DI ELODIE VUILLERMIN
“Questa è una storia su di noi, quelli che cercano un motivo per vivere in un mondo in cui questo è ancora più difficile del semplice sopravvivere.“
Benvenuti alla Casa Verde, un condominio di scarsa qualità sotto il quale sono riuniti esseri umani capaci di fare le peggiori cose, agli altri e a sé stessi. Le cose peggiorano con la diffusione di un’epidemia che trasforma gli infetti in esseri mostruosi capaci di ucciderti nei modi più fantasiosi e truculenti. Altro che casa dolce casa! La serie è la chiara dimostrazione di come nessun posto è sicuro al mondo, nemmeno se sono le mura di casa tua. Eppure, in questo scenario dal retrogusto apocalittico, c’è chi combatte per trovare un posto in cui stare e sopravvivere.

TERRORE E ANSIA
Le scene forti sono all’ordine del giorno, tra copiose colate di sangue dal naso, tentativi di suicidio, tendenze autolesioniste, sigarette accese ficcate in bocca a una persona, inquadrature ravvicinate di occhi che si tingono di rosso, grida più animalesche che umane e molti altri espedienti. Ma a farla da padrone sono i mostri. Alcuni hanno bocche enormi e dentellate da cui fuoriesce un lungo tentacolo di carne, usato a mo’ di lingua per assorbire il tuo sangue e tramutarti in un essere rinsecchito e senza vita. Altri hanno la testa divisa in due. Poi ce ne sono alcuni che si muovono a quattro zampe e non hanno nemmeno la faccia. Insomma, fanno impressione, e non solo per quanto riguarda l’aspetto.
Non mancano particolari inquietanti. Come la madre che porta in giro un passeggino fingendo che dentro ci sia una bambina. O gangster che tengono nella loro stanza persone avvolte da capo a piedi nel nastro biadesivo, per poi torturarle premendo un piede sulla loro faccia o spingendo la gamba della sedia nelle loro costole. O ancora infetti che, come zombie, si rialzano dopo una caduta torcendosi i legamenti e facendo scricchiolare le loro ossa. Insomma, questa non è una serie per i deboli di stomaco.
Oltre alle atmosfere inquietanti, un punto di forza della serie sono sicuramente le scene di combattimento. Tra gente che brucia i mostri con lanciafiamme rudimentali, che spara agli aracnidi con un bazooka ricavato da una stampella e altri materiali di scarto, che sbatte mazze da baseball rinforzate con filo di ferro in testa al nemico, che usa carrucole o bottiglie incendiarie, che investe bestioni alti due metri con un furgone dei vigili del fuoco… insomma, ognuno se ne inventa una più del diavolo per sopravvivere. Di fronte alla crisi, l’umanità riesce a tirare fuori il suo lato creativo quanto si tratta di restare aggrappato alla vita.
La recitazione è sublime, seppur enfatizzata e a volte esagerata come è prassi nelle serie coreane. I versi strozzati, le occhiate confuse o turbate, le urla di spavento, i pianti sommessi sono indice di una grande capacità attoriale ed espressiva. Le inquadrature sono ben studiate e le soundtrack da brividi. Sei trascinato in un’atmosfera ansiogena, in puro stile Camilla Läckberg o Donato Carrisi, ma con quel pizzico di sadismo in più degno di Squid Game.

CHARACTER DESIGN
Tutti i personaggi si trovano scagliati in un inferno esteriore, oltre a fare i conti con i propri inferni interiori. Ci vuole un po’ per capirli a fondo. Serve arrivare almeno al terzo-quarto episodio affinché comincino a prendere forma le personalità, ancora sfumate, di quasi tutti.
Il protagonista Hyun-su, oltre ai tormenti del suo passato, deve convivere con la sua natura da mezzo infetto, che anziché ucciderlo lo ha lasciato vivere con sembianze umane al prezzo di essere sospettato e trattato come una minaccia o un’arma dal resto della Casa Verde. Ha trascorso una vita intera a essere pestato, ignorato quando aveva più bisogno d’aiuto, giudicato colpevole per motivi insulsi. Per molto tempo ha cercato di morire. Ora trova un senso nel sopravvivere.
Cerca una casa, quella che con i suoi veri genitori non ha mai avuto dal giorno in cui lo hanno lasciato sprofondare nel dolore pensando solo a salvare sé stessi. Dov’è casa, per chi ha sangue di mostro in un corpo umano? Esiste davvero un posto che possa chiamare in tale modo? Lui una risposta non ce l’ha, ma la cerca sempre. Le parti in cui dialoga con l’altro sé stesso, quello rancoroso con il mondo intero e desideroso che muoiano tutti, sono le migliori e le più cariche di tensione.
Abbiamo poi Eun-yoo, una ballerina attaccabrighe ma comunque sveglia abbastanza da capire quando la gente si comporta in modo ipocrita. Il fratello maggiore Eun-hyuk, che cerca di avere il controllo della situazione ma ci riesce a fatica e nemmeno ha il potere per tenere a bada sua sorella. Yi-kyeong, la donna pompiere che ha perso il suo fidanzato, ma cerca di mostrarsi dura e tosta. Jae-heon, l’uomo con un profondo amore verso Dio e che non perde la fede anche nei momenti più duri. Du-sik, in sedia a rotelle, che costruisce armi da oggetti rudimentali (un Macgyver coreano, in pratica). Il vecchio Gil-seob che non teme la morte, poiché convive con una malattia ormai da anni. Poi Su-yeong e Yeong-su, i bambini senza padre. E molti altri.
Tra ognuno di loro si intreccia una serie di dinamiche simile a una ragnatela. Come Du-sik che prende i bambini, ormai orfani, sotto la sua ala e cerca di mantenere viva la loro innocenza nonostante la situazione. O come la donna che ha perso sua figlia e il gangster che non ha saputo mantenere una promessa, accomunati da perdita e senso di vuoto. Tanti sono i personaggi e alcuni sono inevitabilmente meglio caratterizzati di altri, primo fra tutti Hyun-su.

IL CONFINE TRA UMANO E MOSTRO
Vedi tutte le sfumature dell’umanità di fronte alla crisi. Egoismo e solidarietà sono le principali. Poi vengono sospetto, paura, ignoranza, confusione, speranza, cinismo.
C’è chi cerca di salvare più persone possibili e prende il comando della situazione, a costo di tenere sigillate tutte le porte della Casa Verde. C’è chi si oppone perché ha dei cari rimasti là fuori e vorrebbe andarli a riprendere, poco importa se corre un rischio inutile. Alcuni sperano nei soccorsi. Altri cedono alla tensione e tentano di cavarsela da soli, poiché convinti che il governo sia troppo incompetente per dare una mano.
Se muore qualcuno, si cerca un capro espiatorio per superare il dolore. E partono le frasi del tipo “se solo mi avessi lasciato uscire, l’avrei salvato” o “avrei potuto fare qualcosa”. Facile dirlo a posteriori. Ma prima non lo sai se quella che hai di fronte è tua figlia ferita e bisognosa d’aiuto o un cadavere usato come esca dai mostri deformi per attirarti allo scoperto e ucciderti. Spesso, per salvare i molti, devi compiere scelte difficili. Come appunto sacrificare i pochi. E non vorresti farlo, perché la tua coscienza sarà macchiata del sangue di altri innocenti. Eppure lo fai.
E quando trovano un cadavere rugoso e raggrinzito? Difficile scegliere se tenere nascosta la verità sulle sue condizioni ai familiari ancora in vita o se mandargli un’ultima foto, anche se di un cadavere, così che possano avere un ultimo ricordo. Poi, se uno manifesta i primi sintomi o è stato morso, subito si scatena il panico, e giù a trattarlo come una minaccia a prescindere.
Alcuni sfruttano gli altri. Altri si impongono come leader. Altri ancora preferiscono fare di testa propria e formano piccoli gruppi di rivoltosi. Comunque, a qualcuno ci si aggrega comunque. Perché l’essere umano non è un animale solitario e nessuna catastrofe si supera da soli. Anche se rimane qualche cinico, qualche anima disillusa che preferisce agire da sé, non tanto per egoismo ma perché in una situazione di orrore come quella le alleanze non durano. Neanche il tempo di conoscere qualcuno e aiutarlo che morirà.
“Qualcuno una volta ha detto che anche l’oscurità più fitta sparisce al minimo accenno di luce.“
“Chi l’ha detto è ancora vivo?“
“Non lo so.“


Una serie disumana, una delle più mostruose e grottesche che abbia mai visto, eppure al centro di tutto c’è proprio l’umanità. È la storia di umani che cercano di trovare la vita in mezzo a paura e sospetto, che se proprio devono morire devono farlo da umani. Una serie di vite che si infrangono, si piegano, si trasformano, finiscono, nascono o ricominciano.
Ognuno cerca qualcosa: chi un senso alla vita, chi di togliersi quella vita, chi vendetta, chi di ricongiungersi ai propri cari. Ma più di ogni altra cosa, la propria casa, il posto dove sentirsi al sicuro contro le atrocità del mondo. Perché sono ancora convinti, nonostante tutto, che nel concetto di “casa” ci sia la salvezza, il ritorno alla normalità, la speranza di restare aggrappato alla propria umanità.
Tanti lottano per mantenersi umani, per non soccombere alla mostruosa epidemia. Quelli già infetti devono fare il doppio degli sforzi. E comunque, è sufficiente dire che non faranno mai del male a nessuno, anche se trasformati? Come possono essere certi di rimanere sé stessi qualunque cosa accada? È davvero qualcosa che possono sapere in anticipo? Si conoscono sul serio? Il confine tra uomo e bestia è molto sottile e spesso sono le persone stesse a essere i veri mostri.
Tante le domande che solleva questa serie. Il mistero dietro l’epidemia si infittisce. Non si sa da dove è partita o come si è diffusa. Tante sono le teorie, poche le certezze. C’è chi collega la comparsa dei primi sintomi al desiderio umano, chi alla disperazione. Sono accennati esperimenti ma non si sa chi, di preciso, li abbia finanziati. Quanti infetti speciali esistono oltre a Hyun-su? E quella famosa valigetta blindata, cosa contiene?
Nell’imminente seconda stagione spero di trovare questo briciolo di umanità ancora aggrappato alla vita. Perché questo è ciò che vuole dirci la serie: restate in vita. Ma soprattutto, non perdete voi stessi.


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