DI ELODIE VUILLERMIN
Questa sembra la storia di uno di noi. Il protagonista, Marco, rappresenta quel tipo di ragazzo in cui è facile riconoscersi. Magari siamo stati uguali a lui, mentre andavamo a scuola.
Egli è un ragazzo con un nome molto comune e ha interessi che molti hanno a quell’età: i fumetti, i videogiochi, la musica di grandi cantanti del passato come i Pink Floyd e Bon Jovi. Frequenta la scuola superiore, quell’ambiente tanto simile a una giungla, dove i ragazzi formano dei branchi e chi non si aggrega è visto come una preda da azzannare.
Come molti ragazzi, si innamora di una bella fanciulla, Barbara, che lui identifica semplicemente come “Lei”, con la maiuscola, come fosse una dea. Una ragazza grande, perfettamente inserita nell’ambiente sociale chiamato scuola, al contrario di lui che viene bullizzato, sia fisicamente che verbalmente. Dal primo sguardo che posa su di lei, Marco è stregato e non riesce a pensare ad altro. Fa di tutto per attirare la sua attenzione e vederlo così impacciato ci fa tenerezza. Passando prima per gli sguardi, poi gli scambi di lettere, infine le conversazioni vere e proprie, i due finiscono per legare sul serio. Ma tutto finisce quando lei si trasferisce a Torino per seguire il padre.
Marco sta male e finisce per chiedere aiuto a suo cugino Yuri, che vive nel centro di Roma. Così entra in contatto con Skia, Skeggia e i loro amici. Marco comincia a frequentare questa cricca e da lì la sua personalità cambia completamente. Lui, che era così timido, educato e remissivo, che solo nella fantasia e nell’amore riusciva a scacciare i brutti pensieri e ad allontanare i suoi problemi, perde la sua innocenza e spensieratezza. Diventa un cattivo ragazzo e comincia ad adottare pessime abitudini: non studia più, inizia a farsi le canne, mente ai genitori, si ubriaca, arriva a spacciare e rubare, addirittura molla la scuola. Lo fa un po’ per dimenticare la sua amata e un po’ perché lì, in mezzo a quelle persone, si sente libero.

È facile comprendere il dolore di Marco. Da sempre è stato vittima dei bulli. Ha imparato a incassare in silenzio, ad accumulare rabbia e dolore senza mai sfogarli su nessuno. Per tutta la vita ha cercato qualcuno che lo apprezzasse. Aveva bisogno che qualcuno lo facesse sentire speciale, che gli dicesse che anche uno come lui merita di essere felice. Gli serviva un posto dove non sarebbe stato considerato un estraneo, in cui potesse sentirsi parte di qualcosa. E per un po’, con Barbara, lo ha trovato. Poi lei è scomparsa dalla sua vita e lui si è aggrappato a un nuovo scoglio, quello della banda di Roma centro. Da loro si è sentito accettato e un po’ più amato di prima. Seppure un po’ intimorito dai modi di fare di quei cattivi ragazzi, non riesce a resistere alla libertà, alla mancanza di regole e preoccupazioni, al senso di protezione che quella banda sembra promettergli. Come Ulisse con le sirene, lui non può sfuggire al richiamo della strada, e ci torna più e più volte, finché quel mondo diventa parte di lui.
Parte della sua coscienza tenta di riemergere, di fargli capire che sta facendo un’idiozia. Lui nel profondo lo sa, ma non gli importa. Riesumare il ricordo di Barbara lo farebbe solo soffrire. E poi, se abbandonasse le sue nuove abitudini, tornerebbe a essere trattato come un signor nessuno. Perché così gli hanno insegnato, a scuola: che deve cambiare se vuole essere considerato parte del mondo dei grandi. Marco finisce per crederci, si convince di essere sbagliato (anche se non è vero) e si fa l’idea che per riuscire a essere un grande deve abbandonare le sue passioni, perché quelle sono infantili agli occhi degli altri. I ragazzi grandi, quelli veri, si vestono di marca, fumano, guidano il motorino, sono dei veri duri.
E lui fa così. Inizia a imitare gli atteggiamenti della banda di Roma. Diventa più sicuro di sé. Eccede in vari modi, fino a rinnegare il vecchio sé stesso. Si sente più grande, ma non lo è davvero. Perché sotto sotto gli è rimasta la paura di amare ed evita a tutti i costi di provare di nuovo quel sentimento. Perché non ha davvero dimenticato Barbara e non riesce a pensare a lei senza provare dolore. Per quanto il divertimento con i suoi nuovi amici sia sincero, su certi aspetti sa di mentire e si nasconde dietro una maschera, senza nemmeno sentirsi in colpa per gli errori che sa di commettere.
Qual era la sua tipologia di bene? Il suo era del tipo mascherato. “Come stai?”. “Bene”. La parola che taglia qualsiasi altra domanda sul personale. Bene. Stop. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
(Cattivi ragazzi, Marko d’Abbruzzi, pag. 166)
Gli ci vuole molto tempo per imparare ad accettarsi totalmente, slegarsi dai dolori del passato, smettere di avere paura per il futuro e vivere appieno il presente. Quello di Marco è un percorso costellato di ferite fisiche e dell’anima, verità difficili da digerire e attimi di confusione mentale; un percorso doloroso ma necessario perché l’evoluzione del suo personaggio sia completa, perché egli capisca il tipo di persona che è veramente e scenda a patti con i suoi difetti.
Parliamo ora di quei cattivi ragazzi che danno il nome a questo romanzo. Sono quei classici ragazzacci che non fanno nulla dalla mattina alla sera. Dovrebbero studiare, ma a scuola ci vanno solo se hanno voglia. Il loro concetto di “lavorare” è spacciare e rubare, per la disperazione dei genitori che devono spaccarsi la schiena con più lavori per mantenerli. Non programmano mai le loro uscite ma decidono sul momento come divertirsi. Parlano di sesso, ascoltano musica a palla (con generi che variano dal rap al reggae, dal rock ai grandi cantautori italiani degli anni ’80 e ’90), si ubriacano, graffitano i muri, non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno e si sentono i padroni del mondo. Non credono nei sogni e nel futuro, preferendo vivere alla giornata, ma rispettano comunque coloro che hanno dei sogni da realizzare. Sono creature della notte. Per loro, la vera casa e maestra di vita è la strada.

È difficile definire la banda di Roma come una cattiva compagnia. Dopotutto, loro si comportano da veri amici con Marco. Nessuno lo giudica o lo fa sentire fuori posto. Anche quando si arrabbiano con lui, è solo per preoccupazione nei suoi confronti. Saranno sì casinisti e attaccabrighe, ma al tempo stesso sono solidali e sanno fornire buoni consigli. Tutti hanno avuto dei problemi nella vita e sanno che ognuno di essi ha la stessa importanza: dalla delusione d’amore alle botte prese da un padre criminale e alcolizzato, fino al male subito per colpa di bulli ignoranti, i dolori sono messi tutti sullo stesso piano.
I problemi sono problemi, indipendentemente dal grado di difficoltà che gli diamo. Il vero problema è che la gente misura il proprio stare bene in base a quanto stanno male gli altri. C’è sempre chi sta peggio e questo diminuisce l’entità del proprio stato d’animo. Il fatto che qui esistano problematiche sociali più gravi non rende il tuo dolore meno importante. Te lo dissi già, ’ste cose passano, non se dimenticano mai, ma passano. Quello che devi capire, ed è il motivo per il quale hai deciso di uscire qui, è che non te stai a cerca’ un dolore diverso per sentire di meno la tua sofferenza attuale, ma stai a cerca’ de capi’ chi sei, come sei fatto, fin dove sei disposto ad arrivare per non essere ciò che gli altri ti hanno condizionato a pensare che tu sia.
(Cattivi ragazzi, Marko d’Abbruzzi, pagg. 71-72)
Insegnano a Marco che deve saper reagire alle provocazioni e che ha tutto il diritto di difendersi. Se passa la vita a tenersi tutto dentro, perderà la sua autostima e si farà mettere sotto dai prepotenti anche in età adulta. Deve imparare a sfogarsi contro i suoi bulli, a rispondere a tono quando lo infastidiscono, almeno così capiranno che devono lasciarlo in pace. Altrimenti la sua rabbia repressa verrà scaricata contro le persone sbagliate e diventerà lui stesso un bullo, che se la prende con i più deboli per alleviare la frustrazione di non saper rispondere ai più forti.
Gli insegnano che deve fare i conti con i suoi problemi, affrontarli piuttosto che scappare da essi e rifiutare di ammetterne l’esistenza. Che se proprio vuole cambiare, non deve farlo per gli altri, ma per sé stesso. Che se le sue passioni gli piacciono davvero, non moriranno quando crescerà, ma faranno sempre parte di lui; di fatto i discorsi che intratterrà con gli amici cambieranno nella forma, ma non nella sostanza. Insomma, dei ragionamenti più che sensati e anche giusti.
Comunque, non tutti nella banda la pensano allo stesso modo. Alcuni di loro effettivamente lavorano o studiano per mantenersi, sono molto più responsabili di quel che sembra. Altri conducono una vita più sregolata, litigano con i genitori o hanno vuoti interiori inconfessabili perfino agli amici stretti. Poi c’è chi ha la maturità mentale necessaria a capire che il mondo intorno a loro sta cambiando in peggio, che l’informazione è manipolata e che ormai in ambito lavorativo sono i raccomandati a vincere, non gli onesti cittadini che si sono spaccati la schiena per realizzare i propri sogni. Ma la cosa in comune è che tutti si sono uniti al gruppo per sentirsi accettati, per non essere giudicati, per essere parte di qualcosa. Sono come una famiglia e si guardano le spalle a vicenda.

Tanti sono i personaggi della comitiva, eppure l’autore riesce a caratterizzarli bene quasi tutti. Ovviamente ci sono quelli che spiccano maggiormente, che hanno una personalità dirompente più degli altri, tipo Skeggia e Skia, pieni di contraddizioni ma nel profondo dei grandi amici.
I dialoghi sono pregni di elementi tipici del dialetto romano. L’intero romanzo è pervaso da un’atmosfera carica di malinconia e nostalgia per gli anni passati, essendo ambientato quasi del tutto quando ancora esisteva la lira e il canale numero 8 si chiamava ancora MTV. A parte qualche evento che mi è sembrato scorrere un po’ troppo in fretta, in generale questo libro ha un ritmo narrativo gradevole e ti conquista pagina dopo pagina.
L’ambientazione non è un semplice sfondo, ma un autentico personaggio, che si nutre di gioia, rabbia, tristezza, ansia e paura di ognuno. Roma è una città viva, un po’ amica e un po’ mamma dei protagonisti, che li guarda crescere con affetto e un po’ si commuove quando cominciano a programmare il loro futuro.
I ragazzi della banda di Skia vi accompagneranno in ogni tipo di follia: serate in discoteca, fumate di gruppo, pub tour, pasti frugali, gite fuori Roma, corse sui motorini e graffiti sui muri della città. Togliendo lo spaccio, il furto, lo strafarsi e le altre cattive abitudini che hanno, vorreste quasi che fossero reali e che fossero vostri amici. Perché sono quel tipo di amici di cui più hai bisogno quando il mondo ti butta giù, quelli che forse non ci saranno per sempre, che da grandi prenderanno strade diverse dalla tua e potresti non rivederli più, ma che comunque ti resteranno nel cuore perché ti hanno aiutato a essere la persona che sei.
In conclusione, quello di Marko d’Abbruzzi è un romanzo molto intrigante, incentrato sulle difficoltà dell’adolescenza e della crescita, nonché pregno di riflessioni interessanti messe in bocca a cattivi ragazzi di buon cuore, tutti figli di dolori diversi ma nati dalla stessa rabbia. Una perla di I.D.E.A. Edizioni, che tutti dovrebbero leggere almeno una volta. Una storia che sa unire diversi registri, da quello leggero e spensierato al più serio e drammatico, e che culmina in un finale dolceamaro di notevole impatto emotivo.


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