La trilogia di Dragon Trainer – La perfezione animata

DI ELODIE VUILLERMIN

Chi segue assiduamente Mercuzio and Friends saprà qual è il mio soprannome: la Draghessa. Il motivo? Semplice, perché adoro i draghi. Ma questa passione è partita da una serie di film, che ancora oggi ritengo tra le migliori produzioni animate targate DreamWorks: la trilogia di Dragon Trainer. Essi sono parte di una saga che include, oltre a tre lungometraggi, anche una serie animata di ben otto stagioni (alla quale dedicherò, in futuro, un articolo a parte) e cinque cortometraggi.

Il primo film ci catapulta in un contesto di guerra tra draghi e vichinghi, con i primi che rubano il bestiame dei secondi e ne incendiano le case. È in un ambiente così ostile che cresce Hiccup, il figlio di Stoick l’Immenso, capotribù del villaggio di Berk. Ma a differenza degli altri vichinghi, Hiccup è troppo gracile per combattere ed è reputato un inutile combinaguai, perciò viene relegato nella bottega del fabbro. Eppure ha delle buone qualità. Non avrà forza fisica, ma ha dalla sua l’ingegno, la creatività e la capacità strategica: difatti sa costruire armi e macchinari ingegnosi. Tutti si burlano di lui perché è diverso, ma proprio la sua diversità gli permette di fare l’impossibile: stringere amicizia con un drago, Sdentato, e dimostrare a tutti che i draghi non sono per forza dei nemici e si può convivere con loro e fidarsi di loro.

Nel secondo lungometraggio la società di Berk è cambiata, ora è perfettamente integrata con i draghi. Hiccup è cresciuto, ha più fiducia in sé stesso, è rispettato dalla sua gente. Eppure non si sente del tutto felice, perché suo padre gli preannuncia che diventerà il prossimo capo dei vichinghi e sente di non essere pronto a ricoprire quel ruolo. Mentre è alle prese con questa battaglia interiore, deve affrontare un altro tipo di lotta: quella contro un gruppo di cacciatori che si oppone all’amicizia con i draghi.

L’ultimo capitolo della trilogia ci mostra un Hiccup molto più consapevole del suo ruolo di leader, che per il bene della sua gente, dei suoi amici e di tutti i draghi si ritrova a compiere molte scelte sofferte. Non solo, egli è obbligato a confrontarsi con una dura realtà: che i draghi non sono mai davvero al sicuro con gli umani, almeno finché esisteranno persone dalla mentalità chiusa, prevenute e xenofobe pronte a dare loro la caccia e a considerarli dei mostri.

Hiccup è, come molti protagonisti della DreamWorks, un outsider, lo sfigato di turno, il pesce fuor d’acqua. In un mondo di guerrieri feroci, dove viene data più importanza alla forza fisica che ad altro, lui è troppo magro e gracile per poter tenere testa a un drago, figurarsi ucciderlo. Perdipiù è figlio di Stoick, un uomo venerato e rispettato da tutti per la sua forza, una figura quasi leggendaria con la quale non riesce a reggere il confronto, e questo è ulteriore motivo di scherno nei suoi confronti. Tutti, dagli adulti ai suoi coetanei, lo ritengono un caso perso. Secondo alcuni, sarebbe sprecato perfino come cibo per draghi; al massimo può fare la figura dello stuzzicadenti. Non gli danno mai un’occasione per mettersi in gioco, convinti a prescindere che lui farà qualche disastro e limitando la sua libertà di espressione. Così maschera la sua delusione e le sue frustrazioni trincerandosi dietro il sarcasmo, l’autoironia e i sorrisi forzati.

Per i primi minuti di film lo vediamo faticare mentre cerca di dimostrare a sé stesso e soprattutto agli altri che anche lui è un vero vichingo, che anche lui può uccidere un drago o perlomeno catturarne uno. Ci prova sul serio, a fare il coraggioso, pur sapendo di essere manchevole di forza fisica, pur sapendo che appena incrocerà la strada con quella di un drago sarà carbonizzato. Una notte riesce ad abbattere per davvero uno di quei mostri sputafuoco. E non uno qualunque, ma una Furia Buia, un esemplare di una specie rara e potente. Ma quando si trova davanti al drago ancora vivo, ferito e vulnerabile, non riesce a ucciderlo e lo libera. Perché negli occhi del drago vede sé stesso, vede la stessa paura e debolezza che prova lui quando si confronta faccia a faccia con quelle bestie mitologiche. Quel drago, Sdentato, è un pesce fuor d’acqua tanto quanto lui: è l’unico superstite della sua specie, le Furie Buie, quindi è solo al mondo, e non potendo volare a causa di una ferita alla coda, non può tornare in cielo insieme ai suoi simili.

Da allora Hiccup va a trovare Sdentato ogni giorno. Vuole davvero scoprire se è “la progenie diabolica nata dall’unione del fulmine e della morte” che i libri descrivono e soprattutto capire perché gli scritti parlano così poco delle Furie Buie in generale. Lo studia, lo osserva, ci socializza. Gli offre del cibo, fa un suo disegno nella sabbia, riesce a toccargli il muso con la mano (una scena potentissima, per me simbolica di tutta la trilogia), addirittura riesce nell’impresa di mettergli una sella e costruirgli una protesi per la coda, così che possano volare insieme. Da ogni esperienza, anche la più banale, Hiccup trae un insegnamento e capisce che uccidere i draghi non è il suo futuro e non gli apparterrà mai. Non solo, arriva a scoprire che i draghi, alla fine, sono vittime di qualcosa di più grande di loro.

Ma c’è il rovescio della medaglia: con i trucchi che ha imparato, di cui fa sovente uso nell’addestramento anti-drago, diventa presto popolare tra i suoi coetanei e tra gli adulti, che lo acclamano convinti che ora sia diventato un vero guerriero, un vero uccisore di draghi. Ma lui non si sente tale. Lui sa che sta ricevendo una popolarità immeritata, che lo stanno elogiando per i motivi sbagliati. Vorrebbe poter dire che i draghi non vanno per forza uccisi, che tutto ciò che si sa di loro fino a quel momento è frutto di una percezione sbagliata e di sciocchi pregiudizi. Ma fatica a confessarlo a qualcuno. Se lo sapesse suo padre, ne rimarrebbe deluso. Nemmeno gli altri vichinghi lo capirebbero. Lui vorrebbe che qualcuno notasse la sua astuzia e il suo buon cuore, e gli dicesse che va bene così com’è. Invece tutti, in primis suo padre, continuano a instradarlo sulla via del massacro e dell’odio.

Eppure, nel momento più critico, è proprio Hiccup a salvare la situazione. Perché lui non si arrende, sceglie di rimanere fedele ai suoi principi. Grazie a Sdentato, impara a essere libero, ad avere più fiducia in sé stesso, a non aver paura di esprimere ciò che pensa. Grazie a lui capisce, dopo tanto tempo passato a trattenersi e a sforzarsi di essere ciò che non era, che seguire il proprio cuore è più importante che adeguarsi al pensiero delle masse, soprattutto se è un pensiero sbagliato.

Hiccup non fa che crescere nel corso dei film successivi, e il pubblico è cresciuto insieme a lui, in un certo senso. La sua passione per l’esplorazione di nuove terre e la sua voglia di scoprire nuove specie di drago mai viste crescono sempre di più. Si confronta con due nemici, Drago Bludvist e Grimmel, che incarnano l’ideale opposto al suo, mossi dalla volontà di cacciare, dominare e uccidere i draghi per vendetta o per amore della caccia.

Nel secondo film viene esortato dal padre a ereditare il ruolo di capo di Berk, ma è certo di non essere pronto a farsi carico di una simile responsabilità. Lui sente di essere fatto più per le esplorazioni e lo studio dei draghi; diventare leader dei vichinghi implicherebbe rinunciare a queste sue passioni. A differenza degli altri, che già sapevano cosa sarebbero diventati in futuro, Hiccup non sa che genere di uomo sarà. Lui non riesce proprio a immaginare come sarà il proprio futuro, perché tormentato da un passato alquanto difficile in cui la madre non c’è stata a guidarlo e ha dovuto crescere con un padre esigente che ci ha messo del tempo prima di accettarlo in tutto e per tutto, perciò preferisce concentrarsi sul presente che su altro. Pensa che la risposta su chi egli sia davvero si trovi nel mondo esterno, forse in qualche landa che ancora non ha esplorato, ma arriva a capire che in realtà bastava guardarsi dentro per ritrovare sé stesso. Mentre sventa i piani di Drago, riesce a ritrovare sua madre Valka e non solo: fa finalmente chiarezza sul suo destino e, quando suo padre muore per proteggerlo, decide di rendere onore alla sua memoria, diventando il capo di cui Berk ha bisogno.

Nel terzo film scopre che il ruolo di capo villaggio è più tosto di quel che sembri: comporta sopportare molta pressione psicologica, scendere a compromessi e tenere conto delle conseguenze delle proprie scelte. La mancanza di Stoick, che nel bene e nel male era una grande figura di riferimento e di ispirazione, si fa sentire. Hiccup si convince di dover sostenere il peso delle responsabilità da solo, perché suo padre era stato obbligato a fare altrettanto, ma impara che la forza di un vero capo deriva dal fidarsi degli altri e dal condividere i propri pesi con le persone più vicine a lui. Capisce che gli umani devono imparare a fare più affidamento su sé stessi, anziché dipendere sempre e solo dai draghi, e che anche lui deve fare altrettanto; per tutto il lungometraggio crede di non valere nulla senza Sdentato, ma in realtà è comunque un uomo di valore a prescindere dal suo amico drago, e lo ha dimostrato pienamente.

Purtroppo, nonostante la sincerità e la purezza dei suoi ideali, il giovane arriva a comprendere l’amara verità finale: per quanti draghi potrà salvare, ci saranno sempre persone che non accetteranno il suo punto di vista e che non cambieranno mai idea. L’umanità è una specie pericolosa, proprio perché ci sarà sempre quella percentuale di individui irriducibilmente ostili ai rettili mitologici sputafuoco. Ed è per questo che l’unico finale possibile, seppure struggente e strappalacrime, è liberare i draghi.

La lezione più grande con cui Hiccup si confronta durante tutta la trilogia è che le cose nella vita non possono andare sempre bene. Cambiare è più difficile di quel che sembra e implica rinunciare (a volte in senso letterale) ad una parte di sé. Lui si confronta per ben tre volte con la perdita di qualcosa: prima perde la sua gamba, poi suo padre viene ucciso, infine è costretto ad abbandonare Berk e a lasciar andare tutti i draghi verso il Mondo Nascosto. Eppure queste difficoltà temprano il suo carattere, lo aiutano a crescere e ad essere un vero vichingo, un successore degno di suo padre.

Parliamo ora di Sdentato. Egli è tanto protagonista quanto lo è Hiccup. È un drago atipico, che non ruba il bestiame come gli altri ed agisce stando nell’ombra anziché esporsi. Viene considerato da tutti un mostro letale, pericolosissimo, più degli altri rettili sputafuoco, anche se si sa poco o nulla di lui. Ma in realtà è un tenerone con una capacità espressiva sorprendente. Sin da quando Hiccup lo libera, rimane incuriosito da lui. Non capisce perché il ragazzo non lo abbia ucciso. Dopotutto è un vichingo, il suo nemico naturale, quindi sarebbe logico se gli tagliasse la testa o gli strappasse il cuore dal petto. Invece no: Hiccup lo vuole osservare, studiare, comprendere più a fondo. E così finisce per affezionarsi a lui.

Il fatto che Hiccup necessiti di Sdentato e viceversa per poter volare è una scelta narrativa molto potente. La solidità del loro legame è ulteriormente accentuata dalle loro condizioni fisiche: infatti Sdentato ha la coda danneggiata e a causa di ciò non può spiccare il volo da solo, mentre Hiccup, nel finale del primo film, perde parte della gamba sinistra. I due fanno di tutto insieme, perfino le loro evoluzioni caratteriali scorrono sullo stesso binario: laddove Hiccup viene eletto capo dei vichinghi, Sdentato diventa il nuovo Alpha dei draghi. C’è da dire che, nonostante la profonda fiducia reciproca, il rapporto tra Hiccup e Sdentato ha comunque avuto le sue incrinature, ed è normale che sia così, perché anche tra amici stretti capita di litigare; ciò nonostante hanno saputo ricucire gli strappi e rinsaldare la loro amicizia.

Quando incontra la Furia Chiara, Sdentato conosce per la prima volta l’amore, lo stesso sentimento che il suo compagno umano prova per una certa ragazza di Berk (di cui parlerò a breve). Fatica a legare con la draghessa bianca, dato che lei non si fida degli umani, gli stessi con cui Sdentato è cresciuto, ma pian piano la conquista. Nel vederlo così felice con quella Furia Chiara, Hiccup comprende che lui e Sdentato devono separarsi. Perché se vuoi bene a qualcuno, a volte devi lasciarlo andare, se questo significa la sua felicità. E comunque questo non significa che la loro intesa svanisca, anzi, i due continuano a rimanere amici anche quando si rincontrano dopo anni, entrambi divenuti padri di famiglia.

Sono ben costruiti anche i personaggi secondari, le cui vicende sono indissolubilmente legate a quelle del protagonista. In primis, Astrid, l’interesse amoroso segreto di Hiccup, colei che meglio dei suoi coetanei incarna l’essenza del vichingo: una guerriera tosta, forte, indipendente, coraggiosa e pienamente consapevole delle responsabilità che spettano ai futuri uccisori di draghi. Nel primo film crede che Hiccup prenda le cose poco sul serio, che tratti l’addestramento anti-drago come un gioco, e questo la infastidisce. Poi si ingelosisce quando il ragazzo comincia a essere migliore di lei negli allenamenti. Quando scopre la verità su di lui e Hiccup riesce a dimostrare la sincerità dei suoi ideali, inizia pian piano ad addolcirsi e ad aprire la sua mentalità a un nuovo modo di vedere i draghi.

Astrid ha un ruolo importante nella storia, più di quanto si possa immaginare. Lei è quella che di continuo chiede a Hiccup quanto faccia sul serio, quanto crede in ciò che dice e che fa. Durante l’addestramento, quando crede che egli stia prendendo l’intera faccenda come un gioco, gli domanda di scegliere da quale parte stare, se quella dei draghi o dei vichinghi. Dopo la scoperta della Morte Rossa e del nido dei draghi, gli chiede se è davvero disposto a tenere segreta questa rivelazione solo per il bene di Sdentato, e nel vedere la determinazione negli occhi di Hiccup mentre le risponde “sì” rimane senza parole. Infine, quando Hiccup è nel suo momento di disperazione massima, è Astrid che gli fa ritrovare la grinta, ponendogli una domanda:

Perché non ha ucciso Sdentato, il giorno in cui lo ha trovato?

Ma perché ti interessa tanto? Così, di punto in bianco?

Perché voglio ricordarmi quello che dici in questo momento.

[…] Non ho voluto! Trecento anni e sono il primo vichingo a non aver voluto uccidere un drago.

…E il primo che ne ha cavalcato uno. E allora… ?

Con questo dialogo, Astrid vuole mettere alla prova la fermezza degli ideali di Hiccup. Vuole vedere se la stessa determinazione che l’ha cambiata, che l’ha convinta a non tradire il segreto del ragazzo, è ancora viva. E per tutta la trilogia proseguirà su questa linea, sostenendo e incoraggiando Hiccup nei maggiori momenti di smarrimento e difficoltà. Prima come amica, poi fidanzata e infine moglie, Astrid continua a essere un punto di riferimento importante per il protagonista, aiutandolo a prendere le decisioni più complicate e restituendogli fiducia quando lui inizia a dubitare del proprio valore.

Stoick è il perfetto esempio di genitore severo con suo figlio; un omone dalla stazza possente, con un tono autoritario e modi di fare spesso bruschi, dal quale Hiccup cerca approvazione in maniera tanto costante quanto disperata. Rimprovera suo figlio, ma in fondo vuole solo il suo bene ed egli stesso è alle prese con i suoi conflitti interiori; nello specifico, cerca di essere sia un buon capo che un genitore affidabile, anche se è faticoso crescere un adolescente al quale non riesce a venire incontro, essendo Hiccup tanto particolare e diverso dal resto della comunità vichinga. Dietro la sua rabbia si cela la preoccupazione che il figlio non riesca ad inserirsi nella società di Berk, o peggio, finisca per rimanere ucciso dal mondo violento in cui si trova a vivere. Quando si infuria, in realtà sta dando la colpa a sé stesso per i fallimenti del figlio: se non riesce a far integrare Hiccup nella società dei vichinghi, non è un buon padre e, di conseguenza, non può definirsi nemmeno un capo villaggio affidabile. Peccato che questi concetti non li esprima ad alta voce, ma li dia per scontati, dando spesso a Hiccup l’impressione di essere solo un disturbo, un figlio indesiderato, un erede di cui vergognarsi. E non si rende conto che, desiderando un figlio che non riesce ad essere all’altezza delle sue aspettative e non lo sarà mai, gli fa più un danno che altro.

Il rapporto tra Hiccup e Stoick è uno dei più realistici possibili. È la rappresentazione di come spesso genitori e figli, pur amandosi, fatichino a comprendersi e a comunicare tra di loro per la diversità di opinioni. Nessuno dei due riesce mai a dire all’altro ciò che pensa davvero, vuoi per paura di deluderlo, vuoi perché non usa le parole giuste. Eppure Hiccup vorrà sempre bene al padre, e viceversa. Alla fine Stoick riesce ad accettare il figlio così com’è e si fida di lui al punto da nominarlo futuro capo villaggio, insegnandogli al contempo le responsabilità del suddetto ruolo. Inoltre scopriamo a cosa fosse dovuto il suo atteggiamento finora brusco e severo: alla scomparsa della moglie Valka. Ogni volta che alzava la voce con Hiccup, o lo sgridava, in realtà aveva paura di perderlo, come aveva già perso la sua consorte. La sua morte nel secondo film è il suo massimo gesto d’affetto e dimostra pienamente come spesso l’amore significhi sacrificio.

Poi ci sono Gambedipesce, una mente brillante che sa tutto dei draghi, ma un po’ fifone e restio ai combattimenti; Moccicoso, presuntuoso e spavaldo, che fallisce clamorosamente ogni volta che tenta di fare colpo su una ragazza o di essere il più figo di tutti; e i gemelli casinisti Testaditufo e Testabruta, fanatici del pericolo e delle situazioni estreme. Nel corso dei vari film diventano gli amici più fidati di Hiccup, oltre ad essere, ognuno a modo suo, protagonisti di numerose e memorabili scene comiche.

Citiamo ancora Skaracchio, il fabbro di Berk, una sorta di secondo genitore per Hiccup, nonostante la sua brutale onestà, e braccio destro nonché bussola morale di Stoick, che aiuta a fare da mediatore tra padre e figlio. Poi Valka, madre di Hiccup, molto simile a lui per carattere. Anche i villain riescono a essere tutti e tre memorabili: la Morte Rossa lo è con la sua spietatezza; Drago è un individuo crudele, affamato di vendetta, disposto perfino a controllare gli stessi draghi che tanto odia pur di incutere timore nel prossimo e piegare con la forza al suo volere chiunque osi mancargli di rispetto; Grimmel è un autentico stratega, un subdolo manipolatore e un drogato di caccia ai draghi.

Tante sono le ragioni per cui la saga di Dragon Trainer è una delle più amate tra i fanatici dell’animazione. La prima è di sicuro l’ambientazione: il connubio tra draghi e vichinghi funziona molto bene; l’epoca medievale dei grandi e possenti guerrieri del nord è terreno fertile per le leggende e le creature mitologiche. Inoltre è la rappresentazione concreta del sogno proibito di molti fanatici del fantasy: cavalcare un drago e soprattutto farci amicizia. Per farlo, hanno scelto di rappresentare dei rettili sputafuoco che possono sì incutere timore, ma che al tempo stesso, se si ha il tempo di conoscerli meglio, possiedono una capacità espressiva pari a quella umana e a volte si comportano come cani o gatti: basti pensare a quelle scene in cui li vediamo scodinzolare, seguire un fascio di luce per cercare di acchiapparlo o fare versi simili alle fusa. A livello di worldbuilding c’è stato un notevole impegno nel differenziare tra di loro le diverse classi di draghi, nell’assegnare a ciascuno la propria unicità.

La grafica in 3D è spettacolare. Le ambientazioni sono mozzafiato, con una resa molto realistica, e le scene in cui vengono solcati oceani sconfinati o mari di nuvole a dorso di drago sono incredibili. Le frasi di apertura e di chiusura di ogni film, narrate fuori campo da Hiccup, ti gasano come non mai. Anche la colonna sonora è da urlo.

Temi fondamentali dell’intera saga sono l’amicizia che non conosce confini, il rispetto, la fiducia, la lotta ai pregiudizi, il peso delle responsabilità, l’ansia di non riuscire ad essere all’altezza dei genitori, le pressioni della società che soffocano il tuo vero io, l’importanza di rimanere fedeli a sé stessi e al proprio pensiero. La più grande lezione di questa trilogia, in ogni caso, è questa: l’amore non è quello che limita e vincola, ma quello che ti libera e basta, come l’amore di un padre che impara a capire suo figlio e ad accettarne le diversità, o quello di un umano e un drago che vanno incontro alla propria natura in modo spontaneo, senza condizionarsi.

La trilogia riesce a trattare storie profonde e dinamiche relazionali complesse con una leggerezza disarmante, risultando (almeno a parer mio) adatta non solo a un target adolescenziale e preadolescenziale, ma anche a uno più adulto. Se nei film Disney arriva, a un certo punto, quella canzone in cui il protagonista esprime tutti i suoi desideri e aspirazioni, la saga di Dragon Trainer si affida alle immagini e ai dialoghi semplici e spontanei per dare voce ai conflitti interiori dei personaggi e per mostrare il modo in cui evolve l’intesa tra umani e draghi, senza mai risultare didascalico. Chris Sanders e Dean DeBlois si sono dimostrati maestri non solo della regia, ma anche dello storytelling, e la qualità narrativa non è mai calata nel corso dei tre film, anzi, è migliorata sempre più.

A livello di doppiaggio italiano Dragon Trainer è superlativo. A prestare la voce a Hiccup è l’impeccabile Flavio Aquilone, che comincia con toni più leggeri nel primo film per poi conferire un timbro sempre più adulto e maturo al suo personaggio. La voce di Astrid è di un’ottima Maria Letizia Scifoni, che ha saputo restituirci il fascino e la determinazione del personaggio. Abbiamo poi i bravissimi Gabriele Patriarca (Gambedipesce), Alessio Nissolino (Moccicoso), Letizia Ciampa (Testabruta), Mattia Ward (Testaditufo) e Carlo Valli (Skaracchio). Ultimo ma non per importanza, il compianto Roberto Draghetti, che con il suo iconico timbro cavernoso e possente ha saputo delineare alla perfezione i tratti della personalità di Stoick.
Raramente grido al capolavoro, perché trovo comunque un minimo di imperfezione anche in film che mi sono piaciuti tantissimo, ma in questa trilogia, capace di unire tematiche adulte, umorismo sagace e situazioni commoventi, non riesco davvero a trovare alcuna pecca. Sono persuasa che la saga di Dragon Trainer sia il tipo di storia che non passerà mai di moda, che anche a distanza di anni continuerà ad avere un fascino irresistibile. Non resta che vedere cosa faranno con il live action.

Pubblichiamo questo articolo in occasione dell’uscita del remake in live action del primissimo film della trilogia di «DRAGON TRAINER»: sapete dove Noi andremo a vederlo? Ma è chiaro: ci recheremo nel nostro cinema del cuore ❤️, il nostro posto in cui stare, il solo loco dove mai potremmo andarlo a vedere, e cioè IL CINEMA REPOSI DI TORINO IN VIA XX SETTEMBRE 15… ANDATECI ANCHE VOI!!!

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