Quanto tempo ci vuole per leggere una poesia?

DI EDOARDO VALENTE

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Quanto tempo occorre per leggere otto versi di poesia?

La velocità di lettura di una persona adulta è in media tra le duecento e le trecento parole al minuto. Superando la soglia delle quattrocento si perderebbe la capacità di comprensione del testo di almeno il 50%. 

Le parole di questa poesia di Eugenio Montale sono meno di cento (meno di un terzo delle parole che si leggono in media in un minuto) e per leggerle ci vogliono non più di venti secondi (un terzo di un minuto).

Ma quanto ci vuole per capirle?

Guardiamoci in faccia: è innegabile che l’epoca in cui viviamo sia soggiogata da una continua ricerca di brevità e velocità. Fare tante cose di fretta, spesso tutte assieme, per poi, comunque, non trovare tempo libero. E anche se lo si avesse: a cosa dedicarlo?

In una storica intervista, a Italo Calvino vengono chieste quali possono essere, secondo lui, “tre chiavi” per affrontare l’arrivo del nuovo secolo, il Duemila.

Dopo un breve silenzio, la prima cosa che lo scrittore dice è: “imparare delle poesie a memoria. Molte poesie a memoria. Da bambini, da giovani, anche da vecchi. Perché quelle fanno compagnia.”

Leggere poesie è una delle attività migliori che ci sono concesse, soprattutto per una caratteristica imprescindibile della poesia: non si può leggere velocemente.

Montale non è stato, in quel periodo che aveva superato la velocità del futurismo e attraversava la brevità dell’ermetismo, un poeta particolarmente breve.

Spesso si abbandonava a lunghi componimenti, e soprattutto usava versi molto lunghi, come anche si può notare in questa poesia. Che non ho scelto per qualche motivo specifico all’infuori del mio gusto personale.

Eppure, analizzando questi otto versi, prendendosi il tempo necessario, mettendoci molto più di venti secondi, si può far emergere l’intera poetica montaliana.

Come spesso accade di fronte ai grandi poeti, uno qualsiasi dei loro componimenti, all’interno di una stessa raccolta, può condurre a tutti gli altri, percorrendo i sentieri nascosti che trasformano i versi in poesie e le poesie in poetica.

Se si legge Forse un mattino si deve sapere che ci si sta muovendo all’interno degli Ossi di seppia, la prima raccolta di Montale, nella quale è già ben presente una peculiare scelta linguistica e tematica.

A tutto ciò si può arrivare per gradi, partendo dalle sue stesse parole.

“Forse un mattino, andando in un’aria di vetro”

Il lettore è già messo in guardia sulla implausibilità di ciò che il poeta sta per dire, si tratta di una semplice ipotesi. E in questa ipotesi, il poeta va “in un’aria di vetro”

Si riesce a sentirla sulla pelle quest’espressione, si riesce a immaginare l’aria che sferza il volto, lo colpisce, quasi lo taglia, come vetro. Elemento presente anche in Meriggiare pallido e assorto, il cui finale è chiuso da “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.” 

Ancora prima di raggiungere il secondo verso, Montale ci sta dicendo molte cose.

Questa “aria di vetro” è già un segnale della sua poetica degli oggetti. Condizioni esistenziali, concetti metafisici, situazioni immaginarie, vengono oggettivate e rese concrete dal frequente riferimento a oggetti, che richiamano quella stessa condizione.

Ai “cocci aguzzi di bottiglia” tornerò in seguito, è bene ricordarseli, perché ora, superando la prima virgola, all’inizio del secondo verso c’è una parola isolata dalla punteggiatura, indispensabile per Montale: “arida”.

L’aridità è un concetto che sta alla base degli Ossi di seppia. Infatti questo titolo, che è proprio quello dell’intera raccolta poetica, è portatore dell’idea di aridità.

Innanzitutto, gli “ossi di seppia”, concretamente, sono residui calcarei dei molluschi che vengono depositati dalle onde sulla riva. Banalmente, rispecchiano anche quel nostro modo di dire: “ridotto all’osso”. E ciò che è ridotto all’osso è ridotto al minimo, all’essenziale, impoverito, prosciugato: arido.

La condizione umana non è solo ridotta ad un oggetto, ma questo è anche arido. 

Il gioco di Montale, però, è ovviamente duplice. Se da un lato concetti astratti vengono ridotti al concreto, ciò che è fisico risulta sempre celare un significato metafisico.

Non è solo arido e secco il paesaggio, lo è anche l’animo umano.

Siamo ancora fermi alla prima parola del secondo verso, ma non possiamo ancora procedere. C’è qualcosa da affrontare prima: un muro.

Le nostre vite, in questa aridità esistenziale, risultano imprigionate, chiuse in sé stesse, impossibilitate a superare quel muro che conduce alla pienezza della vita.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Eccoli di nuovo, i cocci aguzzi di bottiglia, insieme al resto dell’ultima strofa di Meriggiare pallido e assorto.

Le parole sono scelte accuratamente, i suoni sono duri, secchi, così come lo è il significato. Se quello che possiamo chiamare “senso della vita” esiste, si trova al di là del muro, invalicabile poiché munito di quei cocci di bottiglia, che feriscono chi vuole tentare di superarlo.

E non resta altro da fare che richiudersi in sé stessi, impossibilitati a comunicare con gli altri, con il mondo esterno, separato da questa muraglia. 

(E anche su questo ci tornerò a breve).

Esiste, però, una piccola speranza, la possibilità di un varco che permetta almeno di scorgere quel che si trova oltre. E questa possibilità si trova alla fine del secondo verso: “rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo”.

Ecco qua ciò di cui abbiamo bisogno: un miracolo. 

In questa realtà compatta, secca, prosciugata, si può scorgere, per un attimo, qualcosa di inconsueto. E nonostante Montale si sia definito lontano da una certa concezione poetica dell’ermetismo, che si concede, attraverso la poesia, momenti di “illuminazione”, è proprio a ciò che ci si può riferire con questo miracolo.

Qualcosa di simile è presente anche nella poesia che apre gli Ossi di seppia: I limoni.

In questi versi, oltre a esserci una dichiarazione stilistica, che si oppone ai poeti laureati, che “si muovono solo fra le piante / dai nomi poco usati”, è presente la descrizione di uno di questi varchi, che appaiono legati all’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s’abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta 

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

il filo da disbrogliare che ci metta

nel mezzo di una verità.

In quello che sembra essere (o spera che sia) un momento di epifania, il poeta sente di stare trovando il varco, grazie al quale la ferrea natura, la realtà chiusa, possa aprirsi e disvelarsi. 

Eppure, pochi versi dopo, Montale ci invita a non illuderci, poiché non si avvera nessuna epifania, e noi torniamo al rumore della vita quotidiana. 

Allora, quale miracolo si compie quando il poeta, mentre va in un’aria di vetro, si gira all’improvviso?

Quel momento di meraviglia, come già annunciato, non può che essere di “triste meraviglia”.

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Niente. Il nulla. Ecco cosa si manifesta in quell’attimo epifanico.

Cammini, poi ad un certo punto ti giri, e dietro non c’è nulla. E ti assale la vertigine, sembra di perdere l’equilibrio, ogni punto fermo è svanito. 

Ma presto tutto torna alla normalità.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Alberi, case e colli tornano a occupare il campo visivo, si proiettano come su uno schermo. Sono parvenze. Rappresentano “l’inganno consueto”.

Cos’è questo inganno? È ciò che diamo per scontato, gli oggetti quotidiani, la realtà di tutti i giorni che non viene messa in dubbio. E invece, risulta essere un inganno. Ma questo lo si tende ad ignorare, non lo si vuole sapere, finché non si scopre come stanno davvero le cose, finché non ci si gira per caso, un mattino, andando in un’aria di vetro, e si scopre la verità.

E poi? Poi non c’è più nulla da fare. “Ma sarà troppo tardi”. Ciò che è stato visto non si può dimenticare. Cosa farsene di questo segreto? 

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Niente. Andarsene e basta. E farlo in silenzio.

Il poeta che non sa cosa dire, che nulla può dire, in mezzo agli uomini indifferenti, è ciò che emerge anche dalla poesia Non chiederci la parola.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe

Il poeta si riferisce al lettore, parlando a nome di tutti i poeti, e dicendo che non è più possibile che la parola poetica sia traboccante di significato, che possa disvelare grandi verità.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Questo abbiamo da offrire: soltanto aridità.

A chi, d’altronde, dovrebbe rivolgersi il poeta? A quell’uomo “che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico” di cui parla nella quartina centrale?

Non è egli lo stesso che compone quella folla indistinta di “uomini che non si voltano”? Coloro che non possono avere accesso al segreto, e che neanche possono chiedere che sia il poeta a disvelarlo per loro.

Non solo è presente una solitudine nella figura che Montale incarna in questi versi, quella dell’intellettuale, che si pone domande inconsuete; c’è anche invidia, nei confronti di chi può andare sicuro, di chi non si volta, di coloro che vivono in una placida indifferenza. 

Bene non seppi, fuori del prodigio 

che schiude la divina Indifferenza.

Questo ci dice in una poesia dal titolo che non ha bisogno di molti commenti: Spesso il male di vivere ho incontrato.

E l’unica alternativa a questo male, l’unico Bene, risulta essere nell’indifferenza.

Voi, che vivete le vostre vite tranquille, indifferenti a questa misera condizione umana, che non vi fate coinvolgere da questa sofferenza, da questo male di vivere; voi che non vi voltate: vivete senza preoccupazioni, mentre noi camminiamo con il nostro segreto.

Si potrebbe dire altro ancora, ma penso che questo sia in minima parte sufficiente.

Agli otto versi iniziali di Montale, a quella sessantina di parole, io ne ho aggiunte circa millesettecento.

Certo, ci vorranno sicuramente alcuni minuti per leggerle tutte, ci vorrà il tempo necessario alla poesia per essere compresa. Ma, forse, una volta giunto alla fine, qualcuno potrà dire: ho letto una poesia di Montale.

A questo punto, bisognerà iniziare a impararle a memoria.

Se ami la poesia, allora pigia qua!!!

Se credi nel potere della Scrittura, non potrai che voler leggere questo articolo!!!

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