DI ALBERTO GROMETTO
Che il Mondo sia fatto a Scale, si sa, è fatto risaputissimo. Ed è chiaro, lampante, lapalissiano. Che le persone quelle scale le salgano, oppure le scendano, o entrambe le cose nel corso della loro vita, vien da sé. E mi verrebbe da dire che sia intuibile come possa anche esserci chi, su quelle scale, rimanga fermo immobile. Magari stando in alto. Oppure in basso. Ma il punto qual è? Il punto non è tanto cosa la gente faccia con queste scale che sono il Mondo, e nemmeno che il Mondo sia tutto scalini e scalinate. Il punto è: perché proprio una scala? Perché non poteva essere qualcos’altro? Perché non è mai stato altro che questo?
Noi Umani non riusciamo a concepire il Vivere e lo Stare Tutti Insieme su questa Terra come qualcosa di diverso da uno stare sopra o uno stare sotto. Da che Mondo è Mondo, è sempre esistito qualcuno che stesse in alto e qualcun altro che quindi dovesse per forza di cose stare in basso. Sembra infatti che chi sta in alto può starci proprio perché in basso c’è qualcun altro. Un tempo sembrava inscalfibile e imprescindibile il concetto per il quale alcuni fra Noi dovessero essere nati dalla parte giusta della Vita, godendo di tutte le fortune e occupandosi di problemi che fossero molto diversi dai problemi di chi è nato dalla parte sbagliata, travagliato dalle sfortune e teso verso altre preoccupazioni che chi sta in alto nemmeno intuisce, né forse vuole intuire. Allo stesso modo le ragioni di chi sta in alto non valgono niente, dal punto di vista di coloro che stanno in basso. Detta in soldoni: a nessuno interessa niente dell’altro, a meno che quell’altro non sia sé stesso! Sembrava inscalfibile e imprescindibile dicevamo, ma la Vita e la Storia e il Tempo ci hanno invece insegnato che può capitare che chi sta su cada in basso all’ingiù e chi sta in basso scali le altezze. Anche di frequente. E io dico: Okay, però la sostanza non cambia. Cambiano solo i ruoli, i personaggi, i nomi di chi sta su e di chi sta giù. Ma non cambia la natura delle cose: il Mondo che continua ad essere fatto a Scale e Noi che continuiamo a percorrerle costantemente. E qualcuno starà in alto, mentre qualcun altro in basso.
Sapienti, filosofi, sociologi, politologi, espertoni di ogni tipo e sorta e genere ed epoca han perso la testa, la vista, la vita su questo antichissimo dilemma qui: messi di fronte al fatto che c’è chi sta bene e c’è chi sta male, che non è possibile che tutti stiano bene, che perché qualcuno stia bene deve esserci qualcun altro che stia male… CHE FARE??? Ah, boh, io questo non lo so! Pure io, lo confesso, mi tormento spesso su questo genere di temi: perché c’è chi ha tanto e c’è chi ha niente? D’altro canto è giusto che chi abbia niente desideri il Male per chi ha tanto, specie se questo “tanto” lo ricevesse lui che non ha niente? E chi ha tanto dovrebbe davvero rinunciare al suo “tanto” in favore di chi ha niente? Tutti quanti puntano poi solo al loro proprio Bene, no? Ma se per avere quel Bene per loro, dovessero fare il Male agli altri? Allora cosa vincerebbe? La gioia di aver ottenuto quel Bene per Te oppure il dispiacere di aver provocato quel Male all’altro? Voi lo sapete? E così ancora una volta m’affido a quell’Entità che c’è sempre stata per me, e che se pure non contiene in sé tutte le risposte, reca però in sé le domande: il CINEMA!

La Settima Arte, così come in generale Arte e Cultura e Bellezza, e in senso lato qualsiasi Storia ci raccontiamo, non pretende di avere il compito di risolvere i dilemmi su cui ci arrovelliamo e attraverso cui ci torturiamo. Ci promette bensì di torturarci meglio. Di arrovellarci più profondamente. E questo forse non risolverà le cose, ma ammettendo che forse son di per sé irrisolvibili, poterci avere a che fare in questo modo così diretto e personale e profondo sprigiona in Noi una sensazione impagabile. Produce in Noi un sentimento altrimenti indescrivibile. Suscita in Noi un’emozione che non ha veramente altri eguali. Il Cinema ha affrontato attraverso opere immense e memorabili l’irrisolvibile dilemma: perché non si può stare tutti bene insieme? Perché ci dev’essere chi è fortunato e chi per nulla? Perché poi ci si ritrova quindi ad abitare un Mondo in cui esistono i ricchi potenti coronati dalla fortuna da una parte e i poveri deboli ultimi dall’altra? Perché dobbiamo vivere una Vita che fa di disuguaglianza e ingiustizia il suo marchio di fabbrica e che vuole che certi uomini siano sottomessi ad altri, che esistano rapporti disuniformi e irregolari di dominazione e dominanza, che prevede che qualcuno occupi una posizione inferiore e svantaggiata rispetto ad un altro a cui è asservito?
La pellicola da cui è nata l’idea di questo articolo è un assoluto indimenticabile capolavoro stratosferico del cinema nostrano italiano. Partiamo in realtà dal presupposto che QUALSIASI pellicola affronteremo nell’arco di questa nostra conversazione è a dire il vero UN ASSOLUTO INDIMENTICABILE CAPOLAVORO STRATOSFERICO CINEMATOGRAFICO. Punto. I titoli di questa nostra chiacchierata sono tutti quanti degli assoluti indimenticabili capolavori stratosferici cinematografici, nessuno escluso. Il film da cui partiamo s’intitola «IL VOLPONE», l’anno di produzione è il 1988 e se da una parte presenta italiani assolutamente italiani – la regia è a firma di MAURIZIO PONZI e il cast attoriale vede nomi giganteschi quando si parla di Settima Arte Tricolore quali ENRICO MARIA SALERNO (qui al suo ultimo ruolo in vita), ELEONORA GIORGI, SABRINA FERILLI, ALESSANDRO HABER, MARIANGELA GIORDANO, ATHINA CENCI, RENZO MONTAGNANI e sopra tutti i due protagonisti principali PAOLO VILLAGGIO ed ENRICO MONTESANO – dall’altro lato vanta origini inglesi! La sceneggiatura si ispira infatti liberamente all’omonima commedia teatrale a firma di BEN JONSON, autore e drammaturgo di spicco all’epoca del Teatro Elisabettiano. In quest’ultimo caso ci si ritrova nella Venezia del 1600, nel caso del film abbiamo invece a che fare con la Riviera Ligure del secolo scorso. Caro consiglio di una persona che non intendo menzionare, dato che le ho già dedicato fin troppi articoli!

Quando si pensa all’Umano e alla sua relazione col binomio Fortuna/Sfortuna o Alto/Basso, il concetto più esplicativo ed esemplificativo tra tutti rimane chiaramente quello della ricchezza. Di tutti i possibili ambiti umani, quello economico dei soldi è l’aspetto nel quale si può riconoscere meglio e con maggior forza e anche forse con più contrastante acidume come a questo Mondo esistano umani ed umani. Ma come? Non siamo tutti parte di quella stessa roba chiamata “Umanità”? No, niente affatto. Il Mondo vuole che ci siano Esseri Umani di Serie A ed Esseri Umani di Serie B. E quelli di Serie B son coloro che stanno al fondo della Scala, mentre quelli di Serie A stanno in cima. E più stai in cima, più chi sta in basso farà tutto il possibile per poterti accontentare e far felice. Ma non perché ci tiene veramente a Te. No, niente affatto. Farà l’immaginabile e l’inimmaginabile per Te perché vivrà con la speranza nel cuore che Tu possa portarlo in alto, permettendogli quantomeno di percorrere qualche gradino. Questa è la situazione nella quale vive l’iconico riccone Ugo Maria Volpone, impersonato da quel titanico Paolo Villaggio che viene quasi esclusivamente ricordato sempre e in primo luogo per lo storico personaggio del ragioner Ugo Fantozzi, quando invece dimostra anche attraverso questo ruolo fino a dove potesse arrivare la sua versatilità. Ma Ugo – benché ricco ricchissimo – non è esattamente quello che si dice l’ultimo degli sprovveduti: se Fantozzi ha incarnato la tragica sottomissione servile sfortunata e disgraziata nella sua forma più comica, il facoltoso Volpone riesce a fare altrettanto per quanto concerne la ricca furbizia nel suo aspetto più scaltro e astuto e malizioso e navigato e scafato ed egoista… laido, per quanto spassoso!
Le persone che continuamente orbitano attorno ad Ugo e incessantemente gli fanno favori e si inginocchiano al suo cospetto e lo servono e viziano e riveriscono a più non posso, lo fanno per una e una sola ragione: i suoi bei soldoni, il suo patrimonio, quella gigantesca fortuna a cui mirano quotidianamente e anelano spasmodicamente. Finti, falsi, bugiardi, pagliacci: ma soprattutto avidi e ingordi, rappresentazione massima del fatto che ogni ideale sparisce di fronte all’avidità e all’ingordigia umana. Anche perché nessuno di questi versa in povertà, tutt’altro: tra loro c’è chi può permettersi una Maserati rossa fiammante, chi è sposato alla sindaca, chi possiede un’intera flotta navale! Son tutti piuttosto ricchi e benestanti a dire il vero, e infatti nessuno di loro ci fa pena. Ci fanno ridere tantissimo, in compenso! Son certamente in basso sulla scala della vita rispetto a quel riccastro ricchissimo di Ugo Maria, ma tanto in alto rispetto a molti altri: si sa che se l’Umano scorge la grande occasione di andare più in alto, allora fa il possibile. Tutto il possibile. Specie se i soldi in ballo sono tanti quanto quelli di Ugo Maria! Ma Ugo Maria questo lo sa. Oh, lo sa fin troppo bene. Lo sa talmente bene che sceglie di prendersi gioco di tutti quanti loro: promette a ognuno che lo ricorderà nel suo testamento solo per potergli fare alto e basso quello che vuole disponendo di lui a suo piacimento, un giorno si finge malato e in fin di vita e il giorno dopo sano e forte e robusto come non mai per poterli confondere e rintronare e umiliare rendendoli ridicoli, chiede loro “in punto di morte” favori enormi che mai gli avrebbero fatto se non pensassero di avere quasi in tasca la tanto sospirata eredità che sperano di ricevere una volta avvenuto l’inevitabile. Ugo Maria ottiene così tutto quello che vuole da loro, e in più si diverte pure alla grandissima alle loro spalle! Da sfruttato diventa lo sfruttatore. Sfrutta la situazione a suo vantaggio. Sfrutta il fatto che gli altri tentino di sfruttarlo. Ugo Maria è molto sveglio e intelligente, piuttosto sadico e tanto perspicace: insomma, quel Volpone è proprio un volpone! Soprattutto, è consapevole. Consapevole che i suoi amici non sono degli amici. E allora che fa? Li inganna, li raggira, li manipola e li usa! E li spolpa, li spolpa delle cose più belle e preziose che hanno, rendendole sue. Loro del resto vorrebbero fare lo stesso con lui, ma lui è più furbo di loro. Che forse sia proprio per questo che è lui il più ricco? Del resto questo è quello che ci insegna il film, attraverso la figura di un monumentalissimo Montesano nei panni del fidatissimo e servizievolissimo e ossequiosissimo maggiordomo Bartolomeo Mosca, il quale fin dal primo minuto del film riceve mance a destra e a manca dai ridicoli pagliacci falsi di cui sopra perché vengano sempre messi al corrente di ogni cosa e abbiano in lui un amico fidato. Ma qual è questo insegnamento? Che il più ricco di tutti è proprio quello che tiene ben a mente di non avere alcun amico fidato su cui poter contare, che capisce che è meglio nutrire sfiducia in chiunque e non nutrire fiducia in nessuno, che sa guardare più in là di tutti gli altri, che comprende che la parola di qualcuno – inclusa la tua – non vale niente e che è consapevole che quel che in fin dei conti conta è riuscire a fregare chiunque, fregandosene solamente di sé. Solo così vinci. Barando, perché gli altri perdano.

È pazzesco pensare che un film che faccia così ridere e sia così spassoso e divertente e divertito e allegro come questo qui appena citato possa portare in sé una morale così desolante e fredda e crudele come questa: che la sola persona che per Te vuole il meglio e fa quello che fa perché davvero tiene a Te, sei Tu. Son questi soldi, potreste dire voi: questi maledettissimi soldi, tutta colpa loro! Ma siamo proprio davvero sicuri che siano i soldi il problema? Quell’incredibile perla eccezionale che è la Palma D’Oro del 75esimo Festival di Cannes 2022 non sembra essere d’accordo con questa tesi: trattasi di «TRIANGLE OF SADNESS», scritto e diretto da quel magistrale Maestro che è lo svedese RUBEN ÖSTLUND. Una squilibrata pellicola assurda, sconcertante e delirante quasi nel raccontarti di una lussuosissima crociera folle che fa di lusso e follia i suoi tratti cardine nella quale ricconi e riccastri d’ogni tipo, ognuno artefice in modi diversi della sua fortuna – che sia per Moda o Merda (letteralmente) – s’incontrano godendosi i loro soldi e le loro più che privilegiatissime posizioni di potere. Sì, perché i soldoni sono potere! Questi qui hanno a loro assoluta disposizione e totale piacimento tutti gli inservienti e i camerieri e i membri del personale di bordo che potrebbero mai desiderare di avere e a cui possono far fare di tutto. Del resto la sola e vera e unica regola che l’intero staff è obbligato a seguire è: non dire mai di “no” ai danarosissimi clienti. Mai, per nessuna ragione. Accontentarli sempre e comunque e a prescindere, questo il solo vademecum, l’unica condizione. È logico, normale, consequenziale: LORO sono quelli che hanno i soldi, LORO possono fare quello che vogliono quindi, e noi poveracci vogliamo che LORO siano così tanto felici nella speranza di ricevere qualcosa, qualsiasi cosa! Magari una mancia, no? E il fatto è che questi riccastri e ricconi non ci stanno neanche antipatici! Mentirei a definirli tali. Loro sanno semplicemente di poter avere qualunque roba desiderino, ma questo non li rende automaticamente degli stronzi. Tra un timidissimo sviluppatore informatico che vendendo i giusti codici si è ritrovato ad essere “dalla parte giusta della vita” e che ci fa molta tenerezza per come tenti l’approccio con chiunque flirtando imbarazzato di qui e di là senza riuscirci e un’amabile coppia inglese di anziani adorabili vecchini innamorati da mezzo e passa secolo, quasi ci si affeziona a questi qui. Anche se ricchissimi, mica significa che siano persone orribili, no? Certo, l’amabile coppia inglese di anziani adorabili vecchini innamorati da mezzo e passa secolo è tale perché han prodotto tutta la vita da generazioni e generazioni le migliori mine antiuomo sul mercato e le bombe a mano più richieste, ma rimangono adorabili e innamoratissimi: se poi loro sono ricchi sfondati perché qualcuno – che non hanno manco mai visto – è morto per qualcosa creato da loro… che ci possono fare, no? Non averlo mai fatto e vivere in povertà? Non convince questa tesi, soprattutto non potrà mai convincere chi ci ha fatto i soldi con questa roba, vivendo alla grandissima e senza dover finire a servire gli altri sulle navi da crociera ma facendosi anzi servire! Trattasi poi di un’attività di famiglia, a maggior ragione. A mio personale avviso, il più simpatico di tutti è e rimane lo straricchissimo russo che vendendo merda – lo dice con chiarezza, ha fatto fortuna col fertilizzante, si definisce anzi con una certa aria goduta “Il Re della Merda” – e che a dispetto del glamour e del chic e dell’eleganza da cui si ritrova circondato in quella crociera di cui fan parte attori e modelle, sardonico si dà il titolo di cui sopra, ridacchiando divertito. La Merda, e non la Moda, è il motivo per cui lui è lì.
Mentirei quindi a dire che sono persone cattive, questi ricchi sfondati. Anzi, c’è pure tra questi qua chi si preoccupa di loro, di chi sta in basso, di quelli di cui non importa a nessuno. È ingiusta la Vita, dice una riccona ad una cameriera, è ingiusto che io viva nel lusso e tu invece lavori continuamente e non è certo colpa mia che in questa vita mi ci sono ritrovata e questo perché per me noi siamo tutti uguali! E addirittura – pensate un po’ – lei a quella cameriera chiede se c’è qualcosa che può fare per renderla felice. Il fatto poi è che la cameriera imbarazzata non sa cosa dirle, non c’è qualcosa che vuole chiederle, non ha una richiesta da soddisfare, non ha mai avuto richieste al contrario della riccona. Ma la riccona ha ormai deciso, per quanto paradossale lei ha scelto che la cameriera deve rilassarsi e riposarsi ed essere servita e riverita, deve godere di tutte quelle fortune e comodità di cui ha sempre goduto lei, al punto da ordinarle – infischiandosene completamente della volontà della stessa – di farsi una nuotata e sorseggiare champagne. E poi lo ordina a tutto lo staff e all’equipaggio, che non ci possono fare niente, perché loro sono comunque i poveracci che stanno al fondo della scala mentre la riccona è la riccona e in quanto tale è lei che decide, anche se decide che tutti quanti – almeno per un pochino – “vivano da ricchi”. Ma questa cosa porterà alla più disastrosa – e in realtà assolutamente evitabile – delle conseguenze. Senza più nessuno a occuparsi della nave perché tutti obbligati a divertirsi, la sfavillante crociera da sogno tutta lusso e comodità ove lo champagne scorre a fiumi, si trasforma in un orrido incubo orrendo tutto scossoni e ondate e turbolenze e mal di mare ove vomito e diarrea scorrono a fiumi! Il capitano è del resto una specie di ridicolo alcolizzato che passa tutte le giornate chiuso nella sua cabina a bere e rimpiangere il comunismo, senza però fare proprio nulla che non sia ubriacarsi e starsene rinchiuso là dentro. Obbligato ad uscire dalle continue e pressanti e insistenti richieste della ciurma, non perché ci sia bisogno di lui, ma quantomeno per prestarsi alla buffonata della “Cena del Capitano” assieme a tutti i suoi ospiti, buffonata perché se c’è qualcosa che quello non fa è proprio il capitano! Poche altre scene nella Storia del Cinema son scriteriate quanto quella che vede tutti quanti vomitare e cagare l’anima, nel mentre che quel comunista americano del capitano e quel russo capitalista del vendi-merda discutono e battibeccano, completamente ubriachi, gridando le loro tesi dall’interfono. Come a dire che mentre la nave affonda e tutto va in merda, chi sta alla guida non fa altro che dire la sua, senza fare niente di davvero utile, senza guidare veramente.

Avviene dunque il fatto. Quello che spariglia tutte le carte. Il naufragio. Si salvano in pochi, e quei pochi son quasi tutti ricchi straricchi ricchissimi, che su quella spiaggetta deserta e in apparenza abbandonata a sé non hanno nulla se non… cosa? Se non l’essere ricchi. Sì, ma quella ricchezza è a casa loro, e poi a che diavolo può servire su una disabitata isoletta solitaria dove i soldi o i rolex che hanno al polso non contano un tubo? Lì ogni differenza e disuguaglianza potrebbe davvero azzerarsi, il naufragio rappresenta un grandissimo restart, la società riparte da capo e i concetti sui quali si basavano le loro esistenze, quali “fondi” e “denaro”, non hanno più alcun tipo di valore. La sola cosa che conta diventa il “saper vivere”. A importare non è più la tua capacità di tirare fuori la carta di credito e strisciarla – capirai che difficoltà! -, in un posto poi in cui non c’è niente che possa essere comperato, la sola capacità che davvero è importante è la tua reale capacità. La tua capacità di vivere, di essere autosufficiente, di farti da mangiare in quel posto dimenticato senza niente e nessuno. Il talento diventa la sola moneta di scambio, la valuta corrente, il “nuovo denaro”. Non più i soldi, ma i meriti. Ed è per questo che tra quei ricconi riccastri ricchissimi abituati a farsi servire e riverire a più non posso e che non sanno quindi fare proprio niente, la sola inserviente cameriera sguattera finita lì tra loro diventa l’unica persona che conta. E l’idea all’inizio è che lei faccia tutto, come su quella nave. Ma su quella nave, relegata in un angolo dalla cinepresa – manco sapevamo chi fosse fino al naufragio – lei veniva pagata, si gettava anche nel fuoco per avere una mancia in più, così una volta tornata a casa alla civiltà poteva spenderli, quei soldi. Per poter vivere. Ora però la civiltà non esiste più, i soldi non valgono niente, vale solo quello che sai fare. E lei sa fare tutto, e gli altri niente. Lei, da poveraccia che era trattata come un servo, diventa il padrone e capitano. Ora è lei a disporre a piacimento di loro nel modo che più le aggrada, e quelli devono ubbidirle e accontentarla qualsiasi cosa chieda loro di fare. Altrimenti non mangiano. Le posizioni si sono invertite, e in cima alla scala ci è finita lei, lei che era sempre stata in basso. Vuoi il mio rolex?, le chiedono disperati. Ma lei non vuole nessun rolex, a cosa le servirebbe? Lei vuole essere quella che sceglie e decide, quella le cui richieste vengono soddisfatte sempre e comunque. Lei pesca, cucina e si prende cura di loro… se loro si prendono cura di lei. Beh, questo è giusto, no? Chi sa fare, deve stare in alto, no? No, niente affatto. Il denaro non esiste più, ora vengono premiati il merito e il talento e le capacità, okay, ma questo non cambia le cose: qualunque sia la ragione per la quale ti trovi in alto in cima alla scala, ti ritrovi a decidere sulla vita di altri che ti si gettano ai piedi e quelle stesse violenze, prevaricazioni e soprusi che c’erano prima non sono affatto scomparsi. Tu devi fare quello che ti dico io altrimenti niente pesce, vien detto ad un certo punto del film. C’è chi prostituisce sé stesso e il suo corpo e la sua anima per avere quel qualcosa in più. Lo schifo c’è, c’è ancora, c’è sempre. Soldi o non soldi. Non è quello il problema, non sono i soldi il problema. Il problema ancora una volta e come sempre siamo Noi, Noi Umani che dobbiamo sempre far star male gli altri per poter star bene Noi, che abbiamo in Noi l’istinto innato e l’inclinazione assoluta e il richiamo evidentemente irresistibile alla prevaricazione e alla sopraffazione e all’oppressione dell’altro, che facciamo quello che facciamo perché siamo così, con o senza soldi. E in fondo una poveretta che tutta la Vita è stata niente, meno di una merda (la merda fa far soldi almeno!), trattata come tale e che ha dovuto svendersi e umiliarsi e stare pancia a terra a lavorare nella polvere, nel momento in cui finalmente conta qualcosa e può decidere lei, cosa fa? Non se ne approfitta? Non decide per una volta lei le regole di un gioco nel quale è stata meno di una pedina? Ma non per semplice vendetta o sadismo nei riguardi di chi rispetto a lei ha sempre avuto tutto e potuto scegliere. Solamente perché ora può farlo. E le piace. E dovrebbe rinunciare a tutto questo ne avesse la possibilità? Quei ricconi dalla cima della loro scala hanno mai veramente rinunciato a qualcosa per lei che è sempre stata in fondo? No, mai. Ed è pure questo un atteggiamento comprensibile, da parte loro, se ci pensate: io mi ritrovo seduto su montagne di soldi e posso vivere alla grande senza dover mai faticare nella vita, non l’ho scelto io questo, ma mi è successo, è capitato… e allora che faccio? Ci rinuncio e lo butto via? Ma certo che no! Ora che la scala si è invertita completamente, i ruoli totalmente ribaltati e chi stava in basso è schizzato in alto e chi sedeva su ha fatto un capitombolo verso il giù… perché dovrebbe cambiare qualcosa? Si possono entrambi capire, poveri e ricchi, ricchi e poveri… oppure no?
E qui veniamo ad un’altra questione essenziale: di chi è la colpa, esattamente? Noi viviamo in una società che si fonda sulla colpa e l’innocenza, la ragione e il torto, l’integro e il marcio, l’ingiusto e il giusto: chi è dunque veramente Bene e chi Male? Il povero è buono, perché è disgraziato e sfortunato e obbligato a vivere male per via del ricco che se la passa bene alle sue spalle. Oppure forse le cose son leggermente più complesse di così. Del resto il ricco che colpa ne ha se è nato fortunato e baciato dalla grazia? Non lo ha scelto, gli è capitato, e dovrebbe quindi sentirsi in colpa e rinunciare a tutto quello che ha? E in favore di chi? Di un povero che diverrebbe esattamente come era lui? Che diventerebbe dunque un ricco? E una volta ricco quel povero si dedicherebbe davvero gli altri o penserebbe solo a sé? Se poi il povero vuole distruggere e disintegrare e spazzare via il ricco solo perché vorrebbe essere al suo posto e avere quello che ha lui, è davvero tanto meglio? Fosse nato ricco, non sarebbe esattamente come lui? Se poi il ricco essendo ricco non ha nemmeno contezza di cosa significhi la povertà, ha poi così tante colpe? Ed ecco che interviene in nostro soccorso un film che è stato definito come il più grande capolavoro in fatto di Cinema di tutto il 21esimo secolo. Per me non è così. Per me è uno dei più grandi capolavori di narrativa mai realizzati in tutta la Storia, e non solo del Cinema, bensì della Narrazione in generale: il sudcoreano Palma D’Oro alla 72esima Edizione del Festival di Cannes 2019 «PARASITE», partorito da una delle più immense, sconfinate, eccezionali, stupefacenti, sbalorditive menti cineaste mai esistite da quando esiste l’Umano: lo sceneggiatore e regista e produttore BONG JOON-HO. Che attraverso questo infinito capolavoro, dopo una carriera costellata da quasi esclusivamente capolavori, ha scritto una pagina di Storia del Cinema diventando la seconda persona da quando i Premi Oscar esistono a vincere in una sola sera quattro statuette (la prima fu Walt Disney nel 1954, la terza e per ora ultima Sean Baker nel 2025): Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Regia, Miglior Film e pure… CASO UNICO… Miglior Film Internazionale. E del resto, a vedere questo massimo gioiello, non poteva che essere così: era impossibile non fosse incoronato uno dei più leggendari cineasti mai avuti.

Ecco, «Parasite» ci sbatte in faccia la dura durissima verità, colpendoci in pieno petto e facendoci male: anche perché sebbene dura durissima, quella resta comunque la verità. Ce la vomita addosso anzi, nel mentre che ci racconta la divertentissima e schizofrenica e irrefrenabile vicenda assurda e grottesca di una povera famiglia di poverissimi che s’imbatte in una ricchissima famiglia di ricchi e subito desidera entrare in qualche modo in casa loro, anzi farsi aprire da loro direttamente la porta, s’addentra man mano fra le loro mura domestiche, s’infiltra, s’infila, s’annida strisciante attraverso l’inganno e il raggiro e la manipolazione, calpestando chiunque incontri sul suo passaggio. Anche e soprattutto “poveri” disgraziati come loro: del resto quelli se ne fregano, se ne sbattono, non fanno quello che fanno perché desiderosi di una qualche forma di rivalsa o vendetta, ma solo per grattar via quanto possono, salire qualche gradino in più di quella scala, sfruttare quei ricconi per vivere “un pochino più come loro”. Perché i ricchi sono ricchi anche perché esistono dei poveracci quali loro sono. Ma loro non si fanno nessun tipo di problema a fare quello che va fatto per vivere “alle loro spalle”. E come non comprenderli, del resto? Vivono in una baracca sotterranea senza connessione Internet o WIFI, nel mentre che i barboni pisciano addosso alla loro casa, tra fetido olezzo e sporcizia vomitevole. Non fareste anche voi tutto quello che è in vostro potere per poter vivere meglio? Vivere davvero, più che altro. Anche se la cosa significasse mentire e ingannare. E così il figlio dei poveri finisce per diventare insegnante d’inglese privato della figlia maggiore dei ricchi anche se non ha alcun titolo di studio per poterlo fare e falsifica qualsiasi documento possibile. La figlia dei poveri diventa insegnante d’arte per il bimbo dei ricchi, anche se pure lei non ha alcuna competenza vera. Il papà povero diventa l’autista di quello ricco, anche se questo significa gettare fango sul precedente autista e levarselo di torno. Stesso discorso vale per la mamma povera, che diventa la domestica della famiglia pur passando sopra quella che c’era prima di lei. Nascondendo la loro reale identità e il legame di parentela, la famiglia povera finisce per essere completamente al servizio di quella ricca: tanto quelli sono ricchi, non hanno mai dovuto affrontare un problema vero in vita loro, e questo li ha resi troppo stupidi e ingenui per anche solamente immaginare quel che sta capitando! I soldi sono un ferro da stiro, vien detto ad un certo punto del film: servono ad appianare qualsiasi piega. E senza mai aver dovuto affrontare una piega a chiamarla piega, quelli manco sanno cosa sono le pieghe! E quindi non possono nemmeno prevederle. Manco possono immaginarsela, tutta quella disperazione. E fin dove possa portare. Mi dilungherei troppo a parlare delle ineguagliabili e impareggiabili qualità di questa creazione artistico-narrativa di epiche proporzioni ciclopiche e leggendarie: regia, montaggio, sceneggiatura, interpretazioni attoriali monumentali (citiamo almeno un nome tra tutti, l’attore feticcio SONG KANG-HO, fra i massimi talenti di questo e qualsiasi altro tempo). Ma torniamo a quella verità di cui parlavamo prima.
Qual è questa verità? Che i poveracci fregano i riccastri alla grandissima, li imbrogliano, li ingannano. E non perché quelli lo meritino. Ma neanche loro si meritavano di essere poveracci e disgraziati! “Sono ricchi, ma sono gentili” afferma il padre di famiglia dei poveri ad un certo punto del film. “No, sono gentili perché sono ricchi” s’affretta a correggerlo sua moglie. Come a dire: se non devi preoccuparti di come arrivare a fine mese, allora puoi pensare a cose come la gentilezza e via dicendo! Questo non significa automaticamente che i ricchi siano dei bastardi, e del resto la famiglia ricca è davvero gentile. E poi non dimentichiamoci che sono i poveri quelli che schiacciano e raggirano gli altri in questo film qua, non i ricchi. I ricchi sono ritratti come degli stupidi fessacchiotti, okay, ma nessuno di loro è propriamente un cattivo. Proprio perché non si rendono conto. E hanno i loro problemi, chiaro, come tutti. Il bimbo presenta serie difficoltà di socializzazione e attenzione, ad esempio. Ha gli incubi. E i soldi non possono curare tutto. Ma aiutano, e aiutano tantissimo! Perché se stai male, almeno puoi star male dentro una villa di lusso, servito e riverito dalla tua governante, guardando qualche film sulla pay-per-view. Il senso è: sei nato in cima a quella cazzo di scala? Allora è giusto che tu ci rimanga, anche se questo significa che qualcuno starà giù, in basso. E se invece sei nato al fondo di quella scala? È ingiusto questo, e allora ha senso fare il possibile per salire quanto puoi, anche se questo significa buttare qualcuno di sotto. Questa è la verità durissima che il film ci sputa in faccia:
Chi è nato fortunato, non ha colpe. Ma nemmeno chi è nato senza fortuna ne ha. La colpa non è di chi è fortunato e di chi non lo è, ma del Mondo stesso nel quale abitiamo e della Vita che viviamo. E che scelgono di essere ingiusti. Ed è un’ingiustizia schifosa, che a sua volta rende Noi che quella ingiustizia la viviamo schifosi. Si potrebbe pur sempre cambiare le cose, ma come? Se sei solo tu a voler cambiare poi, cosa puoi fare da solo? E soprattutto: davvero è possibile cambiare in qualche modo, qualsiasi modo, le cose? Forse no. E di sicuro non sono mai cambiate.
Le risate e il divertimento degno di una delle migliori commedie esilaranti possibili lasciano spazio al dramma vero, alla tragedia, alla più malinconica tristezza possibile. I poveri possono fregare i ricchi quanto vogliono, ma rimangono poveri e pezzenti. E dipendono comunque dagli altri. Ci sarà sempre quella barriera, quella differenza, quel puzzo a separarli. Non importa quante bugie, inganni, menzogne e falsità diranno. La Realtà ingiusta e schifosa vincerà sempre. Il temporale arriva distruggendo ogni cosa, e i poveri si ritrovano senza casa mentre i ricchi pensano ad organizzare feste. Sia chiaro: i ricchi manco lo sanno che qualcuno è rimasto senza casa. Ma intanto quelli festeggiano, e gli altri crepano. E così chi è il parassita? Quello che vive felice godendo di tutta la fortuna che la Sorte gli ha destinato mentre attorno c’è chi soffre e manco se ne accorge? Oppure quelli che soffrono, i quali s’insidiano nelle case di chi è fortunato fregando tutto? Lo sono tutti, fortunati e sfortunati, tutti con le loro colpe e infamie e vergogne, nessuno escluso. Ognuno di Noi vive alle spalle degli altri. E questo il Maestro Assoluto Bong Joon-Ho ce lo spiega anche attraverso un’altra sua indubbia perla di una bellezza indicibile: la pellicola targata 2013 «SNOWPIERCER». La verticalità su cui è costruito «Parasite» – film fatto proprio di scale e scalinate (epocale la scena che vede i poveri lasciare di corsa la casa dei ricchi quasi precipitandosi in quella loro catapecchia percorrendo gradini su gradini sempre più in basso, sempre più giù!) – lascia posto all’orizzontalità di un treno. Se da una parte abbiamo il binomio su/giù, dall’altra quello testa/coda. Questa pellicola infatti immagina un futuro nel quale una nuova era glaciale è tornata costringendo gli umani superstiti a stiparsi dentro un iper-modernissimo gigantesco treno che non si ferma mai, va sempre avanti, percorre il globo stando sempre sulle stesse due rotaie. Ma ovviamente non stanno tutti insieme nella stessa carrozza e ogni carrozza è diversa dall’altra: nei vagoni davanti ci stanno i ricchi e man mano che risali verso il fondo del treno vi sono i poveracci disperati.

Anche qui il tema è quello delle classi sociali e del fatto che non sei tu a decidere dove finisci, ma chiaramente c’è chi sarà contento di dove si trova e vorrà rimanere lì, e chi invece vorrebbe cambiare. Ma tu, misero passeggero di un treno che incessante continua il suo percorso sui suoi binari e che giammai potrà essere fermato (davvero?), puoi veramente cambiare quel che c’è scritto sul tuo biglietto? Impossibile, nessuno ci è mai riuscito prima. Al protagonista Curtis, impersonato da un CHRIS EVANS titanico qui alla sua miglior prova, non gliene frega niente che non sia mai stato fatto prima: lo farà lui. Stufo di una vita passata a mangiar merda schiacciato con mille altri come lui in coda a quel treno, decide di prendere in mano il suo destino, iniziare una rivoluzione e capitanare quel manipolo di folli disperati fino in testa, fino alla locomotiva, conquistandosi quel Mondo e destituendo finalmente il capo dei capi, quello che quel treno l’ha creato, il misteriosissimo Wilford, evocato lungo tutta la pellicola quasi alla stregua di una fantasmatica presenza evanescente. Curtis non è come gli altri, fortunati o sfortunati che siano, lui vuole cambiare il suo biglietto. Lo vuole davvero. Ma sono rare le persone capaci di cambiare il proprio biglietto. Soprattutto, devono essere persone disposte a tutto. E del resto Curtis non è il classico eroe da fiaba che ha dei valori morali imprescindibili a cui mai potrebbe venir meno. Lui è tutto tranne il classico eroe. Il meno classico possibile. E del resto guardando al film la sua stessa entrata in scena è più che esplicativa: mentre i potenti ordinano ai passeggeri dell’ultima carrozza, divisi in file, di sedersi fila dopo fila, uno solo rimane in piedi più a lungo degli altri, poiché diverso da tutti gli altri. E quello è proprio Curtis. Lui è un uomo che ha sbagliato nella vita, che ha fatto il Male, che ha commesso azioni orribili come chiunque altro. Non per cattiveria, no, ma per disperazione. Del resto son tutti bravi a fare i santarellini, ma se ti ritrovassi a patire la fame, la fame vera e autentica, se quella ti divorasse lo stomaco, sei davvero sicuro che non arriveresti a mangiarti qualsiasi cosa ti capiti a tiro? O meglio: chiunque ti capiti a tiro? E se siamo abituati a quegli eroi disposti a perdere tutto pur di fare la cosa giusta, anche rovinarsi e fallire nella loro impresa… Curtis è un uomo che decide di commettere qualsiasi tipo di scelta possibile per assolvere alla sua missione. Perché non si tratta di vincere o perdere una battaglia. Si tratta di vivere davvero, dopo essere stati niente ogni singolo giorno. Si tratta di non fare come tutta la folla ma compiere i sacrifici necessari che servono per poter finalmente esistere sul serio. Si tratta di decidere della propria vita, invece che lasciare sia la posizione che hanno deciso tu occupassi a decidere per Te. Quel monumento alla recitazione che è ED HARRIS dice al nostro protagonista che tutti hanno una posizione prestabilita e tutti occupano il loro posto. «Chissà perché lo dicono sempre le persone che stanno nei posti migliori» afferma Curtis. Essere persone migliori non ti darà una vita migliore. La vita migliore te la dà altro. La Fortuna, il Cielo, il Culo. Chiamatelo come vi pare. E se una vita migliore non ce l’hai e allora vuoi prendertela, essere persone migliori è proprio la cosa peggiore possibile. E che non ti serve. Chissà però che sceglierà Curtis.
Non è colpa dei ricchi e non è colpa dei poveri, bensì di entrambi e di nessuno. È semplicemente il Mondo che è fatto come è fatto. Ma Noi che lo abitiamo questo Mondo non abbiamo davvero alcuna responsabilità? Se possibile, «Snowpiercer» ti dice qualcosa di ancor più violento di «Parasite» a questo riguardo: guardate belli che perché lo status quo resti in piedi e i ricchi rimangano ricchi e i poveri poveri, accade spesso che testa e coda cooperino, collaborino, lavorino insieme! Esatto, avete capito bene: il gioco lo fanno entrambe le parti, nel mentre che in mezzo un sacco di pedine inconsapevoli vengono spostate di qua e di là, c’è chi decide che tutto debba rimanere come è. Ma a questo punto la grottesca assurdità lancinante si fa largo in Noi, dolorosissima. E insieme sorge spontanea una domanda: se c’è bisogno che tutti facciano la loro parte perché il gioco continui e le cose restino in piedi, allora non è forse vero che tutti si ritrovano a dipendere dagli altri? Anche al padrone che si fa servire dal suo servo, non gli serve forse che lo serva? Il padrone, quello a cui il servo ha affidato in mano la sua vita e che paga il servitore dandogli soldi e cibo e un tetto sopra la testa, non finisce però per dipendere inevitabilmente da lui? E se il servo un giorno se ne accorgesse? Se il servo finisse per servire più al padrone di quanto il padrone serva a lui? Non potrebbe allora arrivare a pretendere cose che il padrone sarebbe obbligato a concedergli perché oramai dipendente da lui? E chi diventa il vero bisognoso quindi? Il servo o il padrone? E a chi serve chi? Chi serve chi? I ruoli si confondono e si ribaltano e si invertono e non si capisce più nulla! Questa è l’angosciante sensazione di viscida inquietudine che ti trasmette e t’infonde quella bomba apicale di capolavoro cinematografico che è «IL SERVO» targato 1963. Film belli come questo ne esistono talmente pochi: sconcertante, pazzesco, micidiale! Estremo nel ritrarre l’insana relazione malatissima e tossicissima che s’instaura tra un ricco giovanotto inglese e il suo domestico/maggiordomo/tuttofare (diciamo pure “balia”) che assume all’inizio della pellicola. La magistrale sceneggiatura strabiliante è a cura di un Genio Assoluto del Teatro (il Teatro ritorna!) quale il Premio Nobel HAROLD PINTER. Il regista JOSEPH LOSEY dimostra attraverso questa meraviglia cosa davvero significhi essere un regista, firmando una regia immensa che trasforma il semplice sgocciolare di un rubinetto nel rumoroso caotico magma potentissimo e insieme ambiguo che è l’indecifrabile legame di dipendenza che s’instaura tra Umani. Le interpretazioni attoriali – specie quelle di JAMES FOX e DIRK BOGARDE sono da urlo e a distanza di oltre mezzo secolo andrebbero studiate in ogni scuola di recitazione. Un film che parte in un modo ma poi si trasforma completamente e ti confonde e non ti permette più di capire, proprio come nel caso del rapporto tra loro due: è chiaro che sono uno il servo e l’altro il padrone, e che uno dei due deve stare sotto all’altro e servirlo in ogni sua richiesta, dandogli quello che vuole ancor prima di sentirselo chiedere. Ma se poi un giorno questo dovesse dirgli di no e voler decidere lui? Il padrone riuscirebbe a cavarsela senza? Oppure il padrone farebbe qualsiasi cosa perché il servo rimanesse suo servo al punto da diventarne servo? Aspettate un attimo: il servo che diventa padrone del suo padrone e il padrone che serve il servo? È possibile? “Lei se ne sta approfittando del fatto che gioca in una posizione migliore!“, dirà il servo al suo padrone quando si ritroveranno a lanciarsi una palla l’uno con l’altro e – dove? – guarda caso proprio su una scala. Il padrone dall’alto, il servo dal basso. “Dici così solo perché stai perdendo la partita“, gli risponde il padrone. E ancora una volta qui hanno ragione entrambi: chi sta in alto se ne approfitta, e chi in basso lo fa notare solo perché in alto non c’è lui. E anche qualora il servo facesse trottare il suo padrone e si facesse servire lui da bere, quello dovrà accettare di essere sempre e comunque “il servo”. Che può essere anche schiaffeggiato, e che deve ricordarsi di tener la porta aperta. E di contro il padrone dovrà rammentare che lui conta tantissimo, ma solo se il servo decide di continuare a servirlo.

Avevamo cominciato con un film italiano anni ’80 molto spassoso, e chiudiamo con un’altra incantevole meraviglia splendidissima sempre italiana e sempre dello stesso periodo. Il più grandioso e glorioso regista e il più glorioso e grandioso attore del cinema nostrano sono i suoi genitori e artefici: rispettivamente il mai troppo celebrato Maestro MARIO MONICELLI e l’indimenticato e indimenticabile ALBERTO SORDI. Questi due stupefacenti talenti assoluti han fatto la Storia della Settima Arte Tricolore più e più volte, separatamente e insieme, come anche nel caso dell’assoluto capolavoro «IL MARCHESE DEL GRILLO». Anno 1981. Siamo nella stanca e vecchia Roma Papale di inizio Ottocento. Lì vi abita il Marchese Onofrio del Grillo, tra i personaggi più irresistibili mai concepiti. Anche lui è ricco come l’Ugo Maria de «Il Volpone» e pure lui in maniera non dissimile è perfettamente conscio e consapevole di come stanno le cose. Sa di essere ricco da far schifo e che se non lo fosse la sua vita e la sua stessa persona sarebbero stati tutta un’altra cosa e non varrebbero niente! E invece, proprio in virtù dei suoi bei soldoni, può permettersi di dire a tutti i pezzenti che gli capitano a tiro: «Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!». E poi c’è anche da aggiungere che ambedue — Onofrio e Ugo Maria — si divertono spasmodicamente a farsi beffe di chiunque. Se però il Volpone lo fa con un certo sadico piglio crudele e col preciso intento di fottere quelli attorno a sé in ogni modo possibile così da uscirne con qualcosa in più, il Marchese del Grillo molto semplicemente fa quello che fa per il gusto di farlo: è prima di tutto infatti un cialtrone buffone burlatore che ne combina di cotte e di crude in termini di scherzi e carnevalate, ma solo perché si diverte da matti, così riempie le sue giornate altrimenti vuote, fa quel che fa solo per poterne ridere! Scherza, scherza anche pesante, e se la ride alle spalle di tutti quanti, certo, ma proprio solo per ridere. Non è ambizioso, non mira ad avere più di quello che ha, lui ha i suoi bei palazzi, e i suoi bei poderi, e la sua bella vita comoda fatta di agi e divertimenti, non gli interessa davvero altro. Questo non vuol dire che il Sor Marchese sia una brava persona: non ha alcun tipo di morale, non crede in niente, non sente su di sé alcun tipo di responsabilità o una qualche missione più alta, non ha mai combinato niente nella vita, non sa fare un tubo, il fatto che sia ricchissimo non lo porta a voler usare la sua ricchezza a fin di bene, la sua esistenza è di fatto fondata sul nulla cosmico e il niente assoluto… in effetti è anche un po’ schifoso un individuo di questo tipo, diciamocelo! Ma è così schifoso da risultare spassoso, ci fa ridere come matti, non riusciamo a volergli male, gli vogliamo bene, io personalmente ogni volta che ne vedo le gesta ne esco con la mascella dolorante per quanto ho riso! È a lui che si deve del resto il titolo di questo stesso articolo: all’inizio del film, nel mentre che fa da portantino al Papa presso la cui corte vive, s’inciampa in un gradino e per poco non lo fa cadere. Pio VII – interpretato da un fenomenalissimo PAOLO STOPPA – che ben conosce quel lestofante cialtrone al quale è affezionato – subito capisce che è stato lui che per poco non gli faceva rompere l’osso del collo, così gli ricorda: «Perché non lo sai che il Mondo è fatto a scale?». E il Marchese prontamente risponde: «Chi le scende e chi le sale, Santità!».
Onofrio sta in cima alle Scale della Vita. Non per meriti, né per doti. Ma solo perché ci è nato. E lui lo sa. E gli va benissimo così! Non pensa di essere più bravo degli altri, non s’illude di qualcosa, non sogna nemmeno in grande: lui sa benissimo come stanno le cose. A un suo amico militare francese amante di Napoleone, all’inizio del film, ricorda che se non fossero stati poveri in canna, mai più avrebbero fatto la Rivoluzione i Rivoluzionari francesi! Fossero stati loro al posto del sovrano a cui han fatto tagliare la testa, manco se lo sarebbero mai sognato di cambiare le cose. Però un uomo deve avere uno scopo o comunque un ideale, gli dice l’altro. E il Marchese con spirito sardonico dice in soldoni che queste son cose da Francese, che magari anche lui avrà sognato di diventare chissà cosa da ragazzino, ma la Vita lo ha fatto essere quel che è. E a lui sta bene. Anche la sua esistenza del resto è una vita piena di problemi: certo, c’è chi si preoccupa cosa diamine darà da mangiare ai figli la sera, lui magari deve solo trovare un modo per tenere lontana da sé la sorella con l’alitosi o seminare la madre perché non lo porti in chiesa la mattina presto… ma comunque son problemi, no? Lui sa benissimo che essere nato nobile e ricco lo mette in una posizione di avvantaggiata superiorità rispetto a tanti altri poveracci, la qual cosa gli permette di fare quello che vuole delle loro vite: per questo ad un certo punto del film, tanto per verificare questa cosa, decide di non pagare un ebanista che gli aveva fatto un gran lavoro e corrompere giudici e giura e giurati perché dessero ragione a lui… tanto basta avere soldi e puoi far quel che vuoi, la Giustizia non esiste! E sapete che c’è? C’è che c’ha ragione Onofrio! «Voglio vede’ se le ragioni di un plebeo morto di fame valgono più dei soprusi che può fare un marchese ricco e potente come me!». Soprattutto, ha ragione quando dice che un ricco o un nobile o un fortunato è tale solo perché ci è nato e che tutto sommato Noi siamo tutti uguali, tutti poveri disperati esseri umani, solo che qualcuno nasce in alto e qualcuno in basso. Se al posto suo ci fosse un altro tizio identico a lui, non farebbe poi troppa differenza. Non ne farebbe alcuna per nessuno, a dire il vero. Ed è per questo che quando ad un certo punto scova nel volgarissimo ed esilarantissimo poveraccio Gasperino il Carbonaio un suo sosia identico e lo mette nel letto al posto suo coi vestiti suoi, nessuno pensa che si tratti di un suo clone. È anche vero che ad un certo punto il Marchese del Grillo sembra essere mosso da una ragione più grande, sembra sul punto di decidere di fare qualcosa della sua vita, sceglie di inseguire un cambiamento… ma nemmeno con troppa convinzione, forse sperava giusto di dare uno scossone alle cose, ad una vita fatta di niente, però poi il vento cambia direzione e si rende conto che da queste scale si scende e si sale in continuazione, e che gli conviene tutto sommato tornare al suo solito gradino di sempre senza mettersi in testa chissà che. Il senso alla fine delle cose qual è quindi? Ce lo dice quel gioiellino che è il personaggio dell’insolito Don Bastiano, interpretato da un maestoso FLAVIO BUCCI, che sulla forca nel momento in cui viene giustiziato declama alla folla che son tutti pecoroni invigliacchiti pronti a inginocchiarsi e piegare la testa di fronte ai potenti e che se anche il Papa pensa di essere il padrone del Cielo e Napoleone si crede il padrone della Terra e il boia padrone della Morte, tutti loro sono padroni di un cazzo! Proprio perché siamo tutti la stessa roba, a prescindere dalla posizione che occupiamo su quella maledetta scala benedetta: siamo tutti Umani, che semplicemente occupano dei gradini perché ci si sono ritrovati. Ma questo non cambia la sostanza di quel che sono.


Okay, ho mentito. Ho mentito quando ho detto che avevamo finito, e che avrei parlato solo di capolavori cinematografici eccezionali nel corso di questo mio articolo. C’è ancora un film bellissimo di cui intendo parlare in chiusura, e che m’ha insegnato tantissimo pur non ritenendolo un capolavoro. Perché la Bellezza del Cinema sta anche in questo, che non deve per forza essere sempre e solo un capolavoro a insegnarti qualcosa, che a volte vedi un film che è semplicemente molto bello ma che in una sua scena ti regala un momento che non ti dimenticherai mai, che t’emoziona a tal punto che te lo porterai dietro e dentro tutta la vita, di cui ti ricorderai anche se visto in un’unica occasione. Così accadde a me con «ARMAGEDDON TIME», una delicatissima ma al tempo stesso durissima visione. Regia e sceneggiatura del prode JAMES GRAY, anno di produzione 2022, nel cast vi è un nome colossale e pazzeschissimo quale quello di SIR ANTHONY HOPKINS, un dio tra gli dei. Un film che parla di nuovo di cosa significhi nascere fortunati e cosa questa fortuna comporti rispetto a chi invece è sfortunato, e te ne parla raccontandoti la storia di un ricco ragazzino newyorchese negli anni ’80 che scopre in un coetaneo afroamericano e di condizioni umilissime un amico vero e autentico. Ma che non può essergli amico, perché è deciso che lui debba venir cresciuto per condurre un certo tipo di vita di successo della quale l’altro non potrà mai fare davvero parte. La scena a cui mi riferisco io – sul finale – però non riguarda Anthony, bensì il ragazzino e suo padre, seduti in macchina uno accanto all’altro. Non me ne scorderò mai. Il padre, impersonato da un sempre più garguantesco JEREMY STRONG, non si è mai capito col figlio, il loro è un rapporto di incomprensione reciproca. Ma in quel momento guarda al ragazzino e gli spiega come stanno le cose. E lo fa col cuore in mano. Perché forse, dico forse, dopotutto, lo comprende. E gli dice che sa che questo Mondo fa schifo. Che è ingiusto che ci siano persone che hanno tutto – come la loro stessa famiglia – e altri che non hanno niente, come nel caso dell’amico afroamericano. Che questa cosa gli fa ribrezzo, gli dà il voltastomaco, gli fa orrore. Perché la sente come sbagliata, come profondamente ingiusta, e non gli piace. Ma sapete che c’è? C’è che è il Mondo ad essere ingiusto. E che tutto quello che tocca fare a ognuno di Noi è prendere tutta la Fortuna con cui il Cielo ha voluto benedirci e graziarci, tutta quanta, e usarla per far star bene Te e chi ami, oltre che per realizzarti. E qui credo che alla fine stia la sola e unica risposta possibile alla domanda che ci siamo portati dietro per tutte queste pagine.
Messi dinanzi ad una Vita che ci insegna che esiste chi è fortunato e chi no, che fare? Non è giusto che esista l’Ingiustizia. Proprio no. Ma non puoi salvare il Mondo intero. Allora almeno salva il tuo. Anche proprio per rispetto e riguardo verso quelli che non hanno niente. Prendiamo tutto quello che abbiamo e facciamo tutto il possibile per fare il meglio che possiamo. Per Noi e per chi amiamo. Per poterci realizzare. Proprio perché c’è chi quella possibilità non ce l’ha. Proprio perché siamo tutti simili, anche se viviamo vite tutte diverse. Proprio perché non c’è altro che possiamo fare, se non questo: la ricchezza vera e autentica non sta in quello che ci è capitato, ma nelle scelte che facciamo con quello che abbiamo. Non importa se arrivi in cima alla scala o se invece sei rotolato giù, la sola cosa che conta è che di fronte a quei gradini tu abbia fatto del tuo meglio. Non guardiamo a chi dalla Vita ha avuto il meglio, guardiamo piuttosto a come fare Noi ad ottenere dalla Vita il meglio che possiamo.


ALLA FINE – INCREDIBILE, CE L’HA FATTA ANCHE QUESTA VOLTA A FARSI DEDICARE UN MIO ARTICOLO! – SCELGO EFFETTIVAMENTE DI DEDICARE QUESTO PEZZO ALLA MIA PAGLIACCINA, QUEL CLOWN DI ELEONORA PIERATTINI!, E ALLA CUI PRESENZA – RICCO O POVERO CHE TU SIA – CHIUNQUE NON POTRÀ – A MIO MODO DI VEDERE – CHE REPUTARSI COME LA PERSONA PIÙ FORTUNATA AL MONDO. STARE INSIEME A LEI È VERA E AUTENTICA RICCHEZZA, LA PIÙ GRANDE POSSIBILE.


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