Il paradosso della messaggistica istantanea

DI EDOARDO VALENTE

Sono anni che vorrei parlare di questo argomento, da quando su un ormai dimenticato e obsoleto blog scolastico del liceo scrivevo estemporanee recensioni e riflessioni.

È arrivato il momento di farlo.

Cosa si intende per “messaggistica istantanea”? È molto intuitivo, le parole parlano da sé, e inoltre è uno strumento che utilizziamo quotidianamente.

Dunque, essa è: 

una categoria di sistemi di telecomunicazione in tempo reale in rete, tipicamente Internet, che permette ai suoi utilizzatori uno scambio di brevi messaggi”.

Se si possiede un telefono che sia connesso a internet, tutti noi utilizziamo questo tipo di messaggistica. WhatsApp, Telegram, Messenger, Direct di Instagram, iMessage, per citare le più utilizzate.

I propositi di una tale forma di comunicazione sono sorprendenti (se si pensa a un tempo antecedente a internet): i messaggi possono arrivare in tempo reale alla persona alla quale li si sta inviando. Questo permette di ridurre i tempi delle comunicazioni, e aumenta la sicurezza in merito all’arrivo del messaggio. 

Una lettera, certo, ci metteva di più, era un oggetto fisico che viaggiava di mano in mano, e poteva anche venire smarrita.

Insomma, per una comunicazione quotidiana e veloce, non è certo il metodo migliore.

Tutto bene, quindi. 

Se non fosse che… esiste un paradosso, quello che definisco paradosso della messaggistica istantanea. Ed è molto semplice: l’istantaneità della consegna non modifica in alcun modo i tempi di risposta. 

Se una persona riceve una lettera, un fax, una e-mail, un messaggio su WhatsApp, in ogni caso detiene il potere di ignorarlo e rispondere con un tempo che si dilata, potenzialmente, all’infinito.

Tutto qui?

Sì. 

Almeno, questa era la tesi – abbastanza evidente – che ci tenevo molto a sostenere anni fa, e che è rimasta nella mia testa a gironzolare fino a ora. 

Che sia solo una lamentela nei confronti delle persone che non rispondono ai messaggi?

Potrebbe esserlo. Ma non è stato nulla di più finché ho compreso una cosa.

Immaginiamo innanzitutto la vita di una persona comune in un’epoca precedente a internet, che per mantenere i contatti con le persone lontane utilizza le lettere. Ho già fatto un errore: ho scritto “con le persone lontane”. Eppure, le lettere se le scriveva anche chi non era costretto a una grande lontananza. E, allo stesso tempo, se due persone si frequentano spesso, non hanno bisogno di scriversi lettere, ma possono dirsi ciò che hanno da dirsi di persona.

A una condizione così bucolica aggiungiamo il telefono. In maniera estremamente rapida posso raggiungere un’altra persona, in maniera diretta, e comunicare con lei. Questo aveva un costo e un limite, fino, appunto, ai “minuti illimitati”. 

Il vantaggio (nell’ottica di questa riflessione) di una telefonata che veniva fatta da numero fisso a numero fisso, era l’impossibilità di sapere chi stesse telefonando. O si ignorano tutte le telefonate, oppure non c’è un modo per fare discriminazioni.

La messaggistica istantanea unisce un aspetto della lettera a uno della telefonata. Se mando un messaggio posso raggiungere l’altra persona immediatamente – come con il telefono – ma, allo stesso tempo, sto relegando la nostra comunicazione da una situazione di “diretta” a una di “differita”.

Il messaggio è stato inviato, è arrivato, ma quando riceverò una risposta?

Facciamo un ulteriore salto avanti nel tempo, e andiamo a immaginare il futuro; un futuro in cui è possibile teletrasportarsi con successo e senza danni collaterali. Perché telefonare a una persona quando posso teletrasportarmi a casa sua? Perché utilizzare uno strumento come canale della nostra conversazione, quando con uno schiocco di dita possiamo essere nella stessa stanza?

È con l’idea del teletrasporto che ho capito qual è il vero problema che genera il paradosso della messaggistica istantanea. Il problema è il tempo. 

Leggendo l’epistolario tra uno scrittore e la sua amata, notando il numero di pagine di una sola lettera, mi ero chiesto: chissà quanto tempo ha dedicato alla scrittura di questa singola lettera.

Eppure, se chiunque va a controllare, sul proprio telefono, il tempo di utilizzo giornaliero dell’app di messaggistica che più sfrutta, troverà un numero molto più alto rispetto a quello stimato.

Si arriva a un altro fatto evidente: scrivere messaggi richiede tempo. Richiede lo stesso tempo di una conversazione, ma in forma frammentata. Se si devono ascoltare dei messaggi vocali, ad esempio (che sono spesso le principali cause nei ritardi delle risposte – “scusa, ora non posso ascoltare, poi rispondo”) si sa che un tempo specifico verrà impiegato nell’ascoltarlo, e altro ancora sarà quello necessario per rispondere.

In questo, apparentemente, non si distanziano in alcun modo dalle lettere, se non che i messaggi sono, come dicevo, frammentari. Invece di condensare le cose principali da dire in un messaggio più lungo, nell’arco di una giornata si è indotti a scrivere messaggi di ogni tipo, in qualsiasi situazione, a tutti coloro che ci vengono in mente.

Possiamo farlo immediatamente, a volte anche senza metterci troppo tempo (così crediamo) e una volta fatto possiamo essere sicuri che il messaggio è arrivato: non resta che attendere la risposta.

Ma la risposta arriverà?

Immaginiamo che ogni persona faccia così: in qualsiasi momento gli venga in mente una cosa la scrive a chi di dovere. La persona che riceve i messaggi sarà quindi inondata di piccole conversazioni, che sono in qualche modo da intrattenere tutte insieme. 

(Il teletrasporto ci sarà nel futuro?)

Se ci si trova di persona (torna l’idea del teletrasporto), difficilmente si mandano avanti due conversazioni diverse con due persone diverse in maniera alternata. O tutti e tre si condivide un argomento, oppure si parla solo con una di esse. Tramite i messaggi, invece, è possibile saltare in maniera repentina da una domanda di lavoro alla risposta scherzosa a un amico.

Oltre al problema del tempo, si aggiunge quello della simultaneità, la possibilità di passare da una conversazione all’altra, e la difficoltà di sostenere questa cosa.

Per evitarlo, le risposte che si sa richiederanno più tempo vengono rimandate.

Ora, sarà che io ho sempre parecchio tempo, e intrattengo anche poche conversazioni, ma di solito nell’arco di una giornata riesco a rispondere a tutti coloro che mi hanno scritto. 

Invece, per quanto riguarda il ricevere risposte, mi sono trovato in situazioni ai miei occhi assurde, ma che, mi sembra di capire, sono la normalità: risposte dopo più di un giorno, dopo più di due giorni, a volte dopo una settimana, altre volte ancora dopo due settimane! In rari casi, completa assenza di risposta.

L’ennesimo problema, mi sono reso conto, è la mia aspettativa.

Il paradosso della messaggistica istantanea è insito nella sua natura di istantaneità. Io mi illudo che far arrivare in maniera immediata e sicura un messaggio ne comporti un accorciare e semplificare i tempi di risposta.

Sbagliato.

L’istantaneità fa sì che si abbia l’illusione di poter portare avanti più conversazioni, più rapporti umani, in modo più semplice, aumentando la quantità senza diminuire la qualità. Se le persone fossero tutte davanti a chi deve rispondere, e ponessero le loro domande di persona, questo renderebbe complicatissimo creare un dialogo.

Quasi la stessa cosa accade a distanza, attraverso il mezzo digitale.

La soluzione, dunque, era già insita nel problema: la messaggistica istantanea non funziona proprio perché è istantanea. La comunicazione tra le persone, invece, non può esserlo, ma ci illudiamo che lo sia.

O forse a illudermi, per tutti questi anni, sono stato solo io.

(Questo articolo è dedicato a tutte le persone che non rispondono ai messaggi. Impegnatevi di più! Non si tratta di semplici messaggi, ma di rapporti umani.)

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