DI MIRIAM PAOLETTI
“Tu non sai quel che sia avvistare una terra, socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi”.

Ulisse abbassa lo sguardo, ogni volta che lo si guarda per leggerne le espressioni, nascondendo quel pensiero ineliminabile. Lui vorrebbe scaraventarlo al di fuori del suo cratere, ma quello è come intessuto nella pelle – radicato in una emozione che, subita, lo condurrebbe all’immobilità – è impregnato di quella massa inconsistente d’immagini che si cristallizza in ricordo, impugnando il cuore; vorrebbe sputare quel pensiero lungo la strada, lasciarlo appeso ad appesantire la vita di qualcun altro: ma il pensiero rimane lì. E’ così ancorato alle viscere ed allo scheletro da divenire incomunicabile, indicibile, perché, per verbalizzarlo, bisognerebbe reciderne le radici, amputarne gli arti, ridurlo ad una semplificazione che, di per sé, è opposta allo stesso pensiero, dal momento che è quel che della vita vissuta è rimasto: un grumo vivo. E si torce imbestialito e urlante di fronte ad una realtà ch’egli non riconosce: lui vuole solamente quel luogo amato, desidera quel calore, e null’altro; senza ammetterlo, Ulisse sogna di star di fronte a quel volto e a quegli occhi che pensano, penetranti e aggrottati, così com’era un tempo. Senza ammetterlo, si risveglia come da un incubo.
Ulisse distoglie lo sguardo perché non vuole essere violato da banali retoriche o inconsistenti commiserazioni, detesta quella sensazione di disgusto, che torce il ventre, quando qualcuno parla dell’isola. Ma ogni volta muore, un lembo alla volta, perché l’isola che ha nel cuore non corrisponde mai a quella che avvista, e sa che è infantile immaginare la vita di chi a quell’isola amata appartiene, ma inevitabile, perché c’è questa possibilità e questo piacere perverso mischiato al dolore, d’immaginarne le vite, i tempi, le azioni ed i gesti quotidiani, ricordare l’ora nella quale lo si aspettava ed il rumore della sua venuta, e ricordarne le mani, la voce calma. E si nega di descriverne la materia filamentosa; perché accedere al ricordo significa sprofondare in un limbo estraneo, di un altro tempo, rendendosi straniero nel presente degli altri perché avvinghiato a quel pensiero che ricorda il passato. Ricordare è l’atto di rifiutare l’orizzonte “dell’isola” presente rimanendo fedeli all’orizzonte dell’altra isola amata e rimembrata, fedeli al ricordo di quei cieli aranciati e violacei, intensi, del volo coraggioso ed arduo dei suoi gabbiani, eco delle loro grida, ricordo dei pendii scoscesi, il riflesso cristallino dell’acqua, il giallo di quel sole col quale si voleva fondersi per ricongiungersi al suo amore che tocca il corpo.

Ulisse è solo nel mare. Abbandonato fra le onde, alla ricerca di un ricordo divenuto sogno, distoglie ogni volta lo sguardo e tace, perché, ogni volta che il ricordo si presenta alla soglia della coscienza, il dolore atroce dell’esiliato lo lacera, e lui urla, sprofondando la testa nel mare, per dimenticare.
Ulisse ha trovato il modo di sopravvivere a sé stesso, e questo modo è rendersi immortale. Calipso non lo comprende, e crede che il suo viaggiare d’isola in isola sia la resistenza alla sua proposta di divenire immortale con lei, come lei, passando l’eternità nella prima isola arbitraria a cui si è giunti: abbandonarsi all’orizzonte di questa isola, cadere in un tempo atemporale composto di quelle presenze che suonano come le immense stanze vuote, non sperare di vivere più.
Calipso non comprende, perché Ulisse si è già dovuto rendere immortale per sopravvivere al ricordo dell’isola amata. Tuttavia, la sua immortalità è una paralisi temporanea del cuore che attende di ritornare alla sua isola: l’atto di sospensione della coscienza, pensando al ricordo nel modo in cui si pensano le cose che non possono più accadere, così come paiono irraggiungibili quei castelli innevati al di sotto delle campane di vetro.
Ulisse credeva che il dolore più intenso fosse quello dell’eterno navigare, ma, ora, non osando neppure sfiorare la campana di vetro, ora teme, ancor più, quel castello, la possibilità del ritorno. Se qualcuno tenta d’immaginare il futuro possibile nell’isola, Ulisse, di nuovo, guarda altrove: non vuole concepire nemmeno una immagine della casa. La carezza sul viso di lei, i passi sulla strada sconnessa, quei tetti sui quali pensava di poter raggiungere la libertà, tutto è sepolto; teme l’immagine del ritorno ancora più che la consapevolezza dell’errare. Essa significa pensare quelle persone amate come coacervi di possibilità, come persone vive, persone condannate alla libertà e che perciò possono aver scelto consapevolmente o inconsapevolmente di non soffrire.
E se, tornando, Ulisse si troverà fra le mani il vetro d’un’altra vita alla quale lui non appartiene? E se, tornando, Ulisse dovesse constatare che le persone da lui amate hanno continuato a vivere anche con la sua assenza, anzi, relegando a leggenda quel ricordo che per lui è sogno terribilmente anelato? Come tollerare d’aver vissuto la totalità della propria esistenza covando il sogno dell’amore di quelle persone che invece sono riuscite nell’impresa titanica e fin troppo umana – d’una amara debolezza – d’uccidere nel pensiero chi non non potrà più condividerne la vita? Constaterà, tornando, che loro sono riusciti a rinchiuderlo nel passato, con quel poco d’affetto dovuto, celebrativo, ma privo di possibilità, mentre lui, lui, lui ha vissuto la sua intera esistenza non vivendola, perché perennemente in attesa del momento in cui l’avrebbe vissuta, a fianco della persona amata, nel luogo che lui aveva scelto come casa. Dovrà cercare un altro luogo? Un’altra casa, un altro spazio e ricominciare. Ma con quale coraggio dimenticare? Ci sarà un altro posto nel mondo in cui “saprò almeno che devo fermarmi” dove non esiste quel pensiero dell’isola?

Ulisse non può tornare ad Itaca, perché Itaca è il luogo in cui, in assoluto, desidera tornare.
“Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare”.
Ulisse vede un’isola. Sta per rifarlo, sta per immaginarla, l’amata, sovrapporla a quella che non è lei, socchiudendo gli occhi e distogliendo il viso; ma qualcosa cambia, qualcosa è diverso: se ne accorge subito: gli sembra di riconoscere qualcosa, qualcosa lo riconosce.
È lei. È a casa.
“Quello che cerco l’ho nel cuore, come te”.
Parlare di questo libro è inevitabilmente un atto di arroganza; esso, in un modo diverso dagli altri, è indicibile. Io, in un qualche modo, ho voluto parlare di me attraverso di lui, anziché di lui attraverso me, figurando la mia urgenza in questo Ulisse. In fondo, avrò solo reso Pavese mito così come lui palava del mito?
Credo che sia necessario rileggerlo, continuamente, lungo la totalità dei propri giorni, fino a renderlo una seconda pelle nella narrazione dei giorni della nostra vita.


Ti piacerebbe leggere altri articoli simili a questo? Allora pigia qua sopra!!!
Se ti è piaciuto questo articolo, leggi gli altri nostri pezzi squisitamente filosofici!!!
Desideri leggere altri articoli di natura letteraria? Allora clicca qua sopra!!!






