DI DAVIDE PISTARINO
Oggi, il 26 luglio 1928, a New York veniva al mondo Stanley Kubrick, un regista controverso ma imprescindibile per la storia del cinema.

Kubrick nasce in una famiglia ebrea di origini polacche e romene, e fin da subito dimostra uno spiccato interesse per i miti dell’antica Grecia, per gli scacchi e la musica Jazz.
Da ragazzo sviluppa una passione per la fotografia e prima di diventare il grande regista che tutti noi conosciamo è stato un fotografo che realizzerà alcuni celebri scatti, come ad esempio quello dei giovani innamorati in metropolitana a New York, e quello con i jazzisti neri e anche la celeberrima foto di un giornalaio che piange alla notizia della morte di Roosevelt.

Il primo vero lungometraggio Kubrick lo realizzerà nel 1952 ed è un film intitolato “Paura e desiderio”, prodotto dalla Minerva Pictures, che è anche la prima pellicola bellica che Stanley Kubrick gira, antesignana di classici come “Orizzonti di gloria” e “Full Metal Jacket”.
“Paura e desiderio” racconta la guerra tra due nazioni fittizie ed è un film con il quale Kubrick aveva un rapporto decisamente complesso. Infatti si vergognava di questa pellicola al punto da farla sparire e il film è stato ridistribuito nella sale solo anni dopo la sua morte, e seppure sia opera acerba e incerta permette di notare i primi sprazzi del suo genio.

Il secondo lungometraggio di Kubrick sarà “Il bacio dell’assassino”, un film con una trama molto lineare ma che Kubrick sa rendere interessante con molta maestria, facendo risaltare benissimo l’atmosfera newyorkese con cui avvolge il film e mettendo a frutto le sue capacità di fotografo con una fotografia bellissima ed efficace. Il film non è ancora uno dei suoi massimi capolavori e ha di per sé una trama con un risvolto romantico atipico per Kubrick, ma il nostro dimostra già di essere, a soli ventisette anni, un regista esperto, che sa maneggiare molto bene la macchina da presa, pur con attori poco noti come Frank Silvera nel ruolo del protagonista, peraltro più che azzeccato per la parte. La pellicola ha una trama tipica degli anni 50 americani, ma Kubrick ci mette un tocco di espressionismo europeo.

Nel film successivo, ovvero “Rapina a mano armata”, Kubrick dirigerà per la prima volta una stella del cinema, e cioè Sterling Hayden, in una pellicola che racconta lo svolgersi di una rapina. Nel suo terzo film Kubrick realizza una trama dove la rapina va ad intrecciarsi con svariati rapporti amorosi e sentimentali inserendo ciò che diventerà una costante del suo cinema: la complessità dell’essere umano.

Il quarto lungometraggio di Kubrick sarà quello del definitivo lancio verso il grande cinema. Parliamo di “Orizzonti di gloria”, un lungometraggio bellico con il grande Kirk Douglas come protagonista. “Orizzonti di gloria” è ambientato durante la prima guerra mondiale ed è un film apertamente critico verso la Francia bellica e schiettamente antimilitarista, in cui Kubrick racconta la tragedia della guerra con uno sguardo particolare, entrando non solo nei campi di battaglia, ma anche nelle sale di comando dove la guerra viene decisa e impostata. Durante le riprese di “Orizzonti di gloria” Kubrick conoscerà Christiane, la sua futura moglie che ha una piccola parte come attrice nel lungometraggio.

Kirk Douglas rimase così colpito dal talento del giovane Stanley Kubrick che successivamente gli proporrà la regia di “Spartacus”, dove interpreta il soldato romano Spartaco. La produzione di “Spartacus” fu piuttosto travagliata, tanto che il regista che aveva iniziato le riprese non era Kubrick ma Anthony Mann, che venne poi licenziato dalla produzione ed è in quel momento che Douglas tirò fuori dal cilindro del mago il nome di Kubrick. È il film dove però si nota meno lo stile di Kubrick e in cui Kubrick molto probabilmente venne molto condizionato dalla produzione e di ciò ne ha risentito l’esito del film, che risulta troppo hollywoodiano per un cane sciolto come Kubrick, che all’inizio degli anni 60 deciderà infatti di lasciare gli Stati Uniti per trasferirsi con la sua famiglia in Inghilterra, dove realizzerà la maggior parte dei suoi capolavori cinematografici.

Dopo “Spartacus”, Kubrick decide di realizzare una trasposizione del popolare romanzo scritto da Vladimir Nabokov “Lolita”, con la giovane Sue Lyon e un cast d’eccezione composto da Shelley Winters, James Mason e il grande Peter Sellers. “Lolita” è uno dei film che viene meno in mente quando si pensa alla filmografia di Kubrick ma molto probabilmente è il suo lavoro più sottovalutato sotto diversi aspetti. Kubrick si serve di un cast davvero ottimo, dove gli attori sono tutti perfettamente nel ruolo, soprattutto James Mason e Peter Sellers, che interpreta una parte molto nei suoi canoni. Ma la prova più convincente è quella di Sue Lyon, tanto che la parte di Lolita sembra essere scritta apposta per lei.
“Lolita” forse è il film meno kubrickiano tra tutti quelli che ha realizzato, visto il tema poco adatto a quel lato epico che fa di molti suoi film degli affreschi storici sontuosamente espressi con stile nobilmente calligrafico. Il desiderio insano del maturo Humbert Humbert per la “ninfetta” Lolita si trasforma in una ossessione che ha del grottesco e mette in risalto la disperata solitudine di un uomo incapace di amare. Nabokov, con grande intelligenza, non si adirò per i tradimenti di Kubrick nel trasporre il romanzo per il cinema e ne riconobbe il grande talento libero e fantasioso.

Successivamente a “Lolita” Kubrick realizzerà uno dei suoi film più famosi, ovvero “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”. Questo lungometraggio è uno dei più film più irriverenti, provocatori e ironici che Kubrick abbia fatto.
Nel concreto la trama del film descrive la guerra fredda che inizia negli anni 60 e riprende soprattutto la paura della bomba atomica che regnava a quei tempi, purtroppo un argomento che non ha smesso di essere attuale. Questo capolavoro è molto irriverente, ma poteva esserlo ancora di più visto che Kubrick aveva girato un finale diverso da quello che poi vedremo nel film. In origine il film si doveva concludere con una battaglia di torte in faccia tra i politici presenti nella sala, dove si stava decidendo una guerra nucleare, ma decise di tagliare questo finale poiché proprio durante le riprese l’allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy venne ucciso a Dallas, e a Kubrick quel finale sembrò esagerato vista la tragedia che era avvenuta.
Con “Il dottor Stranamore” Kubrick torna a lavorare con due suoi attori feticcio come Sterling Hayden, ma soprattutto con Peter Sellers, che ha più ruoli nella trama e che sono tra i più grandi della sua carriera.

Dopo il film con Peter Sellers Kubrick decide di girare il film che lo consacrerà definitivamente a maestro del cinema universale. Stiamo parlando di “2001: Odissea nello spazio”, uno dei più grandi film di fantascienza mai realizzati, se non molto probabilmente il più grande mai realizzato.
Kubrick trae questo capolavoro dall’opera omonima di Arthur C. Clarke che scriverà la sceneggiatura insieme allo stesso Kubrick. “2001: Odissea nello spazio” non è un lungometraggio che richieda lo sforzo di capirne la trama, perché non è un film a tesi. È una di quelle pellicole dove a ognuno è permesso di dare un’interpretazione personale. Basti considerare che il film fu adorato da una suora che presenziò alla prima e ci vide un forte senso cristiano ma fu anche molto amato dagli hippie perché lo vedevano come una specie di viaggio psichedelico. “2001: Odissea nello spazio” va vissuto come un viaggio altamente simbolico e evocativo, in cui si esplora la complessità della mente umana in una prospettiva evoluzionistica darwiniana; un viaggio dal quale in qualche modo usciamo tutti segnati e trasformati.
Con “2001: Odissea nello spazio” Kubrick ha vinto il suo unico Oscar in carriera. L’Oscar per gli effetti speciali condiviso con Douglas Trumbull, il leggendario direttore degli effetti speciali di “Blade Runner”, film al quale Kubrick presterà una parte del montaggio tagliato del girato di “Shining”, che Ridley Scott potrà utilizzare per il finale del film.

Il fatto che un regista del calibro di Stanley Kubrick nella sua carriera abbia ricevuto un solo Oscar – e per gli effetti speciali – fa chiaramente notare come spesso questi premi siano superflui e molto poco meritocratici. Ma fortunatamente la grandezza di un artista non si vede solo dalla quantità di premi che ha vinto, ma da ciò che ha trasmesso con la sua arte. In tanti che hanno vinto l’Oscar verranno dimenticati, Kubrick no.
Con “Arancia Meccanica” Kubrick ci dà il suo film di certo più violento e più discusso.
Per questo capolavoro Kubrick adatterà il romanzo di Anthony Burgess “Arancia Meccanica”, autore che, come spesso accade con Kubrick, non ha apprezzato il film tratto dal suo libro.
In ”Arancia Meccanica” Kubrick esprime la sua visione anarchica e critica verso tutti i poteri, realizzando un’opera dove si denuncia l’impossibilità di eliminare la violenza dall’essere umano tratteggiando una cupa visione del mondo che gli alienerà le simpatie di ogni parte politica.
“Arancia Meccanica” sarà oggetto di molte polemiche per la violenza esplicita presente nel film e lo stesso Kubrick riceverà nella casella postale della sua casa di St Albans in Inghilterra delle minacce di morte da parte di genitori che lo accusavano ingiustamente di aver condizionato negativamente l’immaginario dei loro figli. Fatto sta che Kubrick deciderà di non distribuire più in Gran Bretagna, dove verrà poi ridistribuito nel 1999 nell’anno della sua morte.

Durante le riprese di “Arancia Meccanica” conoscerà Emilio D’Alessandro, un taxista italiano a cui fu chiesto di portare sul set la famosa statua a forma di pene con la quale Alex DeLarge uccide una donna. Kubrick rimase molto colpito dalla figura di Emilio D’Alessandro, tanto che decide di assumerlo come suo personale assistente, facendosi da lui aiutare in tutte le produzioni che verranno successivamente. Sulla bellissima amicizia tra Stanley Kubrick e Emilio D’Alessandro è stata scritta la biografia “Stanley Kubrick e me”, dalla quale verrà successivamente tratto il documentario “S is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick” diretto da Alex Infascelli, che vincerà il David di Donatello.

Tratta da un romanzo inglese di William Makepeace Thackeray è anche un’altra pellicola straordinaria come “Barry Lyndon”.
“Barry Lyndon” merita senza dubbio la qualifica di film più pittorico della storia del cinema. Ogni inquadratura Kubrick la crea come se fosse un quadro in movimento e a tratti sembra di vedere animarsi i dipinti dei pittori del Settecento inglese, quali ad esempio Thomas Gainsborough.
Per la parte di Barry Lyndon Kubrick scelse l’attore americano Ryan O’Neal. Per questo casting ci furono molte discussioni, perché all’epoca O’Neal era famoso per aver fatto film romantici e commerciali come “Love Story”, salvo poi rivelarsi la scelta migliore in assoluto. Per la parte della moglie di Barry Lyndon sceglie Marisa Berenson, che era all’epoca molto nota come modella. Una coppia di attori strepitosa che entra di diritto nella storia del cinema.
Molto importante in questa pellicola è l’uso che Kubrick fa della luce naturale, tanto che in alcune scene c’è solo l’utilizzo di un’illuminazione da candela. L’uso della luce in “Barry Lyndon” ispirerà un regista come Miloš Forman che farà la stessa scelta in “Amadeus”.

In pochi sanno che dietro i costumi del film c’è la costumista torinese Milena Canonero, che aveva lavorato con Kubrick già in “Arancia Meccanica” e che lavorerà con lui anche in “Shining”. Per “Barry Lyndon” vincerà anche il primo Oscar della sua carriera.
Con “Shining” Kubrick realizza la trasposizione del popolare libro di Stephen King, accendendo così la grande rivalità tra lui e King stesso, perché il re dell’horror infatti detesterà la versione kubrickiana di “Shining” ma non con ragione. In “Shining” Kubrick si avvale della maestosa interpretazione di Jack Nicholson nella parte del folle scrittore Jack Torrance. Nicholson, con la sua straordinaria espressività facciale, riesce perfettamente a riprendere il declino della mente di Jack, lentamente ma inesorabilmente trascinata in un vortice di follia.
Numerose sono le storie che hanno alimentato le curiosità sulla realizzazione di “Shining”, soprattutto quelle sul rapporto tra Kubrick e Shelley Duvall, che nel film interpreta Wendy la moglie di Jack. Il rapporto con l’attrice pare essere stato particolarmente burrascoso, cosa che accadeva spesso tra Kubrick e i suoi attori, tanto che la Duvall ha accusato Kubrick di averle provocato dei problemi mentali.
Su “Shining”, come su “2001: Odissea nello spazio”, ci sono tante interpretazioni e la poliedricità semantica dell’opera ha scatenato ogni genere di fantasie. Jack Torrance che si aggira come una scimmia furente, con l’ascia in mano, per i corridoi dell’Overlook Hotel, ci riporta alla scimmia che, all’inizio di “2001: Odissea nello spazio”, trasforma l’osso in arma. L’orizzonte è sempre quello terribile della violenza alla base della natura umana.
Le riprese di “Shining” furono molto dure, con Kubrick che costringeva gli attori a fare molti ciak. Per la famosa scena con la mazza da baseball Kubrick ha costretto Nicholson e la Duvall a rifare la scena decine di volte, obbligando Nicholson ad abbandonare la sua impostazione attoriale, facendolo così diventare sempre più irritato e rendendo il suo personaggio ancora più reale e inquietante.


Sulle riprese di “Shining”, la figlia di Kubrick, Vivian, ha realizzato un documentario dove racconta in presa diretta tutte le sfaccettature di questo capolavoro.
Con “Full Metal Jacket” Kubrick torna a realizzare una pellicola di guerra che è annoverata tra i più grandi film di sempre nel suo genere. Il film è ambientato durante la guerra del Vietnam, la prima guerra che gli Stati Uniti hanno perso. Più che un film storico sulla guerra del Vietnam, “Full Metal Jacket” racconta la follia della guerra in generale e le ripercussioni che essa ha sull’essere umano e come lo trasforma. Emblematica la scena dove il soldato Joker, il protagonista interpretato da un grande Matthew Modine, ha indosso una tuta militare con un casco in testa con scritto “Nato per uccidere”, ma di fianco, sul giubbotto, ostenta il famoso simbolo hippie con la scritta “Pace e amore”, e un generale dell’esercito lo critica aspramente per queste sue posizioni provocatorie.


La parte più famosa del film è diventata quella iniziale, dove vediamo il sergente Hartman maltrattare le reclute in scene così brutalmente didascaliche da essere ormai diventate iconiche e degne di qualsiasi storia del cinema. Molte di queste sono diventate dei meme sui social, il che ci fa capire quanto Kubrick sia ancora un artista attuale.
Le riprese di “Full Metal Jacket” non sono state girate in Vietnam ma in un quartiere abbandonato di Londra, poiché Kubrick aveva una certa riluttanza a viaggiare per via della sua fobia per gli aerei, ma la ricostruzione è talmente ben dettagliata che sembra per davvero di trovarci in Vietnam.
Dopo le riprese di “Full Metal Jacket”, che è uscito nel 1987, Kubrick non farà altri film per dodici anni. In questo periodo Kubrick tenterà di realizzare alcuni progetti che però non riuscirà a portare a termine. Così decide di riprendere in mano un progetto al quale pensava da almeno trent’anni, che diventerà “Eyes Wide Shut” tratto dalla novella “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler. Per questo film Kubrick sceglierà come attori, per interpretare la coppia protagonista, Tom Cruise e Nicole Kidman, che ai tempi erano la coppia simbolo di Hollywood ed è questo il motivo per il quale Kubrick li ha scelti. “Eyes Wide Shut” sarà l’ultimo film di Kubrick, che purtroppo verrà a mancare a settantuno anni a causa di un infarto che lo coglie nel sonno, durante il montaggio del film che verrà ultimato da Steven Spielberg e uscirà postumo.
“Eyes Wide Shut” è la pellicola di Kubrick che ci lascia più interrogativi e ciò è sicuramente anche dovuto al fatto che è morto durante la fase di postproduzione, ma è anche il suo film più misterioso e più plateale a livello di sequenze sessuali. Il romanzo di Arthur Schnitzler era ambientato a Vienna, mentre Kubrick sposta la sua ambientazione nella New York della fine degli anni 90, che si addice molto di più al film che il regista ne ha tratto.


Sia Cruise che la Kidman sono perfetti nelle parti che Kubrick gli ha affidato, ma in particolare la Kidman, che ci mette davanti alla migliore interpretazione della sua carriera, ad esempio quando recita il monologo sulla differenza tra uomini e donne.
Kubrick, come ogni grande cineasta, ha ovviamente dei progetti che non è riuscito mai a realizzare. Il più noto è “Napoleon”, il film su Napoleone che avrebbe dovuto realizzare con Jack Nicholson nella parte del Bonaparte e Audrey Hepburn nella parte di sua moglie Giuseppina. Kubrick stava per iniziare le riprese del film, quando però nello stesso periodo uscì nelle sale “Waterloo” con Rod Steiger, che parlava anch’esso di Napoleone e che fu un insuccesso, e così la produzione stoppò l’inizio delle riprese. A quel punto Kubrick deluso decide di recuperare il materiale che aveva messo da parte per il film e realizza “Barry Lyndon”.
All’inizio degli anni sessanta invece stava per dirigere “I due volti della vendetta” con protagonista Marlon Brando, ma alla fine scelse di lasciare la regia della pellicola, e fu allora Brando che decise di non limitarsi a recitare nel film bensì pure di dirigerlo, realizzando così la prima e unica regia nella sua gigantesca carriera.
Dopo il successo di “2001: Odissea nello spazio” i Beatles ebbero l’idea di fare un film tratto dal “Il Signore degli Anelli” di Tolkien circa una trentina di anni prima che uscisse la trilogia di Peter Jackson, ma Kubrick rifiutò la proposta pensando che fosse un libro impossibile da trasporre al cinema.
Negli anni 90 Kubrick prese anche in considerazione l’idea di girare un film sulla Shoah che battezzò “Aryan Papers” (per il quale poco tempo fa si è parlato di una possibile realizzazione da parte di Luca Guadagnino), e considerò per la parte della protagonista le attrici Uma Thurman e Julia Roberts. Kubrick accantonò il progetto quando Spielberg realizzò “Schindler’s List”, perché era troppo sensibile al tema in quanto lui stesso ebreo.
Negli anni 90 gli venne in mente l’idea di realizzare il progetto fantascientifico “A.I. – Intelligenza Artificiale”, tratto da un racconto di Brian Aldiss che doveva avere come protagonista Joseph Mazzello, il bambino di “Jurassic Park”, ma Kubrick morì prima di poterlo realizzare. Spielberg però, alla morte di Kubrick, in suo onore decise di girare lui il film che, guarda caso, uscirà proprio nel 2001, l’anno di “2001: Odissea nello spazio”, scegliendo come protagonista il bambino del “Il sesto senso” Haley Joel Osment e come coprotagonista Jude Law.
Purtroppo non sapremo mai come sarebbero stati i film non realizzati da Kubrick, ma abbiamo avuto il privilegio di poter ammirare ben tredici suoi film. Stanley Kubrick è un regista che ha lasciato una forte impronta nel mondo della settima arte e ancora oggi molti registi si ispirano a lui per i suoi film, questo perché Kubrick è stato uno dei pochi nostri contemporanei che si può definire senza alcun dubbio un genio, anche se non lo si apprezza o non lo si comprende del tutto. È impossibile definire chi sia stato il più grande regista di sempre, anche perché è il gusto personale a prevalere nelle scelte, ma è un fatto che Kubrick venga spesso indicato come il più grande di tutti i tempi. Il suo è un cinema complesso ma anche aperto a tutti i tipi di pubblico. Molti suoi film sono stati apprezzati da grandi intellettuali e cinefili ma anche da pubblici completamente diversi, popolari e avulsi da un contesto culturale alto. Basti pensare che gli ultras della Juventus si definiscono “Drughi”, come i Drughi di “Arancia Meccanica” (se Kubrick lo avesse mai saputo non credo ne sarebbe andato fiero), ed è la dimostrazione che il suo cinema si può aprire ad ogni tipo di lettura, e questo perché Kubrick non scriveva solo delle storie o delle trame ma indagava la natura umana in ogni suo aspetto.
Vuoi ripercorrere la carriera cinematografica di un altro grande regista? Allora clicca qua!!!






