DI GIULIA FOSCHI
Oggi sono stata al mercatino dell’usato, uno dei piccoli piaceri della vita a cui proprio non riesco a rinunciare. Ma lo spettacolo vero e proprio l’ho potuto ammirare solo una volta varcata la soglia dell’uscita: un arcobaleno che formava nel cielo un arco presumibilmente perfetto. Maledetta perfezione, penso alle volte, una perfezione che noi umani non possiamo incarnare, raggiungere, ma solo ammirare sbalorditi da lontano. Del resto la stessa iconica copertina dei Pink Floyd, contiene in sé un’imperfezione.

Nel raggio luminoso e variopinto che sgorga diritto fuori dal prisma di The Dark Side of the Moon i colori sono sei e non sette, manca l’indaco. Noi ci vediamo un arcobaleno lo stesso.
Ma la lezione di questo fenomeno ottico è davvero molto più alta di così, insomma non è all’imperfezione che ci si ferma. Basti pensare alla luce, e al fatto che seppure ai nostri occhi risulti bianca, grazie all’incredibile Isacco Newton ora sappiamo che in realtà è composta da raggi colorati aventi diversi gradi di rifrangibilità. Quanto spesso ci ingannano i nostri occhi? Beh, spesso. Lo dimostrò con un prisma triangolare, che scomponeva la luce in entrata in tutti i colori dell’iride, ovvero i sette dell’arcobaleno (dal rosso al violetto). Che, come ho già detto, nella fantomatica copertina non sono sette ma sei, perché, ripetiamolo insieme: la perfezione non è poi così importante. La perfezione è uno fra gli estremi, e negli estremi, di solito, non ci si trova nulla di piacevole.

Negli estremi tutto affonda e tutto brucia. Ma esiste sempre una via di mezzo, come ci insegna l’arcobaleno. È un fenomeno atmosferico che produce uno spettro continuo di luce nel cielo quando i raggi del sole attraversano le gocce d’acqua rimaste in sospensione dopo un temporale. Non che ci interessi più di tanto questa spiegazione scientifica in effetti, perchè diciamocelo l’emozione dell’arcobaleno sta tutta nella sorpresa. La sua lezione ultima è quella di insegnarci a vivere senza aspettative, sorprendendoci di fronte allo spettacolo con gli stessi occhi di un bambino. E ci riesce sempre.
Ma che altro possiamo imparare da questo artifizio stupefacente della natura che riesce a colpire anche i cuori più duri? Che la bellezza resta celata nella dolcezza, ad esempio nel tocco lieve, dentro quei tempi di mezzo che stanno tra lo scroscio prepotente dell’acquazzone ed il sereno. Che le cose più grandi sono anche le più semplici, come la sottile onda di luce che attraversa un’apparentemente insignificante goccia trasparente. Questo è l’incantesimo racchiuso a metà fra la terra e la volta celeste, dove l’unione equilibrata degli opposti ci regala una tavolozza variopinta, a ricordarci che il firmamento non è solo di blu ed azzurro. Quante sfumature a dipingerlo di dorati tramonti ed aurore. Nelle transizioni sta tutta la magia, che dopo il temporale ha le sembianze di un arco colorato senza frecce. Abituati come siamo all’abbondanza materiale, alla saturazione digitale e contenutistica, rischiamo di abituarci passivamente all’ideologia del conflitto, del rumore. Dell’esplosione. Del caos. Poi però altro non aspettiamo che la pace, una serenità che ora più che mai va guadagnata, illuminando la pioggerella che ancora perpetua l’aria e il suolo. Quanto ci costa toglierci la patina grigia che ogni sera si deposita sui nostri corpi, sulla nostra pelle? Per non essere inghiottiti dall’antracite della notte siamo costretti a bruciare via tutta la noia, la rabbia, la tristezza, il dolore che come un peso si accumula sulle nostre fragili spalle. La conseguenza è che di noi non rimane nulla, se non la cenere, dalla quale dobbiamo risorgere in cicli infiniti come fenici.

Per fortuna c’è sempre un’eco tesa a porgerci consigli, la possiamo chiamare universo, creato, madre terra, che nulla ha a che vedere col mondo terribilmente artificiale che abbiamo costruito seguendo un’immagine distorta, il quale ora più che mai assomiglia ad una galera. Questa è la favola che ci siamo immaginati e raccontati, divenuta realtà. Davvero non possiamo fare meglio di così? Davvero non possiamo essere migliori di così?
Viviamo strattonati fra due identità: l’immagine umana che abbiamo di noi, una metà di sentimenti ed emozioni, ciò che abbiamo la certezza di essere e teniamo al sicuro, e il simulacro che ci siamo cuciti addosso per le vetrine di questa società che non ammette incrinature, né tantomeno errori; l’altra metà, fatta di standard ed obiettivi da raggiungere. Quello che mostriamo è la nostra verità? Ci siamo mai chiesti quale sia la nostra verità? Quale sia il nostro seme, chiuso dentro come in fondo ad una matrioska, cosa vorremmo raccontare davvero di noi?
Questo è il conflitto imperante, la divisione costante fra la menzogna di questa tragicommedia e il rimorso di aver tenuto per noi la parte migliore o peggiore, ma in fondo la più vera. Di aver tenuto per noi la nostra grande imperfezione. Siamo l’abisso più profondo e la stella più luminosa, ma non riusciamo più a uscire da questo labirinto di opposti che noi stessi abbiamo architettato. Perché soffriamo tanto all’interno di questa messinscena? Perché noi non siamo così.
Non siamo diavoli o dei, noi siamo umani. Noi siamo nel mezzo, ed è nel mezzo che dobbiamo rimanere, partendo da questo respiro lento che il tumulto ha lasciato dietro di sé, tendendo l’orecchio alla vibrazione centrale, tendendo ad un limite ma senza mai davvero raggiungerlo, per non bruciare o annegare. Rimanere in equilibrio sulla fune tesa. Almeno per quanto riguarda la testa. Il nostro cervello ha un disperato bisogno di pace, ed il cuore un disperato bisogno d’amore. La pace inizia dalla testa, e finisce nell’anima. Il viaggio inizia dall’armonia e finisce nella passione, ancora lontana.
Ve lo ricordate voi l’amore? Sembra siano passati secoli dall’ultima volta in cui siamo stati capaci di amare.


L’arcobaleno è il respiro di sollievo poco prima dell’armistizio, la fantasia e l’immaginazione trasposte al mondo naturale. Perché l’uomo può immaginare, ed è l’unico animale a cui è stato riservato questo privilegio, che è anche la più pesante delle croci. Noi siamo la chiave, che ci piaccia oppure no, e possiamo trarre ispirazione da quel reticolo perfetto ed animato che ci circonda, come sassolini bianchi per ritrovare la strada di casa: possiamo tendere alla fedeltà del cane, alla pazienza del ragno, all’elasticità del gatto e alla perseveranza dell’ape. Alla forza del papavero che cresce spontaneo ai bordi dei fossi, alla leggerezza della farfalla e alla riservatezza del riccio. Possiamo essere resistenti ad ogni profondità proprio come fossimo pesci, o colorare la giungla più fitta come variopinti pappagalli. Fare nostra la lezione delle nuvole, che disegnano sempre nuove forme ed anche quella delle onde, che non fermano mai la danza delle maree. Essere terra fertile e gemme, pronte a dare nuovi frutti. Essere la potenza del sole, pronto a risorgere su ogni nuovo giorno. La storia ha inizio da qui, e servono mani pronte a riscriverla. Chi siamo noi se non figli di questa terra che abbiamo portato allo stremo delle sue energie? Ma proprio come una mamma farebbe con il suo scapestrato figlioletto, anche lei non smetterà mai di darci un’altra possibilità, nonostante potrebbe essere l’ultima. Lei ci ha chiesto di guardare con stupore e gratitudine a quello che ci è stato donato, senza mai volere nulla in cambio. Lei ci ha già perdonato e noi siamo chiamati a fare lo stesso. Perché questa è la cifra d’amore delle madri. Ma ora dovremmo chiederci quale sia la cifra d’amore dei figli, e se è proprio vero che nulla dobbiamo al ventre terrestre che con amore ci ha partorito. Siamo qui solo per prendere o anche per dare? L’ansia ci attanaglia perché il cervello ricorda tutti gli errori commessi, con la paura di dover ricominciare da zero. Ma lo zero non esiste su questa terra, basti guardare i germogli fra le crepe dell’asfalto. Quando tutto ci sembra perduto ricordiamoci dunque dell’arcobaleno che ci insegna che anche dopo lo scroscio più violento resta sempre una nube leggera e sospesa pronta ad essere illuminata: ecco la meraviglia del colore.


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