The Master Vs Il Filo Nascosto: Stare Insieme

DI ALBERTO GROMETTO

Aristotele diceva che l’Uomo è per sua stessa natura un animale politico”. Cioè fatto per stare insieme ai suoi simili. Gli Esseri Umani non possono che vivere insieme. Non sono fatti per starsene ognuno per conto suo, bensì essere umani significa essere “politici”, cioè destinati alla “polis”, che significa “comunità”. 

È nel momento in cui l’Umano incontra l’Altro, suo simile ma anche diverso da Lui, che è come cominciasse ad esistere. Gli Altri attestano il nostro esistere. È nello sguardo dell’Altro che ognuno di Noi sente di essere vivo come in nessun’altra occasione. È quando stiamo insieme che ci rendiamo conto di vivere. Lo Stare Insieme fra Umani è quel che rende l’Umanità capace di essere umana. Cosa poi significhi esattamente essere Esseri Umani magari non è chiaro, però è evidente che non si può che esserlo insieme: per riconoscersi tutti quanti parte della stessa cosa – e quella cosa è l’Umanità –  bisogna essere per forza più di uno, deve esserci per forza un Altro e dobbiamo per forza stare insieme perché questo “riconoscersi” avvenga!

Cionondimeno, talvolta (molto spesso, a dire il vero!) ogni cosa nell’Umano sembrerebbe dire l’esatto contrario.

Chi diceva che ogni uomo è un’isola, raccontava solo stronzate? A mio modo di vedere, ho sempre ritenuto quest’affermazione ridicola e grottesca e assurdamente ipocrita. Ognuno di Noi deve la sua vita agli altri. Quello che mangiamo, beviamo, indossiamo… lo dobbiamo al lavoro di qualcuno dei nostri simili. La nostra stessa esistenza la dobbiamo a qualcun altro di diverso da Noi! Noi veniamo al Mondo perché concepiti e partoriti da “ALTRI” Esseri Umani. E in ogni nostra azione, gesto, pensiero c’è “L’ALTRO”. Le ragioni per cui siamo felici, o tristi, hanno sempre a che fare con delle altre persone. Persone che non siamo Noi, ma appunto “gli altri”. Però gli Umani litigano gli uni con gli altri, si feriscono vicendevolmente, si fanno la guerra, non si sopportano, s’odiano! L’Umanità fa schifo, Care Amiche e Cari Amici, ammettiamolo!, questo ci dev’esser chiaro. Il peggio che si sia mai visto fare, è stato un Umano a farlo. Ma forse… forse anche il meglio? 

E poi, ancora: non riesco a capire…

Se l’Essere Umano è fatto per stare insieme agli altri, perché i legami che instauriamo possono andare incontro ad una fine e muoiono, e la quasi totalità di quegli Umani che stavano insieme finiscono per stare lontani?

Questa cosa è senza senso, che le persone se ne vadano e ci possano lasciare mi ha sempre tormentato e mi tormenta da tutta la Vita e ritengo mi tormenterà fino alla fine dei miei giorni, e anche Oltre, per l’Eterno. Ho sempre ritenuto questo fatto inspiegabile, NON MI DO PACE, non esiste una spiegazione giustificabile al riguardo: come è possibile che qualcuno che faceva così tanto parte della mia Vita, che era così presente per me e in me, il cui esserci contava fino a quel punto, possa da un giorno all’altro andarsene via, abbandonarmi, non esserci più? No, NO! Non si può sentire qualcosa del genere. E quindi… che fare? Non lo so, non ne ho idea, io non so un cazzo. Tutto quello che so è che di fronte a queste domande, a questi fatti apparentemente privi di senso dinanzi a cui la Vita ti mette, a questo dolore che non ha significato di esistere e che non riesco a comprendere, il più grande conforto – forse il solo possibile? – l’ho sempre trovato nelle Storie. Che restano per me il solo mezzo che abbiamo per restituire un significato e un senso a quello che nella Vita forse un significato e un senso manco ha! Storie attraverso cui fare cosa? Raccontare l’Umano! 

Colui che per me ha saputo raccontare l’Umano meglio di chiunque altro in tutta la Storia del Mondo è senza ombra di dubbio: PAUL THOMAS ANDERSON!

C’è chi potrebbe dire che Lui sia tra i massimi esempi di cineasti mai esistiti. Chi lo farebbe rientrare tra i registi e sceneggiatori cinematografici più pazzescamente straordinari possibili – per me il più straordinario di tutti! Chi ancora potrebbe definirlo un rivoluzionario e sconcertante Cantore dell’Umano. Ma per chi vi scrive Lui è tutte queste cose insieme, le quali però non bastano a racchiuderne la complessità stratosferica e soprattutto la sensazionale umanità: PTA è infinitamente più grande di così, ma grande d’una grandezza e una grandiosità talmente grandi che parole capaci di contenere e racchiudere e definire quel che Egli è non ne esistono! Il Mio Eroe, il Mio Idolo, il Mio Maestro. Quello che Lui ha saputo raccontare a me, di me stesso, nessuno mai me lo aveva raccontato. Perché raccontando di persone che non sono il sottoscritto, Paul è riuscito a raccontarmi chi io sia. Perché lui voleva raccontare chi fosse quest’Umano. E così lo ha raccontato. E più volte. E a chiunque abbia visto quelle sue meraviglie.

I suoi film – e stiamo parlando quasi solo esclusivamente di assoluti capolavori immortali, la maggior parte dei quali rientrano tra i massimi esempi di dove non solo il Cinema ma la stessa Arte del Raccontare Storie possa arrivare nel suo massimo culmine apicale – son tutti assolutamente, inequivocabilmente, totalmente differenti gli uni dagli altri. Come solo gli Autentici Maestri più Veri riescono a fare, le sue opere sanno ogni volta essere così diverse e complesse che quasi non si direbbe siano figlie della stessa genialità! C’è chi diceva – e non a torto – la stessa cosa di Stanley Kubrick, anch’egli fra i Maestri più Sommi, anche se naturalmente non s’avvicina nemmeno alla Grandezza di PTA. Solo due cose accomunano i capolavori leggendari andersoniani: un (IL) Genio Eccelso e Unico che traspare da ogni fotogramma e che è simile a nient’altro che sé stesso —  e anzi pure diverso da sé stesso di perla in perla addirittura! — e il fatto che sappiano parlare d’Umano. Perciò ritengo PTA il più Grande fra i Grandi: perché Lui parlando di robe che non c’entrano niente con Te, finisce sempre per parlare di Te, a Te. In quanto Essere Umano.

(Fra i momenti più belli di tutta la mia Vita: quando vidi PTA vincere finalmente TRE PREMI OSCAR)

Ecco dunque che non dovrebbe sorprendermi quanto sto per rivelarvi. E cioè che a distanza di anni dalla prima volta in cui ne presi visione, a dispetto del fatto che li avessi visti e rivisti e strarivisti amandoli peraltro fino alla follia ogni volta più di quella precedente, mi son reso conto soltanto in tempi recenti che due dei più meravigliosi diamanti appartenenti alla cinematografia mondiale umana, a mio modo di vedere, son molto più simili di quanto appaiono. Per non dire “due opere sorelle”. Entrambi recano LA firma, QUELLA firma: tre chiare lettere… PTA.

Da una parte abbiamo la pellicola per cui Paul Thomas Anderson vinse il Leone D’Argento per la Miglior Regia alla 69ª MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA ove venne presentata in anteprima mondiale, lo stesso festival nel quale questa produzione qua targata 2012 venne insignita della Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile: stiamo parlando di «THE MASTER».

Dall’altro lato abbiamo invece a che fare con un film del 2017 che s’è guadagnato ben sei nominations di peso ai PREMI OSCAR 2018, a fronte però di una sola vittoria e cioè quella meritatissima per i Migliori Costumi al già vincitore di una statuetta MARK BRIDGES, ci stiamo riferendo ad una delle più chiacchierate e discusse pellicole di quell’epoca: «IL FILO NASCOSTO». 

Okay, è facile notare subito i punti in comune. Son in tutto e per tutto due figli di Paul Thomas Anderson: soggetto, sceneggiatura originale e regia son interamente ed esclusivamente opera sua, di PTA, il quale in entrambi i casi figura anche tra i produttori. Ambedue i film – sebbene per ragioni diverse – hanno saputo catalizzare su di loro l’attenzione mediatica di pubblico e critica e stampa nel momento della loro uscita. Tutti e due sono oggettivamente dei monumentali capolavori mastodontici sostanzialmente inarrivabili. E chi mi conosce sa bene che io abuso di quella parola di dieci lettere che amo moltissimo: C-A-P-O-L-A-V-O-R-O. Ma in questo caso non mi pare abbastanza per definire due opere che sono talmente grandi e iconiche da risultare immortali. Non succederà mai, a prescindere da guerre e rivoluzioni e carestie e pandemie contro cui potremmo imbatterci, che due gioielli visivi e narrativi e interpretativi e registici di questo tipo possano smettere di parlarci. In qualche modo non passeranno mai di moda questi due film. E la cosa vale in entrambi i casi. Stiamo parlando inoltre di due pellicole che son talmente complesse e audaci e forti fortissime da risultare “troppo” per poter essere celebrate come avrebbero meritato. E non a caso si son ritrovate a bocca asciutta, o quasi, in termini di Premi Oscar. L’Academy è per le storie semplici, facili da capire ma soprattutto facili da accettare a livello emotivo. Prodotti che siano digeribili anziché oscuri. Che siano edificanti anziché turbanti. Che ci facciano stare bene e basta, anziché farci “soffrire bene”. Soffrire bene, sì, è questo quello che entrambi questi ineguagliabili splendori ti combinano! E poi infine, come ogni pellicola targata Paul Thomas Anderson, ambedue le opere parlano d’Umano. 

E fin qui ci ero sempre arrivato a vederne le somiglianze e i punti di contatto, chiaro! Ma più di questo, più in là di così, non m’ero mai spinto. Poi ecco che capita che PTA – dopo una crudelissima attesa spietata e assolutamente ingiustificata lunga 28 anni e con in mezzo 11 candidature agli Oscar andate a vuoto – finalmente ti vince nel 2026 in una sola sera ben Tre Statuette (Film, Regia e Sceneggiatura Non Originale). E allora, per celebrare quello che è stato uno dei momenti più belli della tua vita – perché anche tu aspettavi insieme a PTA di vincerlo quel benedetto Oscar – cosa fai? Rivedi le meraviglie per cui hai iniziato (e continuato) ad amarlo. Questo è quello che ho fatto io. Ed ecco quel che m’è capitato: di vedere in due storie completamente diverse la stessa storia. Perché sì, le disturbate e disturbanti vicende di un tizio sostanzialmente quasi psicolabile reduce della Seconda Guerra Mondiale che negli USA anni ’50 si imbatté in una quantomeno inquietante setta stile Scientology e la malatissima storia d’amore nocivo fra un rinomatissimo stilista sartoriale e una giovane cameriera nella Londra appartenente allo stesso periodo storico potranno sulla carta anche non avere nulla a che fare l’una con l’altra! E invece hanno tutto quanto. In primis il vero tema, il focus, il loro centro. Perché «The Master» non parla davvero di congreghe settarie di stampo filosofico né di culti e movimenti di natura fanatica. Così come «Il Filo Nascosto» nulla ha davvero a che fare con vestiti, sartoria e alta moda. In ambedue i casi si tratta di meri pretesti, strumenti, per parlare d’altro. E cioè ancora una volta di Noi. Tutti Noi, in qualità di Esseri Umani. Noi, che magari con la Moda o le Sette non abbiamo mai davvero avuto nulla da spartire. Ma in particolar modo per parlare di Noi in uno dei nostri aspetti più umani e al tempo stesso bestiali. Un ambito nel quale sappiamo essere d’una tenerissima dolcezza sconfinata così come di una feroce violenza inaudita. A volte pure in contemporanea, per paradosso. E cioè l’ambito relazionale. Sì, esatto, questi due Inni alla Bellezza e all’Umano parlano della stessa cosa: del rapporto tra due persone, dei legami umani, dell’autentico significato dello Stare Insieme. Sotto la lente d’ingrandimento di entrambe le pellicole, ci finisce un legame tra due soggetti. Uno… e l’Altro. Si è sempre in due, in un rapporto. Ricordiamola questa frase: si è sempre in due, in un rapporto. Sembra scontato e banale, ma invece è importante rimembrarlo. Una persona da una parte… e una persona dall’altra. Cosa c’è di più semplice e umano? O meglio: di più complesso, oscuro, grottesco, nefasto e infine disumano? Vediamone brevemente le storie!

«The Master» ti racconta la storia di Freddie Quell. Che più che “un animale politico”, lo si potrebbe definire “un animale” e basta: sputacchiante, rabbioso, grugnante, senza alcun tipo di filtro, pronto a scorreggiare di fronte agli altri solo per poterne ridere e a comportarsi come una bestiola feroce che non sa troppo esprimersi se non menando le mani. Persino nel suo stesso modo di camminare e nella sua stessa postura curva e storta traspare tutta la sua animalesca bestialità. Ci appare subito evidente come Freddie “abbia qualcosa che non vada”. Qualcosa che non va. Le primissime sequenze del film son dedicate interamente a lui, lui che è il personaggio col quale stiamo tutto il tempo della pellicola, e rispetto al quale potremmo provare un sentimento di superiorità. Perché Noi siamo portati a ritenerci superiori a quel Freddie che se ne va in giro col labbro come paralizzato in una disgustata e perenne smorfia primitiva congelata in sé stessa. Quel tipo lì è incivile, buzzurro, cafone, più un selvaggio che un individuo umano: la dimostrazione che davvero forse Noi veniamo dagli animali! Si capisce – e si capirà ancor di più – come tante cose della sua vita, fra cui la Guerra ma evidentemente pure la Famiglia, lo abbiano reso quello che è oggi. Il racconto vero però comincia quando lui incontra… l’altro. L’altra persona coinvolta nel legame umano su cui si incentra questa somma opera. Trattasi di Lancaster Dodd. Che gli si presenta in un’elegantissima vestaglia, mentre una luce ne incornicia il volto, vantando un portamento e una capacità dialettica veramente superlativi. Fin dalla sua prima apparizione, Lancaster Dodd sembrerebbe essere in tutto e per tutto quello che Freddie non è. Il loro incontro avviene per caso, come quasi ogni incontro che facciamo nella Vita. Freddie finisce sullo yacht dell’altro per una mera coincidenza, senza che nulla fosse programmato. E durante quel primissimo incontro ancora non sappiamo ciò che scopriremo a breve: che Lancaster è il capo di qualcosa. Di cosa non ci è chiaro da subito. Un gruppo, questo sì. E anche numeroso. Che pende dalle labbra di Lancaster Dodd, che come lo vede s’illumina, che non si perde una sola sillaba di quello che dice. Qualsiasi cosa dica. Man mano capiamo essere un culto, anche se Lancaster non lo definisce mai così. Lui, insieme a tutti gli altri suoi seguaci, usa un nome specifico: “La Causa”. 

Freddie e Dodd non hanno nulla in comune l’uno con l’altro. Incarnano quanto di più diverso ci possa essere fra due Umani, a dire il vero. Uno è animalesco e brutale e bestiale, l’altro è posato e distinto e misurato. Uno è volgare e grottesco, l’altro raffinato ed elegante. Uno è sempre chino curvo sulla sua schiena piegato su sé stesso, l’altro è teatrale e grandioso e magniloquente in ogni gesto e azione e parola. Uno non tiene a freno nessuno dei suoi istinti più innati e dei suoi impulsi più abominevoli, l’altro è massimo esempio di compostezza controllata nella sua forma più garbata ed equilibrata e riflessiva. Uno si esprime con grugniti e versacci e urlacci, l’altro dà sfoggio di un ricercato eloquio eccezionale lanciandosi in discorsi densi di retorica e plateale istrionismo. Uno ricorre alla barbara violenza feroce nel senso fisico del termine, l’altro mantiene un atteggiamento di delicato decoro. E infine: uno sembrerebbe incapace di stare con gli altri dato il suo evidente squilibrio psicofisico, mentre l’altro è un aggregatore di comunità di cui si fa carismatico leader e luminosa guida. Eppure tra questi due individui così dissimili, diversi, dissonanti, contrastanti – almeno sulla carta – nasce un legame curioso, bizzarro, strano. E soprattutto, in una parola: inspiegabile! E che fin da subito è praticamente immediato, fortissimo, irresistibile. Dirò di più: financo sereno. Esatto: sereno! Mi verrebbe da dire che è la sola relazione veramente serena ritratta in tutta la pellicola. Nessuno dei due ha un legame più sereno di quello fra loro rispetto che con qualsiasi altro personaggio presente nel film. E questo vale per entrambi. Di Freddie ne abbiamo già parlato, lui non piace alla gente, e questo lui lo sa, e ci finisce per litigare e discutere, egli è un soggetto inammissibile e irricevibile che tiene dei comportamenti scandalosi, che dice cose che non dovrebbero essere dette, una bestia che non può nemmeno “essere portata in giro”. E invece Lancaster Dodd se lo porterà in giro dappertutto! Chissà perché, davvero, chissà che diavolo ci vede in quell’animaletto sozzo e zotico e arretrato e grossolano e volgare. Di contro comunque anche Dodd – pur circondandosi di persone che lo idolatrano e sostanzialmente lo venerano! – si ritrova ad avere a che fare di quando in quando con gente a cui non piace, che lo critica, che vede in lui un impostore lestofante sparaballe. E del resto in realtà pure tra le file di chi lo venera e lo idolatra si nascondono dei detrattori, o comunque persone che lo applaudono ma che lo fanno anche perché son simili a zecche parassitarie che s’attaccano a lui per poter sopravvivere o che comunque – pur non osandosi dirgli qualcosa in faccia e pur essendogli fedeli – ritengono s’inventi sul momento quello di cui parla. E anche chi gli è più leale, deve essere comunque sempre rabbonito in qualche modo, ammansito, coccolato e rassicurato quasi dal suo “padrone”. Sembra estenuante alla lunga, no? E infatti lo stesso Lancaster talvolta sembra così affaticato che molla il suo rigido autocontrollo lasciandosi andare a qualche inquietantissimo (ma anche gustosissimo e divertentissimo!) attacco funesto di rabbia.

Ma chi è Lancaster Dodd: un buffone ingannatore o uomo illuminato? La sua sicurezza è solo un’ostentazione egocentrica manipolatoria fine a sé stessa tesa all’obiettivo di sedurre e ammaliare e modellare le menti di quante più persone possibili entrandoci dentro oppure vorrebbe davvero essere la promozione e la diffusione e il racconto di alcune verità universali giunte dopo una strenua ricerca? A dire il vero non ci si interroga troppo su questo, il film sembrerebbe propendere verso il fatto che quello che dice Dodd sia davvero una serie di cialtronate insensate e idiozie grottesche. Il cosa dice esattamente poi non viene nemmeno troppo approfondito. Nei suoi discorsi ascoltatissimi e applauditissimi, lui parla di vite precedenti, di poter sbloccare ricordi di chi siamo stati attraverso quelli che lui definisce “procedimenti” – che fondamentalmente sono come dei processi di ipnosi -, di come i nostri corpi siano prigioni che ci trattengono ma su cui noi possiamo in qualche modo stabilire una forma di controllo. Però non viene mai detto altro, a proposito di questo culto. Ma del resto ve l’ho detto: questo film non parla né intende veramente parlare di sette o congreghe affini. Ed ecco spiegato perché nemmeno riflette troppo sul concetto secondo cui Dodd sarebbe un bugiardo faccia-da-culo o meno. Destò scandalo quando uscì, perché il Mondo intero gridava tra il terrorizzato e l’eccitato: “Wow, un film che finalmente osa parlare di Scientology!”. Perché il personaggio di Dodd è chiaramente ispirato – in piccola parte però – al Fondatore della Chiesa di Scientology, L. Ron Hubbard. Che ricordiamo essere una delle organizzazioni di stampo filosofico-religioso più potenti al Mondo e che peraltro non ha mai voluto – similmente alla Causa di Dodd – darsi una definizione, se non usando le parole dei libri scritti dal suo Fondatore. Proprio come nel caso di Dodd e del suo movimento. Ma non viene in nessun punto del film pronunciata neanche la “S” della parola “Scientology”, né viene in effetti mossa chissà quale critica verso il mondo delle sette. E infatti se davvero Scientology se l’è presa con questo film come alcuni rumors vorrebbero, non ne vedrei la ragione. Se la sarebbe presa per partito preso, a prescindere. Addirittura l’iconico attore Tom Cruise (che in una pellicola di PTA – altro immortale capolavoro eccezionale mastodontico quale «MAGNOLIA» – firma la più leggendaria e grandiosa performance della sua intera carriera) non avrebbe mai più lavorato con Paul in un suo film per questa ragione qua. Boh, chissà se è un’illazione o se c’è della verità. Ma il fatto è che di Scientology e di culti non si parla davvero. Perché, lo ripeto: non è quello il punto del film. E allora qual è?

(Tom & Paul)

Il punto è il rapporto che c’è tra quei due. Le cose che dice Dodd non contano. Anche perché è estremamente probabile siano solo stronzate, pagliacciate, menzogne messe su molto bene e che lui enuncia, ripete e s’inventa sul momento sprigionando un carisma e un fascino veramente attraenti e accattivanti solo per poter far presa sulle persone, avere un gruppo sotto di sé di cui esserne il capo, rivelarsi come una sorta di figura superiore capace di trasmettere insegnamenti a chiunque. E del resto in più di un’occasione il compostissimo Dodd di fronte a chi evidenzia una serie di contraddizioni in quello che dice tira fuori una furia rabbiosa tutt’altro che composta e peggio d’un cagnaccio rognoso abbaia Vaffanculi a destra e a manca oppure sbraita un «E sta’ un po’ zitto, sacco di merda!» senza farsi alcun problema in merito. E di quando in quando gli capita di urlare in questo modo anche a chi dei suoi fedelissimi seguaci gli pone nel momento sbagliato qualche domanda di troppo. Come se dovessero fidarsi della sua parola, e basta. Anche quando il suo nuovo libro contraddice il vecchio. Talvolta sembra parli a vanvera, senza ricordarsi nemmeno cosa ha detto, e se uno dei suoi glielo fa notare, ecco che vien mandato a fanculo, il pezzo di merda. A dispetto di tutti i grandi discorsi intrisi di ars oratoria e retorica, talvolta accade che pure lui “perda il controllo” in questo modo. Per non parlare di quando insieme a Freddie si mette a bere lo specialissimo alcolico che produce quest’ultimo, e che dev’essere una bomba stando a quello che i due dicono! E quando poi Dodd, con già dei matrimoni alle spalle e diversi figli al seguito, si lascia andare a del buon vecchio sesso selvaggio in modo da soddisfare i suoi appetiti, in maniera non dissimile da quanto faccia quell’assatanato di Freddie? Oh cavolo: ma sapete che c’è? Bevono e amano farlo, si lasciano andare ai loro istinti, sanno essere violenti e feroci… quei due uomini così diversi l’uno dall’altro son sostanzialmente lo stesso tipo di persona! 

(Freddie & Lancaster)

Quando Freddie va a casa di un detrattore di Dodd e lo mena di brutto, il giorno dopo in privata sede Dodd lo riprende dicendogli che loro non sono animali ma uomini. Però lo dice ridacchiando, compiaciuto, dandogli una pacca sulla spalla persino! Entrambi praticano violenza, anche se in maniere diametralmente opposte e completamente diverse. Quella di Freddie è la violenza della bestia che però è libera, autentica, vera. Lui non conosce vincoli né catene. Quella di Dodd è invece mentale, psicologica, sottile, fondata sulla manipolazione e l’inganno e il raggiro. E che t’entra dentro. E anche se ogni tanto si rivela nella sua brutalità, il punto è mantenere costantemente una facciata rassicurante. Con lo scopo di conservare il controllo assoluto. Ma conservare il controllo – per paradosso – ti porta ad esser controllato. A doverti controllare. Anche a farti controllare, persino. Lancaster Dodd non è così diverso da Freddie Quell e Freddie Quell non è così diverso da Lancaster Dodd: tutt’altro! La sola cosa che li fa sembrare così antitetici è che Lancaster si controlla. Si controlla tutto quanto il tempo, e questo perché ha deciso di darsi ad un’esistenza dedita al controllo degli altri attraverso le cialtronate e le minchiate che va a raccontare in giro, ma che nessuno sa raccontare altrettanto bene come lui. L’autocontrollo è obbligatorio se vuoi avere controllo sugli altri. Il loro desiderio di violenza, il loro evidente squilibrato squilibrio, gli istinti brutali e animaleschi insiti in quei due son gli stessi. La sola differenza decisiva è che uno ha scelto di essere libero, senza sovrastrutture mentali o sociali di alcun tipo, anche a costo di sembrare un pazzo o una bestia agli occhi degli altri. Anche se questo significa rimanere soli. L’altro invece ha scelto di “essere insieme agli altri”, di essere il loro Maestro, ma nel momento in cui sei il padrone di qualcuno ne diventi anche lo schiavo in un certo senso, ti ritrovi legato a delle catene che tu stesso hai deciso di forgiare e a cui hai scelto di legarti. E ritorniamo a quanto la cosa possa estenuarti.

(Un momento assolutamente rappresentativo di quello che sono Freddie e Lancaster. Entrambi si ritrovano in galera: mentre il primo sfascia la sua cella e si toglie la camicia e urla come un matto forsennato ammanettato, il secondo lo osserva con aria serafica, calmo e rilassato ed elegantemente composto. Ma basta una frase di Freddie perché anche quello scatti e così tutti e due si ritrovano a insultarsi vicendevolmente urlando come animali bestiali tra le sbarre della galera!)

Ritorniamo però al punto vero: il legame tra Lancaster e Freddie. Freddie sarebbe solo un adepto in più per Dodd e niente di più? Oppure è in effetti qualcosa di più? Prima abbiamo detto che Lancaster è il Maestro, il padrone, il capo. Che però deve costantemente autocontrollarsi. Che è rigido nel suo autocontrollo costante. Che vien persino controllato. Non abbiamo fatto menzione di Peggy fino a questo momento, ma è importante farlo. L’attuale moglie di Dodd. Una signora così dolce, tranquilla, che ti sorride amorevole. Che fa un passo indietro, resta nell’ombra, per non rubare neanche un centimetro di luce al marito a cui è devotissima. Che poi però in quella stessa ombra, quando nessuno vede, prende l’uccello al marito e strofinandoglielo duro gli sibila all’orecchio che lui può fare quello che vuole con qualsiasi donna a patto però che nessuno di quelli che conoscono lo sappia e quindi lo rimetta nei pantaloni e non beva più il liquore di Freddie. E nel mentre che viene il marito ripete quello che lei gli dice e fa “Sì sì sì”. Che poi va a svegliare Freddie con qualche schiaffetto in faccia nel cuore della notte e sempre calma e mai iraconda gli dice che deve smettere di bere perché se no non può rimanere con loro. E glielo fa ripetere, anche a lui. La stessa che quando spunta un detrattore del consorte, lei ricorda che il solo modo per difendersi è attaccare. Attaccare con qualsiasi mezzo, per non perdere. Dodd è l’uomo dei grandi discorsi, sotto i riflettori, al centro dell’attenzione, in piedi sul palcoscenico. Ma non fa mai un solo passo, senza che Peggy non voglia o non sia d’accordo. Che sia lei il vero Maestro dietro il Maestro? L’unico, solo caso in tutto il film su cui Lancaster non fa esattamente come gli dice la moglie… è proprio Freddie. Lei, per quanto non glielo imponga a mo’ di ordine, per tutto il film in continuazione muove critiche nei riguardi di Freddie e dice al marito che è un elemento molto pericoloso da tenere fra loro, foriero di scompiglio. E non è la sola all’interno del movimento che vorrebbe Freddie fuori dalla Causa. Dodd li rabbonisce, li tranquillizza, risponde in maniera evasiva. Ma nei fatti alla fine fa il possibile per tenere Freddie accanto a sé. MA PERCHÉ??? Perché un uomo come Lancaster che è intento a mantenere il controllo assoluto di un gruppo che lo adora deve perdere tempo dietro un uomo-bestia solo e solitario come Freddie e interessarsi a lui? E di contro perché quell’animale di Freddie dovrebbe essere così attratto da quest’individuo carismatico e di carattere e circondato nella sua vita da persone e che parla tutto il tempo di cose che lui manco capisce? Qual è il loro fine, il loro scopo? La risposta è la più semplice che ci sia. Ed è talmente chiara, evidente! Semplicemente, non c’è un secondo fine, né uno scopo altro. Quei due, forse anche in virtù della straordinaria somiglianza – dietro l’apparente differenza abissale – che li lega e li unisce l’uno all’altro, molto semplicemente si vogliono bene per davvero. S’amano, s’amano profondamente, alla stregua di un padre e un figlio, oppure di due compagni d’arme, o due amici fraterni che si conoscono da tutta una vita e ancora non hanno mai smesso di voler stare insieme. Quelle che spara Lancaster sono balle del piffero, ma il sentimento che lui prova per Freddie, e Freddie prova per lui, quello è vero. Dietro le menzogne, le manipolazioni, le infinite bugie che «The Master» mette in scena, emerge la più semplice di tutte le Verità: quei due vogliono stare insieme e passano così tanto tempo insieme… solo per poter stare insieme! Lo Stare Insieme per Stare Insieme.

(Peggy Dodd)

«Il Filo Nascosto» è una Storia d’Amore nella quale l’Amore non c’entra proprio niente. Ma spesso – a differenza di quello che molti romanzi rosa ci vorrebbero far credere nel raccontare le loro storie tutte cuoricini e fru fru – l’Amore in realtà non ha nulla a che fare con l’Amore. Ed è la cosa meno romantica possibile! Il protagonista maschile è il londinese Reynolds Woodcock, tra i sarti più importanti ed eminenti del suo tempo. Lui non è tutto lavoro, anche se il lavoro per lui è tutto. C’è però spazio nella sua vita per delle relazioni amorose con qualche donna, ma trattasi solo di piccole avventure, di storielle che durano da Natale a Santo Stefano, il capriccio di un bimbo viziato che s’annoia presto e s’infastidisce con una facilità straordinaria. Lui ha il suo lavoro, le sue manie, il suo perfezionismo. E non solo per quanto riguarda la sua attività professionale, ma lui ricerca un’ossessiva perfezione maniacale in ogni singolo aspetto della vita. E basta un nonnulla a disturbarlo e a modularne l’umore. È un uomo di un’esigenza pazzesca, nessuno sa esser esigente quanto lui! Proprio per questa ragione quando si ritrova ad inaugurare una nuova relazione con una donna, quello la modella a suo piacimento, le insegna il suo lavoro, fa di lei una sua assistente che aiuti le sarte sotto di lui, la porta in casa sua sotto il suo tetto, la nutre, le fa mangiare il suo cibo, le dà un letto. Fino a quando lei però non pretende troppo. Tipo che stiano insieme. CHE COSA? Ma è inaudito: solo perché una donna è la sua fidanzata, questo non significa che quella può arrivare a pretendere che lui voglia stare da solo con lei (spero cogliate l’ironia)!!! Nel momento in cui la sua fidanzata desidera da lui qualche attenzione, vuole essere più che un mero giocattolo completamente nelle sue mani a sua disposizione che lui accende e spegne a suo piacimento, e rivela di avere una SUA personalità e delle SUE aspettative e dei desideri SUOI perfino… lui la sbatte fuori di casa e tronca immediatamente il rapporto. O meglio: lo fa fare alla sua amatissima e inseparabile sorella Cyril, che lui chiama affettuosamente la sua «Tale E Quale»: l’unica persona al Mondo che sa come prenderlo. Lei vive a fianco di lui, sia in casa sia per quanto concerne il lavoro, dato che gestisce la casa di moda che hanno messo su insieme. E scarica in sua vece le ragazze che non vuole più vedere.

(Reynolds)

Il fatto è che Reynolds è un uomo che mette una spaventosa, terrificante, fredda, gelida, siderale, cosmica distanza fra sé e chiunque altro. Con la sola eccezionale eccezione della sorella, nessuno gli si può avvicinare per davvero. Lui non lo permette. È troppo preso dalla sua vita, dai suoi rituali, dal suo lavoro e da sé stesso per poter fare avvicinare chiunque. Si capisce nel corso del film che la cosa chiaramente è dovuta anche ad una presenza assente. Quella della sua mamma, defunta da svariato tempo oramai e alla quale lui era legato da una relazione speciale e profonda e inestricabile. La cita spesso nei suoi discorsi, cuce nelle fodere degli abiti che indossa le ciocche dei suoi capelli per averla sempre vicino — del resto lui stesso dice che si può cucire quasi qualsiasi cosa nella fodera di un vestito — e soprattutto ha iniziato a fare quello che fa nella vita perché glielo ha insegnato lei. Lui s’occupa di Moda e Sartoria perché è stata lei a introdurlo al mestiere. La sua vita è interamente dedicata alla mamma che non c’è più, la sua assenza è troppo presente nella sua esistenza perché ci possa essere spazio per qualsiasi altra persona. 

Ma poi un giorno incontra – non a caso sempre casualmente, come solo nel caso degli incontri migliori potrebbe dire qualcuno… – un giorno incontra Alma. Lei è una timida cameriera che diventa rossa per un nonnulla, e della quale qualcosa lo attrae subito. E anche lei, di contro, viene sedotta dal fascino di quest’uomo che come la vede, parte alla sua conquista, le dice due paroline dolci, se la porta fuori a cena quella sera stessa e la fa sua. Interamente sua. Lui pretende che le donne di cui s’innamora gli diano in mano la loro vita. Rappresentativo di questo il fatto che il giorno in cui conosce Alma e le fa un’ordinazione – lunghissima al punto da non finire più, particolareggiata e dettagliatissima – si fa dare il foglio su cui lei ha scritto l’ordine e la mette come alla prova, per vedere se si ricorda tutto a memoria. Prova superata! Solo a quel punto lui la invita a cena. E lei aveva già scritto su un foglietto il suo nome. Poi a cena fuori quando lei dice “salsa” lui la corregge prontamente chiamandola “crema”. Ma in quel caso è ancora piacevole, ancora tutto divertente e divertito, Alma non ha ancora passato abbastanza tempo con lui per rendersi conto che in quelle maniacali manie c’è tutta la malatissima tossica persona di Reynolds Woodcock. Perché lui è in grado di stare con un’altra persona, solo quando questa permette a lui di avere il controllo. Lui riesce a stare in relazione con qualcuno solo se ha il coltello dalla parte del manico e l’altra persona glielo lascia tenere. Lui vive credendo – e cito le sue parole – che siano le aspettative e le congetture degli altri a renderci infelici, il che evidenzia chiaramente l’enorme fastidio e assoluto disturbo che lui prova quando ha a che fare con una donna che vorrebbe che lui ci fosse, quando invece non c’è. Non c’è mai. Che si comporti da “essere umano”, quando lui invece ostenta una qual certa arrogante sicurezza che non ammette debolezze o fragilità né in sé stesso né in nessun altro. Che vorrebbe avere una vita con lui, quando lui non vuole una vita con qualcun altro, ma che piuttosto siano gli altri ad adeguarsi e a diventare parte della sua esistenza. Ma che quell’esistenza rimanga “sua”. Torna il tema del controllo: Lancaster Dodd vuole poter esercitare un certo tipo di controllo e d’influenza su un grandissimo numero di persone, certamente Reynolds Woodcock non vuole essere il leader di un gruppo né ispirare le masse. E nemmeno ci tiene. E del resto non tollererebbe una vita perennemente sotto i riflettori come fosse su un palcoscenico nel mentre che la gente pende dalle sue labbra, lui che è per la riservatezza discreta e il totale riserbo. Ma quando si tratta della persona che gli sta accanto, quella deve stare ai SUOI orari, ai SUOI tempi, ai SUOI ritmi. Non avere altri interessi all’infuori di quelli SUOI. E attenersi alle SUE esigenze. Sempre tutto “SUO”.

(Il loro primissimo incontro assolutamente casuale)

Alma lo farà. Gli si donerà tutta completamente, nella sua totalità, dandogli letteralmente ogni singola parte di sé. Ma attenzione a credere che Alma sia speciale: Reynolds fa così con tutte, incontra una ragazza, ne rimane per qualche ragione affascinato, la vuole con sé, le impone la SUA vita (e la ragazza solitamente se la fa imporre), poi però lei rimane delusa da come lui sia così preso dal suo lavoro e dalle sue ossessioni e neanche la calcoli se qualcos’altro ha catturato il suo interesse, a quel punto lei avanza richieste (come l’assurda pretesa che lui passi del tempo insieme a lei!), lui inizia ad averla a noia, ne è infastidito, magari ci litiga anche un pochettino e così finisce poi per chiedere a Cyril di intervenire. È sempre stato così, perché con Alma dovrebbe essere diverso? E infatti le cose prendono il loro stesso identico corso, come sempre e come al solito. Eccezion fatta per l’ultimo punto: perché Cyril in effetti chiede ad un certo punto del film al fratello se vuole che lei proceda, ma lui le dice di attendere ancora un pochino. Segno che la sua attenzione ancora non l’ha persa del tutto. L’avrebbe persa di lì a breve? Certo che sì, ma questi “minuti di recupero” per così dire son decisivi e fanno la differenza del Mondo! Perché se tutte le altre donne si lasciano modellare, archiviare e scaricare… Alma è diversa. Lei non glielo permetterà. Lei ha scelto di amarlo. Soprattutto, ha scelto di voler stare con lui. E farà tutto quel che deve, tutto ciò che occorre, tutto quello che è necessario per poter stare insieme a lui. Costi quel che costi.

(Alma insieme a Reynolds)

Ora però viene la domanda: che cos’è esattamente questo “necessario” che deve fare per poter stare insieme a lui? Alma arriva ad una soluzione dell’arcano dietro Reynolds Woodcock: di quando in quando lei gli deve togliere il controllo di mano, prendergli il coltello, privarlo della sua ostentata forza arrogante dietro cui in realtà si nasconde una fragilità sofferente e tutta una serie di insicurezze e paure e tormenti e demoni e fantasmi che – anche se non si vedono – così come non appare quello che cuce nei suoi abiti (sia quelli che veste lui sia quelli che realizza per altri) – son sempre e comunque presenti costantemente, in continuazione. Deve indebolirlo, renderlo come un bimbo, farlo star male. Così, nel momento in cui sta male, nel momento in cui è sfiancato e debole e sofferente – e come un bambino con la febbre cerca la mamma che lui non ha più accanto a sé – ecco che può uscirsene fuori lei, la “sua” Alma, che come una salvatrice decide di accudirlo, prendersi cura di lui, e alla quale Reynolds s’aggrappa con tutto sé stesso. E così lui diventa “SUO”. Suo, di lei. E poi man mano torna ad acquisire energie, torna ad essere forte, torna ad essere lui. E quando infine si riprende e Reynolds torna Reynolds… ecco che bisogna ricominciare da capo. Perché torna l’uomo esigente e freddo e distante che è, incapace di stare con qualcuno se quel qualcuno non è interamente suo senza però pretendere di poterlo avere, che detta le regole e che può permettersi di tenere la donna che dovrebbe amare “fuori dalla porta” senza farla entrare mai, senza avvicinarla. E allora Alma deve di nuovo riprendere il controllo e farlo star male. Cosa io intenda per “riprendere il controllo e farlo star male” non lo dirò. Ma la soluzione che Alma dà a quel rompicapo che è la sua relazione amorosa con Reynolds appare quasi come la più malata e tossica possibile. Specie perché lui acconsente, felice di acconsentire. Perché anche lui vorrebbe stare con lei, pur non riuscendoci. Pur mettendo quell’oceano di distanza di cui sopra tra sé e chiunque. E si rende conto che la soluzione di Alma è la sola strada percorribile, se vuole stare con lei. Stare male per poter stare insieme.

Torniamo dunque verso la fine di questa nostra esplorazione cinefila straordinaria alla verità enunciata in origine: gli Umani non possono fare a meno di stare insieme, eppure sembra che non ci riescano. Guardiamo ai due legami descritti e ritratti in questi due sovrastanti monumenti di impressionante Bellezza.

Da una parte abbiamo Lancaster e Freddie. Due uomini che stanno agli antipodi, ma non tanto per quello che sono. Quanto più per la scelta di vita che hanno intrapreso: un’esistenza tesa al controllo più assoluto ma anche al vivere insieme in contrapposizione ad una fondata invece sulla solitaria libertà la più svincolata possibile. Come fanno queste due scelte di vita a stare insieme? Come fanno due persone che hanno scelto un tipo di vita così diverso a vivere insieme l’un con l’altro, se è quello che vogliono? Semplice: non si può. A meno che uno dei due non rinunci. Che significa rinunciare ad essere sé stessi. Freddie per un po’ vive tra le file della Causa, si mette sotto Dodd, lui è il suo Maestro a tutti gli effetti nel mentre che lui è il discepolo. Ma non può funzionare, perché Freddie non è fatto per quella vita. Mentre invece è l’esistenza che si è scelto Lancaster. Per quanto simili, e anzi profondamente identici, han fatto una scelta in completa opposizione. 

Dall’altra parte invece abbiamo Reynolds e Alma. Anche nel loro caso abbiamo un rapporto impossibile da tenere insieme. Perché se lei è certamente disposta a rinunciare a sé stessa e ad annullarsi completamente per lui, non è disposta a farlo se non può “averlo per sé”. E lui – ben contento di avere nelle sue mani la vita di Alma – non vuole però essere di nessuno, né appartenere a qualcuno. Un legame questo che non può essere ricucito. Le persone non sono come gli abiti, anche se Reynolds quando incontra una ragazza s’illude che sia così, e inizia a lavorarci su come si trattasse di una stoffa, a cucirla nella sua esistenza, a renderla come vorrebbe che fosse. Talvolta però — così come in ambito sartoriale per mezzo di un filo nascosto e fantasmatico puoi cucire un punto di modo che la cucitura risulti invisibile, nascosta, celata alla vista – così parlando di legami umani si può pervenire a quelle soluzioni messe in atto per stare insieme, che non vengono esposte ai quattro venti perché sarebbero ritenute incomprese, scandalose, spaventose perfino. L’Amore non c’entra proprio nulla con l’Amore. Con sé stesso. Certo, bellissima l’idea romanticissima dei due promessi innamorati che a dorso del loro cavallo bianco si giurano fedeltà eterna cavalcando verso il loro … E vissero tutti felici e contenti”. Ma non è così che funziona, la Vita. Per stare insieme bisogna (letteralmente) sputare sangue, vomitare bile e stare male. E se i romanticoni che dicono che l’Amore è bellissimo e meraviglioso non capiscono e rimangono orripilati, vadano a fare in culo! «Fucking The Chic» griderà ad un certo punto Reynolds nel corso del film. «Fanculo la Moda!». L’Amore non è delicatezza e tenerezza, non è una questione di moda, non ha nulla a che fare con la forma. Bensì col marciume, piuttosto. 

Stare insieme non significa stare bene. Il più delle volte anzi significa stare male. Ma ben venga il Male, se così si può stare insieme. Perché dello stare bene ne si può fare a meno, l’aspra durezza della Vita ce lo insegna. Ma dello stare insieme – specie se si parla di certe persone che si trovano per caso e poi non vorrebbero lasciarsi mai più – proprio non si può. La vera verità è che gli Esseri Umani non sono fatti per stare insieme: si respingono, s’odiano, si disgustano gli uni con gli altri ferendosi nei modi più biechi e ammorbanti e grotteschi e crudi e crudeli possibili. Eppure gli Umani non sembrano sapere di non essere fatti per stare insieme, e così ci stanno lo stesso. Ma in realtà è che è nella loro natura. Perché in questa Vita ci si innamora, ci si vuole bene, si desidera stare insieme. A dispetto di tutto. Ci si trova, molto semplicemente. E anche se spesso non ci si riesce comunque a stare insieme, coloro che ci hanno attraversato non se ne andranno mai via in realtà, anche quando se ne andranno per davvero. Ma loro rimarranno per sempre.

I legami umani al centro della storia che ambedue le pellicole ti raccontano – sia Freddie/Lancaster sia Alma/Reynolds – anche se di natura diversa, poi così differenti non lo sono. Perché si tratta di due relazioni destinate a non durare. Che hanno tutto quanto contro. Anche se per differenti motivazioni. Eppure il legame tratteggiato in «The Master», ne «Il Filo Nascosto» riesce a sopravvivere, a resistere, a stare in piedi. Se il primo film ti racconta di un rapporto che andrà incontro alla sua inesorabile fine naturale, ne «Il Filo Nascosto» ci viene raccontato di due persone che il modo di stare insieme lo trovano, anche se è il meno naturale possibile! Lancaster e Freddie non avevano alcun motivo di voler stare insieme l’uno all’altro. Quale che sia di preciso l’essenza del loro rapporto – se sia una sorta di legame padre/figlio oppure amicale – quei due sulla carta non dovevano nemmeno calcolarsi a vicenda. Ma l’Amore vero non conosce ragioni. Quanto ad Alma e Reynolds: parlando di ragioni, loro due ne avevano un milione per decidere di non stare insieme. Ma gliene è bastata una sola per volerlo. E cioè che lo volevano. Lo volevano al punto da stare male. 

Però ancora la domanda rimane: perché le persone non sembrano fatte per stare insieme, ma ancora ci provano dopo migliaia e migliaia e migliaia di anni lastricati da relazioni fallite e legami pieni di sofferenza e dolore e rimpianto e rammarico? Se guardo a queste due immensità di cinematografia e narrativa, mi pare che entrambe ci dicano che tutto dipende da quanto Tu sia disposto a rinunciare di Te per l’Altro. Mi viene in mente un terzo film, che niente ha in comune con questi due qua: «A PIEDI NUDI NEL PARCO». Anno 1967. Regia a cura di GENE SAKS. Firma la sceneggiatura il Maestro NEIL SIMON, il quale adatta in questo caso per il Cinema la sua stessa opera teatrale. Trattasi di una delle più belle, dolci, spassose commedie americane di cui abbia mai preso visione! Un capolavoro? Direi che si può dire. I due protagonisti – impersonati da una coppia veramente magistrale quale quella costituita da JANE FONDA e ROBERT REDFORD – son due giovanissimi sposini freschi freschi di matrimonio che si ritrovano a doversi misurare con le terribili e inaspettate difficoltà dello “stare insieme”. Perché è stando insieme che emergono tutte le inconciliabili differenze e i contrasti insanabili che non possono (a quanto pare) non esistere tra due esseri umani, quale che sia la natura del loro legame. Verso la fine del film la madre di lei le fa un discorso, che io non dimenticherò mai. La sua interprete – MILDRED NATWICK – venne nominata all’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per la sua performance sbalorditiva. Lei le dice: «Non devi fare altro che rinunciare per lui a un po’ di te stessa». Uno non deve smettere di essere sé stesso per l’altra persona e annullarsi completamente. Come farebbe Alma per Reynolds, anche se poi essendo fortissimo in lei il desiderio di “averlo per lei”, non arriverà mai ad annullarsi veramente. Però è chiaro che gli Umani sono come pezzi di un puzzle i cui bordi non combaceranno mai, se non si scende a dei compromessi e non ci si modifica un po’ l’un l’altro con lo scopo di “unirsi”. Chi dice che il Matrimonio sia tutto un compromesso – luogo comune molto abusato – non dice niente di scandaloso o menzognero. Ma dirò di più: ogni legame umano è un compromesso! La cosa non è scandalosa, ma è la normalità. Ecco, se però «A piedi nudi nel parco» ci racconta questa profonda verità facendone emergere il lato dolce e tenero e anche romantico della cosa, le due meraviglie di cui vi ho raccontato in questo mio articolo ne fanno trasparire tutta la violenza brutale e quasi nefasta. Perché rinunciare a sé stessi per poter accogliere qualcun altro dentro di sé è una violenza. Perché possiamo entrambi noi due – noi che scegliamo di stare insieme – rinunciare in parti uguali a noi stessi? O ci sarà sempre qualcuno che rinuncerà a sé stesso più di quanto faccia l’altro? Ci sarà sempre uno dei due che sarà più sottomesso all’altra persona? 

(Mildred Natwick nei panni di Ethel Banks che si rivolge alla figlia impersonata da Jane Fonda nel film «A piedi nudi nel parco»)

Che sia forse vero che in ogni rapporto, relazione, legame che Noi Umani intessiamo – di qualsiasi natura esso sia – c’è sempre un Dominante e un Dominato? Quando abbiamo a che fare con un legame tra due esseri umani, vi è sempre uno che diviene Prevaricatore e uno che invece è il Prevaricato? Ci son sempre un Maestro e un Allievo? Uno che decide e uno che subisce? Uno che comanda e uno che segue? Uno che ha il controllo e l’altro che si fa controllare? Io questo non so dire. Davvero, non ci vedo ancora abbastanza chiaro per poterlo stabilire. Ma consideriamo per un momento la possibilità – comunque concreta – che la parità paritaria nell’ambito di rapporto tra due individui sia impossibile e infattibile. Non ne si può concludere che ogni relazione che costruiamo in questa Vita e a questo Mondo abbia in sé una componente tossica? Che ognuno di Noi sia in qualche forma e misura altamente disturbato e portatore di squilibrio? Che non esiste Sanità o Salute quando si parla di legami umani? Che quando c’è Unione c’è Malattia? Che l’Umano è per sua stessa definizione malato e il fatto che ogni relazione umana implica l’esistenza di un Carnefice e di una Vittima è sintomo di questa roba qua?

Ora basta, mi taccio: ho parlato fin troppo! Lo capite anche voi però che non ci si può che inginocchiare dinanzi ad una profondità così disarmante e dolorosa quale quella di cui sono impregnati quelli che per me DEVONO essere definiti come fra i film più leggendari e grandiosi ed epici di questa e qualsiasi altra epoca? E se non bastasse l’aver sviscerato quello di cui parlano, c’è anche tutto il resto! Una scrittura, una regia, una fotografia, un montaggio, una messinscena, una colonna sonora – in ambedue i casi il compositore è lo storico collaboratore di fiducia di PTA JONNY GREENWOOD – che non solo rasentano la perfezione ma son molto di più che perfezione. Sono immortalità eternata.

(Paul Thomas Anderson e Philip Seymour Hoffman… PTA & PSH: una delle coppie regista/attore più leggendarie e straordinarie e stratosferiche mai viste!)

«The Master» costituisce un colossale enigma pieno di mistero, un’opera d’una monumentalità e d’una complessità eccezionali, che ci porta a interrogarci e interrogarci ancora. Ma poi la risposta di tutto è d’una semplicità assurda. Perché è così che è fatto l’Umano: si nasconde dietro menzogne plateali e messinscene farsesche che altro non sono che facciate che lo vogliono più complicato e oscuro di quanto non sia in realtà. Ma gli Umani sanno essere così disarmati e semplici nel loro desiderio di stare insieme. E che può essere così forte che le stesse leggi della realtà vi si piegano. E addirittura viene il dubbio che tra le stronzate sparate da Dodd qualcosa di vero non ci fosse. Questo splendore fattosi film non sarebbe mai potuto essere quel che è stato, non fosse anche per i suoi interpreti. AMY ADAMS ai miei occhi la più sconfinata attrice della sua epoca e nei panni di Peggy Dodd lo conferma. JOAQUIN PHOENIX – che impersona Freddie – è sovrumano. PHILIP SEYMOUR HOFFMAN è una Divinità. Lo è in ogni sua performance, del resto. E il suo Lancaster Dodd è tra i più maestosi capolavori attoriali mai confezionati da interprete alcuno in tutta la Storia della Recitazione. Philip e Joaquin si son resi artefici di un’alchimia ritenuta prodigiosa – segno dell’alchimia che doveva coesistere tra i loro due personaggi – che a Venezia vennero ambedue premiati con la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile. Tutti e due insieme: UN FATTO MAI SUCCESSO PRIMA D’ALLORA!!! Parlando di “stare insieme” e persone che se ne sono andate, un omaggio commosso al Maestro Philip glielo vogliamo dedicare. PTA e PSH hanno lavorato insieme in ben cinque film. E chissà quanti altri ne avrebbero fatti insieme. Le prime quattro pellicole di Paul han visto Philip nel cast. «The Master» – sesto film targato Anderson – è stata il loro ultimo lavoro insieme. Ma io, con le lacrime agli occhi e il pianto nel cuore in questo momento, non posso che pensare che nonostante il dolore e la sofferenza non era possibile un addio migliore del viso – gonfio di dolce e al tempo stesso aspra tristezza – di Philip/Lancaster gonfio dal pianto nel mentre che rivolgendosi a Joaquin/Freddie canta, canta immaginando loro due, insieme, come non lo sarebbero stati più.

«Il Filo Nascosto» vede come protagonista maschile il solo e unico altro attore di tutta la Storia della Settima Arte accostabile a Philip. Il più grande interprete mai esistito, secondo me. Lui non è solo il più grande attore di tutti i tempi, bensì la Recitazione incarnatasi fattasi carne e corpo e sangue: DANIEL DAY-LEWIS. Il suo Reynolds Woodcock – ritratto in una fotografia meticolosa e precisa e raffinata e che mira alla perfezione assoluta come lo stesso protagonista di cui parla – è eccezionalità allo stato puro. Solo PTA poteva trovare un’interprete femminile capace di tenere testa a Daniel: la colossale VICKY KRIEPS è una vera e propria sensazionalissima scoperta andersoniana, lei che dimostra un talento smisurato e fuori scala nel momento in cui diventa Alma. E poi ancora una menzione doverosa spetta a quel fenomeno di LESLEY MANVILLE, che interpreta la sorella di Reynolds Ceryl. Daniel fu talmente stravolto – come lo stesso PTA – dalla tossica potenza del suo personaggio e della relazione che lo vede protagonista che decise di ritirarsi. Pensate fin dove può arrivare il Potere del Cinema! Fortuna per Noi che ci ha ripensato. Fortuna benedetta.

(PTA & DDL durante le riprese de «Il Filo Nascosto»)

E infine? Gli Umani non devono stare insieme. Perché vogliono avere il controllo, perché sono violenti, perché ci sono tanti perché. Alla fine si tratta sempre di avere il coltello dalla parte del manico, anche in Democrazia o sotto le Dittature ogni questione si riduce a quello. Eppure gli Esseri Umani – prevaricati o prevaricatori che siano – ancora non ce la fanno a non volerlo. E del resto anche le stesse Storie che ci raccontiamo, i film che guardiamo al Cinema e questi nostri stessi articoli non sono che quello: un modo per stare insieme. E fino a quando lo vorremo, anche se ci staremo male, non smetteremo però d’essere quel che siamo: Umani.

QUESTO ARTICOLO È DEDICATO AL TRE VOLTE VINCITORE DEL PREMIO OSCAR PAUL THOMAS ANDERSON. E CHE HA VINTO BEN PIÙ DI TRE PREMI OSCAR, STATUETTE CHE SI È PORTATO A CASA NELLA SCORSA EDIZIONE, QUELLA TARGATA ANNO 2026. LUI HA VINTO IL MIO CUORE. PER SEMPRE. TI RINGRAZIO, MAESTRO, PER AVERMI INSEGNATO E DIMOSTRATO CHE ESISTONO SOFFERENZE INSPIEGABILI E CHE NON HANNO UNA CURA. E CHE SPESSO QUELLE SOFFERENZE SONO LE PERSONE CHE SE NE SONO ANDATE. MA CHE UN MODO PER TENERLE CON NOI, INSIEME A NOI, ESISTE. E QUELLO SONO LE NOSTRE STORIE. OGGI IO VIVO, GRAZIE A QUESTO. GRAZIE A TE, CHE SEI STATO LA MIA ISPIRAZIONE. TI RINGRAZIO, PTA. IO CONTINUERÒ A RACCONTARE. COSÌ COME TU CONTINUERAI A FARLO. SEMPRE E PER SEMPRE.

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