Il cristallo – Wilhelm Waiblinger

DI EDOARDO VALENTE

Parlare di Wilhelm Waiblinger è quantomai difficile. Perché le informazioni su di lui – specialmente quelle non in tedesco – sono poche.

Eppure, vale sempre la pena ricordare una vita come questa.

Quello per cui è noto è il legame con una figura più grande di lui, un poeta indimenticato nella cui ombra si può trovare anche la vita, dimenticata, di Waiblinger.

Mi riferisco a Friedrich Hölderlin.

Dal 1807 quello che ancora doveva essere riconosciuto come il più grande poeta del Romanticismo tedesco, viene affidato alle cure di un falegname, a Tubinga, sulla riva del fiume Neckar, poiché incapace di badare a sé stesso.

Waiblinger a quell’epoca è un infante, ma a diciotto anni si trasferisce a Tubinga, per studiare nel celeberrimo Stift, che aveva già visto tra i suoi allievi, oltre allo stesso Hölderlin, anche Hegel e Schelling.

Nell’estate del 1822, Waiblinger visita per la prima volta il poeta ormai folle.

Egli studiava teologia, ma come anche Hölderlin, preferiva a questa la filosofia e la poesia. Per questo viene attirato dalla Torre nella quale abita il poeta abitato dalla follia.

Ah! Vedere davanti a sé il più geniale, il più spirituale degli uomini, la natura più ricca e più grande nel suo aspetto più miserevole…”.

Queste sono le prime impressioni di Waiblinger, che oltre ad annotare in un diario i suoi incontri con Hölderlin, è stato anche il primo a dedicargli una biografia (anche se imprecisa), ma soprattutto, tra i primi a riconoscerne la grandezza.

Viene da chiedersi come mai questo giovane aspirante poeta vedesse nel vecchio e incomprensibile poeta una figura così affascinante.

Chi era Wilhelm Waiblinger?

Ragazzo dotato, studente promettente, assetato di letture, conoscenza e gloria poetica. Probabilmente instabile a livello psicologico. In Hölderlin non vede solo un’ispirazione, ma avverte un senso di vera e propria identificazione.

Dopo averlo incontrato, e dopo aver letto il suo magnifico Iperione, Waiblinger decide di scrivere anch’egli un romanzo epistolare intessuto di poesia, che avrà come protagonista il personaggio mitologico Fetonte (in tedesco: Phaëton).

Riflettendoci, non mi sembra casuale la scelta del personaggio di Fetonte: anche se non posso sapere quel che passava per la mente di Waiblinger, sento di poter trovare un parallelismo.

Nel mito, Fetonte, che è figlio del Sole – Febo Apollo –, viene sfidato da un amico a dimostrare la sua discendenza divina. Così il padre gli permette di guidare per un giorno il carro del sole. Ma Fetonte, da giovane inesperto quale è, perde il controllo del carro, e si avvicina troppo alla terra, bruciandone delle zone (quelle dell’Africa in cui sono presenti i deserti). Zeus, per porre fine a quel disastro, abbatte con un fulmine Fetonte, che cade nel fiume Po, dove muore.

A me viene da dire che Waiblinger si sentiva Fetonte, figlio del Sole, figlio spirituale di  Hölderlin, che d’altronde si sentiva, al pari degli eroi, colpito da Apollo.

E voleva dimostrare a sé stesso di essere in grado di governare la poesia, di raggiungere la gloria divina, anche a costo di cadere nella follia.

Nell’opera di Waiblinger, Phaëton, è presente un passaggio che di solito viene indicato con le parole iniziali: “In lieblicher BläueIn amabile azzurro”; al suo interno è presente una frase resa celebre da un commento di Heidegger, che la inserisce tra i “cinque detti-guida” della poesia di Hölderlin. 

Perché di Hölderlin? Perché a quanto pare quel paragrafo era stato scritto da lui, e Waiblinger l’aveva trovato tra le sue carte nella Torre, e l’aveva inserito nel suo romanzo epistolare.

Questa celebre frase afferma che: “Colmo di meriti, ma poeticamente abita l’uomo la terra”.

Dare un significato a queste parole è impreciso, improprio; esse appartengono al contesto di un paragrafo più ampio, che è stato inserito nell’ancora più ampio contesto di un’opera di Waiblinger, anche se apparentemente sottratto tra gli appunti di Hölderlin.

Avete presente cosa si intende in ambito cinematografico con “effetto Kulešov”?

Cerco di spiegarmi brevemente: è una teoria che dimostra che un’inquadratura è influenzata da quelle precedenti e successive. 

A parole la spiegazione non rende, ma nei fatti si inquadra l’espressione sul volto di un attore, poi viene inquadrato ciò che sta guardando, e infine si torna sull’attore. A seconda di quello che viene inserito in mezzo, noi possiamo attribuire emozioni diverse alla stessa espressione facciale. 

È un po’ come quegli effetti ottici che ci fanno apparire più grande o più piccolo un cerchio uguale, a seconda della dimensione dei cerchi che gli stanno attorno.

Tutto ciò per dire che il valore che viene dato a queste citazioni estrapolate dal contesto originale cambierà sempre a seconda del nuovo contesto in cui vengono inserite.

E non vale solo per le piccole citazioni, ma ovviamente vale anche per opere intere, o addirittura per vite intere.

La vita di Waiblinger potrebbe apparire insignificante ai nostri occhi, ma se legata a doppio filo con quella di Hölderlin, che invece ha ricevuto un riconoscimento assoluto, ecco che assume un significato. Ma resta un valore di second’ordine, come dicevo in apertura: è una vita all’ombra di un’altra. 

Della propria ombra una persona non si può liberare, è un’appendice inscindibile, ma in essa difficilmente si può scorgere tutto ciò che vi è nascosto.

Wilhelm Waiblinger ha tentato di essere come Hölderlin, ma ha fallito; ha tentato di guidare il carro del sole, ma si è schiantato e si è bruciato.

Dopo aver lasciato Tubinga e la sua Torre, e il suo poeta, si è diretto in Italia, cercando di sopravvivere con le sue pubblicazioni. 

Ma Waiblinger si sentiva così legato al poeta folle perché avvertiva che anche per sé ci sarebbe stato un destino nefasto, che forse in parte ha contribuito ad avverare, ma che è stato sicuramente ancora peggio di ogni suo pronostico.

È morto a Roma, nel 1830, a soli venticinque anni, ed è stato sepolto nel Cimitero acattolico.

Nove anni prima, nel 1821, sempre a Roma, un altro giovane poeta, anch’egli venticinquenne, è morto ed è stato sepolto nel Cimitero acattolico. Anch’egli un romantico, ammiratore dei grandi del passato, aspirante alla gloria poetica.

Non ha voluto un nome sulla sua tomba, perché credeva che il suo fosse un nome “scritto sull’acqua”, ma noi sappiamo che si trattava di John Keats.

Anche per questo agghiacciante parallelismo, la vita di Waiblinger non ha smesso di affascinarmi. A metà strada tra due dei più grandi poeti del Romanticismo europeo – nonché due dei poeti a me più cari – Waiblinger, però, a differenza loro, non ce l’ha fatta, non è riuscito a raggiungere quella gloria poetica alla quale aspirava.

È per uomini come lui che vale la pena continuare a scrivere: tenere viva la memoria di chi viene costantemente dimenticato è ben più arduo che spolverare statue già scolpite dalla Storia. È più arduo, perché significa recuperare quella polvere, che il tempo costantemente disperde, e costruire nel cielo un castello di sabbia.

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