DI EDOARDO VALENTE
Si dice che su quella casa gravasse una maledizione. Era una villa in stile coloniale, circondata da un giardino, in un ottimo quartiere della città di Providence. Lì nacque un bambino, e forse fu quella l’origine del male. Tre anni dopo, il padre venne rinchiuso in manicomio, e la madre ne risentì psicologicamente.
Il bambino cresce isolato, girando in quelle ampie sale ricolme di oggetti provenienti da luoghi lontani, sia nello spazio che nel tempo. Esce poco di casa, la madre preferisce tenerlo “al sicuro”, e lo convince che sia meglio per tutti se lui stia nascosto: il suo aspetto orribile è meglio che siano in pochi a vederlo.
Al bambino non resta altro da fare, in virtù della sua precoce intelligenza, che leggere tutti i libri che riesce a trovare, incontrando tra le pagine storie oscure e affascinanti, scenari immaginari, luoghi abitati da divinità ormai estinte.
A fare da numi tutelari di questa sua passione vi sono il nonno e la nonna, fino al sopraggiungere della morte di quest’ultima, quando lui ha sei anni. Da quel momento sulla casa scende un’ulteriore velo di oscurità, e il bambino inizia a ricevere in sogno inquietanti visite da creature dell’orrore.

Questo è il contesto in cui cresce Howard Phillips Lovecraft.
Se si è frequentatori della sua opera, si può riconoscere quanto la sua vita assomigli a quella di uno dei personaggi da lui creati nei suoi racconti. Ed è questa, in effetti, la chiave per comprendere non solo Lovecraft, ma ogni scrittore che abbia compreso cosa significa essere scrittore.
La vita di Lovecraft dà origine alla sua opera, e la sua opera plasma la sua vita.
È disarmante pensare a quanto la vita di questo autore, tra i più conosciuti al mondo per il contributo alla letteratura dell’orrore e del fantastico, sia stata misera, vuota, triste e solitaria.
Superata l’infanzia, connotata da letture instancabili e insaziabile curiosità, saranno poche le cose che Lovecraft farà, o quelle che gli accadranno. A causa di come è stato cresciuto dalla madre tende all’isolamento, ha pochissime amicizie, vive per quasi tutta la vita con la madre o con almeno una zia.
Ne sono esclusi soltanto due periodi: quello del matrimonio e quello, breve, in cui viene ospitato da un amico.
Nonostante la spiccata intelligenza e la rapidità nell’apprendimento, non completa mai gli studi liceali, e si ritrova a fronteggiare il mondo senza averne i mezzi.
Non ha conoscenze teoriche che possa applicare a un lavoro, ancora meno conoscenze pratiche; ha difficoltà a stare in mezzo alle persone, ad affrontare situazioni quotidiane.
L’unica attività che non smette mai di fare, oltre a leggere, è scrivere. Fin dall’infanzia, facendosi ispirare dalle fiabe, dalla letteratura gotica, dalla storia e dalla fantasia, scrive poesie, racconti, articoli.
Di conseguenza, l’unico lavoro che riesce a fare è proprio questo: scrivere.
Collabora con giornali e riviste, tra cui la famosa Weird Tales, ma mai in maniera costante, e senza avere un guadagno fisso.

Nella sua scrittura sono presenti due tendenze opposte, ma indispensabili l’una per l’altra: la razionalità e l’immaginazione.
Questo si rispecchia anche nella forma, non solo nel contenuto, dei suoi racconti. Con estrema, a volte maniacale, attenzione alle parole utilizzate (spesso arcaiche), Lovecraft tenta però di descrivere qualcosa che non appartiene a questo mondo, che si spinge al di là della nostra comprensione.
Quello che viene fatto da lui è stato addirittura definito un ribaltamento “copernicano” delle storie dell’orrore. Lovecraft sposta l’attenzione dall’essere umano al cosmo intero. Pretendere che tutto possa fare riferimento a noi umani è assurdo, ridicolo, e possiamo convincercene solo finché la nostra conoscenza è limitata.
Si inserisce così un tema fondamentale: il rapporto tra ignoranza e sapere.
Nel celeberrimo incipit dell’altrettanto celeberrimo racconto Il richiamo di Cthulhu, Lovecraft pronuncia la sentenza chiave per comprendere la sua opera:
“Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano”.
La possibilità di rimanere ignoranti sarebbe per noi una benedizione, invece ampliare sempre di più il sapere significa spingersi in questa oscurità impenetrabile, e fare luce sugli orrori che lì sono celati.
La conclusione a cui arriva Lovecraft viene definita “cosmicismo”: l’universo che noi abitiamo, e di cui abbiamo una vaga e limitata conoscenza, ma di cui crediamo di essere il centro, è totalmente indifferente nei nostri confronti.
L’essere umano, un errore di percorso nello svolgersi dell’eternità, non conta nulla, e non c’è nessuno che sia tenuto ad occuparsene. In questo contesto, Lovecraft concepisce un pantheon di divinità verso le quali, però, non si possono rivolgere preghiere o invocazioni. Esse esistono, ma ignorano l’umanità.

La particolarità di questa concezione è la sua assenza di spiritualismo. Lovecraft si considerava un materialista, e questi dèi, ai nostri occhi terribili, non sono altro che creature che vivono al di là della nostra comprensione, ma in una dimensione fisica.
Oltre i nostri cinque sensi limitati, vivono creature che non vediamo, non sentiamo, ma che non per questo non esistono.
Come accennato in apertura, l’orrore nella vita di Lovecraft iniziò ad apparire dopo la morte della nonna, quando di notte, in sogno, arrivarono a visitarlo i Night-Gaunts.
Queste creature spaventose popolavano gli incubi del giovane Lovecraft, e hanno dato il via alla frequentazione dell’oscurità nella vita – non solo nell’opera – dello scrittore di Providence.
Spesso, infatti, l’origine dei suoi racconti si trova nei suoi sogni. Dalla profondità della sua mente provenivano le visioni che poi, razionalmente, avrebbe cercato di riprodurre attraverso il linguaggio.
È così che le sue paure vengono esternate, razionalizzate, trasposte in creature lontane. L’immaginazione, spesso usata come rifugio, diventa origine dell’orrore; e il sapere, la conoscenza sconfinata che Lovecraft stesso possedeva, da mezzo di difesa diviene anch’essa accesso a quell’orrore.
Ma questo baratro che Lovecraft ha scoperchiato davanti ai nostri occhi, in pochi contemporanei lo videro. Le riviste respingevano i suoi scritti, e quando li pubblicavano erano in pochi a leggerli, ancor meno ad apprezzarli. Certo, qualcuno c’era, qualcuno con cui Lovecraft teneva una corrispondenza epistolare.
Eppure, alla sua morte, avvenuta a quarantasei anni a causa di un cancro, in pochi ne riconoscevano il valore che oggi siamo in grado di attribuirgli.
Accade spesso questa cosa, e si dice che ciò avviene perché questi “geni incompresi” sono troppo “avanti per la loro epoca”, che soltanto dopo la loro morte possono essere compresi.
Non credo che sia per forza così, a volte è solo crudeltà umana. Forse perché è difficile parlare male dei morti, mentre i vivi si preferisce ignorarli, se non insultarli.


Ora non si può parlare di letteratura dell’orrore senza citare Lovecraft, i riferimenti alla sua opera impareggiabile sono ovunque, e ne si fa un santino da scrivania, un oggetto di studio, il protagonista di aneddoti.
La sua vita diviene materiale di discussione tanto quanto i suoi scritti, c’è chi si lamenta per le sue opinioni politiche, per il suo razzismo; c’è chi cerca di giustificarlo, di psicoanalizzarlo, di beatificarlo.
Il corpo di Lovecraft è stato sepolto insieme a quello dei genitori, ma alcuni fan, anni dopo la sua morte, hanno deciso di dedicargli una nuova lapide, decidendo addirittura di trarre dai suoi scritti personali una frase che facesse da suggestivo epitaffio: “I am Providence”.
In tutto ciò, Lovecraft non ha più potere sulle decisioni che vengono prese in merito alla sua tumulazione, al suo ricordo, alla sua opera, alla sua memoria.
Di tutti coloro che ne ammirano l’opera non può vederne nessuno; non può ricevere l’ammirazione degli epigoni o degli appassionati lettori.
A noi che gli siamo lontani viene facile elogiarlo, ammirarlo, credere di compatirlo. Invece non possiamo fare nulla di tutto questo.
Egli ha vissuto solo, ha vissuto male, e nessuna buona azione del presente può cancellare quel passato.
Tenerne vivo il ricordo, certo, è importante, ma non tanto per “fargli un favore”: come detto, ormai non può trarne nessun vantaggio.
Ricordarci di lui e della sua opera è importante per noi, affinché anche noi possiamo venire tormentati dalla vertigine delle sue visioni, dalla crudeltà delle sue affermazioni.
Non serve martirizzarlo, perché non è morto per una causa superiore. Una causa superiore non c’è: ci siamo noi, persi nella vastità di un cosmo, destinati alla sua indifferenza.








