DI ELODIE VUILLERMIN
La bella e la bestia è una fiaba europea molto famosa, di origini antichissime. La ricordiamo ancora oggi come la storia che ci ha insegnato a non fermarci alle apparenze, che la vera bellezza è celata nel cuore.

Secondo molti studiosi, la versione originale della fiaba è il mito di Amore e Psiche, risalente al II secolo d.C. e contenuto all’interno di Le Metamorfosi di Apuleio. Psiche è la figlia più giovane di una coppia di regnanti, bellissima al punto che gli altri si prostrano davanti a lei come se fosse una dea. Questo fa infuriare tantissimo Venere, la dea della bellezza, che ordina a suo figlio Amore (ossia Cupido) di scagliare una freccia contro la ragazza e far sì che si innamori di un mostro. Ma Amore sbaglia la mira e colpisce il suo stesso piede, innamorandosi di Psiche.
Nel frattempo la giovane è triste per la sua condizione, poiché la sua bellezza è così grande che nessuno ha il coraggio di chiederle la mano, convinto di non meritarla. Così il padre consulta l’oracolo del dio Apollo per dare alla figlia un marito. L’oracolo gli risponde che deve portarla in cima a una rupe ornata per nozze funebri e lasciarla lì, in attesa che arrivi il suo consorte, ossia un mostro. Il padre esegue e Psiche viene lasciata sola. Ma a presentarsi da lei non è un mostro, bensì il dio Amore, che con l’aiuto di Zefiro la porta via nel suo palazzo, dove la fa sentire ben accolta, ma non le dice la sua identità. I due si incontrano sempre al buio e Amore le fa promettere di non cercare mai di scoprire il volto o il nome del suo sposo.
I giorni passano e Psiche è sempre più innamorata e felice, ma al tempo stesso le manca la sua famiglia. Amore, seppur con riluttanza, acconsente che le sorelle di Psiche siano invitate nel suo palazzo, e così avviene. Appena si rendono conto del lusso in cui vive Psiche, le sorelle iniziano a provare invidia nei suoi confronti e, subdolamente, le insinuano il pensiero che il suo sposo sia un mostro desideroso di ucciderla, lasciandole un pugnale. Quella notte Psiche, determinata a scoprire chi sia davvero il suo sposo, si arma di coltello e di una lampada a olio, ma quando vede in faccia Amore per la prima volta, rimane incantata dalla sua bellezza e non lo pugnala. Il dio si sveglia a causa di una goccia di olio che gli cade sulla pelle e, appena realizza che Psiche lo ha visto, vola via. Lei, disperata per aver perso il suo sposo, tenta più volte il suicidio, ma gli dei glielo impediscono.
Psiche comincia un lungo viaggio alla ricerca di Amore. Cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, sperando che la aiutino, ma così non accade. Giunta al tempio di Venere, la affronta e le chiede il permesso di stare con suo figlio. La dea la sottopone a tre prove, che lei supera con l’aiuto di alcune formiche, di una canna e dell’aquila di Giove. L’ultima prova consiste nel scendere agli Inferi e prendere da Proserpina un po’ della sua bellezza; ma quando apre il vasetto con la bellezza, cosa che le era stata proibita, viene avvolta da una nube di sonno e si addormenta. A risvegliarla sopraggiunge Amore, che implora a suo padre Giove il permesso di portare con sé la ragazza sull’Olimpo. Giove, commosso, convince Venere a lasciare che Amore sposi Psiche e le nozze vengono celebrate in presenza di tutti gli dei. Psiche beve l’ambrosia, divenendo immortale, e dall’unione con Amore nasce una figlia, chiamata Voluttà (ovvero Piacere).

Una delle varianti più antiche della fiaba è presente nel Pañchatantra, una raccolta di favole indiane scritte in sanscrito, risalente agli anni che vanno dal 100 a.C. al 500 d.C. In questa versione, un bramino e sua moglie desiderano tanto un bambino, ma quando il loro desiderio viene esaudito, il figlio nasce sotto forma di un serpente. Tutti al villaggio cercano di convincere la coppia a sbarazzarsi del bambino, convinti che egli sia la progenie del demonio. Il bramino è d’accordo, ma la moglie si rifiuta di dare via il figlio, che intende accudire con amore, poco importa che aspetto abbia. Alla fine il bramino si arrende e si convince a tenere il serpente.
Un giorno la moglie del bramino decide che il serpente, ormai cresciuto, ha bisogno di una sposa. Il bramino, seppur scettico, viene mandato in viaggio alla ricerca di una consorte per il figlio, ricerca che all’inizio non dà i suoi frutti, finché non giunge nella città dove vive un suo amico d’infanzia, che si dimostra ben disposto ad aiutarlo e offre sua figlia in sposa. Lei, che non aveva idea dell’identità del suo sposo, resta delusa nello scoprire che mariterà un serpente, ma per non disonorare suo padre cerca di sopportare la cosa.
Quella stessa notte, mentre è da sola con il serpente in camera da letto, scopre che il rettile si è trasformato in un bel ragazzo, il quale spiega che era vittima di una maledizione che lo condannava a essere serpente di giorno e ragazzo umano di notte, e che si sarebbe sciolta solo quando una ragazza lo avrebbe sposato. Comunque la fanciulla è felice, perché ogni notte avrà un bel ragazzo con cui dormire. Una notte il bramino scopre la fanciulla che dorme con suo figlio, il quale è in forma umana ma con squame di serpente addosso. Il bramino entra nella camera, strappa via la pelle da serpente e la brucia: così facendo, senza saperlo, scioglie definitivamente la maledizione e ora suo figlio torna a essere un normale essere umano.

Secondo altri studiosi, possiamo trovare una versione di La bella e la bestia all’interno de Le piacevoli notti (1550), una raccolta di 75 racconti scritta da Giovanni Francesco Straparola. In essa si parla di un principe, il «figliuolo nato porco» di un re d’Inghilterra, che potrà tornare a essere un giovane bellissimo solo quando una ragazza riuscirà ad amarlo così com’è. Il riferimento all’amore tra una donna e una bestia si trova anche in una commedia di William Shakespeare, Sogno d’una notte di mezza estate (1595).
Altri ancora attribuiscono la versione originaria della fiaba a Giambattista Basile, che ne aveva scritta una simile ne Lo cunto de li cunti (1634). Anche Perrault ne scrisse una sua variante nel 1697, dove la protagonista è per la prima volta figlia unica e suo padre non è un re, bensì un mercante caduto in disgrazia.
Una versione alquanto singolare è quella fornitaci da Marie-Catherine d’Aulnoy nella fiaba Il Montone, appartenente alla raccolta I racconti delle fate (1697). Un re ha tre figlie molto belle, di cui la minore si chiama Meravigliosa proprio perché più bella delle altre, e infatti tende a trattarla come la sua preferita. Ma lei, nonostante questi favoritismi, mantiene un buon rapporto con le sorelle. Un giorno il padre parte per una guerra contro i sovrani dei regni vicini. Dopo essere tornato vincitore, chiede alle figlie cosa hanno sognato la notte prima del suo rientro a casa. La maggiore ha sognato di ricevere in dono dal genitore un abito d’oro e di diamanti, mentre quella di mezzo di ottenere una conocchia dorata con cui filare. Meravigliosa, invece, ha sognato che la seconda sorella si sposava con il re e che lei, quel giorno, avrebbe lavato gli sposi con una brocca d’oro.
Queste ultime rivelazioni fanno arrabbiare il re, che si convince che Meravigliosa, da lui tanto amata, non ricambi lo stesso affetto. Così, in un twist alla Biancaneve, chiede al capitano delle guardie di condurre la fanciulla nel bosco, ucciderla e portargli la sua lingua come prova della sua morte. L’uomo porta nel bosco la fanciulla, ma non ce la fa a compiere il suo dovere fino in fondo e fa scappare Meravigliosa, dando al re la lingua di un cane al posto di quella della ragazza. Nel bosco la giovane incontra un montone parlante di colore bianco, ornato di fiori e gemme, che la fa salire su una zucca gigante trainata da capre (sarà stata la fonte d’ispirazione per la zucca tramutata in carrozza di Cenerentola?) e la guida in una caverna, nelle cui profondità si nasconde un regno incantato con un palazzo fatto di alberi in fiore intrecciati tra loro, abitato da svariate creature (animali, piante sconosciute, ninfe).
Il montone fa sentire Meravigliosa a suo agio e le racconta di essere stato, un tempo, l’erede di una lunga dinastia di re, con un regno così potente da suscitare invidia e rispetto in chiunque, su cui una fata innamorata di lui ma non ricambiata ha scagliato una maledizione. Inoltre le confessa di averla già vista da lontano mentre passava nel bosco sulla carrozza e di essersi innamorato di lei ormai da tempo. Con il tempo Meravigliosa si affeziona al montone.
Quando vengono annunciate le nozze di sua sorella con un principe, la giovane parte per assistere al matrimonio, con la promessa di tornare dal montone il prima possibile. Tuttavia fugge quando il re suo padre, convinto che lei sia morta, non la riconosce, e nella fuga perde una scatola di gioielli destinati alla sposa. Ciononostante il re rimane attratto dalla bellezza della fanciulla e ordina che, in caso lei ritorni, i cancelli del castello siano chiusi per impedirle di scappare.
Tempo dopo, Meravigliosa riparte per assistere alla cerimonia di nozze dell’altra sua sorella. Il montone, pur avendo un brutto presentimento, la lascia andare. Durante la cerimonia il re riconosce la fanciulla che ha visto la volta scorsa e fa chiudere i cancelli, per poi invitarla a lavarsi le mani in una bacinella d’oro e presenziare al banchetto di nozze. Dato che la situazione rispecchia il sogno che ha avuto tempo fa, Meravigliosa rivela al padre chi è veramente e gli fa notare che si è preoccupato per nulla. Il sovrano, pentito del male che le ha fatto, le cede la corona.
Ora diventata regina, Meravigliosa può riabbracciare le sorelle e racconta tutto quello che le è successo. Intanto il montone si strugge per l’assenza della giovane, arrivando a temere che lei non lo ami più e non tornerà più indietro. Quando si reca in città nel tentativo di vederla, nessuno gli concede di avvicinarsi al castello, per timore che Meravigliosa abbandoni il regno per tornare con lui. Appena Meravigliosa esce dal palazzo per una parata organizzata dal padre, scorge il montone morto di crepacuore e ne rimane così devastata da sentirsi sul punto di morire lei stessa.

La variante della fiaba più nota a livello internazionale è quella scritta da Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve nel 1740 e pubblicata dentro la raccolta di racconti La jeune américaine et les contes marins. Questa include una storia inerente alla madre della Bestia, una parentesi sui genitori di Belle, e ci sono ben tre fate (una cattiva e due buone).
La protagonista è la figlia più giovane e più bella di un ricco mercante vedovo. I figli sono in totale 12, di cui 6 maschi e 6 femmine. Purtroppo il padre va in rovina quando le sue navi affondano e la sua casa va a fuoco, eventi che lo obbligano a trasferirsi in campagna con tutta la famiglia. Quando gli viene annunciato che una delle sue navi sembra si sia salvata, parte per la città, non prima di aver chiesto ai figli quali doni vogliono al suo ritorno. La più giovane, Bella, che è odiata e invidiata dalle altre sorelle, chiede soltanto una rosa.
Purtroppo le cose non vanno come sperato e il mercante non ha più un soldo, nemmeno per procurarsi i doni promessi ai figli. Prima di tornare a casa, passa per un bosco e si imbatte nel castello della Bestia, qui raffigurato come un mostro ricoperto di squame e con la proboscide. Viene trattato con riguardo, almeno finché non cerca di prendere una rosa dal giardino della Bestia, che, adirata, gli impone di mandare nel suo castello una delle sue figlie entro un mese. Così Bella si ritrova prigioniera nel castello, ma in compenso viene trattata come una regina e scopre che la Bestia ha un lato tenero. Ogni sera, però, egli le chiede senza mezzi termini di passare la notte insieme, e lei ogni volta rifiuta; al tempo stesso, ogni notte le capita di sognare un ragazzo bellissimo e una fata buona, che le dicono di non farsi ingannare dalle apparenze.
A un certo punto Bella torna dalla sua famiglia con il permesso della Bestia, capendo di amarlo dopo averlo sognato in fin di vita. Torna al castello e lo trova a terra, quasi morto dal dolore per l’assenza di lei, e accetta di passare la notte con lui. La mattina dopo Bella si risveglia accanto allo stesso ragazzo che ha visto nei suoi sogni, che è un principe. Una regina, nonché madre del giovane, e la fata vista in sogno da Bella li raggiungono e spiegano la faccenda. Il principe, orfano di padre, era stato allevato da un’altra fata mentre sua madre era in guerra. Quella stessa fata, di indole malvagia, voleva sposare il principe, ma quando venne rifiutata per la sua bruttezza gli scagliò addosso la maledizione che lo tramutò in Bestia, che si sarebbe infranta solo se una ragazza lo avesse amato senza fermarsi alle apparenze. Ma dato che Bella non è una ragazza nobile, la regina disapprova l’unione con il figlio.
Il tutto si risolve quando si scopre che in realtà il vero padre di Bella è il re dell’Isola Felice (nonché fratello della regina) e che sua madre è una fata, imprigionata dalle sue simili per aver sposato un essere umano prima del tempo. La fata cattiva andò all’Isola Felice per sposare il re, ma questi la rifiutò. Così cercò di uccidere la neonata figlia del sovrano (per l’appunto Bella), ma la fata buona, zia della piccola, riuscì a salvarla scambiandola con la figlia da poco deceduta di un mercante (l’attuale padre di Bella). Ma la piccola Bella fu colpita da una maledizione, che si sarebbe sciolta se avesse sposato un mostro. Perciò la fata buona si è adoperata per unire in matrimonio Bella e il principe, e così facendo non solo ha sciolto le maledizioni di entrambi, ma ha anche privato la fata malvagia dei suoi poteri. Il tutto si conclude con le nozze tra Bella e il principe, celebrate in presenza delle loro famiglie riunite (inclusi il mercante, i suoi figli e la madre fatata di Bella, finalmente liberata).

Ovviamente, quando si parla di fiabe, non possono mancare i fratelli Grimm. Anche loro hanno pubblicato, in una raccolta del 1812, la loro versione de La bella e la bestia, dal titolo Il giardino d’estate e d’inverno, molto simile alla variante di Villeneuve ma con minime differenze. Esiste addirittura una versione italiana della fiaba, Zelinda e il mostro, di Gherardo Nerucci, inserita dentro le Sessanta novelle montalesi (1880); qui la Bestia è un enorme dragone.
Il classico Disney uscito nel 1991 ha però utilizzato un’altra versione ancora: quella di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, scritta nel 1756, che riprende e riscrive la fiaba di Villeneuve, modificando alcuni particolari per adattare la storia a un pubblico infantile.
Qui i figli del mercante sono soltanto 6, di cui 3 maschi e 3 femmine. Belle (o meglio, Bella) è la figlia minore, adora leggere e la sue caratteristiche principali sono la bellezza e la purezza di cuore; l’intelligenza come virtù aggiuntiva è un’invenzione creata ad hoc per il lungometraggio animato. Inoltre ha due sorelle presuntuose e vanitose. Tutta la parte sulla backstory di Belle e della Bestia viene rimossa.
Le figlie hanno sempre molti pretendenti, ma le prime due disprezzano tutti coloro che non sono nobili, mentre Belle rifiuta con più gentilezza. Quando il padre perde tutte le sue ricchezze, nessun pretendente si avvicina alle sorelle, mentre Belle viene ancora corteggiata; comunque lei continua a non volersi sposare, poiché è troppo giovane e non vuole lasciare solo il padre in un momento così difficile. Segue poi una serie di eventi identici alla versione di Villeneuve: il trasferimento in campagna, la rosa chiesta come dono, la partenza del padre in cerca di fortuna, l’incontro con la Bestia.
La rosa resta una semplice rosa che viene colta dal giardino della Bestia. È stata resa una rosa magica solo per la versione Disney. Anche la servitù del principe trasformata in oggetti d’arredamento, stoviglie, mobili e altri oggetti di uso comune non esiste nella fiaba. Lo stesso discorso vale per Gaston.
Belle si offre di andare nel castello della Bestia al posto del padre, perché si sente in colpa per l’accaduto, laddove nel lungometraggio animato questo accadeva perché il genitore era cagionevole di salute e non sarebbe mai sopravvissuto a una lunga prigionia. Al padre viene concesso, in cambio della promessa di non tornare più al castello, di portarsi a casa un baule pieno di ricchezze. La Bestia si dimostra fin da subito gentile con Belle, non come la scorbutica e scontrosa controparte disneyana: quindi in originale non abbiamo un principe crudele, punito per la sua superficialità, ma solo una sfortunata vittima della cattiveria altrui.
La Bestia propone a Belle di vivere per sempre con lui, chiedendole ogni sera di sposarlo (anziché andare a letto con lui). Ma lei declina con cortesia ogni volta, chiarendo che lo considera più un amico che altro. A un certo punto, Belle vede nello specchio magico ricevuto in dono dalla Bestia (lo stesso ripreso nel film Disney) che il padre sta male e chiede il permesso di andare a trovarlo. La Bestia acconsente, ma le chiede di tornare entro una settimana, o sarebbe morto di dolore.
Le sorelle, sposate ma infelici e invidiose della fortuna di Belle, le chiedono di fermarsi a casa qualche giorno in più, e lei casca nel trucco, salvo pentirsi poco dopo del gesto. Appena sogna la Bestia morente, torna da lui al castello e lo ritrova in giardino, steso a terra e agonizzante. Pregandolo di restare in vita, dichiara di volerlo sposare. La Bestia si trasforma in un principe, colpito tempo fa dall’incantesimo di una strega. I due si sposano e vivono felici insieme al padre di Belle, mentre le due sorelle vengono trasformate in statue di pietra come punizione.
Credete che sia finita qui? Invece no, perché su La bella e la bestia c’è ancora qualcosa da dire. Ma lo scoprirete nel prossimo articolo.


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