Alien: Romulus – Fede Álvarez torna alle origini dello Xenomorfo più letale dello spazio, un film per le nuove generazioni.

DI GIACOMO CAMISASCA

Sette anni fa usciva Alien Covenant, e si concludeva con uno dei cliffhanger più grossi dell’intero franchise dedicato allo Xenomorfo creato, tra gli altri, dall’artista svizzero Hans Ruedi Giger.

Don’t let the bed bugs bite” diceva David, l’androide sintetico interpretato da Michael Fassbender, frase criptica e inquietante che rivolgeva a Daniels, l’esperta di Terraformazione e unica superstite della missione insieme al pilota Tennessee.

Un finale aperto che faceva pensare ad un sequel imminente, ma le cose andarono diversamente per Covenant.

Prometheus e Covenant, due pellicole massacrate dai fan e dalla critica (cosa che non capirò mai) ma che in realtà rimangono, ancora oggi, due perle della fantascienza moderna e due prequel perfetti che avrebbero meritato una conclusione degna con il terzo capitolo mai realizzato.

Xenomorfi a parte, Scott si era concentrato sul sintetico David e sul suo desiderio di conoscenza che lo spingeva al di là di ogni comprensione umana.

Lui non era né pazzocattivo, era solamente curioso, come del resto lo erano Weyland e la dottoressa Shaw (comparsi in Prometheus) pregni di un’enorme bramosia nei confronti dei loro creatori, denominati Ingegneri, che avevano come piano l’estinzione del genere umano.

No one understands the lonely perfection of my Dreams“. Diceva David, già… nessuno riusciva a comprendere le sue visioni, nessuno vedeva la bellezza negli Xenomorfi, esseri, a detta sua, perfetti.

Ecco perché aveva sterminato gli Ingegneri con la loro stessa arma battereologica, perché non si erano presi le loro responsabilità, avevano creato e per un capriccio che non ci è dato conoscere avevano deciso di cancellare la loro creazione, un gesto che David vedeva come un’imperfezione.

Ora, sono passati sette anni, alla cabina di regia non c’è più Sir Ridley ma un uruguaiano talentuoso, che si è fatto conoscere con lo splendido Don’t Breath e il remake di Evil Dead uscito nel 2013.

Stiamo parlando di Fede Álvarez, classe 1978, un regista che non ha paura di prendere in mano vecchi cult, considerati intoccabili, e plasmarli sotto la sua impronta.

È quello che è quasi successo con Alien: Romulus.

La storia di Romulus è molto semplice e lineare, prende parecchio spunto dal capostipite e qualcosina dagli altri capitoli.

Cronologicamente si colloca tra il primo e l’Aliens di James Cameron, ma quello che racconta non tocca minimamente (diciamo che sfiora) la macro trama generale.

Quindi niente Ingegneri e nemmeno nulla che vada a fondo su una storyline (quella dei due prequel) che aveva, secondo me, un gran potenziale.

Rain Carradine (Cailee Spaeny) e suo “fratello“, nonché androide sintetico, Andy (David Jonsson) sono due coloni che vivono su Jackson’s Star un pianeta minerario dove la luce del giorno non esiste e dove le persone sono sfruttate sino alla morte dalla Weyland Yutani.

Il loro sogno è trasferirsi su un pianeta lontano 9 anni luce di nome Yvaga, ma dato che non possono imbarcarsi legalmente, trovano l’aiuto necessario in Tyler e la sua crew, composta dalla sorella Kay, dal cugino, testa calda, Bjorn e dalla pilota Navarro.

Tyler scopre che intorno al pianeta orbita una vecchia base spaziale apparentemente deserta, la Romulus e Remus, il piano è andare a prendere le capsule dell’ipersonno, necessarie per intraprendere il viaggio verso Yvaga, quello che serve alla crew è Andy, il sintetico difettoso che ha come obiettivo la protezione di Rain, ed è l’unico che essendo un prodotto della Weyland può aprire le porte della stazione spaziale.

E così Rain e Andy si uniscono alla banda e partono verso la Romulus e Remus, e ovviamente noi spettatori sappiamo benissimo che dentro quelle stanze e quei corridoi si cela qualcosa di terribile e letale che sta per essere risvegliato.

Quello che i vostri occhi vedranno sarà un film esteticamente incredibile che non ha nulla da invidiare a un Dune o un Avatar di turno. 

La fotografia di Gallo Olivares passa dalla claustrofobia più pura a immagini di spazio e pianeti che lasciano a bocca aperta, di una luminescenza e una visione incredibili, su tutte segnatevi la scena dell’acido, una delle sequenze action più belle che abbia mai visto di recente sul grande schermo (vedrete!).

Romulus non è solo estetica, la storia è ben scritta, fa il suo, Álvarez segue uno degli schemi più classici possibili (sopravvivere ed eliminare la creatura) e sul finale stupisce, creando qualcosa che somiglia molto ad un elemento presente in Alien: Resurrection di Jean-Pierre Jeunet.

Ma forse, personalmente, avrei preferito più collegamenti diretti verso i prequel e ad un mondo, quello degli Ingegneri e di David, che secondo me non deve essere abbandonato.

Se siete fan di Alien o anche se non siete fan, nel film di Álvarez troverete tutti quegli elementi che vi faranno tornare indietro nel tempo.

Credo, ma ne sono più che convinto, che questo sarà l’Alien delle nuove generazioni e spero che non si fermino solo al primo capitolo ma che continuino ad esplorare un universo cinematografico che nonostante gli anni riesce sempre a stupire, sia per la bellezza sia per la quantità di storie che si possono raccontare.

Era il 1979 quando il primo Alien venne alla luce, uno dei film di fantascienza più belli e importanti di sempre, nato da una produzione travagliata e dalle macerie di un Dune, quello di Jodorowsky, mai realizzato.

Ridley Scott, lo sceneggiatore Dan O’Bannon, Giger, l’effettista italiano Carlo Rambaldi e poi la Ripley di Sigourney Weaver, nomi che sono diventati leggenda e continuano ad essere un punto di riferimento per i cineasti di tutto il mondo.

Sembra passato un secolo da quel 25 maggio 1979 (data dell’uscita statunitense) ma la tagline del film non sembra essere invecchiata minimamente.

“Nello spazio nessuno può sentirti urlare.”

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