DI ALBERTO GROMETTO
Il Mondo si divide in due categorie: i Vincenti e i Perdenti.
Oppure era: “i Felici e gli Infelici”.
O forse: i Fortunati e gli Sfortunati… ?
Magari era: Buoni e Cattivi.
Quali che fossero le categorie, da che Mondo è Mondo, l’Umanità è ritenuta da sempre fatta apposta per essere divisa in due. Ma il punto vero qui è il perché, il percome e da quando. Per quale ragione sentiamo l’esigenza vera, autentica, profondissima di dividere gli Esseri Umani in gruppi separati e scissi fra loro? Perché non possono essere un tutt’uno? Come mai non possiamo pensarli come “uniti”?
È molto semplice, a dire il vero, la ragione. L’Umano è fatto per essere “diviso” in due categorie poiché è fatto risaputo che esistono le persone di merda. E nessuno vuole essere una persona di merda. Beh, in effetti c’è anche chi se ne frega di essere una persona di merda, ma di sicuro non vuole essere considerata tale! Altrimenti non potrebbe continuare a fare le sue merdate. Ma la questione è che se esistono le persone di merda – ed esistono – l’Umanità deve essere per forza divisa almeno in due categorie, così ci saremo Noi da una parte e le persone di merda dall’altra.
Cosa fa di una brava persona una brava persona? Non è troppo chiaro, sarò sincero. Molto più semplice e lampante sembrerebbe essere invece definire cosa sia una persona di merda. E una persona di merda è qualcuno che se ne frega, che non è interessato a quello che accade agli altri, che guarda a quello che vuole ottenere e basta. Il resto non importa! Il “Merda” è colui che fa quel che fa non perché soffre, è arrabbiato oppure ha avuto una vita brutta. Magari queste cose le ha, ma il vero “Merda” fa quello che fa innanzitutto perché è fatto così! Ora, son tutti bravi a raccontare storie di brave persone nelle quali credere e per le quali fare il tifo. Oppure a narrare anche di cattivi soggetti che però forse così cattivi dopotutto non sono, ma che nascondono in loro delle fragilità e delle debolezze e soprattutto delle ferite tutte tipicamente umane che li hanno resi i “cattivi” che sono oggi. Vi sfido però a raccontare di persone di merda che son veramente la merda che sembrano: schifosi, egoisti, egocentrici, squallidi, manipolatori, bugiardi, menefreghisti, noncuranti, orribili, disgustosi! Senza possibilità di redenzione. Senza che celino in loro un significato più profondo. Senza che ci sia un perché più grande che li giustifichi, o quantomeno li spieghi. O se anche c’è, comunque non cambia la sostanza di quel che sono: merda. Semplicemente merda, e nient’altro!
Eppure quest’anno, guardando agli attesissimi ed emozionantissimi PREMI OSCAR 2026, vi sono ben due titoli in gara che scelgono di raccontarti di persone di merda. Senza se e senza ma. Che sono proprio la merda che sembrano. Ma quali sono questi due titoli? Due film che son tutt’altro che merda: mi sento anzi di definirli due maestosi gioielli perlacei ai limiti del capolavoro!

Ambedue produzioni targate 2025. Entrambi candidati a ben nove statuette dorate tra cui Film, Sceneggiatura Originale, Regia, Montaggio: sì, guardando alle ultime tre categorie citate, stiamo parlando di tutte e tre le Scritture di cui si compone il Cinema. Tutti e due in pole position da stra-favoriti per un Premio (in un caso il Miglior Attore Protagonista, nell’altro per il NON Protagonista).
Da una parte abbiamo a che fare col maggior incasso globale di sempre in tutta la Storia di quella che con ogni probabilità è attualmente la più straordinaria e coraggiosa e temeraria Casa di Produzione e Distribuzione Cinematografica: la A24.
Dall’altra parte la produzione norvegese che all’ultimo FESTIVAL DI CANNES – il numero 78 – s’è portata a casa il Grand Prix Speciale della Giuria, che dopo la Palma D’Oro è il più importante riconoscimento di tutta l’intera manifestazione.
Da un lato stiamo parlando di: MARTY SUPREME.

Dall’altro invece di: SENTIMENTAL VALUE.

Tutti e due sono film che esistono in primo luogo perché il loro cardine e artefice è un Genio Immenso della Cinepresa. Entrambi questi geni stan facendo recentemente parlare di sé coi loro lavori eccezionali e la loro maniera unica e brillante e originale e profondamente loro di raccontare una storia: l’americano JOSH SAFDIE e il norvegese JOACHIM TRIER.
Josh nasce nel 1984 a New York e negli ultimi dieci anni è stato capace – lavorando in coppia col fratello BENNY SAFDIE – di scrivere e dirigere delle vere e proprie bellezze con cui si è imposto all’attenzione internazionale. Poi hanno deciso di separarsi, per quanto la motivazione non è stata molto chiara, intraprendendo carriere da solisti. Il primo film che Josh realizza da solo è quindi questo qui – monumentale e smisurato! – che lo porta fino agli Academy Awards. È lui il Padre di «MARTY SUPREME»: ne è il regista unico, oltre che coautore e comontatore insieme allo storico collaboratore RONALD BRONSTEIN. Ed è pure uno dei suoi produttori. Esatto!, Joshua Henry Safdie è in corsa per ben quattro statuette, in quella che sarà la primissima cerimonia degli Oscar della sua vita nella quale è candidato a qualcosa: Sceneggiatura Originale, Regia, Montaggio e Film.

Joachim nasce una decina d’anni prima, nel 1974, a Copenhagen in Danimarca. Anche se lui è norvegese. Lui è venuto fuori allo scoperto una decina d’anni prima di Josh in un crescendo rossiniano di carriera che nel ’22 lo ha portato alla sua primissima nomination agli Oscar: stiamo parlando della Sceneggiatura Originale di una vera e propria meraviglia meravigliosa quale «La persona peggiore del mondo». Come nel caso del collega americano, anche lui è coautore del soggetto e della sceneggiatura originale, insieme a quello che è il suo storico collaboratore di sempre: ESKIL VOGT. Il suo «SENTIMENTAL VALUE» – di cui è il regista unico – è stato nominato anche come Miglior Film Internazionale, oltre che come Miglior Film. Nessun’altra pellicola di quella cinquina è candidata anche come miglior pellicola, eccezion fatta per il brasiliano «L’Agente Segreto» (che peraltro è lo stra-favorito).

Abbiamo detto che tutte e due le pellicole raccontano di una persona schifosa. Ed entrambi i film si fondano e si basano sulla narrazione di questa merdaccia. Okay: ma chi sono?
Marty Mauser è il protagonista di «Marty Supreme». Lui ha un obiettivo in testa, una missione nel cuore, un sogno nella vita: essere il più grande campione di ping-pong che si sia mai visto! Sì, esatto: tennistavolo. Bellissimo, no? Il fatto è che però – già lo sapete! – lui è una persona che fa schifo. È antipatico, odioso, disgustoso. È il classico prototipo di persona – non dirò personaggio, ma “persona” – fatta per “starci sul culo”. Persona, ma non personaggio: perché? Perché solitamente i personaggi non vengono scritti per “starci sul culo”. O se sì, sono personaggi di contorno, pensati per essere relegati sullo sfondo, o quantomeno in secondo piano. Tuttalpiù son dei villain, pensati per questa ragione. Ma solitamente i villain li costruiscono affascinanti e fascinosi. I cattivi piacciono, perché ci ricordano Noi. E gli eroi non sono scritti di certo per starci sul gozzo, è chiaro. Il che non significa che non possano esistere personaggi che ci stiano sul culo, a volte succede, anche spesso: ma capita e basta, ma non sono stati fatti apposta per quello, ecco. Qui invece il protagonista assoluto di un film che sulla carta dovrebbe portarci a fare il tifo per lui – trattasi pur sempre di una pellicola sportiva che ti parla di un perdente sfigatello che vuole essere un campione anche se si ritrovasse il Mondo contro a ricordargli quanto vale e quello che può e non può fare – è un lurido bastardo incallito schifoso!
Nell’arco delle rapidissime due ore e mezza di film che ti tengono incollato allo schermo per ogni singolo fotogramma vediamo Marty insultare, offendere, deridere, umiliare, prendere in giro, manipolare, sfruttare, calpestare, schiacciare, tradire, ingannare, raggirare, abbandonare, ferire praticamente chiunque! Fa del male alle persone, a volte senza nemmeno una ragione ma solo così, perché gli va e sente di poterselo permettere. Nessuno – ripeto: NESSUNO – per lui conta qualche cosa, a meno che non gli possa servire. Risultare utile. Specie per la sua unica, vera aspirazione. E cioè: il ping-pong. Ma se non serve a niente, per lui quel qualcuno non è niente. C’è chi potrebbe dire che Marty non sia capace di voler bene. Ma non è così, perché esiste una sola persona per la quale Marty prova qualcosa, l’unica in tutta la Storia del Mondo per la quale prova affetto: Marty.

È arrogante, senza che abbia un vero motivo per esserlo. Sì, è un asso con quella racchetta, quello sì, ha un eccezionale talento naturale di portata grandiosa: ma non è mai stato campione nella vita, non ha mai vinto nulla, non ha ancora mai dimostrato qualcosa a qualcuno. Per quanto lui si senta così sicuro di sé, e fortissimo, e invincibile. Ma poi invincibile non lo è per niente. Perché se è vero che Marty è un manipolatore incallito seriale, è pur vero che non è nemmeno questo granché come manipolatore. La gente è sciocca, o forse proprio stupida, e si fida. O comunque si lascia convincere. Ma Marty non convince mai Noi, che ne guardiamo le gesta. Lo ripeto: Marty non è un villain, è il protagonista del suo film. Però non sa certamente di eroe – dato lo schifo che è – ed è per questo che proprio non ce la sentiamo di parteggiare per un individuo obbrobrioso del genere. Ma non possiede nemmeno “lo charme da cattivo”: non è come uno di quegli amabili truffatori che per mezzo del loro fascino seduttivo e influsso carismatico saprebbero venderti qualsiasi tipo di balla. Marty si crede troppo un figo, e soprattutto ricorda costantemente a chiunque che è un figo, per essere davvero un figo. Non possiede quel tipo di carisma. Tutto in lui grida che è un piccolo parassita sgorbietto talmente abietto che non riesci neanche a schiacciarlo quando lo calpesti, che pensa di “averlo più grosso di tutti” e lo sbatte continuamente in faccia a chiunque con violenza e ferocia e crudeltà, anche se poi si ritrova con “niente in mezzo alle gambe” di fatto.
Non è cool, ma proprio per niente. Non lo è nell’aspetto fisico: Marty ha una pelle butterata ricolma di acne e cicatrici, un pochino di scialba peluria sopra il labbro, un foltissimo monociglio peloso e indossa occhiali con lenti spessissime che fanno sembrare i suoi occhi più piccoli e ravvicinati. Non lo è nell’aspetto emotivo: a parte che per sé stesso e la missione che s’è dato, non prova nulla nei riguardi di niente e nessuno, arriverebbe a svendere sua madre al mercato pur di mettersi in tasca un mezzo centesimo da spendere dietro il suo ping-pong. Non lo è nell’aspetto relazionale: non perde mai occasione di dimostrarsi più antipatico di quanto già non sia, regalandoci randomicamente qualche battutaccia brutta, qualche cattiveria gratuita, solo perché sente di poterselo permettere quando in realtà non può permettersi proprio un bel niente. Davvero, ogni cosa in lui è respingente e repellente. E infatti – qua sta il paradosso – alla fine non gli riesce quasi mai nulla. È un perdente, che però continua a perdere. Anche se rovina la vita a molte persone, le sfrutta e poi le butta via, le manipola e le scarica alla velocità della luce, si ritrova a sbattere il muso, a cadere, a far fiasco. E per quanto arrogante, pur di raggiungere i suoi scopi, è disposto anche a prostrarsi, inginocchiarsi, mettersi a novanta e farsi umiliare (e Marty si farà umiliare, eccome, nella maniera più umiliante e dolorosa possibile!). In nome del suo sogno e che insieme è divorante ossessione, arriva quindi persino a sputare in faccia a sé stesso, al suo ego colossale, al culto quasi dogmatico della sua persona e all’amore smisurato che in teoria nutre nei riguardi di sé stesso. Lui, che è abituato a non riuscire in niente e che a parte nel ping-pong non ha poi alcun tipo di vera capacità, per potercela fare può contare solo su una cosa: il fatto che non esiste cosa che non farebbe a chiunque, financo a sé, pur di ottenere quello che vuole.

Se in «Marty Supreme» abbiamo un unico protagonista al centro di tutto mentre la sconfinata galleria di personaggi che attraversano le sue vicende – ma che soprattutto si fanno attraversare da Marty! – sono quasi tangenti, visti e vissuti per poi esser lasciati da parte e buttati via, perché il solo personaggio nel film su Marty è – come nella vita di Marty – lo stesso Marty… in «Sentimental Value» la persona di merda non è il protagonista assoluto del suo film. Ma anche quando non è presente in scena, in qualche modo è presente. Sempre, continuamente, costantemente. La perla firmata Norvegia ti racconta d’un padre che un giorno smette di essere padre per le sue due figliolette nel momento in cui litiga con la moglie e se ne va via di casa. Anni e anni dopo, le due figlie sono ormai due donne grandi e mature, non due bambine che hanno bisogno del loro papà. Ma c’è davvero un’età in cui si smette di aver bisogno del proprio papà? No, io credo di no. Ma di sicuro non un papà del genere, che papà poi non lo è stato. Fatto è però che la madre viene a mancare, e così Gustav Borg si presenta al funerale. O meglio, manco c’è in chiesa per la cerimonia: lui si presenta al rinfresco post-cerimonia, servito in quella che una volta era la “loro” casa di famiglia. Una casa che, non a caso, ha sempre presentato un difetto strutturale, una crepa sul muro che è andata a ingigantirsi nel corso del tempo. Ed è chiaro che quella crepa sia lui.
La figlia minore si sforza, per quanto non sia facile, di accettarlo di nuovo nella sua vita ora che è ritornato. Lo stesso non si può dire della maggiore – che più che non volerlo accettare – proprio non ci riesce. Gli scompensi emotivi, i dolori dell’anima e il vuoto divorante che condizionano la sua vita e pure i suoi sentimenti verso chiunque – le risulta impossibile legarsi a qualcuno – derivano da quell’uomo e dal fatto che un giorno se n’è andato. Ecco spiegato perché Gustav è in qualche misura sempre presente nel film, anche quando non è fisicamente presente in scena dinanzi alle cineprese: la sua assenza è un’eterna fantasmatica presenza costante nella vita delle due figlie che ha lasciato, per paradosso è continuamente presente il vuoto rappresentato dal suo non esserci stato per loro.

Detto questo – a differenza di Marty – Gustav non fa di tutto per presentarsi subito come una persona di merda. Ci è subito chiaro che ha commesso delle azioni indegne e obbrobriose, okay. Però non ha una battutaccia cattiva sempre pronta o qualche pungente cattiveria da lanciare tanto per lanciarla. Non si presenta da subito con arroganza, e non si dà arie di superiorità. Però se credete che sarà la classica storia del classico padre che ha abbandonato la famiglia, che non c’è stato per le figlie e che poi un giorno riappare perché sinceramente pentito e pronto a cambiare e desideroso di perdono e bisognoso di redenzione… vi sbagliate di grosso. Proprio come Marty per il ping-pong, anche Gustav ha la sua divorante ossessione che inghiotte ogni altra cosa: il Cinema. Sì, lui è uno sceneggiatore e regista cinematografico di grande grandissima fama internazionale. Lui non è un fallito o un perdente, tutt’altro, è anzi riuscito in quello che voleva nella vita. Solo che è un qualcosa che appartiene al passato: la vecchiaia arriva per tutti prima o poi, e lui è dalla bellezza di quindici anni che non fa film. Ma lui va matto per i film, ama farne a ripetizione, respira e vive e finisce per parlare di quello tutto il tempo. E il motivo per cui è ritornato nella vita delle figlie, non ha niente a che vedere con ammissione di errori commessi o pentimenti di qualche tipo: sapete cosa c’entra invece? Se state iniziando a cogliere la somiglianza con Marty, allora riuscirete a rispondere: c’entra il suo Cinema! E forse ora state capendo di che razza di individuo stiamo parlando.
Gustav sta cercando l’attrice protagonista di quello che dice essere il film della sua vita, ora che è giunto ai 70 anni. E vuole che quell’attrice sia sua figlia, la maggiore. E del resto ha anche lei inseguito – come quel padre assente e proprio per questo sempre presente alla stregua di uno spettro insopprimibile – la strada dell’Arte. Lei ha scelto di fatto la carriera d’attrice prettamente teatrale. Lui è tornato solo per quello, perché vuole fare un film, il suo film. Non c’è altro, e proprio come a Marty, non gli importa niente degli altri e di quello che vorrebbero fare loro e di cosa non vorrebbero fare, e via dicendo. A lui importa del suo film e del suo Cinema. Specifico: SUO. E le persone per lui esistono – o cominciano ad esistere – nel momento in cui lui le sceglie per il suo film. O loro vogliono entrare nel suo film. Specifico ancora una volta: SUO. Nel momento in cui quelle persone non vogliono stare nel suo film – come forse la figlia maggiore? – allora quelle persone cessano di esistere per lui. E lui cessa di esistere per loro. E così torna quello che era: assenza.


Il Mondo si divide in due categorie: le persone di merda e poi tutti gli altri. Ma Noi siamo sempre sicuri di non essere persone di merda? Le persone di merda non le vuole nessuno, le schifano tutti, sono tossiche e menefreghiste, non calcolano nessun altro se non sulla base di quello che interessa a loro, ed è meglio tenersene alla larga. Anzi, è necessario tenersene alla larga. Come nel caso di Marty e Gustav. E allora perché qualcuno vorrebbe starci insieme? Perché qualcuno dovrebbe raccontarle in un film? E perché quei film dovrebbero risultare, pur parlando di m^^^e, così spaventosamente belli e meravigliosi e straordinari?
Ci sono diverse persone vittime del fascino di Marty, che fascinoso non lo è per nulla. Vi è persino una donna che sembrerebbe amarlo alla follia e impersonata da una giovanissima rivelazione sfavillante in termini di talento attoriale che per me si è dimostrata a mani basse l’autrice della performance più grandiosa di tutte: ODESSA A’ZION. E pure in «Sentimental Value» alla fine quelle due figlie – entrambe – soffrono perché il loro papà se n’è andato, e ancora lo vogliono – lo vorrebbero – nella loro vita. Il punto vero ve lo dico subito qual è – ed è anche uno dei motivi principali per cui mi sento di definire queste due opere di una bellezza impressionante! – ed è che nessuno dei due, né Marty né Gustav, si redimerà. Non meritano perdono, o redenzione. Usano le persone fino a quando servono a loro e ai loro sogni, e quando non servono più… chissenefrega! Non si riveleranno qualcosa di diverso da quello che sembrano e che sono stati per tutta la pellicola: persone di merda. Marty si presenta subito così, Gustav appare come più affabile e sornione ma ben presto ci si rende conto di quello che è, anche se uno ci spera fino all’ultimo. Fin dal titolo dell’articolo l’ho detto: questa Grande Sfida da Oscar parla di persone di merda… e non c’è scena finale o rivelazione conclusiva o sorpresa narrativa che tenga! Sono due persone di merda, punto. Non sperate in altro, perché non c’è nulla in cui sperare.


Quindi? Le domande rimangono: perché raccontare persone schifose? Come si fa a realizzare una meraviglia come quella che hanno realizzato Safdie e Trier su persone che però sono schifose? Forse che ci assomigliano quelle persone? Se quando vediamo un cattivo che sia bello e divertente e grandioso ci rivediamo in lui, nel caso di persone che ci fanno schifo ci terrorizza rivederci in loro? Non vorremmo rivederci in loro? E forse perché rivediamo noi stessi in loro che continuiamo a vedere questi due film e non abbandoniamo la sala? E anzi, quando giungiamo ai titoli di coda, quasi ci rimaniamo male perché ne avremmo voluto di più? Ma se tanto quelle persone schifose rimangono schifose dall’inizio alla fine e la speranza che siano altro non esiste… perché? Perché?
Attenzione! Perché in entrambi i casi qualcosa che non ci aspettavamo mai più accade. Non un colpo di scena sensazionale però, e sicuramente non un ingegnoso marchingegno narrativo che ci fa cambiare idea su chi siano. Trattasi tuttalpiù di un marchingegno umano. Ché l’Umanità, per quanto schifosa, volente o nolente ogni tanto ancora ci sorprende. Perché Marty è un verme ignobile che ci fa schifo e per cui nessuno farebbe mai e poi mai potrebbe fare il tifo. Ma quando giungiamo al Gran Finale – degno dei match conclusivi dei migliori film sportivi possibili – e quasi ancora non riesco a capire come, oh!, ci credete che alla fine finiamo per fare il tifo per lui? Perché per quanto orrido e schifoso e vomitevole, nel momento in cui oramai ha già l’etichetta del perdente appiccicata addosso, potrebbe aver perso ogni cosa, non ha più niente di niente in mano… ecco che ci emozioniamo di fronte all’unica disperatissima occasione che ha per dimostrare, se non altro a sé stesso, di valere qualcosa; o che quantomeno il suo grande sogno immenso non è stato sognato “per niente”. E anche se lo odi, anche se è orribile, anche se non se lo merita, tu alla fine ti ritrovi comunque lì nel finale a storcerti le mani perché in quel momento vuoi che vinca, che abbia il suo minimo riscatto, che ce la faccia! Che forse sia necessario essere una merda per realizzare il proprio Sogno? O che comunque bisogna scendere a patti con una certa squallida piccolezza per poter essere Grandi? Questo non lo so, ma so che alla fine pure io – che provo ribrezzo nei suoi confronti – mi ritrovo pervaso da un senso di rivalsa e dalla voglia di fare il tifo per lui. Perché tutti Noi abbiamo un Sogno e tutti Noi magari lo abbiamo visto umiliato questo Sogno, deriso, svilito, sminuito. C’è chi lo ha abbandonato. Marty no, lui non l’ha mai mollato, e proprio per questo siamo tutti insieme a lui con quella racchetta in mano – anche se magari una racchetta non l’abbiamo mai presa – a lottare perché quel Sogno, che diventa il Sogno di tutti Noi, s’avveri.


Nel caso di Gustav, lui certo rimane una persona che esiste solo per coloro che “servono” al suo film, al suo cinema, al suo sogno. Specifichiamo: SUO. Ma io mi chiedo: qual è la ragione per cui i registi, gli sceneggiatori, i cineasti realizzano film? Qual è il motivo per cui i film esistono? Raccontare qualcosa che non puoi raccontare altrimenti. E quel qualcosa ti sta a cuore, in qualche modo. Quel qualcosa deve avere per Te che lo vuoi raccontare un qualche valore sentimentale. E se poi si parla di una persona come Gustav che è costantemente ossessionata tutto il dannato tempo dall’idea di realizzare questo suo benedetto film, lui che non ne realizza da quindici anni e che dice di esser convinto di aver scritto l’opera più importante della sua vita… allora il valore sentimentale che quel film ha per lui deve essere indescrivibile a parole. E come lo descrivi, se non puoi a parole? Semplice: col Cinema, attraverso un film. Non può essere solo “suo” allora, quel film: deve appartenere in qualche modo anche a coloro che racconta in quel film. Questo non giustifica in nessun modo Gustav, le sue mancanze, le sue assenze, il suo menefreghismo egoista, i suoi orribili errori continui che non spariranno mai. È una persona di merda, punto. Ma per quanto merda, forse dopotutto quel film che propone va fatto… no?
Le persone schifose sono schifose. Punto. E non c’è nulla che tu o chiunque altro possa fare a questo proposito. La nostra vita non è come un film, non puoi sperare che ad un certo punto spunti una rivelazione finale o un flashback inaspettato o un messaggio implicito che salvi certe persone. E questo perché certe persone sono insalvabili. Ma la loro storia va raccontata, perché un po’ di quella merda ce l’abbiamo tutti dentro. Ed è forse solo guardandola in faccia, guardandoci in faccia, che potremo quantomeno salvare Noi stessi. Perché anche le merde sognano, anche le merde sanno cosa significhi avere dei sentimenti e infine anche le merde possono insegnarci qualcosa. Magari non verranno salvate queste persone, però verranno ricordate e attraverso il loro ricordo si potrà trovare l’ispirazione necessaria per essere persone migliori. Chissà, la scelta è solo nostra.


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