Il giardino dei ciliegi – Tutto finisce a questo mondo

DI ALBERTO GROMETTO

V’è mai capitato di fare qualcosa senza esattamente sapere che diavolo stavate facendo? Come un camminare al buio tastando a destra e a sinistra, e senza sapere dove ci si ritroverà. 

Si è talvolta talmente immersi nella vita da non viverla. Da dimenticarsi di star vivendo. E così, senza nemmeno avere il tempo di fermarsi un secondo e guardarsi attorno, la vita è passata e tutto è finito. Tu sei finito, e manco te ne sei reso conto.

L’ultimo capolavoro (perché di questo si tratta!) scritto da uno dei più grandi autori teatrali della Storia del Teatro, quell’ANTON ČECHOV che è stato capace di far ridere amaramente e piangere allegramente tutto insieme in una volta sia i suoi stessi personaggi sia il pubblico, non si limita a raccontarti di quello che è l’atteggiamento tutto umano nei riguardi della Fine. Te lo mostra, te lo fa respirare, vivere.

«IL GIARDINO DEI CILIEGI» parla di come le cose finiscano a questo mondo e quando succede l’umano ne viene come sorpreso, travolto, e talvolta fa finta di niente, altre volte non se ne accorge neanche, e altre volte ancora immagina di non essersene accorto. 

(La locandina dello spettacolo de “Il giardino dei ciliegi” a cui abbiamo avuto l’onore di assistere presso lo sfavillante TEATRO CARIGNANO DI TORINO, una produzione targata TEATRO STABILE DELL’UMBRIA, TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE E SPOLETO FESTIVAL DEI DUE MONDI, tra le più belle rappresentazioni di Čechov a cui abbia mai applaudito)

Era la Russia di inizio Novecento, quella degli Zar e dell’Impero, che vantava scintillio luccicante e dorato nei salotti del potere… ma anche degrado e miseria tra la povera gente affamata. Una Russia che esisteva da mille e passa anni e che sarebbe cessata di esistere da lì a poco, sparendo sotto i colpi di quella Rivoluzione sconcertante che avrebbe raso al suolo ogni “vecchia” cosa al suo solo passaggio. Tutti sentivano che qualcosa sarebbe successo, l’esplosione dei colpi che sarebbero stati già risuonava nelle loro orecchie, si respirava la palpabile e inconfondibile aria di fine. Probabile che anche Čechov lo avesse capito, percepito, sentito. Sarebbe però venuto a mancare in quello stesso 1904 in cui l’opera venne rappresentata per la prima volta, e così quella Fine non la visse mai.

A questo punto vien da chiedersi: può un’opera scritta più di un secolo fa da un figlio della vecchia Madre Russia Zarina che narra la vicende di una famiglia nobiliare russa in rovina e indebitata fino al collo al punto da rischiare di perdere una delle sue più grandi proprietà (il giardino dei ciliegi del titolo) poter ancora parlare oggi a tutti quanti Noi? 

La risposta è un forte, chiaro, eterno SÌ. Sì, perché fino a quando esisteranno gli Umani, esisterà anche la Fine e tutte le ridicole, grottesche, adorabili, folli, pazze, degradanti e tenere sciocchezze che facciamo quando si giunge ad una conclusione che non si voleva, che non è inaspettata ma nemmeno evitabile, che fa tanta paura e che soprattutto porta tanto dolore. Ma non ci si può far niente, è nella natura delle cose: tutto finisce a questo mondo. Lo dicono anche nello spettacolo.

(Insieme al regista LEONARDO LIDI, che il Comitato di Redazione ringrazia per tutta la disponibilità e per lo straordinario spettacolo di cui ci ha fatto dono)

Soprattutto, un’opera così straordinaria, insieme dolce e terribile, lieta e anche amara, ricca di sarcasmo pungente e tensione malinconica, che fa ridere ma ridere storto, che ti rabbrividisce perché quella cosa che vedi andare in scena la fa succedere anche dentro di te, che ti fa piangere lacrime dolorose… un’opera di questo tipo ti parlerà sempre se diretta, impersonata e resa “viva” da Maestri eccezionali, magnetici e strepitosi tanto quanto lo sono stati il regista LEONARDO LIDI e il suo impressionante cast fenomenale, capaci di farci dono di sensazioni epidermiche, fisiche ed emotive lungo le quasi due ore di spettacolo. Sono pochi i Talenti in grado di fare qualcosa del genere, ma quell’istituzione e luminosissimo faro che è il TEATRO STABILE DI TORINO vanta questo talento straordinario nel rintracciare proprio talenti ineguagliabili.

(Insieme all’attrice ORIETTA NOTARI, che si è distinta per capacità recitative e carisma; il Comitato di Redazione la ringrazia moltissimo)

Un drappello della nostra Redazione, immensamente onorato di poter prendere parte al RETROSCENA tenutosi al TEATRO GOBETTI e in occasione del quale l’entusiasta docente del DAMS/Università di Torino MARIAPAOLA PIERINI ha dialogato col regista e gli attori, ha avuto modo di godere di riflessioni di una profondità sconfinata da parte di queste Maestranze sull’opera čechoviana.

(In occasione del Retroscena, da sinistra a destra: MARIO PIRRELLO, MARIAPAOLA PIERINI e LEONARDO LIDI)

Quello che vediamo raccontato, spiega il regista Lidi, è una fase di passaggio. Un passaggio da un mondo vecchio con regole vecchie ad uno nuovo e completamente differente. E i disperati personaggi, ognuno con il suo carattere e la sua personalità, tentano di approcciarsi a questo passaggio, a questo cambiamento. Io aggiungo che è tipico dell’Umano aspettarsi da tutta la Vita un cambiamento, ma poi quando giunge ci si ritrova comunque impreparati e impauriti e spaventati all’idea di affrontarlo. La verità è che ogni personaggio che vediamo in scena è uno sconfitto. Uno sconfitto dalla Vita che ha già perso nel momento in cui inizia la Storia, perché la Fine già sta arrivando e con essa la Morte di quello a cui, nel Bene e nel Male, ogni personaggio era attaccato e che meglio conosceva e che mai avrebbe lasciato andare. Hanno perso a prescindere, afferma Lidi. 

(Da sinistra a destra, durante il Retroscena: i meravigliosi e assolutamente magistrali interpreti MAURIZIO CARDILLO, ANGELA MALFITANO e GIULIANA BIANCA VIGOGNA)

Tutti perdono e nessuno vince. Puoi essere un nobile che un tempo aveva quel giardino tutto per sé e senza il quale non riesce a immaginarsi dopo averci vissuto per una vita intera, ma che adesso potrebbe vederselo portare via. Puoi essere stato per decenni interi un fedele servitore che ora viene abbandonato al suo destino, alla stregua di un vecchio mobile usurato dal tempo e dalle tarme. Puoi essere qualcuno che ha fatto i soldi arrivando più in alto di quanto qualsiasi altro aristocratico abbia mai fatto ma, per quanto assurdo e contraddittorio possa sembrare, vorresti poter tenere in vita quel tempo, prima delle rivoluzioni e degli stravolgimenti, quando ancora la Fine non era giunta. Ma non puoi. Perché è andato. Folli e tormentati, divertenti e grotteschi, tristi e assurdi, questi infelici cronici non fanno nulla mentre una nuova cosa che chiamano “futuro” sta arrivando e con essa la scure che non potrà che abbattersi su quei ciliegi che un giorno davano forma a quella meraviglia di giardino, portandosi via tutto quanto. E nessuno di loro sarà più felice, se mai lo sono stati un tempo come sembrano convinti di esserlo stati. Ma non sta a loro giudicare, e nemmeno l’autore ha voce in capitolo. Chi giudica siamo Noi, Noi del pubblico, al quale gli attori/personaggi guardano quando parlano dei ciliegi: esatto, Noi diventiamo il Giardino, l’oggetto al centro di tutto, e che è più di quel che sembra. Non solo un oggetto, ma un’epoca felice però passata e che non tornerà. 

(L’attore MASSIMILIANO SPEZIANI in occasione del Retroscena, quando ha sottolineato come sia necessario essere veramente VIVI nel momento in cui si recita Čechov)

Quando si parla di Čechov, evidenzia Massimiliano Speziani nel corso del Retroscena, si parla sempre di apatia e catatonia. E invece, dice lui, quando si recitano opere come questa bisogna essere vivi! Chissà, aggiunge Speziani, forse è per questo che i russi bevono vodka, per controbilanciare tutta quella vitalità, altrimenti distruggerebbero ogni cosa. Ed è proprio per questo, dico io, che pure parlando di Fine questa rappresentazione a dir poco straordinaria è resa “viva”, trasuda vitalità da ogni poro, esplode di Vita! Chiassosi, rumorosi, pronti a parlare e a gesticolare e a muoversi dimenandosi in ampi movimenti plateali su quel palco, così non può che essere quest’opera: piena di Vita, proprio nella misura in cui viene raccontata un’epoca finita ma che è anche un eterno presente, proprio perché chiunque di noi sa cosa significhi vivere una fine e sempre si saprà.

(Il vicino di casa indebitato e il contabile disgraziato, interpretati rispettivamente da GIORDANO AGRUSTA e MASSIMILIANO SPEZIANI, durante una scena dell’opera)

Personaggi tutti quanti memorabili, dal primo all’ultimo, anche proprio perché non sanno dove stiano andando. Iniziando dal tenero contabile sventurato a cui gliene capitano di tutti i colori al punto da essere stato soprannominato “trentatré disgrazie”, impersonato da un campione di comicità quale MASSIMILIANO SPEZIANI, passando per il disperatissimo e miserabile vicino di casa pieno di debiti e sempre in cerca di soldi inscenato da un GIORDANO AGRUSTA veramente da urlo, fino ad arrivare alle due sorelle interpetate da un’ILARIA FALINI splendida nel restituire il ritratto sofferto di una giovane donna preoccupata per la sua famiglia che sta andando incontro alla sua autodistruzione e da un’ottima GIULIANA BIANCA VIGOGNA che ci consegna un romantico personaggio bambinesco e innocente insieme.

(Insieme a GIULIANA BIANCA VIGOGNA e ILARIA FALINI, magnifiche nell’impersonare le due sorelle, il Comitato di Redazione le ringrazia)

Ma, tra tutti, il mio personaggio preferito dell’opera, da sempre e anche nel caso di questa rappresentazione, è quello di LOPACHIN, che è stato magistralmente interpretato da un gigantesco MARIO PIRRELLO in sublime stato di grazia. Ricco sfondato, Lopachin è però partito dal nulla, figlio di un padre e nipote di un nonno che altro non erano che servi in quel giardino dei ciliegi, un eterno contadinotto arricchitosi a dismisura ma che ancora sente dentro di sé, per quanti soldi possa aver accumulato rispetto a quegli stessi aristocratici spiantati e sul lastrico che la sua famiglia una volta serviva, di essere rimasto quel ragazzino che non sapeva né leggerescrivere, che camminava a piedi nudi di inverno, deriso e picchiato dai suoi stessi famigliari. Lui, che lavora ogni giorno tutti i giorni incessantemente guadagnando a più non posso ma che si addormenta nel mentre che legge un libro d’alta cultura e che non sa distinguere un vero champagne da uno finto e dozzinale, trascorrerà tutto il tempo insieme alla disgraziata famiglia decaduta, senza che se ne capisca bene il perché. Perché Lopachin è così affezionato a quella famiglia di nobili con cui nulla ha da spartire? Lui è ricco sfondato e loro poveri in canna; lui è un uomo d’affari impegnatissimo fino allo stremo e loro non hanno nulla da fare; e infine lui per tutto il tempo dello spettacolo cerca costantemente di convincere quei nobilastri che una volta serviva a lottizzare una parte della proprietà per salvarla tutta mentre loro, che pure si dichiarano disperati qualora la perdessero, non fanno niente, manco lo ascoltano e quasi sembra che non gli importi.

(Insieme al fantastico e sublime interprete di Lopachin, l’attore MARIO PIRRELLO, a cui vanno i nostri più affettuosi ringraziamenti e la nostra più appassionata ammirazione)

Io difenderò sempre Lopachin”: queste le parole, a mio modo di vedere giustissime e che condivido pienamente, del suo interprete in occasione del Retroscena di cui sopra. Perché lo difenderà sempre? Perché la famiglia aristocratica ridotta in miseria ripete tutto il tempo come quel loro angolo di Paradiso rappresenti tutto: la Vita, l’Infanzia, il Tempo Felice della Gioia quando ancora tutto andava bene. Ma poi non fanno effettivamente niente. Lopachin ci prova, ci prova con tutte le sue forze a salvare quel posto, a far sì che rimanga nelle mani dei loro proprietari, neanche fossero le sue mani! Quei nobili disgraziati, benché non siano precisamente cattivi, dichiarano continuamente il loro amore per il giardino dei ciliegi. Ma la dichiarazione d’amore non basta. E così Lopachin si ritrova coinvolto nella più ingrata delle missioni: far sì che chi dichiara amore per qualcosa, si prenda cura di quel qualcosa. Perché ora lui è talmente ricco che suo nonno e suo padre morirebbero una seconda volta se lo vedessero, mentre la famiglia aristocratica non ha più un soldo ed è in procinto di perdere tutto. Però lui è rimasto quel contadinello che il padre prendeva a pugni, e loro sono ancora quei nobili che si prendevano cura di lui. Pure Lopachin è un infelice destinato all’infelicità e all’insoddisfazione eterne. Che tristezza.

(In occasione del RETROSCENA; in alto l’impeccabile MAURIZIO CARDILLO e l’egregio ALFONSO DE VREESE, in basso MARIAPAOLA PIERINI e l’attore CHRISTIAN LA ROSA, fenomenale nella sua interpretazione)

Concludo, chiedendomi: ma come si fa a recitare tutta questa roba qua? Come si recita Čechov? Una risposta ce la fornisce l’attrice FRANCESCA MAZZA in quello stesso Retroscena, colei che ha firmato una performance talmente immensa che, davvero, non ci sono parole abbastanza grandi. Lei non solo interpreta, ma si trasforma nel personaggio dell’addolorata madre della famiglia, talmente tanto allegra fino all’eccesso da risultare in realtà triste, malinconica, struggente. Spesso è proprio chi è più entusiasta e ha più voglia di far festa, a portarsi un dolore inenarrabile dentro. Soffre di una sofferenza pazzesca e ancora mi chiedo come quel dolore Francesca sia stata capace di restituircelo facendocelo esplodere addosso. Ebbene, cosa dice lei su come si recita Čechov? Che la vera sfida è perdersi in scena, là su quel palcoscenico dove dovresti avere il controllo di tutto quanto bisogna invece perdersi. Un’infinità di pensieri, spiega lei, ti attraversano nel momento in cui reciti: vita privata e professionale si mescolano con l’esistenza del tuo personaggio, e nulla è più chiaro. Ma non importa. Tu devi farti sorprendere, e solo così sorprenderai. Devi essere lì e al tempo stesso non esserci, lasciando che le parole del monumentale drammaturgo ti attraversino provando ogni sera a far sì che quello di cui l’opera parla accada.

(Da sinistra a destra: il sempre simpaticissimo attore TINO ROSSI e la formidabile, unica FRANCESCA MAZZA nel corso del RETROSCENA)


Così sono andate le cose sul palcoscenico del TEATRO CARIGNANO, ove la rappresentazione messa in scena ci ha conquistato: abbiamo visto accadere quella storia, come accadesse per la prima volta e non da oltre un secolo. E solo gli autori più grandi, i registi più grandi, gli attori più grandi ne sono capaci.

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