievo del Romanticismo inglese di inizio Ottocento: Mary Wollstonecraft Godwin, suo marito Percy Bysshe Shelley, l’amico George Gordon Byron, e il medico personale di quest’ultimo… John William Polidori.

Ciò che mi affascina di questa figura, oltre al fatto che è stata parte di questo focolare – ovvero che è stato uno degli elementi che lo ha alimentato – è che egli stesso proviene, per così dire, da una “famiglia di focolari”.

Mi spiego meglio. Vediamo chi era suo padre.

Gaetano Polidori è stato un drammaturgo, poeta e traduttore italiano. Nato in Toscana, solo verso i trent’anni ha legato l’Inghilterra alla sua vita, donandole, di conseguenza, un’imprevedibile eredità letteraria, che si sarebbe incarnata nel figlio.

Ma prima di legarsi ai grandi nomi della letteratura inglese, si era avvicinato ad un italiano che conosciamo molto bene: per alcuni anni è stato il segretario di Vittorio Alfieri.

Come detto, però, la sua eredità ha avuto un ruolo decisivo all’interno degli sviluppi letterari dell’Inghilterra, a cominciare da suo figlio (e vedremo che anche sua figlia non è stata da meno).

John Polidori, dopo essersi laureato in medicina, diventa medico personale di Lord Byron. Questa posizione, però, sembra farlo apparire su un piano inferiore. Certo viene ricordato per la sua attività principale, ma l’ambiente che ha frequentato, da quello paterno a quello dei grandi poeti romantici, ha fatto sì che la letteratura, inevitabilmente, scorresse nelle sue vene.

Perciò, quella famosa notte a Villa Diodati, mentre Mary Shelley si consacrava a fama imperitura con il suo Frankenstein, Polidori ha anch’egli dato il via alla nascita di un “mostro” che nessuno oggi può dimenticare, ma i cui meriti non gli sono spesso riconosciuti.

L’opera che scrive è The Vampyre, Il vampiro, dando il via, sia in patria che all’estero, a quel filone narrativo, ancora oggi ben presente, che si incentra sulla figura del vampiro.

John Polidori è, di conseguenza, egli stesso una scintilla che avrebbe acceso il focolare del “vampirismo”, e al quale molto deve, naturalmente, Bram Stoker con il suo Dracula: l’altro romanzo che ha fissato definitivamente questa figura nel nostro immaginario.

Quest’unica opera è ciò che tendenzialmente viene riconosciuto a Polidori – quando gli viene riconosciuto. Oltre a questa, però, c’erano anche molti scritti di medicina, un poema epico a dir poco sconosciuto, e, cosa particolare, un diario che gli era stato chiesto di tenere, in cui ha annotato la sua esperienza come medico di Byron.

Torna, dunque, nella rilevanza di quest’opera, il tema dell’essere all’ombra di qualcun altro.

Polidori sempre nell’ombra di Byron.

Il mio interesse, però, è impazzito di fronte a un’ulteriore informazione che ho scoperto, frugando nell’ombra dell’ombra.

Questo fantomatico diario tenuto da Polidori è stato poi pubblicato postumo da suo nipote: William Michael Rossetti.

Rossetti?

Sì. 

Come Dante Gabriel Rossetti?

Sì. Era suo fratello.

Ed ecco che facciamo un altro passo indietro.

Torniamo a Gaetano Polidori, che oltre a John ha avuto anche una figlia, Frances.

Lei, figlia di un letterato esule italiano, finirà per sposare un letterato esule italiano: Gabriele Rossetti.

Critico letterario e dantista, non ha resistito dal far trasparire la sua passione per il grande poeta italiano anche attraverso il nome del figlio.

Così è nato Dante Gabriel Rossetti (pittore preraffaellita), e Maria Francesca (che è diventata suora, come la figlia dell’Alighieri), Christina Goergina (poetessa), e il già citato William Michael.

E si chiude il cerchio.

Per me è estremamente affascinante scoprire come buona parte della cultura di un’intera epoca della storia inglese è stata influenzata da due famiglie, che erano pure imparentate tra di loro.

Forse la mia è un’esagerazione, perché quella cultura ha avuto tanti illustri rappresentanti che non erano toccati da queste persone, ma ciò che sempre emerge è quanto fosse facile, per coloro che potevano avere un’istruzione, creare una rete di legami.

Ma nella storia dei “focolari”, oltre all’importanza essenziale della condivisione, è facile notare come le opere che sono sorte da questi incontri, e che in molti casi hanno influenzato e ancora influenzano la nostra cultura, sono nate da persone di estrema fragilità.

Il dolore della giovanissima Mary Shelley per la perdita dei figli, la solitudine (apparentemente ricercata) di Schopenhauer, la follia di Hölderlin, la malattia di Katherine Mansfield, l’essere incompreso e non amato di Nietzsche.

John Polidori non è stato da meno.

Nato nel 1795, è morto a soli 26 anni, nel 1821. Esattamente come John Keats.

E queste esistenze fragili, spesso isolate, stroncate dalla malattia, sono ciò su cui si regge il nostro mondo.

Esistenze fragili, come cristalli di ghiaccio, attraverso le quali cerchiamo di scorgere quel fuoco che alimenta la storia, che ha alimentato la loro vita; ma finiamo per specchiarci sulla superficie e vedere noi stessi.

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