Il cristallo – Stig Dagerman

DI EDOARDO VALENTE

Se si considera come più alto valore della vita la purezza, non è facile resistere in questo mondo.

Per Stig Dagerman, che molto ha ricercato la purezza, non è stato facile resistere in questo mondo.

Quello che più può garantire il raggiungimento di questo obiettivo, l’elemento a cui spesso si associa la purificazione, è il fuoco.

E Dagerman ha dovuto trovare qualcosa per cui valesse la pena bruciare.

Superata un’infanzia non priva di tristezze (la madre lo abbandonò poco dopo la sua nascita), che lui trascorse sotto le cure dei nonni, nella prima adolescenza venne attirato dal fuoco della politica.

Nell’anarchismo trovò qualcosa per cui ardere. Si avvicinò prestissimo all’attività intellettuale, scrivendo per riviste sindacaliste, che gli diedero la possibilità di sfruttare le parole per esprimere la propria individualità.

Sempre in adolescenza ha dovuto affrontare un’altra grande crisi della sua vita: la morte dei suoi nonni, figure di riferimento centrali nella sua crescita, la cui scomparsa l’ha portato ad un primo tentativo di suicidio, e a una depressione che non l’avrebbe mai più lasciato.

Oltre al giornalismo, la sua necessità di comunicare si è trasformata anche in narrativa, teatro e poesia.

Tra le sue opere, quella in cui emerge maggiormente la sua aspirazione assoluta è il romanzo Bambino bruciato.

Definisco “aspirazione assoluta” il suo voler tendere, appunto, ad un assoluto: quello della purezza.

Non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. È attirato dal fuoco come una falena dalla luce. Sa che se si avvicina si brucerà di nuovo. E ciononostante si avvicina”.

Questa frase, posta in apertura del romanzo, diventa la chiave di lettura della vicenda raccontata. Nel protagonista, Bengt, si può riconoscere un alter-ego di Stig. Bengt è il bambino bruciato, quello che non impara che il fuoco brucia e fa male, e si avvicina di nuovo alla fiamma. Il richiamo è troppo forte.

Dopo il fuoco della politica, con il quale Dagerman si è bruciato, è arrivato il fuoco della letteratura.

Non serve imparare dal dolore, perché si soffrirà sempre e ancora, perché quella che noi chiamiamo esperienza per Dagerman è l’opposto della purezza.

I genitori vivono comunque una vita più impura di quella dei loro figli, perché si perdonano tutto. Arrivare a perdonare tutto a sé stessi e praticamente nulla ai propri figli è il grande vantaggio che “l’esperienza” concede agli uomini”.

Per gli adulti la purezza non è nulla, mentre per i “bambini” è tutto, è l’unica possibilità.

Credere alla purezza è di per sé puro, fanciullesco, e consiste in un’aspirazione che il cinismo dell’età adulta non si concede più.

Alcune affermazioni che fa Dagerman in questo romanzo – tra cui: “Chi è puro può fare qualsiasi cosa a chi è impuro. Perché chi è puro ha ragione, è il solo al mondo ad avere ragione”, e “la purezza è un severo padrone, ma ubbidirle porta alla felicità” – sembrano intrecciarsi perfettamente con quello scritto breve e folgorante che è Il nostro bisogno di consolazione.

Poche pagine pubblicate su rivista, un monologo disperato rivolto al mondo. Nel quale possiamo leggere:

Ciò che cerco non è una scusa per la mia vita, ma il contrario di una scusa: l’espiazione”.

Le scuse sono quelle che ci fornisce l’esperienza. L’espiazione, invece, ci può condurre alla purezza.

Dagerman parla del nostro “bisogno di consolazione” perché, quasi trentenne, sente di aver capito definitivamente che l’essere umano non può vivere senza cercare una consolazione, ma questo nostro bisogno non verrà mai soddisfatto.

Anche la purezza è una consolazione, e, come accennato precedentemente, è una schiavitù.

L’unica vera consolazione che Dagerman si riesce a concedere è la libertà.

Sembra che io abbia bisogno della dipendenza per provare infine la consolazione di essere un uomo libero”.

Possiamo contare sul fatto che siamo soggetti inviolabili, che su noi stessi possiamo governare. Ma anche fidarsi di sé stessi è rischioso, perché i pensieri ci tradiscono, i desideri ci ingannano. Uno può credere per tutta la vita di aver cercato una via di fuga, e invece cercava una prigione.

Dagerman ammette di aver scritto libri per dare ordine alla sua vita, per tentare di non essere solo. Ha donato i suoi libri al mondo, che in cambio gli ha dato soldi e fama, ma anche questi sono una prigione, sono ciò che non ci permette di continuare a esprimerci perché lo si sente necessario, ma trasformano tutto in un desiderio di fama e denaro.

Invece lui scriveva per raggiungere qualcosa che sapeva essere irraggiungibile: “l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo”.

In una poesia ha scritto:

“Non credere agli angeli. Sono prigionieri.

Trascinano le ali come la palla al piede il carcerato.

Se la libertà c’è, è negli occhi di nostro fratello.

Se la libertà canta, l’inno del nostro sangue è cantato”.

Non credere a ciò che è prigioniero e imprigiona, non credere ai compromessi, significa, per Dagerman, non avere una fede.

“Mi manca la fede, e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa”.

Così si apre il percorso che i pensieri di Dagerman tracciano ne Il nostro bisogno di consolazione.

Vorrebbe dimostrare a sé stesso che lui non ne ha nessuna, ma giunge ad una particolare conclusione, che desidero riportare in buona parte, poiché tagliarla sarebbe impossibile.

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illuminata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.

Questa è la mia unica consolazione”.

Non è detto che non esistano vere consolazioni, ma ciò che cambia è il modo in cui le si desidera. Scegliere se accontentarsi di uno spiraglio di luce, che però non dissipa la tenebra; oppure scegliere l’abbagliante assolutezza della luce.

Per questo chi ricerca la felicità in maniera più pura cade, spesso, in una tristezza profonda: non si accontenta dello spiraglio, perché sa che esiste un’esplosione di luce, tanto desiderata quanto irraggiungibile.

Per Dagerman bisogna cancellare i compromessi e puntare alla totalità. Anche se è impossibile.

Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita!”.

Bisogna ardere di un libero, incontrollato, inesauribile desiderio che possa contrapporsi al mondo, che non faccia vincere “l’esperienza”, che permetta al bambino bruciato di bruciarsi ancora.

Stig Dagerman, il bambino bruciato, liberandosi da ogni vincolo e legame, desiderando ancora il fuoco, ha posto fine alla sua vita un mese dopo aver compiuto trentun anni.

Breve è la vita di tutto quel che arde”.

Questo suo verso, tra i più emblematici e significativi, suggella la vita di un uomo che, al pari di chiunque altro, desiderava quei momenti in cui si può sentire “di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un’unità che agisce autonomamente”.

Il suo finale, ardente atto di libertà, con il quale si è liberato dalle catene dell’umanità, lo ha consacrato ad una posterità che l’ha reso un mito. 

Essere un mito è un’arma a doppio taglio. Significa non essere compresi per ciò che è veramente la propria umanità, ma significa anche superarne i confini.

Sono questi confini che bisogna tentare di superare.

(Questo articolo è dedicato ad Antonella, che mi ha fatto scoprire l’opera di Stig Dagerman.)

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