L’Augusto Editoriale dell’Augusto Direttore: Il Cinema mi ha raccontato come la Giustizia (NON) funzioni

DI ALBERTO GROMETTO

Avete presente quei giochetti paradossali del tipo “Se potessi uccidere Adolf Hitler prima che architetti la Soluzione Finale con conseguente sterminio, lo ammazzeresti? Sarebbe cosa giusta?” ???

Ecco: cosa è giusto fare, in casi come questo?

Uccidere è sempre sbagliato, no? Però stiamo parlando di Colui che ha pianificato e messo in atto il barbaro omicidio (senza guardare alla tortura dei campi di concentramento che precedeva quegli omicidi) di sei milioni di persone. E questo solo guardando agli Ebrei e alla Shoah. Guardassimo anche ad altre categorie o alle vittime della Seconda Guerra Mondiale, il numero di uccisi sale a dismisura. Allora però cosa stiamo dicendo? Che è giusto ammazzarlo? Può essere davvero giusto ammazzare qualcuno? E può essere sbagliato non ammazzarlo?

Due parole: CHE CASINO.

Essere giusti significa essere imparziali, vedere in faccia la Verità, fare quello che sbagliato non è. Ma se l’imparzialità non esiste, la Verità manco la puoi sbirciare di sottecchi e non lo puoi sapere cosa sia sbagliato per poterlo evitare… come diavolo fai? Smarcandoci dai Nazisti e dall’esempio estremo provocatorio con cui ho aperto l’articolo, in ogni questione facente parte della nostra esistenza – dalle più piccole fino ad arrivare alle più macroscopiche – esiste un mostro orribile chiamato “incertezza”. Non sempre si è sicuri di cosa sia veramente giusto fare. Molto spesso, a dire il vero.

La Giustizia è una questione di scelte. Sei Tu che scegli cosa sia giusto e cosa sbagliato. “Scegliere” è il verbo della Giustizia, NON “vedere”. E questo perché le cose non le puoi vedere. Ci è impossibile, andiamo costantemente alla cieca, brancoliamo nel buio più totale nel mentre che cerchiamo di fare ciò che è giusto. O forse sarebbe meglio dire “ciò che è più giusto”. Perché spesso non esiste qualcosa che è sbagliato a priori, né che sia giusto a prescindere. Esiste il tuo sentire, che ti porta a volere – ancor più che pensare – che una data soluzione sia la migliore. Ma ogni decisione comporta in sé una conseguenza dalla quale non si può tornare indietro. E allora ti ritrovi a sperare di aver fatto la cosa giusta. Anche se poi forse non esiste una cosa giusta. E allora ti ritrovi a sperare quantomeno di aver scelto bene. O forse piuttosto di aver avuto fortuna. O direttamente “culo”.

Quando si viene chiamati in America a giudicare un caso, si sceglie una giuria
composta da persone che non devono aver avuto nulla a che fare con nessuna delle persone coinvolte. Estranei, sconosciuti, cittadini comuni che assistono ad un processo che non li tocca personalmente. Si ha così l’illusione di poter contare sulla loro fredda e distaccata imparzialità. Ma l’Essere Umano imparziale non è, né lo potrà mai essere. Quel mastodontico, monumentale, meraviglioso capolavoro di cinematografia allo stato puro che è il film «LA PAROLA AI GIURATI» targato anno 1957 e che vanta la regia di un massimo Maestro ineguagliabile sempre troppo poco celebrato quale il magistrale SIDNEY LUMET qui nella sua miglior forma – parla proprio di questo. Un ragazzo ha ucciso suo padre. Non che ci sia qualcuno che l’abbia visto (magari dei testimoni che hanno intravisto, o forse solo sentito, o magari solo pensano di aver visto o sentito qualcosa… chissà!), ma il fatto è che lui viene processato per questo. Dodici uomini che mai hanno visto quel ragazzo prima in vita
loro, né conoscevano la vittima, assistono al processo. Ed è a quel punto che il film comincia, nel momento in cui il processo ha fine e i dodici giurati sono chiamati a deliberare, in disparte, fra loro. Chiusi fra quattro mura, in una stanza. E non potranno andarsene fino a quando non arriveranno ad una scelta. Tutti e dodici devono essere concordi, giungere ad un verdetto unanime, altrimenti in caso contrario sarà necessario il ripetersi dell’intero processo di fronte ad un’altra giuria. Così funziona la Legge in America, luogo in cui – come del resto in ogni altra parte del Mondo – si tenta (vanamente?) di ricondurre a tutta una serie di regole universali e principi generali decisi a monte la vita dei loro abitanti con l’obiettivo di stabilire un Ordine tra le fila di quel magma caotico che è l’Umanità.

(La parola ai giurati)

Ma qui viene il punto focale: cosa diavolo ne sanno quei dodici di quel ragazzo?
Siamo davvero sicuri che il fatto che non l’abbiano mai visto prima in vita loro – se non per qualche ora passata in tribunale con lui nella stessa stanza – sia garanzia di imparzialità? Ma l’imparzialità poi esiste? Magari c’è uno dei dodici che quella sera ha da vedere una partita di baseball per cui ha acquistato dei biglietti che gli bruciano in tasca e niente gliene frega che ci sia una vita in gioco, pensa solo al suo di gioco, e vuole che “questa cosa” finisca il più presto possibile! Magari uno dei dodici è uno snob altolocato che ha preso in antipatia quel ragazzo solo perché proviene da un quartiere degradato e piegato in due dal fenomeno della criminalità. Magari uno dei dodici ha un figlio col quale ha litigato anni prima, e che non vuole più saperne di suo padre, e questo lo porta a covare un odio personale – anche se la vicenda non lo riguarda sulla carta – per quel ragazzo che avrebbe ucciso il vecchio genitore. Lo capite anche voi dunque che l’imparzialità non è possibile, vero? Quei dodici sono chiamati a stabilire quale sia la Verità o piuttosto a decidere quale debba essere? E se poi scelgono male, che si fa? Quando il film comincia, le cose sembrano facili e evidenti e lampanti: quel ragazzo è chiaramente colpevole, ogni cosa di questa storia
sembrerebbe gridarlo! No? Giusto? Oppure… oppure forse le cose sono un filo più
complicate di così, e quel che sembrava chiaro forse dopotutto così chiaro non è?
Forse tutto sembrava chiaro solo perché tutti quanti intorno ne erano convinti, ma le cose così chiare non sono. Alla prima votazione tutti e dodici scelsero “Colpevole”. Tutti, meno uno. Ma perché? Cosa non ha capito quello lì? Dove possiamo fargli vedere che sbaglia? E se invece… non sbagliasse?

«Ho un ragionevole dubbio» afferma il Giurato Numero Otto impersonato da
quell’eccezionale esempio d’attore che è HENRY FONDA, il solo che ha votato
Innocente”. E si è innocenti fino a prova contraria, no? Però nel caso di quel ragazzo c’era tutta una serie di prove a suo sfavore, giusto? Ma forse queste prove, vedendole da un’altra prospettiva e dedicandoci un pochino più d’attenzione e di tempo (con buona pace di quel mattacchione del Giurato Numero Sette – interpretato dal leggendario e inimitabile JACK WARDEN! – che voleva finir presto per vedersi la sua partita di baseball), forse queste prove non provano proprio nulla. Prove, indizi, processi: tutte cose che in realtà non contano niente! La Verità è che si è messa di mezzo la Fortuna. Se il numero otto fosse stato un altro, manco si sarebbe dibattuto su quel ragazzo chiaramente (chiaramente???) colpevole. Ma la Sorte ha voluto che fosse proprio quello lì uno dei membri della giuria. E quello lì aveva un ragionevole dubbio. Ecco, è il dubbio alla fin fine quello che può smontare qualsiasi convinzione, poiché Noi viviamo immersi in una realtà nella quale ogni cosa (o quasi) può essere smontata e messa in dubbio. Quell’altra assoluta perla straordinaria che è il gioiello
«IL DUBBIO» (2008) – scritto e diretto dal magnificente JOHN PATRICK
SHANLEY
– fin dal suo titolo sceglie di parlarci dei dubbi. Nella storia di una suora tradizionalista vecchio stampo preside di una scuola cattolica della New York degli anni ’60 convinta che uno dei suoi insegnanti sacerdoti – che si dà il caso sia il parroco – possa aver abusato sessualmente di uno dei suoi giovani studenti, emerge in tutta la sua sconcertante, devastante, assurda potenza cosa veramente significhi “Non sapere”. Quella suora sente che quel parroco è colpevole. Ma attenzione: “sentire” non significa “sapere”. E così – nel mentre che vediamo andare in scena impressionanti duelli recitativi dei più sensazionali della Storia del Cinema fra giganti colossali della recitazione quali una mostruosa MERYL STREEP e un celestiale (ed eternamente compianto) PHILIP SEYMOUR HOFFMAN che sfiora il divino e una straordinariamente stratosferica AMY ADAMS e una grandiosa VIOLA DAVIS – Noi stessi siamo chiamati a scegliere e a schierarci su una vicenda della quale però non possiamo sapere! E alla fine sei tu che devi scegliere quale sia la Verità, non puoi semplicemente vederla in faccia e dire: Le cose stanno così! E ci sta che tu voglia guardarla e ci sta che tu sia disposto a fare quanto è necessario per poterla vedere. Ma come ci ricorda la protagonista: «Nel perseguire il Male, ci si allontana sempre un passo da Dio». E forse, alla luce di questo, quel “quanto necessario” che si è disposti a fare per raggiungere la Verità, potrebbe non starci più.

(Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman ne «Il dubbio»)

Veniamo ad un altro magistrale capolavoro eccezionale, pure questo come i due
sopracitati rientra tra le mie pellicole preferite in assoluto. E trattasi del resto
dell’opera indubbiamente geniale e meravigliosa di un Meraviglioso Genio del mezzo cinematografico quale BONG JOON-HO. Il suo «MEMORIES OF MURDER» ti racconta di un’indagine volta a catturare un serial killer misterioso che tormenta una piccola comunità rurale nella Corea del Sud. Quello colpisce, se ne scompare senza lasciare traccia e poi torna di nuovo a colpire. Ma chi davvero finisce sotto la lente d’ingrandimento di una delle più brillanti e formidabili opere mai realizzate da cineasta alcuno sono gli stessi detective. Il protagonista impersonato da uno dei più fenomenali interpreti della Storia del Cinema tutto – l’esuberantissimo vulcanico brillantissimo SONG KANG-HO – è sostanzialmente un idiota fessacchiotto che si vanta di possedere un istinto infallibile per cui ha bisogno di un solo sguardo onde capire chi si ritrova di fronte, se un colpevole assassino oppure una vittima innocente.
Ma i suoi metodi sono brutali, violenti e “ingiusti” (ma la Giustizia esiste?): insieme al suo braccio destro, che è un amante sfegatato dei calci rotanti, quando pensa di aver scovato un delinquente, lo piglia e lo interroga e lo fa pestare fino a quando questi non confessa… grazie al cavolo, che quello confessa! Il fatto è che lui è veramente convinto che quello confessi in quanto colpevole, e non forse perché non vuole prendersi un altro calcio rotante sui denti! Arriva ad affiancarli un detective (un vero detective!) dalla grande città, da Seoul, il quale rifiuta recisamente la condotta dei colleghi prediligendo invece un’attenta indagine analitica e scientifica di prove, indizi e fatti. Istinto e calci rotanti li tiene ben alla larga! È subito scontro fra i due investigatori, i quali comunque – nemmeno quando decidono di collaborare per davvero anziché essere in competizione – scoprono nulla! E le provano tutte, e fanno
scoperte a non finire, e spesso credono di avercela fatta ma… ma la Verità è molto più ineffabile di quanto si possa pensare. E, sapete, è disperante non vedere come stanno le cose. Uno vorrebbe Giustizia, ma se non si capisce nemmeno contro chi la Giustizia dovrebbe scagliarsi… che cosa si può fare? E così anche chi credeva nel metodo giusto e corretto, dinanzi alla fame di Verità può finire per desiderare di ricorrere a violenza bruta e cieca. Tanto si è ciechi in ogni caso! E chi invece era convinto che non avesse bisogno che di guardare in faccia qualcuno per capire, si ritrova invece ad esclamare davanti agli occhi di un colpevole innocente: «Merda, non ci capisco più niente».

(Song Kang-ho in «Memories of Murder»)

Eccolo qua quindi il grottesco, orripilante e paradossale paradosso quando si parla di Giustizia: c’è chi per farla, arriva ad ucciderla. In questa nostra rassegna all’insegna del Cinema più grande possibile, nel momento in cui si parla di Giustizia e Ricerca della Verità, ritengo un obbligo morale menzionare «L’INFERNALE QUINLAN» scritto e diretto e pure interpretato da un Uomo chiamato Cinema: ORSON WELLES. L’anno è il 1958. Welles realizza un tenebroso noir cupo e fosco come tanti ne circolavano dagli anni ’30 in avanti. E invece è diverso da qualsiasi altra pellicola – noir o d’altro genere – mai realizzata fino a quel momento. Perché il cupo e il fosco di questa sporca vicenda tenebrosa ti porta davvero ad interrogarti su come per fare il Bene si possa essere disposti a fare il Male. L’Hank Quinlan del titolo rappresenta uno dei personaggi più grandiosi mai portati sul Grande Schermo e – inutile a dirlo! – non poteva che essere reso immortale dalla performance attoriale dello stesso Orson. Anche lui è un detective, proprio come il protagonista di «MEMORIES OF MURDER». E anche lui si avvale di metodi tutt’altro che ortodossi. Ma se il detective sudocoreano ci sta molto simpatico nella sua ingenua stupidità genuina, questi è sporco marcio dentro. I suoi metodi infatti non implicano violenza e brutalità quasi fini a sé stesse, ma studiate a regola d’arte: Quinlan ricorre a minacce ed estorsioni, inquina la pista, crea false prove che manco esistono per poter incriminare chi vuole. Tutto in lui sembrerebbe farlo apparire come un
terrificante monumento al Male più assoluto. Però qual è il fatto? Che quel Quinlan che sembra Corruzione incarnatasi, è tutt’altro che corrotto! Non fa il Male che fa perché sul libro paga di qualcuno o per un suo tornaconto personale. Ma perché realmente convinto di star servendo il Bene. Ed è disposto a tutto pur di ottenere quel Bene, anche facendo il Male. Come il collega sudocoreano, lui si basa sul suo istinto che ritiene infallibile. E quando il suo istinto gli dice che uno è colpevole, quello per lui è colpevole. Il suo sentire equivale a sapere: punto! Lui la Verità la vede. O comunque, è convinto di vederla. Solo che per farla vedere agli altri, sceglie di ricorrere alle azioni più bieche possibili. «La Legge protegge sia il colpevole che l’innocente» gli vien detto ad un certo punto del film. Ma di questo Quinlan non si cura. A lui importa solo di prendere il cattivo. Anche se per farlo, deve diventare più cattivo dei cattivi. Ma ha ancora senso, mi chiedo, cercare Giustizia se per ottenerla devi ammazzarla? Infine vien da domandarsi: e se Quinlan si sbagliasse? Se si convincesse della colpevolezza di un innocente che verrebbe distrutto e incastrato dallo stesso Quinlan sulla base di una convinzione e non di una prova? Il fatto più paradossale di tutti però lo sapete qual è? Che quel farabutto mascalzone lestofante fetido orrido cialtrone di Quinlan è un genio investigativo inarrestabile che non sbaglia mai. Questo rende forse le sue azioni meno ingiuste?

(Orson Welles ne «L’infernale Quinlan»)

Nel recentissimo capolavoro magistrale «ANATOMIA DI UNA CADUTA» (2023)
diretto dalla brillantissima JUSTINE TRIET – e scritto dalla stessa insieme al
compagno ARTHUR HARARI – si racconta di come un caso semplice semplice più lo si analizza e più diventa complesso, e più diventa complesso e più lo si guarda, e più lo si guarda… e meno ci si capisce qualcosa! La soluzione? Scegliere tu quale sia la Verità. Perché più la osservi, e meno la vedi. Devi essere tu a decidere quale sia.
Anche se non si è sicuri. O ancora, nello stupefacente «MINORITY REPORT»
(2002) che reca la firma del Sommo tra i Sommi STEVEN SPIELBERG, in una
Washington DC futuristica TOM CRUISE dirige una nuovissima sezione della
polizia chiamata “Precrimine”, con lo scopo di arrestare i criminali prima ancora che compiano il crimine. Riescono a prevederli per tempo, e ad agire. Il fatto che da sei anni abbiano impedito qualsiasi omicidio è un fatto. Il fatto però che finiscano alla fine per punire l’intenzione – e non l’azione – è un altro fatto. Ma siamo sempre davvero sicuri che l’intenzione si tramuti in azione? Lo stesso Tom se lo chiederà, quando il sistema dirà che lui dovrà essere arrestato per un omicidio che manco ancora sa di voler compiere! Quanti di Noi in fondo hanno pensato “Ti ammazzo!”… ma poi non l’hanno mai fatto? Cito ancora una pellicola che definire “impareggiabile capolavoro leggendario” è niente. Gli autori e registi e montatori sono quei pazzi folli prodigi dei FRATELLI JOEL & ETHAN COEN! S’intitola «L’UOMO CHE NON C’ERA». Meriterebbe ci scrivessi un minimo di dieci articoli a parte, e ancora non avrei detto tutto quello che avrei da dire al riguardo. Ma concentrandomi sul focus dell’articolo – e trattenendomi (a stento!) – evidenzio solo come in questa pellicola il protagonista – personaggio reso immortale dal suo inimitabile interprete BILLY BOB THORNTON – sia colpevole di un crimine per cui di fatto verranno “giustiziati” altri. E come però alla fine lui verrà preso per un altro crimine al quale è completamente estraneo, sebbene causato da un’imprevedibile e caoticissima catena d’eventi da lui innescata. E quindi? Questa sarebbe Giustizia? Oppure è un’illusione
apparente di Giustizia?
Una cosa è sicura: Verità e Giustizia non hanno nulla da
spartire l’una con l’altra, dato che il tizio in questione viene accusato di un delitto per cui non c’entra niente mentre è ritenuto innocente per quello commesso per davvero.
E allora? Dovremmo gioire per il fatto che Giustizia sia stata fatta, anche se non
corrisponde alla realtà dei fatti?
«Devi osservare il fenomeno. Ma il semplice
guardare, il guardare, cambia il fatto. E tu non puoi sapere cosa sia successo nella realtà o cosa sarebbe successo se tu non ci avessi ficcato il tuo grosso naso
» spiega il ridicolo avvocato Freddy Riedenschneider quando si propone di sfruttare il Principio di Indeterminazione di Heisenberg per convincere la giuria che la vera verità dei fatti nessuno può conoscerla.

(L’avvocato Freddy Riedenschneider impersonato da Tony Shalhoub ne «L’Uomo Che Non C’Era»)

Concludo citando il caso dello sceriffo LITTLE BILL DAGGETT. Altro
capolavoro immenso, tanto per cambiare! Stiamo parlando de «GLI SPIETATI»
scritto e diretto e impersonato da quel duro figaccione di CLINT EASTWOOD. Ma
più che di Clint, è del personaggio interpretato dal maestoso GENE HACKMAN
quello di cui voglio parlarvi, non a caso premiato con l’Oscar come Miglior Attore
Non Protagonista per questa sua immortale performance. La critica è solita
sottolineare la spietatezza crudele di Little Bill, ma a me è parso un uomo tutt’altro che crudele o spietato. Un duro sì, anche feroce. Ma in una pellicola abitata da una galleria di personaggi convinti di essere qualcuno che in realtà non erano, pure lui incarna quel tipo d’uomo convinto – desideroso! – di poter essere qualcuno che in realtà non è, né sarà mai. Per tutto il film egli afferma di star costruendo una casa. Ma non è molto bravo a farlo. Gli piove pure dentro. E questo perché, come dicono i suoi vice di lui: «Come sceriffo ci sa fare. È che non è un carpentiere». Le sue intenzioni sono buone e genuine: il suo desiderio è quello di costruire una casa, di creare una comunità civile e giusta. Non è un perfido, vuole essere uno sceriffo capace di costruire. Ma lui non è in grado di farlo. Non sa costruire. Non sa davvero essere giusto. Di fronte a un uomo che sfregia una prostituta, la sua soluzione è quella di costringere lui e l’amico a consegnare qualche cavallo al titolare del bordello. Ma è questo un modo di fare Giustizia? O è una soluzione posticcia e malfatta, che fa acqua da tutte le parti? Una giovane ragazza avrà il viso sfregiato a vita e nessuno vorrà più andarci a letto – sua unica fonte di guadagno – e il modo per “aggiustare le cose” è obbligare il colpevole a consegnare – manco a lei ma al suo principale –
qualche cavallo? Solo perché così è più facile? Ma facile non significa “giusto”.
Dunque, anche quando la Verità la si vede chiaramente, l’Umano può non sapere
come “riparare quei buchi nel tetto”.

(Lo sceriffo – non carpentiere – Little Bill Daggett)

Una cosa sola io so, giunto alla fine di questa cavalcata. Che non ho capito niente! Ma che il Cinema “non ti fa capire le cose” meglio della Realtà. Io ad esempio non son per niente sicuro che i 12 giurati abbiano capito come davvero stessero le cose.
Né che la suora ci avesse visto lungo. E nemmeno mi sogno di dare consigli a
nessuno dei detective sopracitati. Se poi più guardi ad una cosa e meno ne sai…
ditemi, qual è il senso del guardarla? Esiste un senso?
E che fare quando davvero hai in mano la possibilità di agire, ma non sei capace di coglierla? Io non so rispondere a queste domande, ma il solo fatto di pormele è per me un dono meraviglioso. Perché questi dubbi mi pare trovino in qualche modo un senso. Perché forse a furia di ragionarci, verrò a capo di una soluzione. Perché nel mentre che cerco di capire cosa sia giusto fare, faccio la cosa più giusta possibile: me ne vado al Cinema!

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