Il robot selvaggio: fuori dagli schemi

DI ELODIE VUILLERMIN

Questo film l’ho visto in anteprima al Cinelandia di Aosta, il 6 ottobre 2024, con la mia amica Katia, che saluto e ringrazio per avermi tenuto compagnia quel giorno, e l’ho amato alla follia fin dai primissimi minuti.

Già le premesse erano intriganti: un robot si risveglia su un’isola abitata da soli animali, senza sapere come è successo, e per una serie di circostanze si ritrova a prendersi cura di un esemplare maschio di un’ochetta orfana, con il compito di insegnargli a volare prima che arrivi l’inverno. Il regista e sceneggiatore è Chris Sanders, colui che ha diretto quei capolavori di Lilo & Stitch e di Dragon Trainer, oltre a collaborare alla sceneggiatura di grandi classici Disney quali Mulan, Aladdin, Il re leone e La bella e la bestia. Come produttore esecutivo, Dean DeBlois, che insieme a Sanders ha lavorato alla trilogia di Dragon Trainer. Insomma, mica due persone qualunque.

Protagonisti assoluti della pellicola sono l’unità ROZZUM 7134, meglio nota come Roz, e l’ochetta Beccolustro. Il rapporto madre-figlio che si instaura tra i due è il fulcro dell’intero film, ciò che andrà a cambiare gli schemi dell’isola e loro stessi. Le loro vicende si svolgono all’interno di una natura rappresentata in modo ostile, dove tutti pensano solo a sé stessi, dove il pericolo di morte è una costante (soprattutto per i più deboli): basti pensare ai cuccioli di opossum che fanno spesso battute sull’argomento e alcuni di loro muoiono fuori scena, o a Roz che dopo aver schiacciato a morte un’oca ne solleva il cadavere, o a una volpe che bolle vivo un granchio e gli stacca di netto le chele prima di mangiarselo, o una lince che sbrana un corvo lasciando di lui solo una testa mozzata. Al contrario della Disney, che spesso ci mostrava la natura come un luogo dove ogni animale viveva in armonia con gli altri e tutti erano amici, la DreamWorks non ti addolcisce affatto la pillola, ti mostra la natura nel modo più realistico possibile.

Attorno alle storie di Roz e Beccolustro ruotano quelle dei vari personaggi secondari, uno più intrigante e spassoso dell’altro. È stato amore a prima vista con quasi tutti, perfino quelli che compaiono per poche scene, a cominciare da Codarosa, la madre opossum con troppi cuccioli, tanto che vorrebbe volentieri sbarazzarsi di alcuni di loro. Confonde uno dei suoi figli attuali con quelli della cucciolata precedente, oppure sospira di sollievo quando qualcuno sembra essere stato divorato e commenta con un “evviva” sarcastico nel momento in cui il cucciolo si rivela ancora vivo.

Poi c’è lui, vera perla di comicità del film: Fink, la volpe furba, opportunista, bugiarda patologica e sempre pronta a schernire quelli strani, ma sotto sotto un tenerone con il terrore di rimanere solo a vita. Si burla degli “sfigati”, pur essendo lui stesso uno di loro. Non fa che sfruttare Roz per il suo tornaconto, speranzoso di poter mangiare Beccolustro, eppure più passa il tempo, più non riesce a fare a meno del suo calore e del suo amore. Fatica ad ammetterlo pure con sé stesso, ma ciò che vuole realmente è una famiglia, la stessa che per tutta la vita gli è mancata (gli indizi al riguardo sono seminati anche nelle più piccole battute di dialogo).

Apprezzati anche Fulmine, il falco che funge da insegnante di volo per Beccolustro; l’orso Thorn (mi rifiuto di chiamarlo con il nome italiano), il più temuto predatore dell’isola, che alla fine scopri essere qualcosa di più di una bestia sanguinaria; l’oca anziana Collolungo, l’unica della sua specie a prendere a cuore il destino di Beccolustro, tanto da diventare una sorta di mentore per lui, anche se per breve tempo; infine Sguazza, il castoro che tutti davano per pazzo, colui che incarna la filosofia del “se ci credi, puoi farlo, anche se sembra impossibile”, e in ciò risulta simile a Beccolustro (e un po’ anche a noi Mercuziani).

(Caro Sguazza, vorresti farci l’onore di entrare in M&F?)

Torniamo un attimo ai protagonisti, per analizzarli nel dettaglio. Roz è un robot creato per servire i bisogni degli umani. Ha un fortissimo senso del dovere e lo sottolinea a più riprese (“un ROZZUM completa sempre il compito che gli dai”). Per lei non esistono scorciatoie nell’arrivare al traguardo. Barare o mollare a metà del compito non è come averlo completato.

Soffermiamoci un attimo su questa frase: è stata creata per aiutare gli umani. Non gli animali. Ed esiste con il solo scopo di portare a termine i compiti che le sono stati assegnati. Ma che fare quando non ci sono umani da servire? Qual è il senso della sua esistenza se nessuno ha bisogno del suo aiuto, se non le assegnano incarichi da completare? Non ha altra scelta se non tornare alla fabbrica che l’ha generata. E se non riesce a tornarci? Tanto vale adattarsi alla vita selvaggia dell’isola e imparare qualcosa dai suoi abitanti. E così avviene. Si vede fin dai primi minuti, quando Roz imita il comportamento dei granchi per scalare una rupe o la corsa a quattro zampe per stare al passo dei cervi.

Fa ridere vederla mentre tenta di adattarsi alla natura, scambiando ogni animale per un possibile cliente in difficoltà, tappezzando ogni superficie di adesivi omaggio, suggerendo a ognuno di approfittare dello sconto e causando danni anche quando vuole solo aiutare. Il suo approccio tecnico e il modo di interpretare la natura con termini informatici e logica programmata cozzano con la legge del più forte che domina l’intera isola. Nella sua ottica, uccidere non è contemplato. Per lei esistono solo clienti da soddisfare e per cui essere d’aiuto, quindi i concetti di preda e predatore le appaiono estranei.

Per tutto il film Roz cerca di ambientarsi nella natura selvaggia intorno a lei e nel frattempo prova a capire qual è il suo scopo, qual è il posto a cui appartiene, qual è il contesto in cui si dovrebbe inserire. Il suo è un percorso di autodeterminazione che passa per tre fasi: il prendersi cura di Beccolustro, la bufera di neve e infine la scena dell’incendio. Più si confronta con le difficoltà che l’isola presenta, più inizia a sentire cose che non dovrebbe sentire: prova tristezza per il bullismo subito dal suo figlioletto adottivo, si sente felice quando lui è felice, si preoccupa quando lo vede in pericolo, arriva addirittura a provare frustrazione al pensiero che forse certi compiti sono irrisolvibili o quando le cose sfuggono al suo controllo.

Roz ha a che fare con situazioni che vanno al di fuori dello scopo per cui è stata programmata, tutte concernenti la sfera emotiva, finché arriva a pensare con la propria testa. Non aiuta più gli altri perché è il dovere stabilito dal suo codice binario. Lo fa perché è un suo desiderio, il frutto della sua volontà. E man mano che evolve, trascina tutti nel suo cambiamento. Riesce a guadagnarsi la stima e il rispetto di chi la considerava un mostro. Fink, a furia di conoscerla meglio, diventa un fratello maggiore e amico leale e ammette di odiare la solitudine. Beccolustro, dopo minuti di film in cui non riusciva a esprimere a parole ciò che sentiva per Roz, le esprime tutta la sua gratitudine per ciò che gli ha insegnato e la considera, a tutti gli effetti, una vera mamma. Collolungo si dimostra così colpito dalla dedizione di Roz per il figlioletto adottivo da prendere Beccolustro sotto la sua ala protettrice. Pure l’orso, tanto odiato e temuto, si rivela sensibile, ragionevole e un amico fidato.

La cosa più incredibile di Roz, al di là del character development eccelso, che ricorda per certi versi quello di Wall-E, è però la sua espressività. Già, suona strano, ma un robot riesce a veicolare allo spettatore emozioni molto complesse, pur essendo privo di bocca, sopracciglia e altri tratti umani. Come ci riesce? Con il solo uso degli occhi.

Passiamo ora a Beccolustro. Egli, per imprinting, crede che Roz sia la sua mamma e la imita in tutto e per tutto, dalla parlata scientifica ai suoni robotici. Viene subito etichettato dalle altre oche come strano: sua madre è ciò che tutti chiamano “il mostro”, non nuota come nuotano le altre oche, ha ali troppo piccole rispetto agli altri della sua specie. Nessuno crede in lui. Tutti lo danno per spacciato. L’unica che gli dà fiducia è la stessa che, seppur per sbaglio, ha ucciso i suoi veri genitori. Nel momento in cui scopre la verità, si sente smarrito e tradito. Arriva a pensare che per Roz prendersi cura di lui fosse solo un disturbo di cui sbarazzarsi al più presto. Ha il pieno diritto di provare rabbia, ma non sa che Roz, pur facendo la madre, è lei stessa un neonato che sta crescendo e imparando a scoprire il mondo che la circonda.

Roz non è nata madre. Come diceva Codarosa nella sua prima apparizione, nessuno nasce programmato per essere madre o padre, ci si improvvisa genitori strada facendo. Un messaggio molto potente, se ci pensate: da bambini siamo portati a credere che i nostri genitori sono delle divinità, i nostri eroi e maestri, degli esseri perfetti da imitare e di cui fidarsi. Ma non è così. Il mestiere di genitore è un continuo imparare. Madri e padri possono sbagliare e proprio dai loro continui sbagli si migliorano ogni giorno sempre di più. Loro non hanno la pretesa di riuscire a educare bene i figli. Ci provano.

Beccolustro, superata la rabbia iniziale, arriva a capirlo. Roz non sarà la madre perfetta, non sarà nemmeno un’oca, ma ci sta provando a crescerlo e a renderlo felice, e se lo fa è perché gli vuole bene. Alla fine un genitore è colui che crede sempre in te, che non ti giudica mai per come sei, che è pronto a prenderti quando cadi e che ti dà una mano ad alzarti di nuovo nonostante le ferite. Beccolustro comprende che Roz rispecchia perfettamente questa definizione: dopotutto, è sempre stata con lui quando il mondo lo rifiutava, gli ha dimostrato che la sua vita è importante e non vale meno di quella degli altri. Perciò è grato per averla conosciuta ed arriva a dirle quel “ti voglio bene” che non era mai riuscito a pronunciare ad alta voce. Non solo, grazie a lei e alla sua fiducia diventa il nuovo leader dello stormo di oche, dimostrando appieno la veridicità di ciò che aveva detto Roz su di lui: gli altri non faranno niente che non possa fare anche lui. Solo perché è più piccolo o senza una mamma oca, non significa che non abbia dei talenti. Può fare grandi cose, se solo crede di più in sé stesso e smette di farsi condizionare dalle malelingue altrui.

Roz e Beccolustro hanno molto in comune. Sono indesiderati, outsider, reietti. Sono coloro che deviano. Lei è un robot che viene attivato per sbaglio dagli animali dell’isola, sarebbe rimasta inattiva e priva di uno scopo se non ci fosse stato nessuno ad accenderla. Nel momento in cui inizia a sviluppare una coscienza e un’emotività tutte sue, questo viene visto come un bug, come un errore da riparare. Agli occhi dell’azienda che l’ha prodotta è un esemplare difettoso, per gli animali dell’isola è un mostro. Beccolustro, dal canto suo, è un cucciolo “sbagliato”, uno di quelli che per Madre Natura non ce la può fare e rimane indietro. Sarebbe dovuto morire, se non fosse arrivata Roz nella sua vita. Nonostante le sventure che capitano a entrambi, ce la fanno a farsi desiderare, a dimostrare di essere qualcosa di speciale. E come? Improvvisando.

Per tutto il film, i due tentano, falliscono, imparano, ritentano e alla fine riescono. Non fanno che improvvisare per tutto il tempo, eppure, nei momenti più critici della pellicola, diventano gli eroi di cui tutta l’isola ha bisogno. Riescono a convincere gli animali a mettere da parte le loro divergenze, a scordarsi dei rapporti preda-predatore e della legge del più forte. Hanno saputo fare il miracolo, anche se per un tempo limitato: ricordiamoci che, nella scena della bufera di neve, Roz stabilisce una tregua con gli animali fino a primavera. Dopotutto non si può pretendere che gli animali smettano di darsi la caccia a vicenda dall’oggi al domani. Ma almeno l’intera fauna ha imparato a rispettare Roz e Beccolustro, e quel rispetto non lo dimenticherà mai.

I due evolvono, ma la loro unicità, la loro diversità, rimane inalterata. Ciò che prima era motivo di scherno per gli altri si è rivelato la loro più grande risorsa, perché è ciò che gli permette di rompere gli schemi imposti dalle rispettive società (Madre Natura e la società umana). Come Wall-E aveva già insegnato, siamo molto più della nostra programmazione. E mi viene da aggiungere: siamo molto più del nostro DNA. Perché i computer e la natura sono accomunati da qualcosa: un codice, sia esso binario o genetico. Uno schema. E noi possiamo rompere quello schema, spezzare il codice, slegarci da ciò che un’entità superiore (Dio, Madre Natura, l’umano che si crede divino) ha deciso per noi, pur rimanendo fedeli a noi stessi.

Roz è stata, a modo suo, fortuna e sfortuna nella vita di Beccolustro. Sfortuna perché gli ha ucciso la sua vera famiglia, seppur per sbaglio. Fortuna perché Beccolustro non sarebbe sopravvissuto comunque e invece grazie a lei ha avuto una seconda possibilità. Roz ha rotto lo schema di Madre Natura, oltre a quello imposto dalla fabbrica che l’ha creata: per questo è un personaggio tanto forte a livello narrativo, con un ruolo fortemente impattante sulla vita di chi la circonda.

Tra gli altri punti di forza del film, impossibile non citare la grafica pazzesca, con colori sgargianti e sfondi incredibili. Se ci fate caso, tutto (i ciuffi d’erba, le ali delle farfalle, le piume dei volatili, il pelo dei mammiferi, l’acqua, le foglie degli alberi, le fiamme) è una pennellata di colore e lo si nota più facilmente man mano che vi avvicinate allo schermo.

Il tema principale, sviluppato in maniera egregia, è il contrasto tra programmazione e libero arbitrio, tra sentimenti e istinto primordiale. Attorno a questo ruotano altri due temi, sempre cari alla DreamWorks, ossia gli outsider (i diversi o strani del gruppo) che si prendono la loro rivincita e la ricerca del posto a cui apparteniamo, sottolineati da due frasi ripetute più volte durante la pellicola:

  • Questo non è il tuo posto”. E chi lo dice? Quello che io chiamo “il mio posto” è quello dove mi sento bene. Forse è diverso il mondo da cui provengo, ma se riesco ad adattarmi bene a quello in cui scelgo di restare, vuol dire che è adatto a me.

• “Tu non sei come noi”. E meno male, perché sono unico. E proprio nella mia unicità ho saputo fare qualcosa per tutti voi. Anche se forse non ve lo meritavate, il mio aiuto.

Il film unisce superbamente registri diversi, dal comico allo struggente, dal solenne al malinconico, dall’epico al terrificante. Gli aspetti che qualche scena fa ti facevano ridere diventano gli stessi che poi ti fanno piangere o venire una stretta al cuore.

Ogni sequenza è pregna della giusta carica emotiva. La colonna sonora è divina, Kiss The Sky è entrata subito nella mia playlist personale. Il doppiaggio italiano non è sempre eccelso, ma nel complesso funziona bene; è uno di quei casi dove inserire i talent non è stato un male.

Che dire? La DreamWorks spacca ancora una volta e si dimostra superiore alla rivale Disney. Che importa se un po’ ricorda film già visti quali La gabbianella e il gatto, Laputa, Il gigante di ferro e Wall-E. Chissenefrega se la storia non è nuova. È il modo in cui è stata raccontata a essere vincente. E quindi vale eccome la pena di essere visto.

La scena più simbolica e potente per me? Ne cito due. La prima: quella in cui Beccolustro si avvicina a Roz con la testa fino a toccarle la fronte. Un momento emozionante quasi quanto quello in cui Hiccup tocca il muso di Sdentato con una mano per la prima volta in Dragon Trainer. E la seconda: quella in cui Beccolustro finalmente spicca il volo e Roz lo guarda da lontano con occhi commossi.

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