DI ELODIE VUILLERMIN
Se mai esisterà una storia futura, la nostra epoca verrà ricordata come il più grande inganno mai perpetrato. I colpevoli di tutto questo diventeranno i peggiori criminali mai esistiti.
Se mai esisterà una storia futura, spero che i nomi di chi ha lottato, ed è morto, per far aprire gli occhi alla società, siano ricordati con inchini, celebrati con riverenza ma non trasformati in idoli né in martiri; le loro storie dovranno essere d’esempio affinché l’omertà diventi il simbolo di un’era tossica e la firma in calce sulla lastra nera in memento per le migliaia di persone che abbiamo lasciato morire.
Se mai esisterà una storia futura, spero che i nostri nipoti possano perdonarci per quello che non abbiamo fatto. Non abbiamo scuse, nemmeno una singola parola potrà mai giustificare il nostro comportamento.
(2045 – Lettere da un passato futuro, Marko D’Abbruzzi, pag. 5)

Dopo quella piccola perla che è Cattivi ragazzi, Marko D’Abbruzzi torna a sorprendermi con una nuova opera targata I.D.E.A. Edizioni: una distopia fantascientifica e postapocalittica incentrata sul cloud, il lato oscuro del web e del mondo social, il transumanesimo e il rapporto tra uomo e tecnologia.
Il libro è spiazzante fin dal prologo, che consiste in una lettera scritta da un certo Manuele e datata 28 luglio 2024. Si parla di colpevolezza, di sacrificio, di inganni. Ma a che si riferisce esattamente l’autore della lettera? Perché parte già con il timore di essere odiato dalle nuove generazioni? E soprattutto, chi è e che ruolo ha in questa storia?
E mentre nella testa del lettore i dubbi cominciano a ronzare come uno sciame di zanzare, un flashforward lo proietta nell’anno 2045. Il protagonista Luca vive in una Roma tecnologicamente avanzata cercando di tirare avanti con quanti più lavori possibili, poco importa quanto siano squallidi. Il mondo in cui vive è cambiato per colpa di una crisi scaturita in seguito ad una guerra avvenuta negli anni 2025-2030 e ad un attentato terroristico del 2043, che ha cancellato i dati sensibili di milioni di individui che si affidavano al sussidio militare per la loro sopravvivenza. La maggior parte delle persone vive immersa in un mondo fatto di tecnologia avanzata e realtà virtuale, totalmente assuefatta alla sua realtà illusoria da non nutrire la minima curiosità o interesse per ciò che succede fuori dalla sua comfort zone. Ogni tanto avvengono episodi di violenza, improvvisi e inspiegabili, da parte di persone anziane, solitamente dai 50 anni in su, ai danni di innocenti. La città è divisa in zone verdi, gialle e arancioni a seconda del tenore di vita e del livello di pericolosità. Al di fuori dei confini sicuri stanno le zone rosse, le più rischiose in assoluto.
Luca sembra avere un colpo di fortuna quando accetta di sporgere denuncia contro la sorella di un vecchio che ha ucciso delle persone in metropolitana e stava per fare di lui la sua prossima vittima, gesto che gli frutterebbe tantissimi soldi virtuali. Ma a causa di eventi sfortunati la sua vita inizia ad andare a rotoli: i suoi guadagni si fanno sempre più scarsi, il suo conto va in negativo e alla fine la somma che gli spettava per la denuncia gli viene negata. Come se questo non fosse già abbastanza, viene rapito e abbandonato nelle zone rosse, dove si ritrova a combattere per la sopravvivenza. Almeno finché non viene trovato da Giulio e sua figlia Lea, due sopravvissuti in cerca di un fantomatico rifugio sicuro per l’umanità, ai quali si unisce nella speranza di trovare le risposte ai suoi dubbi e soprattutto l’autore del suo rapimento.

Analizzando il protagonista, si può affermare che la sua caratterizzazione è il frutto dell’influenza della società in cui egli vive. Sostanzialmente Luca cerca solo di tirare avanti per soddisfare i classici bisogni dell’essere umano, tra serate con gli amici e desideri carnali, così da non avere troppi pensieri. In un mondo dove tutti sono egoisti e indifferenti, è inevitabile che anche lui si curi solo del proprio tornaconto. Si finge una persona perbene e normale perché sa che nella sua Roma l’apparenza è tutto. È consapevole dei difetti della società in cui vive, ma gli mancano la forza e soprattutto la voglia di combatterli. Si adatta come può e non esita ad approfittare di ogni minima occasione che ha per guadagnare più denaro virtuale del normale. Sorride e fa il cortese in pubblico, ma in segreto prova disprezzo per chi lo circonda (eccetto quei pochi amici che ha) e cerca pure di ridere delle disgrazie altrui. Perché lo fa? Forse è l’unico modo che conosce per non pensare alle proprie disgrazie; nello specifico, l’aver vissuto con il peso di un padre accusato di pedofilia e morto suicida e di una madre che ha sofferto di depressione prima di togliersi la vita a sua volta.
Per quanto si possa compatirlo sotto certi punti di vista, resta comunque un personaggio prettamente negativo, con i difetti messi in risalto apposta proprio per farci capire che dovrà farne tanta di strada per cambiare atteggiamento ed evolvere, un po’ alla stessa maniera di Mary Lennox ne Il giardino segreto. La sua condizione già penosa si fa ancora più miserevole quando si ritrova senza niente, abbandonato a sé stesso nelle zone rosse, senza nessuno che sappia della sua sparizione o si preoccupi per lui. In quell’ambiente si ritrova ad affidarsi alla sua parte più istintiva e bestiale per sopravvivere ed è costretto a fare i conti con tutti quei pensieri a cui non aveva dato importanza in passato.
Sulle prime non fa che scappare, nascondersi ed evitare il più possibile il confronto diretto. La sua ingenuità e inesperienza lo portano a fare scelte sbagliate che costano la vita a qualcuno. Ma le esperienze vissute lo rendono a poco a poco un vero uomo, quello che tira fuori le palle quando serve. Messo di fronte a una realtà molto più crudele e impegnativa rispetto a quella in cui viveva, è costretto ad accettare il fatto che finora ha vissuto la sua vita senza davvero averla vissuta, senza esserne davvero stato partecipe; si è limitato passivamente a guardare l’esistenza scorrergli addosso e questo lo ha reso fragile, inetto e manipolabile.
Se all’inizio era un egoista, lamentoso, codardo, schizzinoso e opportunista, con il passare del tempo arriva a comprendere che le sue azioni hanno delle conseguenze e accetta l’idea di dover imparare ad adattarsi al mondo catastrofico delle zone rosse. Lui, che pur avendo avuto a che fare con le persone non aveva mai davvero esplorato e compreso a fondo le relazioni sociali, poiché troppo menefreghista per farlo, riesce con il tempo a empatizzare per davvero con il prossimo, a dispiacersi per la sorte di un altro essere umano e a fare comunità con gli altri. Lui, che ha sempre vissuto in città tra tecnologia e altri agi, impara i valori della rinuncia e del sacrificio, l’importanza di accontentarsi di quel che si trova in giro (anche se è poco) e la necessità di saper combattere. Lui, dopo essere stato un bugiardo e un approfittatore, apprende l’importanza di essere onesto e di rispettare i segreti degli altri. Ma soprattutto impara a prendersi le proprie responsabilità, a fare scelte con la sua testa, a mettere a rischio sé stesso per il bene di molti.

L’unica cosa di Luca che mi è parsa un po’ strana è che nelle zone rosse, in una particolare scena, si facesse scrupoli a tradire delle persone appena conosciute e a lasciarle morire, quando lui è il primo ad essersi approfittato degli altri. Dopotutto ricordiamo che Luca, nel primo capitolo, ha accettato di sporgere denuncia contro l’unica parente rimasta di un vecchio che aveva ucciso delle persone, e l’ha fatto solo per poterci guadagnare qualche soldo. E in uno dei suoi primi lavori ha pregato segretamente che la coscienza di un vecchio morente del quale si stava occupando ci mettesse più tempo possibile a essere caricata in una sorta di mondo virtuale sostituto del cimitero, perché più tempo equivaleva a maggiore guadagno.
Un personaggio di tutto rispetto, divenuto il mio preferito dell’intero libro, è Lea. Questa giovane donna è vissuta con suo padre Giulio nelle zone rosse per anni, perciò i due sono molto capaci a sopravvivere in condizioni estreme e in ambienti degradati. Forti del loro stretto legame familiare, hanno scelto di abbandonare la vita che avevano e percorrere una strada più difficile, fatta di sacrifici e fatica, pur di evitare che una società sbagliata separasse e distruggesse la loro famiglia. Per quanto duri e severi, sono i maestri di vita più adatti per Luca: lo obbligano a fare i conti con la nuova realtà in cui si trova, gli fanno capire che le scorciatoie non esistono e non può contare sulla fortuna per sempre, lo spronano a reagire e a non cedere alla paura. Sono sempre stati fedeli al loro motto, “fai il tuo bene”: pensare solo a sé stessi, sfruttare gli altri prima che loro possano sfruttare te.
Sulle prime Lea non sopporta la presenza di Luca, che considera una zavorra e che è pronta ad abbandonare una volta che avrà ottenuto ciò che cerca; e ha tutte le ragioni per pensarlo, considerando che da quando l’ha incontrato ha perso suo padre (che si sacrifica per farla fuggire) e che lui è talmente incapace da dover essere protetto costantemente. In quanto giovane guerriera sicura di sé, per la quale le asprezze della vita sono state una condanna e un insegnamento al tempo stesso, si irrita quando qualcuno prova a insegnarle come dovrebbe funzionare la vita, soprattutto se la predica viene da chi nelle zone rosse non ci ha mai vissuto. Eppure, man mano che conosce meglio il suo compagno di sventura, rimane colpita nel vederlo dimostrare onestà piuttosto che mentirle, nel sapere che si preoccupa per la sua incolumità, nel vedere come si sforza per non deluderla.
Lei è il tipo di persona dura e corazzata all’esterno, ma emotivamente fragile. Non sa come esprimere i propri sentimenti se non tramite insulti e frasi frustrate e non è abituata alle manifestazioni di affetto o a concetti come amicizia o onestà. Essendo vissuta contando solo su sé stessa e suo padre, le risulta difficile aprirsi con qualcuno ed è colei che sfoga in totale solitudine la propria tristezza o i propri dubbi, lontana dagli occhi di tutti, per non correre il rischio di apparire debole. Per la stessa ragione tiene nascosto il fatto di avere un problema non specificato (che si saprà nel dettaglio solo verso l’ultima parte del romanzo), che mette sulla sua testa un timer invisibile sempre più prossimo all’azzeramento.

Degna di nota è poi la tosta Jasmine, a capo di una comunità di superstiti, per la quale vale la regola “se vuoi restare con me, renditi utile, altrimenti vattene”. In realtà Jasmine non si definisce una vera leader, piuttosto una semplice donna che cerca di tirare avanti, stanca delle responsabilità che comporta essere un capo e del fatto che gli altri si aspettano da lei tutte le risposte ai loro problemi. Per lei gli altri sono utili ma non indispensabili, come rimarca più volte. E infine abbiamo il misterioso Giuliano, che insieme a una squadra di persone funge da custode delle conoscenze del vecchio mondo, quelle che sono state dimenticate dalla nuova società.
Il worldbuilding del libro è estremamente curato. Tutti gli eventi storici e sociali che hanno portato alla società descritta nel 2045 sono frutto di studi approfonditi. Tra le tante fonti a cui si è ispirato per la creazione della sua storia, D’Abbruzzi ha citato in un’intervista un saggio incentrato sulle future tecnologie e sul prospetto dei social media nei prossimi decenni. Il motivo? L’autore voleva che il futuro descritto fosse il più credibile possibile sotto ogni punto di vista, sia tecnologico che sociale. Be’, mi viene da dire che ci è riuscito appieno nell’obiettivo.
Nel 2045 tutti sono connessi al cloud, una sorta di universo digitale che contiene e organizza informazioni di ogni tipo su ogni persona. La tecnologia si è evoluta al punto che esistono invenzioni quali giacche con tessuti termoregolatori che si adattano in automatico alla temperatura e al meteo circostante, veicoli con pilota automatico e a levitazione magnetica, piante artificiali che fungono da dispositivi per la produzione di energia eolica e così via. Si può accedere a qualunque luogo ed effettuare qualunque pagamento tramite un chip identificativo presente sottopelle, utile anche a monitorare e tenere sotto controllo i propri parametri vitali. Il denaro in forma materiale non esiste più, sostituito da valute virtuali chiamate worldcoin. Quando la vita di una persona è ormai agli sgoccioli, la sua coscienza viene caricata nel cloud e vivrà a tutti gli effetti una sorta di immortalità all’interno di una simulazione virtuale, alla quale i suoi parenti potranno accedere tramite un avatar per poter interagire con lui, mentre il corpo verrà smaltito. Esistono poi i thruman, ossia quegli esseri umani con un sistema neuronale potenziato che li rende capaci di fare calcoli complessi; in pratica una sorta di ibrido uomo-macchina.
Un futuro alquanto terrificante, quello che ci presenta D’Abbruzzi. Un futuro distante nel tempo ma per molti aspetti vicino alla nostra realtà, dove siamo tutti connessi tramite il web e i social, eppure quegli stessi strumenti provocano straniamento, disumanizzazione e ci rendono isolati dagli altri. La società del 2045 ha spinto tutti ad affidarsi alla tecnologia e a venirne assorbiti al punto da distrarli dalla crisi e dalle verità nascoste. L’ignoranza e la mancanza di curiosità, in una maniera simile alle distopie oscure di Orwell e Huxley, diventano il mezzo per tenere le masse sotto controllo.

Le vite umane sono misurate in base ai worldcoin posseduti. Non si parla più di esseri umani, ma di unità da spremere finché possono servire a qualcosa. Il cloud registra tutte le minime informazioni sensibili sul tuo conto, come se in pratica vendessi te stesso e la tua stessa anima al cloud medesimo. Quando una cosa fa notizia, tutti lo sanno subito. Ogni momento, da una semplice serata di ballo in un locale a una vera e propria aggressione nella metro con tanto di vittime, viene spettacolarizzato. Il concetto di privacy scompare, così come l’etica e la moralità.
Ma fuori dalla grande città, come si mette piede nelle zone rosse, le cose cambiano drasticamente. Qui sorgono edifici fatiscenti, ormai abbandonati da tempo e depredati di ogni possibile risorsa. Le strade pullulano di bande di predoni, cannibali o razziatori, oltre a recare i segni evidenti della guerra. Mostruose creature, che siano quelli che chiamano “infetti” o animali mutati, scorrazzano qua e là. Esistono poche comunità organizzate di superstiti, come quella di cui fa parte Giuliano. L’unica legge che esiste in queste zone è il concetto darwiniano del survival of the fittest: solo chi si adatta sopravvive, chi non lo fa muore. La differenza rispetto alle altre zone di Roma si fa sentire anche dal punto di vista linguistico, poiché nelle zone rosse molti umani (salvo qualche eccezione) parlano un misto di termini dialettali e stranieri rispetto a quelli della città che parlano l’italiano con una perfetta dizione.
Alcune cose di questo futuro immaginario sembrano quasi profetiche e lasciano nel lettore un minimo di dubbio e di paura perché potrebbero succedere davvero. Pure D’Abbruzzi ne è consapevole, come rivela in un’intervista a Roberta Luprano pubblicata sul sito “50 mila pagine”:
“Negli ultimi venti anni la tecnologia ha solo creato apparecchi atti al divertimento in ogni sua forma, non c’è stata una vera e propria innovazione socialmente utile; telefoni sempre più potenti, intere generazioni fagocitate da questi piccoli schermi, del tutto ignare delle vicissitudini geopolitiche che li circondano. Masse di giovani che seguono mode illusorie che vertono sempre di più verso un mondo virtuale. Giovani che non sono più in grado di dialogare se non attraverso una chat. Certo, il tutto è portato al suo estremo e spero vivamente che rimanga solo una concezione narrativa di 2045, tuttavia alcuni studi sociologici prospettano un futuro non tanto diverso da quello raccontato nel libro”.
I capitoli del romanzo sono pochi, ma lunghi e ricchi di avvenimenti. Giusto per farvi capire, dopo il prologo abbiamo un primo capitolo di circa una sessantina di pagine, seguito dal secondo con più di centoventi e il terzo con quasi un centinaio; poi si arriva all’epilogo. Eppure, nonostante la mole di informazioni e le numerose scene che si susseguono l’una all’altra, la storia non risulta mai pesante, grazie a uno stile scorrevole e coinvolgente; almeno questo è valso per me, dato che mi sono abituata nel tempo a leggere mattoni quali Jane Eyre, Cime tempestose, La montagna incantata o i libri di Camilla Läckberg.
Le descrizioni degli ambienti, delle sensazioni olfattive, dei rumori, dei sapori e degli effetti luminosi non fanno che rafforzare lo squallore del futuro in cui i personaggi vivono. Non importa in quale zona si trovino, ci saranno sempre quei particolari volti a suscitare un profondo senso di inquietudine: può trattarsi dell’odore di urina, dello stato di decadenza di un edificio, del gusto di cartongesso che hanno determinati alimenti e di quello della carne dei topi, delle grida udite da lontano di gente che viene smembrata da mostri mutanti o di tante altre cose.
Il registro narrativo e le ambientazioni subiscono una brutale svolta nel passaggio tra il primo e il secondo capitolo. Se la Roma nelle zone verdi, gialle e arancioni è una distopia cruda alla Orwell o alla Huxley, appena si mette piene nelle zone rosse si passa a una zona decadente dove la vita è una lotta per la sopravvivenza continua contro esseri mostruosi dal DNA mutato e bande di umani pericolosi; una sorta di mix tra Fallout e The last of Us.
Nonostante tutto, il cloud della Roma cittadina e le comunità di superstiti nelle zone rosse sono molto simili sotto un certo aspetto: il modo in cui le vite umane vengono valutate in base alla loro utilità e produttività. Se non ci si dimostra indispensabili, si è fuori. Se non si produce nulla per mantenere la stabilità del sistema, si viene eliminati. Appena un umano diventa obsoleto per la realtà che lo circonda e non riesce più a stare al passo coi tempi, viene gettato via e sostituito da un nuovo umano. Gli esseri umani sono ridotti a poco più di un oggetto o una merce. “Nessuno è essenziale” è il motto valido per entrambe le realtà. Ma la differenza è che nelle zone rosse, fuori dalla distopia tecnologica, le persone sono più autentiche, più umane, senza filtri.
La vera cosa essenziale è mantenere intatta la propria umanità, coltivare i rapporti di vera amicizia, essere onesti con gli altri, tenersi stretta la propria empatia.
Un popolo che è stato privato della capacità empatica, creerà una città insensibile verso i suoi abitanti più sfortunati.
(2045 – Lettere da un passato futuro, Marko D’Abbruzzi, pag. 250)
Un altro pezzo forte del romanzo sono le scene di violenza. L’autore non si è per nulla risparmiato sui dettagli più crudi e ha saputo creare momenti molto impattanti, decisamente non adatti ai deboli di stomaco.
Altro aspetto molto riuscito è la componente di mistero che aleggia in tutta la storia. Ti viene costantemente da domandarti perché Luca sia reputato importante dalle persone che lo hanno lasciato nelle zone rosse, a cosa alluda la strana lettera che egli ha ritrovato con sé, se esiste quella fantomatica zona sicura che Lea ha cercato per tutta la vita, quali sono le esatte origini degli infetti e chi sia davvero il padre di Luca. Alcuni colpi di scena sono un autentico pugno nello stomaco (tipo quello svelato agli inizi del terzo capitolo) per come ti lasciano spiazzato.
2045 – Lettere da un passato futuro è un’opera fortemente attuale per il messaggio che trasmette. Critica la nostra società odierna, che ha spinto in maniera eccessiva verso l’innovazione e ha preteso che tutti i cittadini si adattassero al cambiamento alla stessa maniera. Non condanna a priori la tecnologia, ma invita ad usarla con criterio e soprattutto ricorda all’uomo che deve essere lui a dominare le macchine e non il contrario, altrimenti l’umanità potrebbe rischiare di essere soppiantata da ibridi uomo-macchina privi di emozioni, come viene suggerito nella trama da Giuliano. La trama è una sollecitazione a non dimenticare la nostra storia e a dare più peso alla memoria scritta (quella custodita in poesie, lettere e altri mezzi simili), quella di cui Giuliano e la sua banda si fanno portavoci e custodi per non lasciarla scomparire nell’oblio. È un’esortazione a non subire passivamente gli eventi e i cambiamenti che ci circondano, e a non cedere all’indifferenza: chi si adatta e smette di pensare per sé diventa un prigioniero, chi è consapevole dell’ingiustizia ma non si oppone ne diventa complice.


Le domande con cui il romanzo sfida e stuzzica il lettore sono molteplici. Per esempio: sei davvero certo di conoscere così bene il mondo in cui vivi e le persone a te vicine? Cosa è meglio: tenersi aggrappati a un’illusione virtuale che ti dà falsa sicurezza oppure affrontare una realtà cruda e difficile a costo di faticare giorno per giorno? Puoi essere sicuro che la verità che cerchi ti guarirà e allevierà le tue sofferenze? Come puoi sapere che le risposte che cerchi non faranno che generare altri dubbi e lasciarti con più domande in testa di quante ne avessi prima?
Il libro incoraggia i lettori a fare come il protagonista: a essere più consapevoli di ciò che ci circonda, a prendere in mano la nostra vita e reagire. Non accontentatevi di un’illusione. Non lasciate che la società faccia di voi uno strumento. Non permettete alle nuove tecnologie di cancellare la vostra unicità, di fagocitare ciò che fa di voi un umano e di ridurvi a un numero anonimo tra tanti. Non dimenticate gli sforzi di chi è venuto prima di voi, né il vostro passato, perché un popolo senza storia e senza memoria è più facile da manipolare; o, per dirla alla maniera di D’Abbruzzi, “chi dimentica il passato è vittima del futuro”. E soprattutto non pensate di valere nulla solo perché siete esseri umani e non eroi. In realtà tutti possono diventare eroi, se hanno il coraggio di agire e sacrificarsi per il bene di coloro che amano e per i giusti ideali.
Una cosa è sicura: la storia non è ancora finita. Il cliffhanger nella parte conclusiva dimostra pienamente che, anche se tutti sono già stati infettati dalla tecnologia, esiste ancora una possibilità di cambiamento per il mondo. Se in meglio o in peggio, dipenderà dalle decisioni dei protagonisti e dalle loro azioni.
Ringrazio I.D.E.A. Edizioni per avermi saputa sorprendere un’altra volta. Ringrazio anche Marko D’Abbruzzi, che ho avuto l’onore e il privilegio di poter incontrare dal vivo al Salone del Libro in data 17 maggio 2026, per questo suo libro e per la stupenda dedica che mi ha fatto in merito alla sua altra opera Cattivi ragazzi:
“A Elodie, grazie per aver visto ciò che molti lettori non riescono a leggere”.


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