Il tramonto del narratore

DI EDOARDO VALENTE

“L’arte di narrare si avvia al tramonto”.

Questa frase definitiva e apocalittica si trova nella prima pagina del saggio di Walter Benjamin intitolato Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov.

Un testo che si propone di analizzare la figura del narratore ci informa, fin dall’inizio, che questa stessa figura è per noi sempre più lontana, sfumata, incomprensibile, e che la sua arte sta volgendo alla fine.

Benjamin, a partire da quella che dovrebbe essere (e che in parte è) un’analisi dell’opera del noto scrittore russo Nikolaj Leskov, trova, come sua abitudine, un aggancio per un’argomentazione più ampia, una considerazione generale sul nostro rapporto con la figura del “narratore”.

(Nikolaj Leskov)

Questo suo scritto, articolato in diciannove brevi capitoli, affronta tematiche tra le più disparate e complesse, e lo fa con una densità argomentativa, e una bravura stilistica, che sono eccezionali.

Quello che mi ha colpito, però, alla prima lettura, è stato proprio il modo in cui Benjamin inaugura questa sua trattazione. Del solo primo capitolo, quindi, vorrei occuparmi – con qualche incursione, se necessario, in quelli successivi – facendone un’analisi quasi frase per frase.

“Il narratore – per quanto il suo nome possa esserci familiare – non ci è affatto presente nella sua viva attività. È qualcosa di già remoto, e che continua ad allontanarsi. Presentare Leskov come narratore non significa, quindi, avvicinarlo, ma accrescere la distanza che da lui ci separa”.

Come accennavo, trovarsi di fronte a questo incipit, nel momento in cui si inizia la lettura di un saggio sulla figura del narratore, può lasciare perplessi, ma anche incuriositi.

Chi abbiamo in mente, infatti, quando pensiamo a una persona che definiremmo “un narratore”? Forse, oggigiorno, possiamo pensare a chi scrive libri. Eppure, in quel caso si tratta di “scrittore” o “scrittrice”, non di “narratore” o “narratrice”. 

Lo scrivere storie, quindi, non c’entra. Il narratore racconta. E c’è differenza tra lo scrivere e il raccontare storie. Lo capiremo meglio proseguendo con la lettura.

Benjamin ci dice che noi, allontanandoci sempre di più dal narratore, lo vediamo ormai come si vedono quelle forme che emergono nella roccia, come quando vedendo da lontano il profilo frastagliato di un oggetto, sembra di scorgere un profilo umano. Questa lontananza ci fa comprendere soltanto i tratti salienti, distintivi del narratore, ma non la sua essenza. 

“Questa distanza e questa prospettiva ci sono imposte da un’esperienza che abbiamo modo di fare quasi ogni giorno. Essa ci dice che l’arte di narrare si avvia al tramonto”.

Eccola, la frase definitiva, ma estremamente precisa, con la quale Benjamin ci presenta il narratore, all’ombra di una certezza catastrofica che lascerà il segno su tutte le considerazioni a venire.

“Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia”.

Prima del colpo finale che Benjamin sta per infliggerci, fermiamoci un attimo.

Torna la domanda di poco fa: chi è che possiamo definire narratore? Se ci guardiamo attorno, tra le persone che conosciamo, chi è che ha questa capacità di saper narrare storie? Soprattutto: in quali occasioni è necessario che vengano raccontate storie?

Quando si incontra una persona che non si vede da tempo le si racconta la propria vita, gli accadimenti rilevanti dell’ultimo periodo; quando si incontra chi si vede spesso la conversazione può vertere su altre tematiche, non per forza personali; ma una tendenza è sempre quella di raccontare un aneddoto, e l’aneddoto non è una storia. “Una volta mi è successa questa cosa…” e poi tutto finisce lì.

“È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”.

Dopo questa frase si presenta il primo “a capo” del capitolo, che lo divide in due metà uguali. E qui, giustamente, conviene fermarsi a prendere fiato, perché quello che Benjamin ci sta dicendo non è indifferente.

Se si volesse riassumere quanto detto fino a ora, lo si potrebbe fare così: non sappiamo più individuare la figura del narratore, e questo accade perché facciamo esperienza dell’impossibilità di scambiarci esperienza.

Eppure, l’ho detto io stesso, quando ci si ritrova tra amici o conoscenti, si parla di quel che ci accade, e anche se non lo si fa imbastendo una narrazione, questo non significa comunque che, nel dirci a vicenda cosa ci è accaduto, stiamo scambiando esperienza?

Benjamin sembra non essere d’accordo, e con l’inizio del secondo paragrafo ci spiega la chiusura di quello precedente, ovvero la nostra incapacità di scambiare esperienza.

“Una causa di questo fenomeno è evidente: le azioni dell’esperienza sono cadute. E si direbbe che continuino a cadere senza fondo”.

Uno stravolgimento esteriore e interiore ha attraversato la vita di tutti, facendo sì che la nostra esperienza non valesse più nulla di fronte alla realtà del mondo. L’esperienza passata di bocca in bocca diventa irrilevante nel momento in cui chiunque può essere testimone di una stessa catastrofe: quella della guerra mondiale.

Benjamin, che all’epoca della Prima Guerra Mondiale era un universitario, scrive questo saggio nel 1936, e mette in luce quella che è stata una delle tante cose che il conflitto mondiale ha sottratto alle persone; qualcosa che però, non essendo materiale, era difficile da notare.

“Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile?”.

Leggendo questa frase ho sentito tutta la potenza del messaggio che Benjamin voleva veicolare con questo suo saggio. Parlare di Leskov diventa un pretesto per mettere sotto gli occhi di tutti (o quasi) l’assurda evidenza. 

Non è capitato a chiunque di trovarsi nella stessa stanza con altre persone, e sentire calare un silenzio spesso, irremovibile? Oppure, anche parlando con gli altri, non assale, a volte, un sentimento di disagio o soggezione quando, alla fine di un dialogo, ci si rende conto che non si è parlato di nulla?

Questo nostro comunicare, scambiare informazioni, cosa ha a che fare con la condivisione di esperienza mediante la narrazione? Nulla.

Benjamin, infatti, come cause della morte della narrazione, tra le tante, ne individua due in particolare: il dominio dell’informazione e la diffusione del romanzo.

Innanzitutto, nel momento in cui nella società borghese, di cui parla Benjamin, i giornali assumono un importante ruolo di diffusione di informazioni, il valore del dato oggettivo aumenta rispetto a quello del valore narrativo di una informazione. L’ossessione voyeuristica, che ci portiamo dietro, amplificata, nella nostra epoca, inizia da questo interesse per i fatti accaduti, rispetto a quelli narrati.

Per quanto riguarda la diffusione dei romanzi, essi propongono sì una narrazione, ma che nulla ha a che vedere con l’esperienza raccontata, tramandata, condivisa. Il romanzo, per Benjamin, nasce nella solitudine di chi lo scrive, e lo allontana dalla viva voce del narratore. Il romanzo propone una storia che nasce e muore in sé, e che dunque non rientra in una tradizione orale.

Avendo più chiara la condizione del nostro recente passato (il presente di Benjamin), e del nostro presente, possiamo allontanarci da essi, per tentare di avvicinarci, invece, alla figura del narratore, di cui ormai abbiamo perso la cognizione.

Tornare indietro nel tempo, prima della stampa, prima del romanzo, significa immergersi nella tradizione popolare, nell’oralità. Significa sedersi attorno a un focolare a svolgere attività manuali, e a intrattenere quel tempo di condivisione non con i silenzi e gli imbarazzi che noi oggi ben conosciamo, ma riempiendo l’aria di storie da raccontare.

Miti, leggende, fiabe e favole erano non solo una forma di intrattenimento, ma anche un metodo educativo, portava in sé una morale, o un consiglio, una saggezza che è, per Benjamin, “il lato epico della verità”.

A un certo punto, però, sempre in concomitanza con la diffusione dei libri stampati, questi racconti orali hanno iniziato a venire trascritti. Celebri sono gli esempi dei fratelli Grimm in Germania, Afanas’ev in Russia, e nel secolo scorso Calvino in Italia. 

Sempre più storie vengono sottratte all’oralità, e fissate in maniera indelebile nella struttura morta di un libro, che ne impedisce la libera “rinarrazione”.

È sempre Benjamin a dirci che: “L’arte di narrare storie è sempre quella di saperle rinarrare ad altri”.

Nel momento in cui mi viene raccontata una storia, questa dovrà essere ricordata, utilizzando la memoria, “la facoltà epica per eccellenza”, dalla quale dovrò attingere nel momento di rinarrare questa storia, che sarà in parte cambiata, ma non nella sua essenza, in quel messaggio che porta con sé e che va al di là dei fatti, delle informazioni, dei dettagli che non sono rilevanti.

Ma le occasioni in cui diventa necessario narrare e rinarrare storie non ci sono più, la nostra memoria non ha più tempo per ricordare, le parole per tramandare sono sempre di meno.

Il modo in cui Benjamin chiude quel suo primo, intenso, capitolo de Il narratore è tanto incisivo quanto le affermazioni incontrate finora, e ha una potenza destabilizzante:

“Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo”.

In questo contesto radicalmente mutato, a cosa serve fare appiglio all’esperienza? Essa cade e continua a cadere, e noi, a distanza di un secolo, sentiamo ancora il riverbero di questa caduta; cerchiamo di afferrarla ma sfugge dalla nostra memoria, e non ci resta che pronunciare parole minute e fragili come lo è il nostro corpo.

La nostra civiltà è lontana ormai dai contesti sociali e culturali che rendevano possibile che i narratori proliferassero, che ciascuno fosse narratore quasi per obbligo, un obbligo dato dal contesto, dall’eredità.

Io stesso, che sono un appassionato di storie, non posso né definirmi un narratore, né indicare narratori o narratrici tra le persone che conosco. Potrei, forse, fare eccezione per due persone, ma questa scarsità certo non salva la situazione dal degrado in cui si trova.

Qualcuno potrebbe dire che è eccessivamente pessimistico appoggiare questa visione, specialmente se il punto di riferimento è un saggio del ’36 scritto da un tedesco che, per quanto fosse geniale, non poteva di certo essere un veggente.

Eppure, è innegabile che le condizioni umane siano cambiate, specialmente dal Novecento in poi. La Grande Guerra non è stata altro che la concretizzazione materiale e mortale di una deflagrazione del pensiero e della cultura europea che già si avvertiva in campo artistico, scientifico, filosofico.

E se la generazione di Benjamin ha avuto la Prima Guerra Mondiale, quella successiva ha avuto la Seconda, quella successiva ha avuto la Guerra Fredda, quella successiva ha avuto Internet (che, pensandoci, predilige la condivisione di informazioni, non quella di narrazioni), e la mia generazione ha avuto la pandemia.

Anche quest’ultimo evento, proprio per la sua portata globale, ha avuto sulla vita di tutti un impatto simile a quello, inaudito, di una guerra mondiale. La maggior parte dell’umanità si trovava in una situazione simile, condivideva esperienze simili, e affrontava situazioni verso le quali la precedente esperienza risultava completamente inutile.

E, anche noi, da questo evento, non ne siamo forse usciti stanchi, cambiati, e in buona parte ammutoliti?Non più ricchi, ma più poveri di esperienza comunicabile”.

Quale momento perfetto, sarebbe stato quello, per potersi far forza a vicenda anche attraverso le storie, anche grazie a chi le storie ha la capacità di raccontarle.

Ma raccontarsi storie richiede momenti morti, tempo da riempire con parole non utili ma indispensabili, al contrario delle parole utili ma superflue. Raccontarsi storie richiede tempo, lentezza, ascolto: elementi che ci appaiono lontani, ormai, tanto quanto la figura del narratore.

Allora, le cose da fare sono due, e bisogna scegliere: o si riconquistano il tempo, le parole e le attese necessarie per far riemergere nelle nostre vite la forza della narrazione; oppure si sta così, a fare rumore vuoto, a guardarsi in faccia in silenzio, a scambiarsi informazioni che cadranno nell’oblio, mentre il narratore si allontana da noi sempre di più, e scompare nell’ammutolire dei secoli.

(Walter Benjamin)

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