VITA DI COPPIA (terza parte)

DI CHRISTIAN PAROLIN

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X

«Che ne dici se andiamo al mare?» proposi.

«Al mare?».

«Sì. C’è il sole, non fa troppo freddo ed è domenica, quindi non troveremo molto traffico».

«Casomai ne troviamo di più, di domenica». In una mano teneva la fetta di pane dalla quale aveva appena preso un morso, con l’altra reggeva la tazza di latte. Si girò verso l’orologio.

«Mmh, non lo so».

«Secondo me potrebbe essere una buona idea. Passeremo la giornata all’aperto, e vedremo il mare d’inverno».

«È come d’estate».

«Hai capito cosa intendevo».

Bevve un sorso di latte e posò la tazza.

«E quando vorresti partire?».

«Anche adesso. Pranziamo in un chiosco e torniamo stasera. Potremmo fermarci a prendere una pizza».

Lei rimase in silenzio. Mangiò la fetta di pane e svuotò la tazza. Io ero di fronte a lei che la guardavo. Si girò e guardò fuori dalla finestra.

«Va bene».

Io rimasi di stucco.

«Vuol dire che accetti?».

«» disse seria.

«Perfetto! Vedrai, ci divertiremo».

Mi alzai e andai a prepararmi. Lei se ne stava seduta, a passare il dito sul bordo della tazza. Feci in tempo a lavarmi e cambiarmi che la trovai ancora seduta sulla sedia.

«Non vai a cambiarti? Prima partiamo, meglio è».

«Va bene» disse senza entusiasmo. Nemmeno i suoi movimenti trasudavano eccitazione.

Si tolse il pigiama e si infilò una tuta grigia. Non si fece nemmeno la doccia. Presi il portafoglio e partimmo. Ci volle meno di un’ora. In giro non c’erano macchine. Parcheggiai nel solito parcheggio e andai a pagare. Sei euro per otto ore. Tornai alla macchina e la vidi appoggiata sul bagagliaio con le braccia al petto.

«Andiamo».

Senza aprir bocca, si diede una piccola spinta per mettersi dritta e mi diede la mano, così floscia che sembrava una bambola. 

Camminammo nel centro storico del paese. Era molto piccolo, in cinque minuti lo si attraversava tutto, e non era fornito di particolari attrazioni. C’erano due sale giochi, in cui trascorrevo tutte le sere quando ci andavo in vacanza con i miei genitori da bambino, vari negozietti di vestiti e due parchetti dove tenevano gonfiabili e giostre varie. Ci fermammo in una gelateria

«Non ho voglia di gelato» mi disse.

«Neanche alla frutta? È rinfrescante».

«Ho capito, ma non ho voglia di gelato». 

Io presi il mio cono e mi sedetti sulla panchina. Lei rimase in piedi. La guardavo. Sembrava molto annoiata. Teneva le braccia incrociate e si guardava intorno, ogni tanto sbuffava e si spostava il peso del corpo da un piede all’altro. Stavo morsicando il cono quando le squillò il cellulare. Sul suo volto comparve l’ombra di un sorriso che cercò di mascherare, ma che notai chiaramente. Prima di rispondere si allontanò di qualche passo e guardò nella mia direzione, toccandosi poi i capelli.

«Ehi» disse, con quella solita voce da primo appuntamento. Era troppo distante perché sentissi quello che diceva, e non avevo modo di origliare dato che c’era altra gente. Mi limitavo a guardarla. Era sul marciapiede dall’altra parte della strada. Sorrideva sempre. Portava un piede davanti all’altro e si pizzicava il labbro con le dita. Una volta rise così forte che la si sentì da dov’ero seduto. Mi passò la fame. Buttai il cono nel cestino e mi pulii la bocca prima di gettare anche la salvietta. Mi avvicinai.

«Senti, ti richiamo più tardi. Ciao» e si rimise il telefono in tasca. 

L’allegria se ne andò non appena mi vide.

«Chi era?».

«Un’amica».

«La solita? Quella da cui vai a dormire?».

«Già».

Le presi la mano e ci incamminammo verso la spiaggia.

«Di che parlavate?».

«Delle solite cose».

«Devono essere divertenti, ti ho sentita ridere dalla gelateria».

«Sì, abbastanza».

Attraversammo la passerella di legno e giungemmo sul lido. La sabbia era dura e bagnata e la maggior parte era accumulata in una montagnola. La attraversammo e andammo a riva. L’acqua era calma. Le onde si scioglievano in schiuma una volta toccata la sabbia.

«Non mi hai mai parlato della tua amica».

«Non c’è molto da dire».

«Viene al corso con te?».

«».

«Lavora?».

«Sì, fa la cameriera».

«Dove abita?».

«Perché mi stai facendo tutte queste domande?».

 «Così, per parlare. Per conoscere le persone che frequenti».

«Non ha senso».

«Cosa c’è di male se voglio conoscere le amiche della mia ragazza?».

«Non me lo hai mai chiesto in tre anni».

«Te lo chiedo adesso, fa qualche differenza?».

Non rispose. Staccò la mano e cominciò a camminare verso gli scogli. La seguii. Ci trovammo sopra una roccia sulla punta. La spiaggia sembrava distante chilometri.

«Cos’è successo?».

«Eh?».

«Cos’è successo a noi?».

«In che senso?».

«Non è più come all’inizio. Durante il giorno non ci vediamo mai e a malapena ci parliamo. Quelle poche volte in cui potremmo stare insieme tu esci con le amiche. Sembra che tu faccia di tutto pur di evitarmi».

«Non è vero».

«Sì che lo è».

Guardava l’orizzonte. C’erano alcune barche in lontananza. Si stava alzando il vento e alcune nuvole grigie stavano formandosi in cielo.

«Ho sbagliato qualcosa?».

«No».

«È per via del mio lavoro?».

«No».

«È la vita che conduciamo? Non è come ti aspettavi?».

Non rispose.

«È così? Non ti piace la vita che facciamo?».

«Credo che sia successo tutto troppo presto» disse in un sussurro, guardandosi i piedi.

Iniziai ad avere paura. Mi pentii di aver scoperto le carte.

«Troppo presto?».

«Sì, troppo presto. Abbiamo appena ventitré anni e già conviviamo. Tu sei sempre al lavoro e viviamo in un appartamento che non riusciamo a permetterci. Mi sembra di buttare via la mia vita».

«Cosa stai cercando di dirmi?».

Non mi guardò.

«Non voglio più andare avanti».

Fu come ricevere un colpo in petto. Molto forte. Da togliere il respiro. Da annebbiare la vista. Sentivo le lacrime che si accumulavano. Dovevo stringere i denti per non piangere.

«Non vuoi… andare avanti?».

Si girò e mi guardò negli occhi.

«Non ce la faccio più. Siamo giovani, troppo giovani per questo. Non riesco a fare questa vita adesso. Ho paura di pentirmene più avanti».

Io la sentivo, ma le sue parole mi giungevano da una galleria. 

«Mi dispiace, credimi» disse con la voce incrinata. «Non volevo prenderti in giro. Ti voglio bene, ma non provo quello che si dovrebbe provare in questi casi. Non sento di essere innamorata, e non posso continuare a fingere».

Piangeva. Io ero paralizzato. Benché me lo aspettassi, è stato come se si fosse aperto un buco sotto di me e mi avesse inghiottito.

«Dì qualcosa, per favore» disse.

«Cosa vuoi che ti dica?».

Lo dissi con una calma agghiacciante. Lei alzò la testa e mi guardò, sorpresa e impaurita, mi sembrò. Aveva gli occhi rossi e una lacrima le scendeva dall’occhio destro.

«Quello che pensi. Qualunque cosa».

Feci un passo indietro.

«Penso che avresti potuto parlarmene prima di scoparti un altro».

Non avrei dovuto dirlo, ma non ce la facevo più a tenermelo dentro. Avevo bisogno di sfogarmi. Non avrei fatto come lei, non avrei agito alle sue spalle. Rimase impietrita. Mi guardò con gli occhi spalancati, prima di abbassarli e singhiozzare più rumorosamente. 

«È vero, allora? Mi hai tradito?».

Piangeva.

«Rispondi».

«Scusa» disse con il naso pieno.

«Rispondi!» gridai.

«», rispose. Era un fiume in piena. «Sì, ti ho tradito. Mi dispiace. Non… era mia intenzione farti del male».

«Quando?».

«Quando?».

«Quando è cominciata? Da quanto va avanti?».

«Da qualche settimana».

Non volevo sapere. Ma dovevo. Ne avevo il diritto.

«Con chi?».

«L’insegnante di disegno».

Quella scoperta non mi colpì come pensavo.

«Non sei mai andata dalla tua amica a dormire, vero? Non andavi a passeggiare, a dipingere in aperta campagna, a cenare fuori con gli altri allievi”.

Non rispose.

«Non esiste nessuna amica» dissi.

Lei scosse la testa; il viso nascosto dietro le mani.

«Dormivi da lui. Mangiavi da lui».

Non c’era nessuno vicino a noi. L’unico rumore era lo sciabordio delle onde e qualche gabbiano che fendeva l’aria e talvolta sferzava l’acqua con un’ala. E naturalmente i suoi singhiozzi.

«Il BMW è suo. Gli orecchini sono suoi».

Lei alzò la testa. Nei suoi occhi un bagliore di rabbia.

«Hai guardato nel mio cassetto?».

«Sì, ho visto gli orecchini, ho visto il tuo borsone nella sua macchina. Ho visto che eri tutta sudata. Eri stata da lui, giusto?».

«Non avevi nessun diritto di guardare tra le mie cose».

«Sei la mia ragazza!».

Indietreggiò. Sentivo il viso accaldato e stavo sudando dalla schiena e dal petto. Rantolavo e avevo i muscoli del viso contratti. 

«Ieri sera lo avete fatto?».

«Che stai dicendo?».

«Ieri sera! Sei tornata a casa tutta sudata. Non avete fatto una passeggiata».

«Perché vuoi andare avanti?».

«Ho il diritto di sapere come mi tradivi».

«Non è tutta colpa mia» disse a fior di labbra.

«Che cosa hai detto?».

«Non è tutta colpa mia».

Non credevo alle mie orecchie.

«Mi stai accusando di averti indotta ad andare con un altro?».

«Non mi toccavi più! Durante il giorno eri sempre al lavoro e la sera non facevi che lamentarti del tuo capo e del capannone e dei colleghi e appena appoggiavi la testa sul cuscino ti addormentavi. Non avevamo più una vita di coppia, lo capisci?».

«Come credi che viviamo lì dentro, eh? Credi che con i tuoi disegni riusciamo a mangiare e pagare l’acqua e il gas? Mi alzo alle cinque e torno alle sei per poterci permettere un cazzo di tetto e del cibo».

Dovetti fare una pausa perché ero senza fiato.

«E poi» ripresi con più calma «tutte le volte che ti proponevo di uscire o fare qualcosa tu mi dicevi di no. O eri al corso, o con le amiche, o non avevi voglia, o ti scopavi un altro!».

Teneva la testa bassa. Vederla china, a piangere come una bambina mi faceva stare malissimo. Una parte di me avrebbe voluto abbracciarla, stringerla forte e dirle che sarebbe andato tutto bene, che queste cose a volte funzionano e a volte no, che non c’erano problemi. Ma l’altra parte, quella che prevaleva, quella più forte e più rabbiosa, mi diceva che era stata con un altro. Per settimane! Mi aveva raccontato un sacco di bugie, aveva vissuto sotto un tetto che io pagavo e aveva mangiato il cibo che io compravo. Probabilmente mi aveva tradito anche in casa mia, sul mio letto o sul divano, tutte cose che io avevo pagato.

«Mi dispiace» disse tirando su con il naso. 

Non sapevo che cosa dire.

«Avrei dovuto dirtelo prima. Avrei dovuto rendermi conto subito che per me era troppo, e non avrei dovuto pesare su di te. Scusami» e pianse di nuovo. 

Più parlava, più la compassione se ne andava. Non volevo che si scusasse. Non me ne fregava niente di sapere come o con chi mi avesse tradito. Io volevo che dicesse che sarebbe tornata da me. Volevo che mi amasse come io amavo lei, che fosse pronta a tornare a casa e ricominciare. Avrei azzerato tutto, non glielo avrei mai rinfacciato; sarebbe stato come le prime volte. Ma lei non mi amava più e non sarebbe mai tornata. 

Sentivo la rabbia che montava.

«Smettila di piangere».

Lei infilò le mani nelle maniche del giubbotto e si stropicciò gli occhi. Aveva tutto il viso rosso e bagnato e l’aria le aveva screpolato le labbra e la pelle intorno alla bocca. Mi guardò, e non avevo mai visto occhi più rovinati.

«Te ne devi andare».

«Andare?». Il suo corpo tremava.

«Te ne devi andare da casa mia. Prendi tutte le tue cose e vattene. Non ti voglio più vedere. Mi fai schifo» aggiunsi dopo una pausa. Non ce n’era bisogno, e in realtà neanche lo pensavo davvero, ma in quel momento avevo la mente annebbiata e avrei potuto dire o fare qualunque cosa.

«Va bene» disse.

«Chiama quell’uomo e digli di venirti a prendere».

«Che… in che senso?».

Le sue domande non facevano che peggiorare il mio malessere.

«Nel senso che non sali sulla mia macchina».

«Ma… ma… come faccio a chiamarlo e dirgli… adesso?».

«Non mi importa come farai! Tu nella mia macchina non ci sali, capito?».

Urlai così forte che lei saltò. Letteralmente. Mi guardai poi intorno, temendo che fosse arrivato qualcuno che non avevo visto.

«Ti prego» disse ricominciando a piangere. «Ti prego, portami almeno a casa. Prendo le mie cose e me ne vado subito. Ti giuro che non mi vedrai mai più».

Non sapeva che tutte quelle cose che stava dicendo erano le ultime che volevo sentire. Non volevo che prendesse le sue cose, non volevo che se ne andasse. E non volevo che quella fosse l’ultima volta che la vedevo. 

«Ti prego!» e mi si aggrappò al braccio. 

Preso dal momento, senza nemmeno pensarci, la scagliai via in un modo così violento che cadde su uno scoglio. Sbatte l’osso sacro e smise di colpo di piangere. Era ferma, semisdraiata. Sul viso, all’apparenza impassibile, si leggeva tanta sofferenza. La teneva dentro, forse aveva esaurito le lacrime. 

Non resistetti. «Scusami. Scusami, non volevo, davvero».

Mi chinai su di lei e cercai di prenderla per alzarla, ma respinse le mie braccia con uno scatto. Non si muoveva. Sembrava una di quelle ricoverate in psichiatria, che non avevano un contatto umano da troppo tempo.

«Guardami» le dissi, e anche io stavo per piangere. «Guardami».

Ma non mi guardava. Teneva lo sguardo fisso davanti a sé. Verso il nulla. Gli occhi spalancati.

«Per favore. Guardami».

Iniziai a piangere. Avevo tanta paura. Di tante cose. Cominciavo a realizzare che l’avevo persa. Ripensavo a tutte le cose che le avevo detto, e soprattutto al modo in cui gliele avevo dette. 

Lei iniziò a battere i denti. 

«Cos’hai?» le chiesi. «Ti prego! Guardami!».

Le presi il viso e lo girai verso di me. I suoi occhi erano rossi, gonfi. E vuoti. Mi spaventai.

«Che ti prende? Parla. Ti prego, parla!».

Il suo viso vibrava e la mia mano anche.

«Stammi lontano».

«Cosa?».

«Stammi lontano» ripeté più decisa.

Io non capivo. Non riuscivo a muovermi. La rabbia smontava, e la tristezza e la consapevolezza mi travolgevano. Io l’avevo insultata. L’avevo rinnegata. E l’avevo aggredita.

«Stammi lontano, stammi lontano, stammi lontano» iniziò a dire.

Staccai la mano dal suo viso e mi alzai in piedi. Ero sull’orlo di una crisi.

«Stammi lontano, stammi lontano, stammi lontano» continuava a ripetere. Il suo corpo era come un’altalena. Avanti e indietro. Tremante, con lo sguardo vacuo.

«Mi dispiace» dissi. «Per favore, dimmi cosa posso fare. Ti prego, parlami».

Avrei accettato tutto. Una sfuriata, una spinta, una minaccia. Sarei stato felice di sentire qualsiasi cosa, purché parlasse.

Ad un certo punto, si fermò. Mi puntò lo sguardo addosso, e lentamente si alzò. Non distolse mai i suoi occhi dai miei. Una volta in piedi, si avvicinò a me e si mise in punta di piedi, fino a che i nostri nasi quasi si toccarono. Quasi.

«Tu» e mi puntò l’indice sul petto. Lo conficcò proprio alla fine della gabbia toracica, dove iniziava l’addome. E spinse. «Sei la rovina della mia vita. Mi hai fatto odiare la vita».

La sua voce era calma.

«Mi hai rubato gli anni della giovinezza con le tue cazzate. Non dovevo venire a vivere con te, non dovevo fidanzarmi con te e accettare tutte le tue stronzate sulla vita di coppia e sul rispetto e tutte le altre cazzate. Io sono giovane, sono una ragazza e sono un essere umano. Ho il diritto di fare quello che voglio; di divertirmi, di bere e di tornare a casa il mattino dopo e di scoparmi un altro! Tu» e affondò il dito «mi hai sempre impedito tutto. “Non bere perché fa male”, “torna presto perché le strade al buio sono pericolose”, “trovati un lavoro perché devi contribuire alle spese”. Mi hai fatto una testa così! Mi hai sfiancata, giorno dopo giorno. Ti vedevo e già sapevo di cosa avresti parlato. Non ne potevo più di te e delle tue prediche da moralista del cazzo! Hai ventitré anni ma ne dimostri sessanta. Chi pensi voglia condurre una vita come la tua alla nostra età? Succhieresti l’anima anche a una vecchia decrepita! Ma non sei tu, sono io!» ed estrasse il dito dal mio petto per puntarlo al suo. «È colpa mia se mi sono ridotta così, perché io ho accettato di stare con te. Io ti ho detto di sì quando mi hai proposto il fidanzamento e io ho detto di sì quando mi hai chiesto di convivere. Ero consapevole delle conseguenze a cui sarei andata incontro, e sapevo che non ti amavo. Non ti ho mai amato; ti volevo bene, ma non era amore. Tutti cercavano di dissuadermi; mi dicevano che era troppo presto, che dovevo essere sicura dei miei sentimenti, che me ne sarei pentita. Ma io dicevo che ero sicura della mia scelta, che volevo farlo. Invece no. Non volevo farlo. Avevano ragione. Hanno sempre avuto ragione. E guardami». Allargò le braccia e fece il sorriso più brutto che avessi mai visto. «Sono qui, come una pazza ad ammettere che avevo torto».

Io non sapevo cosa dire. Non piangevo più. Non sentivo niente. La lucidità delle sue parole mi colpì nel profondo. Sembravano davvero le ultime parole di una disperata. Non avevo mai visto quelle rughe intorno agli occhi e alla bocca. La sua pelle era spenta. Tutto in lei lo era. Ed ero stato io a ridurla in quello stato. Io l’avevo invecchiata, succhiandole via la vita. Ero io quello da biasimare. 

Si passò la manica del giubbotto sul viso. «Passo a prendere le mie cose, e me ne vado».

Si girò e si incamminò verso la spiaggia. Fece una decina di passi, poi si fermò. Non pensavo a niente. Ma speravo di sentire quelle parole, quelle parole che avrebbero ridato un senso alla mia di vita. Ma l’unico rumore che sentivo rimaneva quello delle onde sugli scogli. Rimase ferma per pochi secondi, poi riprese ad incedere. La guardavo mentre rimpiccioliva. Ero ancora convinto che fosse la ragazza più bella che avessi mai visto. Non ce ne sarebbero state altre. 

Quando la vidi camminare sulla sabbia, mi voltai e guardai il mare. Era troppo immenso per essere vuoto. Chissà cosa c’era sotto. Mi sporsi, fino a vedere le cozze attaccate alla base degli scogli. Era così scuro, così invitante. Mi chiesi se avrebbe fatto male.

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