DI EDOARDO VALENTE
Non scriverò molto, perché per necessità è poco quello che si può dire.
Nel suo saggio sul narratore, Walter Benjamin riporta la seguente frase di Moritz Heimann: “Un uomo che muore a cinquantatré anni è in ogni punto della sua vita un uomo che muore a cinquantatré anni”.
Ma questo, corregge Benjamin, vale solo per la vita ricordata.
Quando ricordiamo la vita di Cesare Pavese, suicida a quasi quarantadue anni, ricordiamo la vita di un uomo che è morto suicida, e che per tutta la vita è stato un suicida.
Possiamo parlare di Pavese senza parlare del suicidio di Pavese, ma non possiamo pensare a Pavese senza pensare al suo suicidio.
Domenica 27 agosto 1950.
A questa data non dovremmo aggiungere altro.
E se si volesse aggiungere qualcosa, dovremmo attenerci solo ai fatti – chi è stato Pavese, cosa ha fatto, cosa ha scritto – perché tutto il resto, ogni parola in più in merito alla sua morte, significa fare dei pettegolezzi.
Nella camera d’albergo in cui è stato ritrovato, si sa, c’era anche un messaggio, lasciato sulla prima pagina di un libro, di un suo libro.
“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.
Da quel giorno non abbiamo fatto altro che fare pettegolezzi. Non poteva essere altrimenti.

Parlare di Cesare Pavese richiede il più terribile dei paradossi. Perché per parlare veramente di Cesare Pavese non possiamo limitarci ai suoi romanzi, alle sue poesie, alle sue traduzioni; dobbiamo infilarci nelle sue lettere, nel suo diario, nella sua vita.
Perché quando ci avviciniamo a Pavese, da qualsiasi punto ci avviciniamo, se procediamo disarmati nella giusta direzione, allora arriveremo al cuore di tutto questo, che non è ciò che ha scritto, ma chi è stato.
Pavese è uno di quei rari scrittori in cui l’essere umano che ha scritto non si riduce nella sua opera, ma vive molto al di là di essa. Non so se mi sono spiegato. Noi certo possiamo ammirare ciò che Pavese ha scritto, ma questo è solo un aggancio per arrivare all’unica cosa che conta: non Cesare Pavese lo scrittore, ma l’essere umano.
Dico che non è scontato, perché è difficile poter instaurare questo tipo di rapporto con l’autore delle opere che leggiamo. Ci appare come una figura sbiadita, spesso distante, distaccata dalla scrittura; oppure ci appare solo nella scrittura, non come una figura viva.
Noi riduciamo Pavese a un’ombra – non possiamo fare altro – ma sappiamo che la cosa che conta davvero è il sangue. L’esser vivi.

Sappiamo anche che ha avuto una vita venata di profonda tristezza, e la maggior parte delle volte la ragione di questa tristezza era il suo rapporto con le donne – argomento pericoloso da trattare per gli amanti del pettegolezzo.
Ma proprio per questo Pavese non è uno di quegli autori che possiamo fingere di consolare, per consolare noi stessi.
Non è come quelli che dissero di sé “Non verrò ricordato”, e poi vengono ricordati, e allora siamo contenti; non possiamo dire “almeno noi oggi parliamo di lui, lo capiamo”. E cerchiamo di ricomporre, attraverso le sue parole, la sagoma di un uomo, il più possibile simile a ciò che ci è congeniale.
Per fortuna queste cose non possiamo farle, anche se purtroppo vengono fatte lo stesso.
E dico per fortuna, perché almeno non possiamo vampirizzare il suo cadavere per consolarci. Noi siamo disarmati di fronte a quel poco che ci giunge, da lontano, dell’essere umano Cesare Pavese, attraverso i suoi scritti.
Pavese ha scritto nel suo diario: “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”.
È così che cerchiamo di usare le sue parole, spettegolando, dicendoci che non siamo i soli a patire ciò che patiamo, perché prima di noi ci fu anche un certo Pavese, che ha scritto proprio qui che soffriva anche lui.
E invece Pavese non ci difende dalle offese della vita. Prima ci disarma, poi ci colpisce, ci ferisce.
Il pettegolezzo è una difesa contro le offese della vita; questo forse lo possiamo dire.
La letteratura no.
E se anche lo fosse, Pavese non ci difenderebbe lo stesso. Perché, alla fine, se arriviamo al cuore della questione, non stiamo più parlando di letteratura. Stiamo parlando di ciò che conta davvero; ciò di cui non potremmo parlare, e di cui non smetteremo di parlare: un uomo e il suo suicidio.


Desideri leggere altri articoli di natura letteraria? Allora clicca qua sopra!!!
Vuoi leggere un articolo che parla di un film ispirato da un’opera di Pavese? Pigia qui!!!






