DI ALBERTO GROMETTO
Una Storia ben raccontata può salvare il Mondo?
Se stai male, andare al Cinema potrà davvero fare la differenza?
Vedere uno spettacolo teatrale può guarirci dai dolori della Vita?
Nel momento in cui si è vivi, si soffre. È una legge quasi matematica, una regola scientifica, una norma dalla quale non puoi scappare: Vivere significa soffrire. La nostra esistenza è intrisa di un dolore che è senza senso. Che non ammette spiegazioni. Senza alcun perché. Esistono fatti per cui non esistono Parole. Parole che non sono abbastanza “parlanti”. Fatti talmente dolenti, assurdi e tristi che sono inspiegabili. Di fronte a cui non si sa che poter dire. Perché dobbiamo stare male? Non ne vediamo il significato. Quale sia il senso di questo nostro patire, davvero non sappiamo dire. Ma c’è una cosa che possiamo fare. Che l’Umano ha sempre fatto. Dargli un senso, a tutto questo nostro dolore.
E COME FARE ALLORA???
Oggi parliamo di due grandissimi esempi d’altissimo Cinema che si propongono di misurarsi con la stessa tematica: ambedue realizzati nel 2025, tutti e due fra i massimi protagonisti della loro annata, entrambi candidati a destra e a manca nelle categorie più varie tra cui Film, Regia, Sceneggiatura e pure quelle interpretative!
Da una parte la produzione norvegese che ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 2025 e che potrebbe diventare il Miglior Film Internazionale 2026 (è il secondo candidato più probabile tra i cinque nominati, dopo il brasiliano «L’agente segreto»).
Dall’altra parte il vincitore del Premio Bafta (il cosiddetto “Oscar inglese”) come Miglior Film Britannico e vincitore del Golden Globe in quanto Miglior Pellicola Drammatica.
In un caso parliamo di SENTIMENTAL VALUE.

Nell’altro abbiamo invece a che fare con HAMNET.

Okay, ma a parte essere stati realizzati lo stesso anno, aver vinto premi importanti, vantare grandissimi nomi importantissimi e rivestire un ruolo da protagonista a questi Premi Oscar 2026… ci azzeccano qualcosa l’uno con l’altro?
Di sicuro non l’epoca storica, dato che il primo è ambientato negli attuali tempi odierni in Norvegia, mentre il secondo nell’Inghilterra shakespeariana di fine Cinquecento. Ecco, che ci crediate o meno… sono quasi fratelli questi film qua!
Ambedue potrebbero financo essere definiti come drammi familiari. Già, proprio così! «Sentimental Value» è una pellicola che appartiene a così tanti generi diversi e che ti racconta così tante cose diverse… da risultare veramente oltre ogni modo complesso incasellarlo in un unico tipo di film. A dimostrazione che le etichette – specie quando poi si parla di Arte e Cultura e Bellezza , che per loro stessa definizione sono sconfinate e universali – son limiti da oltrepassare.
«Hamnet» invece è certamente un film più semplice di «Sentimental Value», per cosa racconta e per come lo racconta. Almeno in apparenza. Sì, perché trattasi di un film che superficialmente veste i panni del biopic su William Shakespeare. Quando invece in realtà non vuole parlarti del Grande Bardo. E anzi, se vai a vedere questo film che ti racconta di Shakespeare come “un film che ti racconta di Shakespeare” allora rimarrai certamente deluso. Perché Shakespeare non c’entra niente!
La famiglia (non di Shakespeare, ma in termini assoluti, come concetto) coi suoi traumi e dolori, le sofferenze a cui essa può andare incontro e il loro carico emotivo, le ferite che hanno a che fare con lei e che ti dilaniano nell’anima e il modo che tu devi trovare per curarle (perché possono essere curate?): questo è ciò di cui ti narra «Hamnet». Che – toh, guarda! – è quello di cui ti parla pure «Sentimental Value». Ma questo è ancora niente: le somiglianze e i punti di vicinanza e contatto fra queste due opere – ambedue eccelse – non finiscono qui.
La famiglia delle cui vicende ci racconta la pellicola della Norvegia è una famiglia che non c’è più. Che è da anni che non esiste più. Dimoravano un tempo nella stessa casa, anch’essa da annoverare a buon diritto fra i protagonisti del film. Una casa che – non a caso – presenta una crepa, fattasi sempre più larga nel corso degli anni. Quella crepa altro non è che la scelta di andarsene fatta un giorno dal papà, Gustav. Sì, lui le ha mollate, le due bambine e la moglie. E la famiglia così come esisteva ha cessato di esistere. È rimasta quella casa, con quella crepa, che era il luogo dove stavano insieme. E che ora, semplicemente, non è più. Quella casa, anch’essa personaggio, che non può che ricordare costantemente quell’assenza. Perché l’assenza di Gustav è così forte da risultare per paradosso un’onnipresente presenza costante, che domina tutte le scene del film, anche quelle in cui il suo personaggio non è fisicamente presente in scena.

Passando alla produzione anglofona: ecco, diciamolo da subito, Shakespeare non è il protagonista del film a lui dedicato. E questo è perché non è nemmeno dedicato a lui. Protagonista assoluta della pellicola è piuttosto sua moglie Agnes. Noi non lo sentiamo mai (QUASI mai) menzionare il nome “Shakespeare”, all’interno del film. Lui ancora non è il Grande Drammaturgo, nemmeno scrive per il Teatro nel momento in cui la vicenda ha inizio. E anche se man mano acquisisce fama e notorietà nell’arco del film decidendo dunque di puntare sull’arte teatrale, sottolineiamo che questa non è la storia di come Shakespeare è diventato Shakespeare. Il fatto che sia Shakespeare è un mero pretesto di trama, lui in realtà poteva essere chiunque altro. Poteva chiamarsi Gustav anziché William, ad esempio. Essere scandinavo anziché inglese. E non essere minimamente interessato al Teatro, bensì fare piuttosto il regista cinematografico. Come il papà di «Sentimental Value».

Proprio così: Gustav e William son due artisti. Due artisti che sentono talmente tanto la loro Arte – il Cinema in un caso e il Teatro nell’altro – da non poterne fare a meno, mai. Da “essere sempre lì”, tutto il giorno. Da voler “essere sempre lì”. Anche se questo significa stare lontani dalla loro famiglia. Anche se questo li fa essere “assenti”. Per poter essere “presenti” da una parte, rinunciano alla presenza dall’altra. I film di Gustav vengono prima. Le opere di William vengono prima. L’Arte viene prima. Ne si conclude forse che Gustav e William siano due stronzi? Non credo spetti a me dirlo. Credo che la risposta ognuno la debba cercare dentro di sé. Perché possiamo giustificarli così come condannarli.
Da una parte dobbiamo riconoscere che l’Artista Vero è un Sognatore. Che fa quello che fa perché Sogna. Ma avere un Sogno – credetemi! – è una roba tutt’altro che sognante. Avere un Sogno è un incubo. È qualcosa che ti distruggerà, che ti porterà litigi e incomprensioni e tanta tanta solitudine, sarà una pena eterna da portarsi sempre dietro, alla stregua di una Croce. Ma scegliere di mollare quella Croce lungo la strada sarà molto peggio che non portarsene il peso sulle spalle. Sarà come scegliere non di morire ma – peggio! – di “non vivere”. Perché chi è veramente Artista, non vive davvero se non vive per quell’Arte. D’altro canto però ci sono delle persone che ti amano, che ti vorrebbero avere per loro e che desiderano stare con Te. Che hanno bisogno di Te. E se è vero che non bisogna annullarsi per gli altri, è altrettanto vero che però ognuno di Noi ha delle precise responsabilità verso coloro che ci amano. Specie se li amiamo. Altrimenti non ce ne frega nulla di loro, e siamo menefreghisti. E allora siamo stronzi. Ma siamo davvero sicuri che a Gustav e a William non freghi niente della loro famiglia? Per quanto siano stati, ognuno a modo suo, egoisti ed egocentrici (come sembra che l’Artista non riesca ad evitare di essere), davvero a loro non importa?

Mi torna in mente a questo punto un terzo film – monumentale! – quale «FABELMANS» (2022) e il personaggio del vecchio zio pazzo sbucato dal nulla. Mi sto riferendo alla pellicola autobiografica del Sommo Maestro di Cinema STEVEN SPIELBERG. Il giovane protagonista – che vorrebbe fare film – si ritrova a vivere una notte con questo strambo uomo che mai prima d’allora aveva incontrato, impersonato da un sensazionale e insieme grandioso JUDD HIRSCH, il quale gli spiega che l’Artista si ritroverà i suoi Sogni da una parte e la Famiglia dall’altra, e che una scelta la dovrà fare prima o poi, e che sarà devastante, perché qualsiasi cosa sceglierà lo strapperà in due. Nel mentre che hai un Sogno, c’è la Vita. Col suo terribile peso schiacciante. E la Vita ti risucchierà sempre nel suo vortice. Quella stessa Vita che è fatta di famiglie che hanno bisogno del loro papà. Che non possono farcela se quello se ne va in Svezia a fare il Cinema oppure a Londra per inseguire il successo del palcoscenico!

Non so dire se Gustav e William siano due stronzi oppure no. Magari non voglio nemmeno dirlo, considerando che preferirei tagliarmi la mano piuttosto che osare anche solo permettermi di dare dello stronzo a quell’idolo assoluto che per me è il Maestro Shakespeare! Per quanto – lo abbiamo già detto – il fatto che Shakespeare sia Shakespeare è solo un pretesto, chiaro. Però io amo William, e mai ne offenderei la memoria! Ma il punto vero – al di là di quello che può essere il giudizio che ognuno di Noi si può fare – è che Gustav e William non ci sono stati per la loro famiglia, nel momento in cui c’era bisogno di loro. Hanno preferito l’Arte, hanno scelto l’Arte. Potevano fare diversamente? A questo non risponderò. Dico solo che essere la famiglia di un Artista, di un Maestro, di qualcuno che è riuscito in quello che ha fatto e che per riuscirci ha dovuto inseguire la sua Passione… è uno schifo!
Io rimango veramente sbalordito da quanto questi due film – così diversi eppure alla fine così profondamente simili – siano meravigliosamente belli. Ogni loro aspetto, da ogni punto di vista, risulta eccezionale: messinscena, regia, comparto tecnico, interpretazioni attoriali, sceneggiatura… non posso che applaudire, inginocchiarmi e gridare “WOW”.
Nel caso di «Sentimental Value» applaudiamo alla capacità ineguagliabile del Maestro JOACHIM TRIER – regista del film e coautore della sceneggiatura originale insieme al suo storico collaboratore ESKIL VOGT – di far sembrare così semplice e facile guardare alla complessità assoluta propria dell’esistenza e raccontartela. Nel caso di «Hamnet», riconosciamo poteri inebrianti ed evocativi alla solenne regia di CHLOÉ ZHAO, che ha scritto la sceneggiatura non originale insieme all’autrice dell’omonimo romanzo da cui il film è tratto, MAGGIE O’FARRELL.

Senza scordarci delle sconfinate e incommensurabili interpretazioni attoriali d’un cast – in ambedue i casi – semplicemente sconcertante. Nel caso della produzione norvegese abbiamo una formidabile RENATE REINSVE, che impersona la figlia maggiore di Gustav, e che sarebbe la vera protagonista del film: nella sua assoluta volontà di non voler avere nulla a che fare con quel padre che non è stato padre, ritrae magnificamente una donna sofferente e dolente e incapace di avere un rapporto con chicchessia, e che altro non è che quella bambina che avrebbe voluto solamente il papà accanto a sé. INGA IBSDOTTER LILLEAAS è eccezionale nel restituirci il ritratto caloroso e umano ed empatico della sorella più piccola, d’una dolcezza disarmante, che invece sembrerebbe essere più interessata ad accogliere di nuovo quell’uomo che ha fatto ritorno nella sua vita d’improvviso. E poi ovviamente quel fenomeno di STELLAN SKARSGÅRD, sensazionale nel farci dono di questo papà (forse sarebbe più giusto chiamarlo “Gustav” anziché “papà”) che stronzo non sembrerebbe esserlo affatto, si presenta anzi come affabile e gentile, specie nel momento in cui comincia il film, cioè quando dopo tanti anni di assenza decide di riaffacciarsi nelle vite delle sue bambine, non più bambine. Ma in realtà è interessato solo ad una cosa: il SUO Cinema, e i SUOI film. Non vuole veramente “tornare”. Perché è ancora lo stesso di prima. Solo che vuole far fare un film alla figlia maggiore. Piccola postilla: immensa ELLE FANNING, anch’ella presente nel cast, e che si meriterebbe l’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista anche da domani stesso!


Passando invece all’altra pellicola: non posso che, anche in questo caso, ringraziare le Nove Muse per il fatto che esistono attori così grandiosi! Tutti quanti meritevoli di ovazioni grandiose: il dolcissimo JOE ALWYN nel panni del fratello di Agnes, la toccante EMILY WATSON nel ruolo della madre di William, fino ad arrivare all’impressionantissimo JACOBI JUPE, attore dodicenne che vanta un talento ai limiti del soprannaturale e che impersona uno dei tre figli della coppia. Abbiamo PAUL MESCAL, proprio nella parte di William, che strappa applausi a scena aperta di continuo, alla stregua d’un consumato attore teatrale shakespeariano! Ma soprattutto, c’è Lei: SEI UNA DEA DELLA RECITAZIONE, JESSIE BUCKLEY! La sua sovrumana prova attoriale è talmente grandiosa e colossale e titanica che qualsiasi parola scompare: la sua incredibile performance – a fronte di poche battute – è fatta di gesti e mimica ed espressione, ogni suo singolo respiro o microscopica micro-espressione facciale o minimo dettaglio rappresenta un capolavoro d’interpretazione che concorre a creare un quadro più vasto degno del pennello di un artista che ha del divino nelle sue mani, il dolore vero e atroce e struggente nella sua forma più autentica è da lei incarnato pienamente e completamente per essere infuso travolgente in tutti Noi! Vincerà il Premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista: NON può non vincerlo.


Fateci caso: né Gustav né William sono protagonisti delle pellicole che parlano di loro, eppure non abbiamo fatto altro che parlare di loro! Ambedue assenti perché presi dalla loro Arte, lasciano un vuoto che è così presente e così profondamente scavato nelle due famiglie che finisce per risucchiare tutto quanto il resto e tutti gli altri. Però rimane la domanda: davvero a loro non importa che del “loro” Cinema, del “loro” Teatro, della “loro” Arte?
Perché Noi facciamo Arte, Cultura e Bellezza? Perché ci interessa degli altri. Perché l’Umano non sa spiegarsi a volte. Quasi mai, a dire il vero. E allora deve trovare il Modo. Ed ecco che intervengono Arte, Cultura e Bellezza. Fra vivere la Vita ed essere dentro una Storia, vincerà sempre la seconda. E questo perché la Vita fa schifo. È dolorosa, pesante, terribile. E spesso non ha senso. Le Storie invece hanno un significato, il significato che Noi vorremmo poter dare a quei dolori della Vita che spesso un significato forse manco ce l’hanno. Ma le Storie senza la Vita – quella stessa Vita che ci fa schifo – non esistono. Le Storie esistono per raccontarci la Vita. Soprattutto, per raccontarci di quelle persone che ci hanno attraversato e che Noi abbiamo attraversato, e di cui non ci scorderemo mai. E che sono quelle di cui è fatta la nostra Vita. Perché le ragioni per cui Noi siamo tristi o felici, per cui Noi viviamo, alla fine hanno sempre a che fare con gli altri.
Io non intendo giustificare Gustav o William. Dico solo che forse quando diciamo che a loro non frega nulla degli altri, la faccenda è un po’ più complicata di così. Forse non sono capaci di vivere. E chi è capace, in fondo? Forse il loro modo di voler bene agli altri, è proprio attraverso i loro film, le loro opere, la loro Arte. Perché di fronte ad una famiglia distrutta – ed entrambi se la ritrovano distrutta – non esistono parole. È un dolore senza fine, che non ha senso. Nemmeno bisogna chiedersene il perché. Perché il perché non esiste. E non ci sono pagine, discorsi, saggi o libri che tengono! Si soffre, e basta. E non è giusto. E non ha senso.
Come si può dire ad una bambina che il suo papà ha scelto di non stare più con lei? O ad una mamma che il suo bimbo non la rivedrà mai più? Però c’è un “Però”. E cioè che ci sono le Storie. Che però esiste la possibilità di entrare in una sala cinematografica e trovarsi davanti la propria bambina prima che fosse abbandonata e tornare ad allora, come se niente fosse mai accaduto. Che però puoi andare a teatro, ove è possibile che i morti tornino a camminare fra Noi, e che possiamo sostituirci a loro e chiedere alla Morte di prendere Noi piuttosto, di scegliere Noi questa volta.
Torniamo alla domanda iniziale: le Storie possono salvarci? No, una Storia per quanto ben raccontata non ha mai salvato nessuno! Né Gustav né William sono salvabili. E non meritano nemmeno di essere salvati. Ma se fanno quello che fanno, forse è anche perché si sono resi conto di essere inadatti alla Vita, che la Vita fa schifo e che non vogliono averci a che fare. E scappare nei loro film e nelle loro opere teatrali non li salverà di certo, ma almeno darà loro la sensazione di poterlo fare. Soprattutto, di poter stringere fra le loro braccia chi davvero hanno amato e ameranno per sempre.
La Merda capita a tutti. Ma se saprai raccontarla, se saprai farne uso, se la renderai Arte, allora potrai quantomeno farla succedere anche ad altri. Che capiranno, che soffriranno le tue stesse sofferenze, e il tuo dolore diverrà loro e il loro tuo. E ci si sentirà meno soli. A quella Merda darai un significato. E certo, non sparirà. Ma forse puzzerà di meno.


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