DI ELODIE VUILLERMIN
Siamo giunti al capitolo conclusivo di questa trilogia del mare. Siamo subito catapultati in medias res, con cinque persone aggrappate a un pallone aerostatico che, investito da un uragano, perde sempre più quota ed è vicino a precipitare in mare. Il gruppo cerca di liberarsi di ogni peso, nella speranza di restare sospesi il più a lungo possibile. La fortuna sorride a loro: riescono ad atterrare su un’isola in mezzo al mare.
Poi, un improvviso flashback ci fa conoscere meglio questi cinque naufraghi. Sono stati fatti prigionieri durante la guerra di Secessione, ma hanno elaborato un piano di fuga che consisteva nel rubare un aerostato e ce l’hanno fatta. Peccato che una tempesta li abbia allontanati dalla rotta desiderata.

Quello che appare fin da subito come il leader del gruppo è l’ingegnere Cyrus Smith. Così lo definisce l’autore: “Vero uomo d’azione e, nello stesso tempo, uomo di pensiero”. Una combinazione di forza, ingegno, generosità e determinazione.
Gideon Spilett è un giornalista tenace mosso da una fame di curiosità insaziabile. Anche lui, come Cyrus, ha una tempra d’acciaio e un fisico robusto, in antitesi con il tratto delicato della sua penna quando scrive e della matita quando disegna.
Poi c’è il nero Nabucodonosor, per gli amici Nab. Un tempo schiavo, deve la sua libertà a Cyrus e per ripagarlo di tanta generosità è rimasto al suo fianco. Sarebbe disposto a dare la vita per il suo salvatore. Non c’è un rapporto di servo e padrone tra i due, quanto piuttosto una stima reciproca e una sincera amicizia.
Il marinaio Pencroff sa il fatto suo quando si tratta di avventure, avendo girato il mondo. È un uomo pronto a correre rischi, che non si fa spaventare da nulla. Lo accompagna un ragazzino, Harbert Brown, con cui ha un rapporto padre-figlio anche se i due non sono realmente imparentati.
E poi c’è Tod, il cane di Cyrus, perché la mascotte canina che fa da cacciatore, messaggero e compagno fidato piace sempre. A cui si aggiunge la mascotte scimmiesca, Jup, un orango addestrato per fare da cameriere e assistente.
Comincia così la lotta per la sopravvivenza di questo gruppo sull’isola, da loro ribattezzata Lincoln. Si scopre poco a poco che ha le sue risorse a cui attingere, basta solo avere gli occhi per trovarle. I naufraghi riescono presto a convertire le forze della natura al proprio servizio, come quando sfruttano la corrente di un fiume per portare un traino di legna con pochi sforzi. Le sfide che si trovano ad affrontare sono numerose e temibili. Ma non si perdono d’animo e si dichiarano, piuttosto che naufraghi, dei colonizzatori.
Iniziano a dare nomi ai principali riferimenti geografici, a tracciare misure, a costruire un autentico insediamento. Nel corso degli anni riescono ad avere una casa tutta loro, un pollaio, un pascolo, delle piantagioni, un mulino, un ponte… insomma, non manca proprio nulla. Arrivano a produrre stoviglie in ceramica, vetri per le finestre, nitroglicerina e costruiscono un telegrafo elettrico. C’è pure il tabacco, per la gioia di Pencroff, che si ritiene davvero soddisfatto solo con quello.

Al contempo si verificano strani avvenimenti, che portano gli eroi a pensare che qualcuno, forse un angelo custode o una divinità, li stia osservando e aiutando in segreto. Quel qualcuno ha un nome e un volto noto, perché è un personaggio che abbiamo già visto in questa trilogia del mare: Nemo. Proprio lui, il controverso e ambiguo capitano del Nautilus, colui che incarna appieno il pessimismo nei confronti del genere umano, ma che ha sempre aiutato gli umani se questi erano oppressi come lui o se si battevano per i diritti dei più deboli. In Ventimila leghe sotto i mari la sua nave era stata trascinata in un maelstrom, e non sapevamo nulla della sua sorte; ora invece lo troviamo tra i resti del suo sottomarino sull’isola Lincoln, ancora vivo ma per poco. Prima che egli spiri, abbiamo finalmente modo di conoscere la sua storia e le ragioni che lo hanno portato a tagliare i ponti con l’umanità, nonché a rinnegare il suo nome originale in favore di Nemo, cioè “nessuno”. E, da vero uomo qual è (ed è sempre stato, nonostante tutto), riesce a garantire il ritorno a casa del gruppo di naufraghi.
Un peccato, però, che Nemo sia apparso solo alla fine della storia. È vero, la sua presenza si fa comunque sentire grazie a piccoli indizi seminati qua e là in tutta la trama, ma una parte di me avrebbe voluto vederlo uscire allo scoperto molto prima ed è rimasta scioccata nel vederlo morire (si vede che è uno dei miei personaggi letterari preferiti, vero?). Simbolico e molto coerente con il suo carattere che sia stato sepolto in fondo al mare, con i resti del Nautilus a fargli da bara.
Torna anche Ayrton, colui che aveva cercato di trasformare la nave del capitano Grant in una nave pirata, per poi provare a fare lo stesso con il Duncan di lord Glenarvan. Lasciato sull’isola Tabor per pentirsi del suo gesto, viene ritrovato dopo dodici anni di esilio dal gruppo di Cyrus, grazie a un messaggio in bottiglia.
La prima volta che abbiamo conosciuto Ayrton era un uomo senza scrupoli, ingannatore e meschino. L’isolamento prolungato sull’isola Tabor lo inselvatichisce, riducendolo a una bestia con pochissima ragione. E il gruppo dell’isola Lincoln avrebbe potuto diventare come lui, se non fossero naufragati insieme o se non avessero avuto ampie conoscenze in ingegneria, navigazione, scienza e altri ambiti utili.
Ayrton vive consumato dal rimorso. Si ritiene indegno di ricevere gentilezze dagli altri, soprattutto se si tratta di gente onesta. Dà pochissimo valore alla sua vita e sarebbe pronto perfino a morire per difendere un ragazzino da una bestia feroce, se questo significasse espiare la sua colpa. Quando Cyrus e i suoi lo trovano, la sua umanità, che sembrava spenta, riaffiora con le lacrime. È così grato ai suoi nuovi compagni che, come prova della sua redenzione, li difende da un gruppo di pirati, gli stessi di cui lui faceva parte tempo fa.
Anche l’isola è trattabile come un personaggio, come lo erano i fondali marini in Ventimila leghe sotto i mari, dato che Verne dedica molte pagine alla rappresentazione della sua natura. È qualcosa di vivo, che si oppone agli eroi mettendoli in difficoltà ma al tempo stesso li aiuta con le molteplici risorse che ha da offrire.
Ritornano quelli che ormai sono marchi di fabbrica dei cosiddetti “romanzi enciclopedici” di Verne. Primo su tutti, l’atteggiamento ottimista e fiducioso nei confronti del progresso scientifico. Rivediamo anche le molteplici citazioni dell’ambiente scientifico, geografico e tecnologico con descrizioni molto accurate e approfondite di animali e piante esotici, che rendono il testo poco scorrevole agli occhi di noi lettori dell’era moderna (più volte ho dovuto interrompere la lettura per cercare su Google che aspetto avessero le specie descritte).

Ho avuto il sentore che si tornasse alla stessa atmosfera de I figli del capitano Grant, con un forte squilibrio tra le scene cariche di tensione e le parti descrittive che dilatano il racconto. E i personaggi, per quanto simpatici, alla fin fine restano poco caratterizzati e per nulla memorabili rispetto alla grandezza del Capitano Nemo.
Volendo dire una cosa positiva su questo libro, esso chiarisce e spiega una volta per tutte gli aspetti più oscuri o misteriosi di certi personaggi, ossia Nemo e Ayrton. Motivazioni che finora erano state accennate vengono approfondite, permettendoci di conoscere i personaggi più enigmatici sotto una nuova luce.
Se ci fate caso, il libro ha una notevole somiglianza con Robinson Crusoe di Daniel Defoe, perché la trama di base è la stessa: naufraghi scaraventati su un’isola deserta che cercano di sopravvivere in ogni modo. Scelta per nulla casuale, dato che Verne era un grande ammiratore di Defoe.
Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del 700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare liberamente un’isola selvaggia in una colonia civile.
(Dall’introduzione del libro)
Altra differenza sta nei personaggi. Robinson è un marinaio, un uomo comune, ed è solo nella sua impresa. Invece quello di Verne è un gruppo molto unito e compatto di più persone, ciascuna di diversa estrazione sociale e con una propria competenza o specializzazione (ad esempio l’ingegneria per Cyrus o la biologia per Harbert).
Nonostante i suoi evidenti difetti, il romanzo ha comunque una trama avventurosa e stimola nei lettori molteplici riflessioni sul progresso dell’ingegno umano e della scienza, dimostrando fino a che limite l’uomo possa spingersi nell’essere padrone del proprio destino.


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