DI ALBERTO GROMETTO
C’era una volta… così iniziano le fiabe migliori. Il perché poi si inizi sempre col “C’era una volta…” mi sfugge. O forse sarebbe meglio dire: CI sfugge. Sì, nessuno sembra esserselo mai chiesto. Specie i bambini quando sentono le fiabe della buonanotte per la prima volta. Perché mai tu, piccolo bambino con addosso una curiosità pazzesca e una fame di storie assoluta e zero voglia di dormire, nel momento in cui mamma o papà cominciano a raccontarti, dovresti stare a sindacalizzare sull’incipit? Si dice “C’era una volta…” perché si dice “C’era una volta…”, e va bene così. Non abbiamo idea di chi fu il primo a cominciare in questo modo, ma è così che s’è cominciato una volta. Uno deve aver iniziato un suo racconto col “C’era una volta…”, la cosa deve essere piaciuta e tutti l’hanno seguito. Sì, credo sia andata più o meno in questo modo.
Il punto vero, però, non è tanto come inizi una storia. Ma come la continui. Cosa segue quel “C’era una volta…”. Perché ogni racconto potrà pure iniziare nello stesso modo. ma c’è una garanzia assoluta a cui ogni storia deve – o dovrebbe – attenersi: e cioè che il viaggio che t’offrirà sarà diverso da qualsiasi altro mai fatto e pure mai ipotizzato, e che quando giungerai al termine, quale che sia la destinazione finale, quello che avrai vissuto e sperimentato e affrontato nel mezzo del tuo camminare lungo il percorso sarà un qualcosa di talmente memorabile che non te ne dimenticherai mai.
Ebbene, c’era una volta un re che fu obbligato dalle circostanze della Sorte, unite a quelle intestinali, a smerdare nel bosco. Poi, come è naturale che fosse, dovette pulirsi. La carta igienica non era ancora stata inventata all’epoca, e comunque era in un bosco, mica nel suo bel castello! Fortuna – ma che poi sarebbe stata immensa sfortuna – che una gallina morta era lì davanti a lui, quasi fosse stata messa là apposta. Così la prese e si pulì le terga. Ma la gallina era viva. E pure vivace, a quanto pare. Al punto che decise di entrare in quel solenne pertugio regale altrimenti – e un filo più volgarmente – detto “buco di culo”. Ed è qui che comincia la storia.

Sì, okay, qualcuno potrà dire che il re se l’è andata a cercare, che avrebbe potuto trattenersi fino al ritorno a casa. Ma il bisogno e l’urgenza erano davvero eccessivamente impellenti e improcrastinabili onde per cui non poteva proprio evitarlo. Doveva agire, e agire subito. Ma pulirsi il deretano orribilmente sporco con una povera gallina creduta erroneamente defunta è stata decisamente una scelta alquanto opinabile. Non c’erano delle foglie?, vien da chiedersi. Beh, magari no. Sarebbe stato meglio me ne fossi tornato a casa col popò sporco di merda che così, esclama affranto il sovrano. Quale che sia la colpa (presunta o reale) del monarca, concorderete tutti che ritrovarsi una pennuta ben ficcata su per l’ano sia una punizione troppo grande! Specie poi se quella gallina si mette a deporre uova! Sì, la sofferenza non conosce limiti, nemmeno quelli del proprio didietro.
Ora, qual è il fatto più sconcertante di quella che è stata una delle più grandiose e insieme assurde, surreali e al tempo stesso autentiche, rappresentazioni teatrali a cui abbiamo mai avuto l’onore e il piacere di assistere? Se non fosse che in effetti è tutto già piuttosto sconcertante! Diciamo che lo sconcerto si aggiunge allo sconcerto. Ebbene, sentite un po’: la gallina depone uova tutte d’oro. Sì, avete capito benissimo! E la cosa piace moltissimo a tutti i cortigiani, i familiari e i dignitari che circondano il sovrano. Ma meno al sovrano! L’orifizio è dolente, le sofferenze all’ordine del giorno e le atrocità infernali della pena troppo gravose. L’unica? Digiunare, darsi alla fame, smettere definitivamente di mangiare. Niente cibo per il re significa niente cibo per la gallina. Certo, è una scommessa rischiosa: deperirà prima l’uomo oppure la gallina che è contenuta in quell’uomo, nel profondo delle sue viscere?
Privato del piacevole sollazzo di scagazzare beatamente e patendo tormenti indicibili, il re è deciso a non toccare una mezza briciola fino a quando il problema non sarà risolto, in un modo o nell’altro. Peccato che cerchino in ogni maniera di impedirglielo tutti i suoi paggi e madamigelle, rappresentati alla stregua di un folto e fitto coro chiassoso di starnazzanti galline che parlano di niente, e per giunta in un finto francese francofono stereotipato con dentro molto napoletano!, impresentabili e insieme sconci, trangugianti cibo che sputazzano nel mentre che conversano, quando però in realtà non fanno altro che gracchiare le stesse due battute incomprensibili, desiderosi che la “loro” gallina dalle uova d’oro, pardon – il loro re – viva… viva perché loro stesse possano vivere e continuare a ingozzarsi a loro piacimento.

La giocosa, vivacissima e comicissima messinscena in pieno stile barocco tutto sfarzo e lusso è a dir poco eccezionale, davvero!, per come prende una storia molto piccola e ci costruisca un intero spettacolo con una propria identità, pelle e forma ben delineate, chiare, fortemente caratterizzate e assolutamente iconiche. Una rappresentazione squisitamente teatrale che è insieme un’allucinante danza dell’aberrante spassoso e dell’esilarante grottesco in cui lo schiamazzante coro di gallinacce di cui sopra, vestite con abiti strabordanti che rimarcano ed esaltano cosce e posteriori, si dà a buffi balletti e strampalate coreografie, attorno ad un re circondato da una piccola folla ma a dire il vero desolatamente solo.
Si è trattato di una rappresentazione folle eppure così piena di passione, a cui abbiamo applaudito entro la sempre fenomenale e strabiliante cornice del TEATRO CARIGNANO DI TORINO, che ha ospitato questa brillante e originale e magnifica coproduzione a firma del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA, dell’ATTO UNICO/COMPAGNIA SUD COSTA OCCIDENTALE, del TEATRO STABILE DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE, del TEATRO STABILE DEL VENETO – TEATRO NAZIONALE, del CARNEZZERIA/CÉLESTINS/THÉÀTRE DE LYON CHÂTEAUVALLON-LIBERTÉ SCÈNE NATIONALE CITÉ DUTHÉÂTHRE – DOMAINE D’O – MONTPELLIER PRINTEMPS DES COMÉDIANS.
Il merito di una tale memorabile e indimenticabile visione spetta innanzitutto al Genio che ha scritto e diretto questo spettacolo spettacolare: la grande e grandiosa drammaturga, regista e attrice teatrale EMMA DANTE! Cosa non è stata capace di fare, partendo da una semplice fiaba scritta dal letterato e autore e gigantesco novellista seicentesco GIAMBATTISTA BASILE, autore della celeberrima raccolta partenopea «LO CUNTI DE LI CUNTI», il suo capolavoro, che mescola il fiabesco all’inquietante e che sarà d’ispirazione per numerosissimi futuri narratori di fiabe dei più famosi e grandi possibili.

La storia, molto lineare e modesta, era un po’ diversa. Protagoniste in quel caso due povere filatrici – Lilla e Lolla – che trovano non una gallina, bensì una papera. Da qui il titolo originale del racconto: «La papera». Che si ritroverà a mordere le regali chiappe reali di un principe anziché un re, comunque bisognoso di ripulirsi dopo una gran defecata di quelle memorabili! Papera o gallina poco importa, se in ballo ci son comunque un paio di natiche. Invece che uova d’oro la papera, di proprietà delle due sorelle filatrici, produce monete d’oro. E il racconto si concentra più sulle due che sul principe che, più che ritrovarsi il pennuto ben infilato su per il nobile ano sventurato, ha questa papera attaccata letteralmente all’illustrissimo sedere… senza che ne voglia sapere di mollare la presa!
Emma Dante – e in questo è veramente ineguagliabile! – prende quella che nei fatti è una storiella e ne trae una narrazione in cui il linguaggio alto e colto e raffinato di un’epoca antica si ritrova mescolato e intricato ad un modo di parlare basso e volgare e addirittura dissacrante (il modo con cui è stato scritto questo articolo vuole essere in parte un piccolo tentativo di restituire il tono linguistico dell’opera). E se non bastasse l’immenso lavoro di scrittura e regia e messinscena e coreografia e sonoro e sensoriale che v’è dietro, basti citare gli attori, i quali dimostrano di possedere una plasticità fisica e un carisma interpretativo oltre ogni modo notevolissimi: ANGELICA BIFANO, VIOLA CARINCI, DAVIDE CELONA, ROBERTO GALBO, ENRICO LODOVISI, YANNICK LOMBOTO, DAVIDE MAZZELLA, SIMONE MAZZELLA, ANNAMARIA PALOMBA, SAMUEL SALAMONE, STEPHANIE TAILLANDIER E MARTA ZOLLET son le starnazzanti, schiamazzanti e sputacchianti galline “di corte”, quelle che desiderano che la vera gallina continui ad abitare nel corpo del loro sofferente e dolente re, così che uova d’oro continuino a venir cagate e a piovere da quel posteriore su tutti quanti!

Due menzioni speciali e doverose e obbligatorie spettano però a due interpreti, sopra ogni altro.
Innanzitutto merita un applauso dei più grandi e fragorosi possibili il sovrumano e sublime protagonista CARMINE MARINGOLA, che di Emma Dante è il marito, e che ci regala una performance ai limiti dell’incredibile per fisicità ed emotività e attorialità. La sinuosità del suo corpo degna di un contorsionista funambolico, la sua capacità di contrarre petto e pancia e muscoli ora per far vedere quanto il suo corpo sia scavato dai segni della fame ora per rendere vero il momento della dolorosissima cagata, il suo mostrarsi (letteralmente!) nudo innanzi allo sguardo del pubblico, il ritratto acuto e tetro e drammaticamente sofferente che fa di un uomo che dovrebbe essere il centro d’ogni cosa – e che nei fatti lo è – ma che è preda degli spasmi più atroci, concentrato su quella pennuta che lo divora da dentro ogni giorno di più, costretto ad andare avanti non perché qualcuno lo voglia davvero vivo ma solamente per quello che esce dai suoi glutei, non possono che lasciarci letteralmente a bocca aperta.

Lui soffre e patisce, ma non può morire, no che non può!, e questo perché Lui è Lui, la figlia glielo ricorda sempre chi è, ed Egli è Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valencia e re titolare di Costantinopoli e… E CHISSENEFREGA! Cosa contano i titoli nobiliari? Soprattutto se pronunciati con tutta questa eleganza e pomposità mentre mostra l’interno del fondoschiena affinché la pennuta venga estratta! Non è un Re in quel momento, ma solo un uomo con una gallina ficcata su per il culo! E non è manco questo granché come uomo. Che cosa ha lui, veramente? Una moglie che ha sempre odiato e con cui discute di cucina mentre sta morendo e della quale ha sempre schifato le “avvizzite mammelle”. Una figlia che vuole quelle uova anali d’oro. Una corte che lo assilla e lo circonda solo perché vuole mangiare e ancora mangiare. Cos’ha davvero? Fosse almeno stato un sovrano degno di essere ricordato. Manco quello! Il re per nulla regale di Carmine Maringola, che dimostra un talento innato sia quando veste i panni del “cagatore professionista” nel momento in cui produce uova sia quando ci fa dono di momenti di profondissima sofferenza non unicamente fisica ma umana, in una scena ricca di pathos dirà che lui nella sua vita non ha fatto che scialacquare montagne di denaro dietro piaceri e ozi e vizi. Non è stato un buon re. E ora lo è meno che mai, nemmeno può più vantare la presunta regalità d’un tempo, con quel volatile piantatogli dove sappiamo!
La seconda interprete che va omaggiata con i più grandi onori possibili è… è l’altra grandissima, sfavillante, straordinaria protagonista di questa rappresentazione! Abbiamo citato il Re, ora citiamo la Chicchinella. Che altro non vuol dire che “gallinella”. Sì, esatto, la gallina ODETTE LODOVISI, realmente in scena insieme ai suoi colleghi attori, scampata per mezzo miracolo dalle grinfie di un contadino che l’indomani l’avrebbe divorata perché salvata dalla compagnia stessa che l’ha accolta tra le sua fila! È stato uno degli attori, ENRICO LODOVISI, a cui vanno i nostri più affettuosi complimenti, a voler prendersela in affido, a proteggerla, ad adottarla e a darle persino un nome e il suo stesso cognome! Non fa uova, sembra. E meno male: l’uovo si direbbe essere sinonimo di stress. E invece Odette è una donna – pardon, gallina – serena. Giusto la sera del debutto al PICCOLO TEATRO – STUDIO MELATO (l’antico TEATRO FOSSATI) ne fece uno. Poi non più.
Si sarà pur partiti col “C’era una volta…”, ma il luogo ove questa stralunata fiaba meravigliosamente assurda ci ha portati (e non intendo dentro l’ano del sovrano!) mai più potevamo immaginarcelo: qui sta la Grandezza del Raccontare, fino a quando qualcuno narrerà, qualsiasi tipo di viaggio straordinario sarà possibile!
Naturalmente, come ogni favola che si rispetti, pure questa ha la sua morale. E cioè che re o gallina, poco importa chi tu sia!, purché produca oro e faccia piovere ricchezza su tutti quanti, t’adoreranno. Anche se non sarà per quello che sei davvero.
Oppure forse la morale era: se devi pulirti il culo sporco di merda, lascia in pace le povere galline, vive o morte che siano! Beh, anche questa è una lezione di vita di cui sarà bene ricordarsi


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