DI CHRISTIAN PAROLIN
Io sono l’estate
mi correggo: sono l’alito caldo che provoca il sudore viscido sul corpo. Arrivo ai primi di luglio, raramente quando le pagine dei calendari segnano ancora giugno.
Molti di voi mi odiano e non posso biasimarvi; alle volte, sono così bollente che vorrei gettarmi nella bocca di un orso polare. Voi siete fortunati perché avete i climatizzatori e i ventilatori e le docce fredde, io non posso raggiungere il Polo Nord.
Quest’anno ho deciso di prendere l’Italia in contropiede e presentarmi con due settimane di anticipo. Ah-ah! Sono un essere bello grosso, perciò quando mi sposto non faccio la figura di una ballerina aggraziata che sulle punte non disturba neppure una formica; ho una coda enorme e un muso gigantesco, indi per cui maggio ha battuto un ferro piuttosto rovente e prevedo che fino a ottobre non vi libererete di me.
Ci godo? Non particolarmente. Faccio il mio lavoro, come un macellaio.
La mia natura menefreghista mi porta a non affezionarmi a nessun luogo, e voialtri dovreste esserne contenti; ciononostante, una settimana fa ho infilato il braccio in una piccola cittadina chiamata Fiotto, Veneto-est. Gli stabilimenti produttivi non mi piacciono granché, seppure emettano notevoli quantità di anidride carbonica che sulla carta dovrebbe giocare dalla mia parte; sono un solitario, odio chi si intromette.
Qui non ce ne sono. Non avvezzo ai vocabolari d’uso corrente, potrei descriverla come un uovo, il cui tuorlo è il centro abitato, composto da una decina di case entro un raggio di mezzo chilometro eccetto una, e l’albume che gli sta intorno è verde, giallo e marrone. Le strade che l’attraversano scorrono sul guscio, quasi avessero paura di insozzarsi. Vado molto d’accordo con le piante, meno con l’asfalto e il ferro.
Ahimè, la gente di qui non differisce da quella di qualunque altro paese. Non piaccio loro.
Ma forse! – forse – c’è qualcuno a cui perlomeno non scateno un odio viscerale. È basso, in carne e ha i capelli così chiari che sembra calvo. Io ne ho visti di soggetti afflitti da alopecia, e costui mi sembra fin troppo giovane anche solo per preoccuparsene.
Mi trasmette molta tristezza: è sempre da solo.
Risiede nella costruzione discosta dalle altre come una goccia che scivola da una macchia di vernice su una parete bianca. Il filamento che si lascia alle spalle è il tratturo costeggiato da ulivi che la collega alla strada. È un casale modesto con una cascina che fa da deposito per le cianfrusaglie del padre e un trattore che ricordo di aver già visto. È dello stesso colore con cui i servizi metereologici mi dipingono.
Il signor padre si vede spesso a zonzo a bordo del suo furgoncino, con il cassone riempito di arbusti, tagliaerba, balle di foglie legate da rametti o tubi per irrigatori. Una volta stabilitomi, avrei tutto il tempo per seguirlo e scoprire dove va, cosa fa, con chi sta; ma sono assai pigro: una volta posato il corpo sui paesi difficilmente mi faccio smuovere prima dell’arrivo di mia sorella, la fredda, che mi pare di capire è più amata di me.
La mamma, invece, monta su un’automobile che ricorda la faccia di un treno in scala ridotta. Tutta nera, dunque vado a nozze. Rido quando la sento imprecare contro di me, quando la vedo sollevare il lembo della maglietta per asciugarsi il viso.
Per questo, una volta ho fatto uno sforzo e mi sono messo a pedinarla. Di cose ne ho viste tante che ho imparato la terminologia per definirle.
Adulterio è la parola che qualifica le scorribande della donna.
Ma voglio tornare al piccolo.
Non conosco il suo nome né la sua età, ma non ho mai visto altri bambini fargli visita, né l’ho mai visto uscire dalla camera se non per andare in bagno o in giardino a lanciare un frisbee al suo maltese. Qualcosa in questo ragazzino ha rimestato le mie viscere, palpeggiando ciò che di umano ho inevitabilmente assimilato nel corso dei secoli.
Ha la faccia porcina e quando parla non è in grado di completare una frase senza frequenti interruzioni per cercare con la lingua la parola esatta. Il periodo scolastico si concentra in gran parte quando io non ci sono e pertanto non saprei dire come se la cava; so tuttavia che non ha nessuno con cui conversare ad esclusione del cane, il quale, povero, non può rispondere. Vien da sé che la capacità di esprimersi ne risente alquanto e se i genitori non si preoccupano di colmare la lacuna ma anzi la dilatano, per quel bambino prevedo grosse e grasse complicazioni.
Mai avrei pensato di dirlo, ma devo fare qualcosa per lui. Sento il dovere di soccorrerlo. La pancia mi dice che non posso poltrire anche stavolta.
Ma cosa inventarsi?
Pensa, accidenti, pensa!
Ci sono!
Il torpore che lo abbatte puntualmente verso le due di pomeriggio è tornato a reclamare ciò che gli spetta di diritto: la sua vitalità. Di natura tutt’altro che battagliera, Tomas gliel’ha ceduta con la stessa fiacchezza di sempre. Se avesse avuto degli amici con cui combattere il suo arrivo, avrebbe potuto contare sul loro sostegno e magari sconfiggerlo, per una volta, magari impaurirlo e costringerlo a tenersi alla larga per qualche giorno.
Il lauto pranzo che ha preceduto la sua venuta ha giocato un ruolo fondamentale nell’inibire le sue difese. Uno dei punti deboli di Tomas è il cibo, l’abbondanza di calorie è ben accetta.
Ha abbassato le imposte, puntato il ventilatore su di sé e chiuso gli occhi su un lenzuolo tutto umido.
Un sonno spigoloso lo ha estratto dalla tangibilità per un’ora e mezza.
Al risveglio, la traspirazione cola dalle tempie al mento passando per le guance. Punge come le zampette di dieci mosche e quando Tomas si passa la mano per scacciarle, l’espande e ottiene solo di peggiorare il fastidio.
Irritato, si alza a sedere e si prende a schiaffi.
Scopre che il ventilatore è spento. Ricorda che a un certo punto il suo riposo era stato interrotto ma che non ci aveva badato più di tanto.
«La solita spina» bofonchia.
Ha un modo particolare di pronunciare la s: sholita shipina.
La spina è scollegata dalla presa. Papà lo aveva detto che l’impianto elettrico era tutto da rifare, solo che non è mai intervenuto. Tomas spegne l’apparecchio e scende in cucina.
Viene accolto dal borbottio delle cicale e da una accelerazione cardiaca; braccia e gambe sono stuzzicate da un’energia violacea e sgradevole e il respiro si fa corto. Si siede per attenuare la botta, ma il corpo è divenuto una molla sotto pressione, impossibile da stabilizzare.
Cammina attorno al tavolo, arriva fino al salotto, in bagno. È in panico.
Dopo un minuto o poco più l’allarme rientra. Tomas fa un respiro profondo, lo trattiene e lo esala.
Beve un bicchiere d’acqua e apre la mensola dove tiene le sue scorte alimentari. Non ha veramente fame, ma è annoiato e la prospettiva di girarsi i pollici ed esplorare l’interno del suo naso per altre quattro ore non aiuta a distinguere l’autentico appetito dalla gola.
Prende il pacco di Nippon che aveva aperto come appendice al pranzo. Nonostante ne avesse mangiati la metà, tutto il sale ingerito prima aveva infestato le papille e lo zucchero sembra non bastare mai.
Ne morsica uno mentre esce in giardino.
«Miiippon?» chiama, poi arresta la masticazione e tende le orecchie.
Il suo appello si propaga nell’immobilità. Il silenzio è così massiccio che la sua voce non fa che addensarlo.
«Miiippon?».
Il maltese trotterella dal fondo del vialetto. La calura dona al passaggio una sfumatura terracotta, identica a quella del cane. Guardandolo avvicinarsi, Tomas pensa che sia una verruca del terreno che ha preso vita.
Prende un cioccolatino per sé e uno per il suo unico amico, poi però gli torna in mente la notte di quattro mesi fa in cui aveva dovuto svegliare la mamma perché Mippon guaiva. Nessun’abrasione visibile, il dolore scaturiva dalla bocca. Aveva i molari marci. La mamma gli aveva preparato della camomilla e un impacco con il ghiaccio, che si erano dimostrati come sputi per un morto di sete. Il giorno dopo l’avevano portato dal veterinario più vicino e la dottoressa aveva detto loro che il cucciolo aveva quattro carie allo stadio avanzato. L’aveva operato e l’anestesia era durata tre giorni, durante i quali pareva più un pupazzo che un essere vivente.
La mamma non aveva mancato di fargli notare che Mippon era di sua responsabilità e che era lui a doversi occupare della sua igiene orale. Il risarcimento non avrebbe potuto pretenderlo perché a sette anni le uniche entrate nelle tasche di Tomas sono le mance dei nonni e degli zii a Natale e al compleanno, soldi che, chissà perché, lui non vede mai.
Da quel momento tiene traccia di ogni cosa ingerita dal suo cagnolino (tranne i vermetti e gli insetti che probabilmente si pappa nelle sue gite).
«No, questo non puoi».
Mippon abbassa le orecchie coperte di pelo e saltella sulle zampe posteriori.
«Guarda che dopo stai male come l’altra volta. Solo un pezzo minuscolo».
Spezza il quadratino di riso soffiato a metà e poi ancora e ancora fino a ottenere la grandezza di un pistacchio.
«To’, basta e avanza». Mippon non lo mastica nemmeno. «Sono affari tuoi».
La divagazione gli aveva fatto da scudo contro l’afa; ora si abbassa come un telo scoprente una sorpresa e Tomas sente la cappa che gli si chiude appresso. Oggi fa molto più caldo del solito.
Si volta verso il vialetto quasi per caso
(ma non è casuale; non lo è mai. Tomas ripete spesso questo rituale del rivolgersi all’accoglienza di casa sua prima di rientrare. Spera di scorgere la macchina della mamma di qualche compagno di classe che abbia deciso di andarlo a trovare, ignorando che nessuno degli altri bambini sa il suo indirizzo; o meglio ancora, di vedere un nugolo di biciclette, così lui può prendere la sua mountain bike fossilizzata dietro il trattore e dimostrare che anche lui ci sa andare, che essere ciccioni non vuol dire essere morti. Quando le sue utopie vengono sbriciolate dalla cruda realtà dei fatti, i suoi desideri ripiegano sulla mamma, meno spesso sul papà. A volte si avverano, ma non sono all’altezza della fantasia. A scuola ha sentito dire questa frase, non ricorda da chi: Chi di speranza vive, disperato muore)
e nota delle ombre all’altezza del cancello. È chiuso, potrebbe trattarsi della rifrazione che crea l’illusione di griglie spiritate; non meno concreta è la pozza d’acqua luccicante che gorgoglia sotto i due fantasmi.
Tomas pensa che le sue preghiere si siano esaudite e per un secondo si concede un’esultanza. Ma realizza in fretta che quelle figure sono troppo scure e troppo informi per essere persone. Sono anche alte. E grosse.
Mippon rotea su sé stesso. «Cosa? Hai caldo? Ma se sei rimasto al sole fino ad adesso!».
Non è sempre facile capire cosa vuole Mippon. È un cane ozioso.
«Io proprio non ti capisco».
Prende un cioccolatino e lo condivide. Si accorge che da quando è uscito ne ha mangiati due soltanto. Un sorriso gli solleva un solo lato della bocca e gli scopre gli incisivi: non è mai stato bravo a sorridere. Inoltre, il falso senso di appetito sembra svanito. Ora guardare i cioccolatini non gli trasmette niente.
Wow, pensa, è così strano per lui tenere tra le mani del cibo e non avere la tentazione di ingozzarsi.
Le strane forme sono ancora a ridosso dell’entrata. Dai primi ulivi in avanti il passaggio si tuffa nel fresco, al riparo dal sole. È una seduzione non banale, ma il cioccolato comincia a prendersi troppa libertà: se non posa le chiappe sulla tazza entro dieci secondi potrebbe accadere che si trasformi in Willy Wonka… ma la specialità non risulterebbe gradita ai più.
Non dormo mai
e invece sì, quando la Terra porge le spalle alla stella assegnata a questa galassia.
Sono soddisfatto del mio esperimento. Funziona. C’è solo da insistere e pazientare. Nella prima sono un portento; pecco alquanto nella seconda.
Ma che arma potente l’altruismo!
Durante la cena, Tomas coglie le occhiate che la mamma gli lancia. Sono un amo, pensa mentre mangia lo spezzatino e fa il finto tonto.
L’inevitabile intrusione della madre nel suo stato d’animo elettrizza l’aria al punto che i capelli di Tomas sono ritti in testa.
«Cos’hai?» gli domanda lei ad un certo punto.
Non gli chiede perché ha fatto scivolare la forchetta sul piatto e schizzato di sugo la tovaglia.
«Gnente».
«Niente. Si dice solo la n, non gn, capito?».
«Sì».
Lei riprende a mangiare il purè di piselli, una mano nascosta sotto il tavolo e gli occhi che fissano il televisore acceso senza guardarlo.
Il papà siede al posto d’onore, il piatto quasi vuoto.
Per una volta, il silenzio non gli reca alcun dispiacere. Tomas sorride, nessuno se ne accorge, e non può fare a meno di creare delle costruzioni con le dita dei piedi frementi dall’attesa.
Il pomeriggio seguente si spinge oltre. Non di molto, giusto cinque alberi. Innumerevoli sono state le conte di quegli ulivi, tante che avrebbero potuto cancellargli la memoria e quarantuno sarebbe stata la cifra che mai gli si sarebbe potuta sottrarre.
Dà una sbirciatina dalla finestra del bagno rivolta alla strada, ma non vede nulla; la panoramica è offuscata dalle chiome degli ulivi ed è difficile anche solo distinguere un’auto. Ma dal vialetto si vedono le due figure ombrate che danzano. Perché è questo che fanno, vero? Il caldo opprime la vista, il sudore l’annebbia e già vedere qualcosa può essere segnale di follia.
Mippon è rimasto al suo fianco per poco: ben presto ha cercato rifugio nella frescura della cascina.
Tomas decide di avanzare di altri cinque alberi. Le figure si fanno più longilinee, il fumo che le compone più denso, ma nulla più. Rimangono delle allucinazioni.
«Mippon!» chiama Tomas. Le scottature al viso cominciano a pizzicare: ora di andare a letto, la pelle lattea sarà punzonata di macchie rosse. «Mippon!».
Il maltese è asfissiato dai quarantadue gradi rilevati dal termometro, non vuole essere messo a parte di niente che implichi un movimento più complicato dell’abbassare le orecchie. Quando però ode il terzo richiamo, si chiede perché mai il suo padroncino, il quale detesta il caldo quanto lui, lo inviti a esporsi al nemico in maniera così palese.
Che abbia qualche altro cioccolatino?
Il cane si trascina zampa dopo zampa fino a Tomas.
«Mippon, devi andare là» indica il portone d’entrata «e dirmi che cosa vedi, capito? Se c’è qualcuno, abbaia».
Il maltese riconosce la direzione del dito e la parola abbaia.
Certo, pensa Mippon, è così premuroso che vuole farmi digerire il riso al cioccolato di ieri.
Tomas osserva il cane e le figure, le ombre e il maltese, Mippon e le condense di vapore.
Avrebbe già alzato la voce, pensa deluso. Mippon è il tipo di cane a cui non piacciono gli estranei, specie se varcano il confine tracciato dalla sua urina. Si scaglia persino contro i nonni. È una caratteristica utile contro i bifolchi che fanno il giro largo per i campi per intrufolarsi nella loro proprietà. Ha una voce da frantumare i cristalli, anche se è piccolo di stazza.
Arrivato nei pressi dell’ingresso, Mippon si accuccia sotto il sole. Il cuore di Tomas sprizza gioia, ma le figure non sembrano essersi accorte di lui.
Forse gli hanno dato del veleno…
«Mippon!».
Tomas parte di corsa. Ulivo dopo ulivo, sente le foglie frusciargli accanto. Al naso gli arrivano alcuni odori sottolineati dalla calura, come quello di escrementi essiccati, di legno arido e di terra secca.
È costretto a rallentare a metà della sua avanzata. La pasta al ragù avanzata dal giorno prima era stata cosparsa di besciamella e mozzarella e cubetti di speck e messa in forno. Adesso scalcia per essere estratta.
Arranca come un ubriaco, la bile sempre più alta e la bocca sempre più amara. Tomas detesta vomitare. Gli è successo così tante volte di stare male dopo aver esagerato con il cibo che si stupisce di avere ancora così tanta carne addosso.
I passi si fanno lenti. Cerca un appoggio su un tronco alla sua destra e si ferma, guardando in basso e singhiozzando ripetutamente.
Sta salendo!
Eccolo!
Oddio!
È vicino!
… *rumori poco piacevoli per essere trascritti*
Lo guardo
vomitare. Piuttosto disgustoso. D’altronde, gli esseri umani sono macchine imperfette.
Quel cane. Quando l’ho visto avvicinarsi ho pensato: ecco che rovina tutto! Invece, mi ha fatto ricredere sulle due specie. Che abbia puntato su quella sbagliata?
Si è divertito un mondo, non gli interessava che il bambino fosse tornato dentro casa e si fosse dimenticato di lui fino a sera. Aveva gli occhi luminosi, e questo mi sembra un buon segno.
È più dura di quel che pensavo, ma mi sono dato un obiettivo e intendo raggiungerlo.
Per due giorni interi, Tomas non esce di casa. Papà ha comprato un bussolotto che sembra un cestino per i rifiuti con la bocca sbarrata da una griglia, un climatizzatore portatile. È sufficiente collegarlo ad una presa di corrente per ottenere il refrigerio.
È innegabile il benessere apportato, limitato ad una stanza per volta ma consistente. Un nano con straordinarie capacità di domestico.
Viene tenuto in cucina durante il giorno, poi la sera viene spartito tra le due camere, una sera ciascuno. La mamma dice che dormire con l’aria condizionata puntata contro fa male al corpo. Tomas si chiede per quale motivo loro se lo tengano acceso tutta la notte, ma quant’è vero che i cocomeri non hanno le branchie, le volte in cui lo fa lui si sveglia con un mattone a forma di palla nella pancia.
Ad ogni modo, il nuovo acquisto gli fa mettere radici nell’interno e ignorare ancor di più l’esterno.
D’altro canto, il cervellino di Mippon pare abbia formulato pensieri dissimili. Passa sempre più tempo alla mercé della canicola, sfiancato ma eccitato. Se Tomas ricordasse di avere un cane e lo chiamasse, andrebbe incontro a considerevoli difficoltà e nel caso in cui ci riuscisse, lo vedrebbe giungere dal fondo del viale. Qualora lo prendesse tra le braccia, sentirebbe il suo pelo bollente. Si chiederebbe come mai, lo domanderebbe a lui direttamente, poi magari guarderebbe. E allora vedrebbe. E allora seguirebbe il maltese.
Ma deve passare qualche altro giorno.
Ciononostante
ho scoperto che intrattenere il cane è davvero spassoso. Ad ogni fendente mancato, si sposta nella direzione del colpo come se volesse portare a termine ciò che quello aveva in proposito. Se invece va a segno, si mette a uggiolare con la coda vorticante e gli ammassi di peli che ha come orecchie scomparsi sul cranio. Gli occhietti roteano come telecamere volte alla ripresa dell’incontro, non mancando una mossa.
L’unica pecca che riscontro in lui è la mancanza di espressione verbale. Sì, ho imparato a comprendere il linguaggio dei cani, ma non è soddisfacente come quello degli umani, non ne ricavo la medesima soddisfazione.
Ahimè, dovrò servirmi del maltese per i miei scopi.
Siamo a martedì della settimana successiva. Il giullare di papà ha smesso di funzionare. Tomas ha dormito fino a mezzogiorno e ora ha un lieve malessere alla testa, che va a sommarsi ai crampi al fondo dello stomaco. Ieri sera aveva faticato a prendere sonno; continuava a voltarsi e rivoltarsi. Dunque, disperato, era sgattaiolato in camera dei genitori e aveva commesso un furto. Tornato alla base, l’aveva fatto partire e il sollievo immediato della pelle aveva funto da panacea per i nervi.
Ma, da che mondo è mondo, un intrico di fili connettori non si ripara da sé. Quindi, ciò che era avvenuto non doveva sbalordirlo affatto.
Però, Tomas era così stremato dall’irritazione dovuta al caldo e al sonno che se ne accorge solo adesso che si avvicina per spegnerlo.
Il pulsante, che avrebbe dovuto essere luminoso, rimane muto.
L’ho già spento? si chiede.
Verifica che la spina sia attaccata. Fino a un momento fa funzionava a meraviglia, come può adesso…
Un bastone gelido gli si infila lì dove le cose vengono espulse.
La spina è attaccata.
Il ventilatore ha fatto la fine di un animale investito.
«Ti prego, non tu…».
E invece, quando lo stacca da quella presa e lo collega a quella in corridoio, il climatizzatore non si accende. Le prova tutte, anche lo schiaffo sul fianco, ma siamo in alto mare. L’impianto difettoso deve avergli fuso qualche rotella.
Quanto ha speso papà per questo affare? Abbastanza per sentirsi in dovere di prenderlo a calci in culo.
Tomas si affretta a riportarlo nella stanza matrimoniale. Lo posiziona dove ricordava di averlo trovato, trattiene il respiro nonostante in casa non ci sia nessuno.
Esce di corsa e si lancia verso le scale e inciampa su Mippon. Il cane latra e si fa da parte, lui invece scivola lungo la rampa. La ciccia attutisce gran parte delle ammaccature, ma il danno morale è enorme.
«Mippon! stupido cane!».
Mippon lo raggiunge così celermente da levitare e prende a leccargli il viso.
«Stammi distante, via! Mi hai fatto quasi morire».
Il maltese prosegue imperterrito. Ha una missione da compiere, un favore ad un vecchio seppur nuovo amico che annovera tra le ricompense un mese intero di spettacoli.
Tomas lo allontana più volte, ma alla fine si lascia ammorbidire.
«Sì, lo so che è successo per sbaglio. Lo so che sei bravo».
Dopo essersi scambiati effusioni da amanti, Tomas si alza e si accerta di avere ancora tutte le ossa al loro posto. Il dolore alla testa è peggiorato, quello allo stomaco cessato.
«Dimmi, Mippon, cosa posso fare per te?».
Il cucciolo saltella su due zampe.
«Vuoi da mangiare?».
Versa le crocchette nella ciotola e gliela mette sotto il naso. Mippon non la degna di un’occhiata.
«Vuoi andare fuori?».
Al che il maltese abbaia di gioia.
«Peste che non sei altro!».
Mippon è al centro della piazzola, fulcro tra la rimessa, i campi, la casa e il vialetto. Tomas muove due passi e Mippon imbocca il tratturo.
Le figure sono lì, incuranti dell’assenza totale di vento.
Mippon è venti metri più avanti.
«Dove vai di là? Non puoi uscire, lo sai». Il cane ruota due volte su sé stesso, la coda che non ha mai smesso di sbatacchiare. «No, adesso fa troppo caldo per fare una passeggiata. Dai, torna dentro». Nulla. «Mippon, ti avverto: se non torni subito ti lascio qua».
I suoi occhi guizzano alle presenze. La sua mente torna indietro. Possibile che la sua insistenza abbia a che fare con loro? Se fossero persone, non se ne starebbero lì come soldatini meccanici.
Mippon torna da lui, gli fa qualche festa e sfreccia di nuovo.
Tomas non ha niente da fare, nessuno da vedere e nessuna colazione da consumare.
Lo segue.
Quel cane!
Quel portento di un quattrozampe. Non ne ricavo nulla dalla mia buona azione, solo la consapevolezza di aver fatto del bene. Bello, davvero!
Ulivo, ulivi e olive. A mano a mano che la lontananza viene colmata, le due figure prendono connotazioni specifiche. In apparenza sono due uomini, le loro teste non possiedono peli e non portano la gonna. A uno sguardo più attento, si accorge che o sono nudi o indossano delle divise molto attillate, poiché non un lembo di veste svolazza.
Mippon si è fermato poco più avanti. Ora nota che non aveva mai raggiunto il portone, si era sempre tenuto a un centinaio di metri di distacco.
«Quindi?» vuole sapere dal cane.
Mippon è ammaliato dai due uomini. Tomas lo affianca e guarda. Le schermature delle foglie gli permettono di non coprirsi la fronte con la mano, ma la scena appare surreale, tremolante, come se fossero due pezzi di gelatina che per qualche motivo non si sciolgono e non franano su loro stessi.
Ad ogni modo, Tomas realizza che sono due lottatori.
Incredulo, come se avesse peperoncino nelle orecchie, scatta per osservare più da vicino, e Mippon si frappone.
«Vuoi venire anche tu?».
Mippon abbaia severo.
«Oh, vuoi che non vado?».
Mippon abbassa le orecchie.
Tomas si arrovella, poi decide che il maltese non gli ha mai detto una bugia e che ci si deve fidare degli amici.
Insieme, si deliziano gli occhi con Airplain Spin, Bulldog, Brainbuster; sussultano ai Curb Stomp, agli Headbutt, ai Jumping High Knee. Quei lottatori sono dei professionisti, decide Tomas con la compiacenza di Mippon. È un grande appassionato di wrestling e sogna un giorno di poterne far parte.
Così passa il pomeriggio e, all’imbrunire, Mippon scuote Tomas e lo avverte che è ora di tornare dentro.
Lui protesta, gli fa notare che lo spettacolo è appena iniziato, ma il cane è irremovibile.
Amareggiato, Tomas gli dà retta e si fa guidare in casa, dove si rende conto che ha fame.
«Ci saranno anche domani, vero?» gli domanda una volta coricatosi nella stessa cuccia.
Mippon emette dei mugolii sonnolenti e infila il muso nell’incavo della sua ascella.
Tomas gli carezza la testa e dorme sogni sereni.
E per quanto mi riguarda
ormai è fatta, il mio ingaggio è ufficiale. Sarò al servizio del bambino più solo che abbia mai visto per un intero mese. Forse posso protrarre i termini per tutta l’estate, ma è un impegno sul quale riflettere con ponderatezza.
Quel Mippon è davvero un bravo ragazzo; a che servono gli amici quando si hanno bestiole come quella?


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