DI ALBERTO GROMETTO
Non solo il trionfo, ma anche il suo contrario contraltare ha sempre esercitato un certo fascino in ognuno di Noi, narrativamente parlando. Ci incanta sentire le gesta di coloro che ci hanno provato, che forse per qualche periodo ce l’hanno pure fatta, che hanno osato e tentato e si sono giocati tutte loro carte, che hanno sfoderato ogni freccia al loro arco, ma che poi – vuoi per sfortuna, vuoi per ingiustizia, vuoi per troppa arroganza, vuoi per tradimento, vuoi per qualsiasi cosa! – sono andati incontro ad un’inesorabile disfatta. Ma attenzione…
C’è una bella differenza tra un fallimento e un fallito. Esiste un divario abissale tra il subire una sconfitta e l’essere uno sconfitto. Non bisogna confondere chi perde col perdente: il primo, anche se perde pesante e anche se continua a perdere e anche se perderà sempre e quel che perde non potrà più tornare indietro, sarà comunque magari accompagnato da una forza interiore inarrestabile oppure da un gruppo di persone che gli saranno fedeli sempre e che lo amano, o tutto questo… perdere non cambia il tuo carattere, né quello che hai nel sangue e cosa hai fatto prima di quella sconfitta; il perdente invece ha perso a prescindere, anche qualora dovesse vincere, pure quelle volte che effettivamente vince.
Napoleone avrà anche perso a Waterloo, ma sfido chiunque a chiamarlo perdente, nessuno credo lo potrebbe mai definire così: un piccolo ufficiale corso che diventa il più importante generale di tutta la Francia e poi costruisce un Impero intero del quale si pone a capo, conquistando mezza Europa a destra e a manca, entrando nella Leggenda e facendo la sua Epoca finendo nei libri di Storia, cambiando il corso dei Destini di interi popoli e generazioni, può davvero essere definito uno sconfitto in ragione del fatto che effettivamente perse la battaglia e venne esiliato? Può davvero chiamarsi perdente una persona capace di fare tutto quello che ha fatto Napoleone, pur avendo perso alla fine? Cavolo, da quell’esilio è pure scappato la prima volta che ce lo hanno messo, e appena tornato in Francia è stato in grado di ricompattare la Nazione tutta attorno a Lui e ritornarci a capo, come se niente fosse stato, basandosi sul suo solo fascino e carisma e l’amore che la sua gente nutriva nei suoi riguardi! Uno così non è un perdente, anche se ha perso. Né lo sarà mai. Anche quando venne esiliato la seconda volta, le persone comunque parlavano di Lui. Comunque lo temevano, oppure ne erano affascinate, o entrambe le cose! Per intenderci: han dovuto spedirlo laggiù nel lontano e remotissimo Oceano Atlantico, sperso tra i flutti, sull’Isola di Sant’Elena, terrorizzati all’idea che potesse trovare la maniera di far ritorno, come già accaduto. E che dire di Annibale Barca il Cartaginese che perse a Zama contro Publio Cornelio Scipione l’Africano, o proprio di quest’ultimo che scelse l’autoesilio volontario da quella stessa Roma che aveva amato ma che aveva finito per voltargli le spalle? O ancora penso al più glorioso dei condottieri, Caio Giulio Cesare, che esalò il suo ultimo respiro nel mentre che veniva pugnalato alla stregua di un maiale al macello da quegli infami traditori che brutalmente lo assassinarono. O ancora Alessandro Magno, oppure… gli esempi storici di Grandi che han perso sono infiniti. Ma pur perdendo rimangono dei Grandi, questo è il fatto. Non dei perdenti, ma persone che han perso. Tutta un’altra roba!

Ma allora cosa determina la differenza tra uno che perde e un perdente?
Le due figure storiche di cui parliamo oggi – e che agli occhi del sottoscritto han sempre rappresentato da tanti e tanti anni vissuti d’appassionato di Storia come dei fratelli spirituali, quasi uno la reincarnazione dell’altro – non han proprio niente a che vedere con Napoleone! E questo perché nessuno dei due ha avuto il suo fascino e carisma e carattere, nessuno dei due ha saputo guidare le masse come lui, accattivarsi l’opinione della gente, conquistarsi il suo amore per quanto lo abbiano ardentemente e strenuamente desiderato per tutta la vita, nessuno dei due ha saputo vincere davvero manco quando han vinto davvero, e questo perché tutti e due erano già sconfitti in partenza. Ed è proprio nella loro totale assenza di fascino che io paradossalmente ci vedo un fascino irresistibile e quasi shakespeariano, e che oggi scelgo di condividere con tutti voi.
Il fatto più paradossale di tutti è che entrambi sono stati la persona più potente del Mondo, per un certo periodo della loro esistenza, quand’erano in vita, in epoche storiche diverse. Quasi duemila anni di Storia li separano. Ambedue hanno avuto tra le mani le Sorti dei loro Mondi, ma nessuno dei due è mai riuscito a essere un punto di riferimento per qualcuno, a dispetto del fatto che entrambi – anche sbagliando tantissimo e commettendo orridi errori e orribili orrori – ci abbiano provato. Tutti e due han regnato e governato, ma né l’uno né l’altro hanno mai avuto l’aspetto di una guida o la sua influenza. Entrambi sono stati il Gran Capo in carica, ma nessuno dei due ha mai saputo essere un leader.
Ma chi sono costoro?
Da una parte abbiamo il diretto successore di quell’Ottaviano Augusto gloriosissimo che rese Roma il più straordinario Impero mai esistito, quella culla di Arte e Cultura e Bellezza alla quale ancora oggi guardiamo come si guarda al più illuminato esempio di civiltà e splendore mai avuto in terra, un patrimonio in termini di memoria inequiparabile: L’IMPERATORE ROMANO TIBERIO CLAUDIO NERONE!!!

Dall’altro lato uno degli eredi di Abraham Lincoln, George Washington e Thomas Jefferson, tra i pochissimi che sedettero alla Casa Bianca in qualità di Capo Supremo del cosiddetto Mondo Libero e come Leader Assoluto della nazione considerata (almeno all’epoca) la più potente della Terra, quei celebri Stati Uniti D’America a stelle e strisce: IL PRESIDENTE STATUNITENSE RICHARD MILHOUS NIXON!!!

Imperatore di Roma nel periodo di massima gloria dell’Impero uno, Presidente dell’America nell’epoca in cui gli USA si erano imposti come nuova superpotenza mondiale l’altro. Il dominio romano dei Romani al suo massimo punto apicale da una parte, gli Stati Uniti una ventina d’anni dopo quel gran successone americano che fu la trionfale Seconda Guerra Mondiale dall’altra. Il primo decideva il futuro del Mondo dall’alto del Colle Palatino ove han sede la residenza imperiale e le domus regali, il secondo dallo Studio Ovale a Washington D. C. Uno da una parte dell’Oceano Atlantico nella Vecchia Europa, il secondo dall’altra nel Nuovo Continente. E poi, al di là della distanza geografica, v’è quella temporale: ben 1875 anni e 299 giorni (al netto del passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano) li dividono, il periodo che passa dal 16 Marzo del 37 d. C. fino al 9 Gennaio 1913. Rispettivamente data di morte di Tiberio e nascita di Nixon. E in quel lasso di tempo il Mondo è stato preso, stravolto, rivolto, capovolto! È cambiato, più e più volte: la nascita del Papato, il crollo di Roma, le invasioni barbariche, il Medioevo, il Rinascimento, il Barocco, l’Illuminismo, il Romanticismo, la scoperta del continente americano e la sua successiva colonizzazione e indipendenza, guerre e rivoluzioni e invenzioni a tutto andare, creano il telefono e la lampadina e il cinematografo, accadono cose grandiose come la conquista dei Cieli da parte dell’Uomo e tante orrende come stragi e genocidi, la nascita di nuovi Paesi e popoli e Leggi e… eppure, a distanza di secoli e millenni, vi sono cose che non cambieranno mai, né che possono cambiare. Tipo l’animo umano. E i dolori, le sofferenze, i sentimenti che gli appartengono. La Rabbia, il Desiderio, i Sogni, la Felicità e l’Amore dicono non siano mai cambiati. E così due uomini separati nel tempo e nello spazio da 1875 anni e 299 giorni di Storia e dall’Oceano Atlantico possono essere talmente simili e vicini da sembrare “fratelli”, in qualche modo e misura.

Come dico sempre io però: per iniziare a raccontare una storia, bisogna iniziare dall’inizio! Il futuro Imperatore di Roma ebbe un’infanzia delle più ingrate e travagliate possibili dedita addirittura nei suoi primissimi anni alla fuga e alla macchia: nato nel 42 a. C. nel mentre che a Roma imperversano caos e disordine e conflitti, l’omonimo padre suo – serio repubblicano convintissimo in quell’epoca di intestine guerre fratricide – puntò sempre “sul cavallo sbagliato”, si mise dalla parte di chi poi perse: quando ammazzarono Cesare, scommesse sui Cesaricidi che vennero sconfitti da Marco Antonio e Ottaviano (non ancora Augusto) e quando poi questi si scontrarono fra loro stette dalla parte di Antonio, il quale sarà però sconfitto da Ottaviano. Il piccolo Tiberio, insieme ai suoi genitori, trascorse quindi la propria primissima infanzia imbarcandosi in continuazione, scappando da un posto all’altro tra Perugia e Napoli e la Sicilia e la Grecia, obbligato a fuggire fra insidie e pericoli con addosso il costante terrore allarmante di perdere la vita per mano degli avversari. Crebbe malato, magro, scheletrico, grigiastro e pure infelice. Addirittura rischiò di morire ammazzato soffocato quando appiccarono il fuoco in casa sua a Sparta, non fosse stato per la madre che – salvandolo eroicamente – si bruciò i capelli e le vesti. E qui dobbiamo aprire una parentesi necessaria e imprescindibile: la madre. Uno dei personaggi storici più importanti, cruciali, decisivi della Storia Umana, oltre che della storia personale di suo figlio: LIVIA DRUSILLA. Costretta a maritarsi col quarantatreenne padre di Tiberio – nobile patrizio romano nonché suo cugino – a soli 16 anni, col marito non aveva niente in comune se non il lignaggio. Di una straordinaria intelligenza sopraffina astuta e scaltra e rapace, di una forza d’animo e di spirito fuori dal comune e di una raffinata eleganza decorosa, possedeva un’attitudine al comando e una spasmodica ambizione sconfinata che l’avrebbero portata a decidere il Destino del Mondo. Fu del resto lei a decidere che il figlio sarebbe stato Imperatore.
Facciamo un balzo in avanti di quasi due millenni e trasferiamoci dall’altra parte della Terra: che tipo d’infanzia ebbe il piccolo Richard Milhous Nixon, venuto alla luce l’anno prima dell’arrivo in Europa della Grande Guerra? Non tanto meglio di quella di Tiberio. Se il futuro Imperatore nacque “dalla parte sbagliata” e cioè figlio di un padre che ogni volta che scoppiava la guerra civile scommetteva su chi poi avrebbe perso, pure il futuro Presidente nacque – per così dire – “dalla parte sbagliata” di quell’America che un giorno avrebbe guidato. Se la stragrande maggioranza dei Presidenti a stelle e strisce – ma mi verrebbe da dire dei leader del Mondo e dei regnanti della Storia – proviene da dinastie familiari ricche e ricchissime, Nixon rappresenta una straordinaria eccezionale eccezione clamorosa. Secondo di cinque fratelli maschi, dire che la sua famiglia fosse estremamente povera è riduttivo: la sua infanzia vissuta in un paesello californiano sperso nel deserto, nell’indigenza più assoluta, all’insegna di grandissime ristrettezze economiche, lo vide faticare e sudare e lavorare ogni giorno e tutti i giorni più di chiunque altro fin da piccolissimo nell’emporio con tanto di distributore di benzina di cui erano proprietari, nella speranza di sbarcare il lunario, di arrivare a fine mese, cosa che non era mai garantita. Si svegliava ogni mattina alle quattro, aveva solamente il lavoro e la scuola, non faceva nient’altro. E anche lui, proprio come nel caso dell’Imperatore, ha avuto un legame incredibilmente forte con sua mamma: HANNAH MILHOUS. Esatto, lo stesso secondo nome di Nixon – Milhous – è un omaggio al cognome della famiglia materna. Lei ha allevato e cresciuto suo figlio e i fratelli secondo una fervente educazione fortemente religiosa di matrice quacchera e ha rappresentato per il piccolo Richard il più alto esempio di dedizione disinteressata e abnegazione e sacrificio fatti in nome dell’Amore che abbia mai conosciuto. Nell’arco della sua vita politica, lui la cita in più e più discorsi, e ne parla come di una santa. Lei lo ha sempre spronato ed esortato, e gli ha sempre ripetuto che un giorno avrebbe fatto grandi cose… fu così?

Ecco, questo è il genere d’importanza e influenza che anche la mamma di Tiberio ebbe per lui. Ma lei fu tutt’altro che una santa. Come avrebbero dimostrato i fatti a seguire. Alla prima occasione, Livia Drusilla si infilò nel letto di quell’Ottaviano (non ancora Augusto) contro cui il marito si era schierato ben due volte. La loro appassionante storia d’amore ha fatto la Storia. In effetti Ottaviano s’innamorò di lei seduta stante nel momento in cui la conobbe, lasciò la moglie Scribonia per poterla sposare e anche se ufficialmente non ebbero mai figli loro rimasero insieme per più di mezzo secolo, seduti ai vertici di Roma e del Mondo. Se il Tiberio padre di Tiberio non venne preso e ammazzato finite le guerre, è perché obbedì ad Ottaviano diventandone il lacchè quando egli gli chiese di divorziare, così che Livia Drusilla potesse sposarsi con lui. Era il 38 a. C. quando convolarono a nozze. E il padre di Tiberio addirittura accompagnò l’ex moglie all’altare come avrebbe fatto un padre con la figlia. Livia Drusilla e Ottaviano Augusto furono l’esempio romano di coppia perfetta: entrambi intelligenti, forti, comandanti, grandiosi, valorosi e potenti. Tre giorni prima del loro matrimonio a lei nacque un secondo figlio: Druso. Ottaviano aveva deciso di sposare Livia Drusilla quand’era incinta per la seconda volta? I senatori erano ben convinti che quel figlio non poteva essere di Ottaviano dato che aveva deciso di sposarla già incinta di sei mesi. Eppure stranamente Druso era molto simile ad Augusto, e come lui venne molto amato dal popolo: era la luce degli occhi di Livia Drusilla, molto più di quanto lo sia stato Tiberio, e verrà pure designato da Ottaviano stesso come uno dei suoi diretti successori. Se del resto quest’ultimo avesse riconosciuto ufficialmente Druso come suo figlio biologico legittimandolo, ciò avrebbe implicato che Livia Drusilla avesse avuto un rapporto adulterino, quand’era ancora sposata a quell’altro. Chissà come stiano le cose, ma non è difficile immaginarlo. Tiberio venne sbattuto a vivere in casa col padre, il quale tuttavia morì cinque anni dopo per via della sua salute cagionevole. Il nostro andò dunque a vivere con la madre e il padre adottivo, dove già viveva il fratello/fratellastro. Nel 27 a. C. Ottaviano divenne Augusto, fu investito del titolo di “Princeps” dal Senato di Roma e divenne Primo Imperatore del Mondo. E Livia Drusilla era la sua Imperatrice. La donna più potente del Mondo. La sola, peraltro, che avesse potere e influenza su Augusto, che la ascoltava in tutto e per tutto. E nel frattempo lei aveva progetti grandiosi per i suoi figli. Soprattutto per Druso, per cui già sognava il trono imperiale. Sarebbe stato un Imperatore molto amato: lui era valoroso e coraggioso e benvoluto e adorato. Al contrario di Tiberio, meditabondo e schifato e privo di sentimento o poesia. Sì, sarebbe stato un grandissimo Imperatore. Peccato che fosse già deciso chi sarebbe stato l’erede di Ottaviano: suo nipote Marco Claudio Marcello, figlio della sorella di Augusto, Ottavia, allevato e cresciuto per essere un vero Imperatore, luce degli occhi della sua mamma e di suo zio. Fatto sposare alla sola figlia riconosciuta di Augusto avuta dal precedente matrimonio con Scribonia, Giulia, l’Imperatore lo aveva designato come suo successore. E quindi che fece Livia Drusilla, in questo aiutata quasi sicuramente proprio da Tiberio? Lo tolse di mezzo. Marcello morì dalla sera alla mattina misteriosamente per via di un grave malanno. Un destino simile tuttavia toccò pochi anni dopo allo stesso Druso, morto a seguito di una strana caduta da cavallo. Tiberio era assieme a lui, nel momento in cui esalava l’ultimo respiro. Che coincidenza. Era un uomo di buon cuore Druso, innamorato della sua famiglia e di sani principi. Il popolo lo adorava. Il successo gli aveva sorriso siccome aveva condotto tante campagne militari trionfanti in Germania. Che poi il fratello Tiberio le aveva condotte assieme a lui. Ma la gente era di Druso che si ricordava, non di Tiberio. Era lui che Augusto – il quale dopo la sua morte decise di scrivere in suo onore una biografia – amava, non Tiberio. Livia Drusilla era lui che voleva come erede di suo marito, non Tiberio. Ma di sicuro, si disse probabilmente Tiberio, non sarebbe stato Druso l’Imperatore. Lo sarebbe stato lui.
Pure la carriera di Richard si fonda sui cadaveri dei suoi fratelli, sapete? Se non fosse intervenuta la tubercolosi a portarsi via il fratello maggiore e uno dei minori, la sua famiglia non avrebbe mai avuto il denaro necessario per poterlo mandare all’università e occuparsi della sua istruzione. La madre glielo disse, gli disse che il Signore forse aveva deciso così perché lui potesse fare grandi cose, che non doveva rendere vane le morti dei due fratelli. L’incrollabile fede quacchera della madre non vacillò nemmeno in quel caso. Quelle due morti gli diedero una possibilità, possibilità che un uomo tenace e caparbio e ostinato e ambizioso e dalla scorza dura come Richard non si sarebbe mai lasciato scappare. Non fu facile: dovette passare le sue giornate, ogni giorno tutto il giorno, tra gli aristocratici del college, ricchi altezzosi che lo giudicavano con un solo sguardo, che lo ritenevano un fallito, che gli hanno sempre detto quanto valeva. E cioè zero. Sono loro che lo hanno fatto sentire un perdente, uno sconfitto, qualcuno che poteva anche mettercela tutta tanto sarebbe finito faccia a terra nel fango. Li odiava. Li odiava a morte. Ne voleva il rispetto, ne bramava l’amore. Ma li odiava pure. Non che anche Tiberio non odiasse il genere umano. Non erano fatti quei due per stare con gli altri, erano così pieni di livore e rancore e odio per chiunque. Ambedue erano dei meditabondi, più inclini a riflessioni e ragionamenti di tipo analitico che non ad un’esistenza sotto i riflettori della ribalta da protagonisti. Ma entrambi scelsero “la vita sbagliata” e anche se erano fatti per tutt’altro, finirono per fare il possibile per trascorrere l’esistenza sul palcoscenico del Mondo. Nixon alle superiori subì la sua prima vera sconfitta elettorale: sarebbe stata la prima di molte. A dispetto di questo infatti, si diede ad un’esistenza fatta di Politica. Dapprima si laureò in Legge, poi esercitò come avvocato, andò a servire in Marina durante la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico (anche lui fece la guerra come tanti altri Presidenti, fra cui un certo Kennedy di cui parleremo più tardi, ma nessuno lo ricorda mai nel caso di Richard), successivamente venne eletto come Deputato membro della Camera dei rappresentanti, dopodiché come Senatore. E infine, a soli 39 anni, il Partito Repubblicano lo scelse come candidato Vicepresidente accanto al decoratissimo eroe di guerra DAVID DWIGHT EISENHOWER. Vinsero le elezioni e Richard fu Vicepresidente. Per due mandati consecutivi, durante i quali seppe fare esperienza, specie sul piano internazionale. Il passo successivo era il massimo del massimo: la Presidenza.

Pure Tiberio in età giovanile fece carriera, come Nixon. Anche lui esercitò come avvocato, anche lui occupò una posizione pubblica di grande prestigio quale quella del questore e anche lui fu militare. Non solo, ma ha condotto svariate operazioni e campagne belliche di grande successo in ogni angolo dell’Impero. E nel mentre la mamma, Livia Drusilla, lavorava nell’ombra del “dietro le quinte” perché lui un giorno fosse Imperatore. Certo, nei suoi piani sarebbe dovuto essere Druso. Ma morto lui, non aveva che Tiberio. È ora di metterlo in chiaro: Livia Drusilla ha guidato le sorti della sua famiglia e dell’Impero, quindi della stessa nostra specie umana, manovrando i fili della politica imperiale come più le pareva e piaceva, decidendo sulla Vita e sulla Morte dei membri della sua gens, la Famiglia Giulio-Claudia. Non solo Augusto la amava al punto da ascoltarla su ogni cosa. È molto più grave di così. Sostanzialmente dietro quasi ogni, singola terribile sfortunatissima morte disgraziata che colpì la dinastia Giulio-Claudia nel mentre che lei era in vita, v’era Livia Drusilla di mezzo. Fece il vuoto attorno al marito macchinando assassini e uccisioni a destra e a manca, così che fosse obbligato a nominare Tiberio suo erede. Perché non c’era rimasto più nessuno. Bisognerebbe scrivere un’enciclopedia a parte su Livia Drusilla e la sua vicenda, mi limiterò dunque semplicemente a fare i nomi (alcuni) delle sue vittime: non solo Marcello, ma anche Marco Vipsanio Agrippa, Lucio Cesare, Gaio Cesare, Giulia Maggiore, Giulia Minore… e chi più ne ha, più ne metta! Tutti quanti eliminati solo perché potesse essere infine di Tiberio il regale deretano che si sarebbe accomodato sul trono. Dal canto suo, lui non s’oppose mai alla madre e fece sempre il suo volere. Era un burattino nelle sue mani. Eseguì anche quando lei gli ordinò di divorziare dalla moglie Vipsania – che amava sinceramente – per sposare la figlia d’Augusto, la lussuriosa e lasciva Giulia. Legandosi così ancor di più alla famiglia. Il riservato e moderato e timido Tiberio si ritrovava ad essere il marito cornuto della donna con più amanti dell’Impero! E così, di punto in bianco, un giorno il trentaseienne Tiberio prese e se ne andò sull’isola di Rodi, mollando la vita pubblica e quella militare e la Politica e Roma e la famiglia per potersene stare da solo in qualità di comune privato cittadino in una sorta di esilio volontario. Tentarono a più riprese Ottaviano Augusto e Livia Drusilla di farlo desistere, ma fu tutto inutile. La cosa sarebbe durata quasi otto anni. Quando però lo stesso Tiberio volle tornare, dietro opera di convincimento e intercessione di Livia Drusilla, gli assassinii e le macchinazioni ripresero e Augusto – rimasto con quasi più nessuno – si decise così ad adottarlo facendo di lui il suo erede. La successione fu una delle più grandi preoccupazioni della vita d’Ottaviano e tantissimi volti diversi si erano avvicendati l’uno dopo l’altro, nel corso degli anni, come possibile futuro Imperatore di Roma: ma alla fine, per chissà quale motivo misterioso (è quella che chiamano ironia!), tutti quanti finivano per morire prima di Lui. Non era rimasto che Tiberio. Tiberio e un certo Germanico, che tuttavia Ottaviano decise di lasciar fuori dall’eredità. Costringendo però Tiberio ad adottarlo come suo erede. Fece così per proteggerlo dagli intrighi di palazzo. Ma su Germanico torneremo dopo. Tiberio riprese in mano sia la vita politica sia quella militare. Non vi erano altri avversari. A parte uno: tale Agrippa Postumo. Livia Drusilla s’occupò però anche di lui: dopo aver convinto il marito ad esiliare lontano da Roma la sua stessa figlia Giulia per via della sua condotta lasciva, usò tutta la sua influenza per portarlo a condannare all’esilio anche Agrippa Postumo, per via della sua presunta violenta follia, il solo e unico possibile ostacolo rimasto sulla strada che conduceva il suo Tiberio al trono imperiale. Agrippa Postumo non aveva mai perso tempo del resto ad appellarsi a Livia Drusilla chiamandola “matrigna” e rinfacciandole pubblicamente le sue colpe. Il fatto però qual è? Che anni dopo l’esilio sembra che Augusto ci avesse ripensato. E che anche se la via per Tiberio era spianata, ancora avrebbe preferito Postumo a capo dell’Impero che aveva così faticosamente costruito. Si recò dunque in grandissimo segreto con un amico – tale Paolo Fabio Massimo – da Agrippa Postumo per potersi riconciliare. Peccato che la moglie di Paolo Fabio Massimo fosse amica e confidente dell’Imperatrice Livia Drusilla e che le abbia raccontato ogni cosa. Poco tempo dopo Paolo Fabio Massimo e sua moglie morirono improvvisamente. E lo stesso Augusto, dopo aver mangiato dei fichi fattigli preparare dalla dolce consorte. Non s’era fatto in tempo a richiamare Postumo dall’esilio. Tiberio, che mai Ottaviano avrebbe scelto, fu Imperatore. Il primo suo ordine fu che Agrippa Postumo venisse ammazzato. Il centurione che lo aveva in custodia se ne occupò.

1960. Le grandi elezioni presidenziali americane. Un annus horribilis per Richard Nixon. Terminato il suo secondo mandato in qualità di Vice, il nostro puntava allo Studio Ovale per sé. Era il candidato Presidente Repubblicano del resto. Otto anni di una Presidenza amatissima come l’amministrazione Eisenhower e l’appoggio del partito gli avevano spianato la strada. Il problema fu però l’avversario. Il beniamino dei Democratici. Colui che rappresentò il grande cruccio della vita politica e umana (non esiste distinzione tra le due cose, per uomini come Nixon e Tiberio) di Richard: il suo nome? JOHN FITZGERALD KENNEDY! Esatto, tra i Presidenti più amati d’America. Ancora oggi e per sempre. Quelle del ’60 furono tra le elezioni più combattute e agguerrite e infuocate di tutta la storia politica statunitense, senza alcuna esclusione di colpi, a caccia di ogni singolo voto possibile! Per Nixon quella che gli si parava davanti era la più grande prova di tutta la sua vita: JFK era il ricco e straricco rampollo della ricchissima e straricchissima famiglia Kennedy – tra i più potenti clan familiari americani mai esistiti -, mentre lui un poveraccio venuto su dalla polvere e dal niente. Era la Sfida della sua Vita, in Jack Kennedy trovavano collocazione tutti i “figli di papà” che lo avevano da sempre deriso, umiliato, guardato dall’alto in basso. E lui diventando Presidente avrebbe zittito tutti quanti con quel suo trionfo. Il povero contro il ricco. Era l’occasione più importante di tutta la sua vita, il glorioso riscatto che andava cercando da sempre, v’era insita non una mera rivincita bensì il senso di un’intera esistenza. Ma il fatto è che – vuoi anche per ragioni non del tutto estranee allo status economico – Kennedy era amato. Di più: era amatissimo. Kennedy era affascinante. Bello. Elegante. Appassionato e appassionante. Il ritratto carismatico del brillantissimo giovane leader amato dalle masse, idolatrato dalla gente, iconico, travolgente, campione assoluto di popolarità, forte di un consenso e un amore folle da parte delle folle! Anche in questo e non solo nelle risorse economiche, Kennedy era tutto quello che Nixon non era né sarebbe mai potuto essere. Amavano Kennedy. Le persone volevano conoscerlo, starci insieme. Nixon non era mai stato affascinante, e nemmeno elegante, né a suo agio con le persone. Nixon perse. Decisivo fu il dibattito televisivo: il primo scontro mai organizzato in favor di telecamera di due candidati alla Presidenza, mai prima di quel momento ce n’era stato uno. Kennedy era assolutamente telegenico, aveva un look formidabile e appariva sicuro. Nixon poco curato, tutto sudato e con quel burbero cipiglio che sempre lo accompagnava nel mentre che teneva le braccia incrociate in segno di chiusura, non aveva speranza alcuna. Quella fu la sua più grande disfatta, la sconfitta più umiliante per lui e che lo segnò maggiormente. Avrebbe odiato Kennedy fino alla fine dei suoi giorni. Da allora non ha mai fatto niente di fronte alle telecamere senza tenere con sé un fazzoletto, in caso di sudata.
Anche Tiberio ebbe il suo Kennedy quando fu Imperatore, sapete? Si chiamava GERMANICO, e l’infame destino ha voluto che tra tutti fosse proprio il figlio di Druso, il defunto fratello di Tiberio. Esatto, Tiberio era lo zio del “suo JFK”. Il suo grandissimo cruccio. Lo avevamo menzionato prima, era quel tipo che Augusto obbligò Tiberio ad adottare, così che fosse Imperatore dopo di lui. In maniera non dissimile da Kennedy, Germanico era giovane e brillante e osannatissimo dal suo popolo, adorato dalle truppe, benvoluto da tutti e soprattutto amato, amato e ancora amato! E Tiberio? No, per niente, chi lo voleva? Appariva antipatico, freddo, distante. Proprio come Nixon. Chi vorrebbe uno così al posto di comando? Chi vuole farsi rappresentare da un individuo di questo tipo? Non poi se può avere invece come leader un giovane eroe di guerra in ascesa, modello di fascino e personalità e immagine, capace di catalizzare l’opinione pubblica e il favore della gente su di sé, proprio come erano Germanico e Kennedy. Il primo aveva allestito e guidato numerose campagne militari vittoriose e trionfanti in Germania che lo resero il generale più amato dall’esercito e dal popolo di Roma; il secondo servì nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale come ufficiale della marina militare arrivando a salvare l’intero equipaggio a seguito di un violento naufragio. Germanico era il rampollo della più potente e influente gens romana, la famiglia imperiale, quella di Augusto e Tiberio e dei primi Imperatori, la gloriosissima GENS GIULIO-CLAUDIA; JFK era il brillantissimo erede dei Kennedy, i nobili americani per eccellenza. E infine, entrambi morirono giovani, nel fiore degli anni e del successo e della ribalta, ammazzati in circostanze veramente misteriose e mai del tutto chiarite. Soprattutto nel caso di JFK, assassinato a Dallas il 22 Novembre 1963 da un tale Harvey Lee Oswald, sbucato dal nulla. C’è chi dice che fu il Deep State, per via di tanti cambiamenti rivoluzionari che Kennedy si apprestava ad attuare, fra cui la fine della disastrosissima Guerra del Vietnam. Caso diverso è quello di Germanico: le probabilità che sia stato avvelenato da un mandante inviato dal suo stesso zio l’Imperatore Tiberio – e anche dalla nonna Livia Drusilla – quando era impegnato in una campagna militare ad Antiochia lontano da Roma, rasentano la certezza. Il fatto è che al popolo Tiberio non piaceva. Gli stava sulle scatole. Germanico aveva quel talento naturale di farsi amare, era come un dono di natura, gli riusciva così semplice essere popolare e amato. Non importa che Tiberio fosse l’Imperatore, per loro impallidiva, spariva!, di fronte a Germanico. Chiunque avrebbe preferito ci fosse stato lui, sul trono. Ed era una cosa talmente evidente! Proprio come il fatto che tra Kennedy e Nixon, non avrebbe potuto che vincere il primo. Tiberio non poteva tollerarlo, non sopportava questa cosa, la gelosia e il rancore e la rabbia che nutriva nei riguardi del nipote erano talmente grandi che… che semplicemente pensò di risolverla come aveva sempre fatto. Germanico gli era odioso perché amato come lui non lo sarebbe mai stato. Non ci fu neanche un momento in cui non si sospettò che fosse stato Tiberio ad aver ammazzato Germanico, la voce serpeggiò in lungo e in largo tra le file del popolo di Roma, la sua già odiosissima e impopolare immagine ne uscì ancor più danneggiata.

Dopo l’orrida batosta, nel ’62 Nixon si candidò a Governatore della California. E perse pure in quel caso. Quella volta fu troppo. Proprio come Tiberio duecento secoli prima quando se ne andò a Rodi, il futuro Presidente americano annunciò «Non avrete più un Nixon da prendere a calci» e dichiarò il suo definitivo ed effettivo ritiro dalle scene pubbliche e dalla vita politica. Sarebbe stato un comune privato cittadino. Ma come per Tiberio, la cosa non durò. Sei anni dopo decise di riprovarci. Come per Tiberio, la Morte di altri venne in suo aiuto. E se è vero che Augusto non avrebbe mai scelto Tiberio avesse avuto scelta (le macchinazioni di Livia Drusilla servirono a questo), è altrettanto vero che se non avessero ammazzato due fratelli Kennedy, Nixon con ogni probabilità non sarebbe mai stato eletto. Sì, cinque anni dopo JFK il suo eccezionale fratello Robert “Bobby” Kennedy – Procuratore Generale a capo del Dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione fraterna – candidatosi alle elezioni presidenziali del ’68, fu assassinato a seguito di un’importante vittoria riportata alle primarie californiane. Sarebbe stato lui Presidente, altrimenti. Come lo era stato John. Fu questo fatto a convincere Nixon a proporsi al Partito Repubblicano, venir scelto come candidato e battere i Democratici rimasti totalmente allo sbaraglio senza Kennedy né qualsiasi altro candidato adeguato. Fu una vittoria schiacciante, non c’era altra scelta del resto. Furono il Sangue e la Morte quindi a portare Tiberio e Nixon sul loro trono. Però profondamente diversa, per non dire diametralmente opposta, la situazione geopolitica in cui versavano i due loro Imperi nel momento in cui ascesero al trono. Tiberio aveva avuto gioco facile in tal senso, Augusto gli aveva lasciato un Impero al massimo del suo splendore, e anzi si trattava del più grande Impero che la Storia aveva mai visto fin a quel momento (e che forse, aggiungo io, mai si sarebbe visto). Inoltre il popolo, nella speranza di trovare un nuovo Augusto di cui aveva disperatamente bisogno, onorandone la memoria e rispettando il suo progetto d’Impero, non avrebbe mai avuto il coraggio di eliminare quel potere imperiale al quale Ottaviano aveva dedicato tutta l’esistenza sua, anche se questo significò doversi sopportare numerosi leader odiosi. In primis Tiberio. La cosa però fu anche un’arma a doppio taglio: il confronto col predecessore così amato e osannato – stiamo pur sempre parlando di Ottaviano Augusto – era molto più che pesante, e l’antipatico Tiberio ne sarebbe sempre uscito sconfitto. I sudditi odiavano quell’uomo complicato, difficile, spigoloso e dal loro punto di vista debole e patetico. Siede su quel trono solo perché non c’era nessun altro, si mormorava. Non sarebbe niente senza la madre, si diceva. E le cose peggiorarono drasticamente dopo la morte di Germanico. Nixon invece ereditò un’America profondamente turbata dalla morte dei due Kennedy, scossa da una Guerra Fredda che aveva superato la sua fase peggiore ma che ancora incuteva così tanta paura, dilaniata dallo scontro vietnamita che stava volgendo a suo sfavore. L’Impero che aveva avuto in dono Tiberio era quello del massimo splendore da quando Roma esisteva, l’Impero che venne consegnato a Nixon era in uno dei suoi momenti più difficili.
Ora però il fatto è che sarebbe profondamente sbagliato e assolutamente ingiusto definire l’amministrazione Nixon come un continuo fallimento disastroso uno dopo l’altro, sapete? Tutt’altro! I successi che ottenne in politica estera permisero di allentare le tensioni con Cina e Russia inaugurando un dialogo più pacifico e disteso dedito all’apertura e incentrato sul desiderio di pace. Riuscì nella complessa demilitarizzazione del conflitto in Vietnam ponendo fine ad una delle guerre più sanguinose della Storia. E anche da un punto di vista di politica interna, tra riforme ambientali e politiche sanitarie, seppe tagliare diversi traguardi. Compresa una notevolissima riduzione dell’inflazione. L’America aveva bisogno di un leader forte come non mai, e Richard voleva essere quel leader. Anche Roma dopo aver perso il suo più grande figlio avrebbe avuto bisogno di un pastore forte. Ma anche nel caso di Tiberio sarei un bugiardo a definire la sua amministrazione come esclusivamente fallimentare! In una prima fase volle porsi in continuità con la precedente opera augustea, cercò di rasserenare il Senato coinvolgendolo nelle sue decisioni e valorizzandolo, fronteggiò la pervicace corruzione di governatori e funzionari, riformò la giustizia con ottimi esiti, soprattutto si rivelò da un punto di vista squisitamente gestionale ed economico e finanziario un sagacissimo amministratore rigoroso e oculato e accorto e prudentissimo e brillante arricchendo lo Stato e riempiendone le casse. Il fatto è che però non erano due leader forti. Anzi, non erano nemmeno dei leader. Le loro doti e qualità non erano quelle di un capo, né di un comandante. Soprattutto, non servono per farsi amare. Che era poi quello che volevano. Germanico e Kennedy, loro sì che erano amati. E anche se quei due – l’Imperatore e il Presidente – fecero bene sia per quanto concerne la politica interna sia per quanto riguarda i rapporti con l’estero, nessuno ricorda i loro piccoli successi. Nessuno quando pensa a Tiberio, ricorda che rinunciò a costose campagne di conquista territoriale e ad espandere l’Impero preferendo invece consolidare e mettere in sicurezza i confini già esistenti prediligendo la via diplomatica. Nessuno cita che Nixon fu un asso proprio per quanto riguarda la diplomazia e che anche lui scelse di fare il possibile per consolidare la Pace nel Mondo. No. Loro due vengono ricordati per quello che di brutto hanno fatto. Perché tutti e due hanno desiderato a lungo il potere, per poi allontanarsene a gambe levate entrambi. Il debole e patetico Tiberio decise di sua sponte, dopo tutto l’odio che il popolo ebbe per lui. E del resto lo stesso Senato presto diffidava di lui e lo guardava con rancore e sospetto, vivendo nella nostalgia del suo predecessore. Richard invece passò alla Storia per essere ancora oggi il primo Presidente a essersi dimesso, scelta che prese col massimo del disgusto. Ma procediamo per gradi.

Dopo circa un decennio da quando era divenuto Imperatore, Tiberio preferì soggiornare lontano da Roma spostando poi definitivamente la sua residenza ufficiale su di un’isola tagliata fuori dal resto del mondo: la bellissima e meravigliosa Capri, al largo della regione Campania, nel Mar Tirreno. Aveva cercato disperatamente di essere amato da Roma senza riuscirci, fino ad arrendersi cadendo in un profondo stato di depressione. Come aveva fatto tanti anni prima quando era andato a Rodi, così decise di fare in quell’occasione allontanandosi dalla vita politica, sociale e civile. Il peso che la morte di Ottaviano Augusto aveva lasciato sulle spalle troppo deboli di Tiberio era stato troppo. Non poteva che esserne schiacciato. Di lui qualcuno disse che era un vigliacco, qualcun altro un menefreghista. Si disinteressò completamente di Roma, delegando via via sempre più il potere al suo prefetto del pretorio (i pretoriani sono la guarda del corpo imperiale e il prefetto è il loro comandante, avevano anche un peso politico nelle decisioni dello Stato): LUCIO ELIO SEIANO. Questi era il braccio destro di Tiberio fin dai primi anni d’Impero, suo consigliere ombra e sostanzialmente unico amico, figura ambiziosissima e della quale l’Imperatore si fidava ciecamente. Seiano seppe costruirsi un’ascesa al potere vertiginosa approfittando della debolezza del suo pigmalione, gli intrighi scaltri e le perfide macchinazioni che seppe mettere in atto gli spianarono la strada portandolo ad acquisire sempre più influenza e potere e prestigio. Nixon non avrebbe mai abbandonato Washington D. C. per andarsene in chissà quale isola, e non avrebbe di sicuro delegato il potere a nessun altro. Ma anche lui ebbe una sua sorta di Seiano, sapete? Si trattava di HENRI KISSINGER, suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato. Come Tiberio, Nixon era uomo diffidente e sospettoso, ma tra le figure sue confidenti di cui si fidava maggiormente v’era sicuramente Kissinger: questi col beneplacito del Presidente creò una struttura decisionale ristretta direttamente controllata dalla Casa Bianca, scavalcando la burocrazia tradizionale statunitense, accentrando nelle mani sue e di Richard quanto più potere e autorità possibili. Entrambi rappresentano pienamente l’archetipo dello statista che sta dietro le quinte e manovra i fili, del consigliere che ha saputo acquisire per sé enormi poteri, pur non essendo destinati al trono o non venendo mai eletti, in grado di guidare i destini di una superpotenza mondiale e globale quale Roma e l’America. Tutti e due, Seiano e Kissinger, sono stati incarnazione di un pragmatismo crudo e feroce e spietato: il primo eliminò sistematicamente tutti i suoi rivali e nemici; il secondo è ritenuto il massimo rappresentante della Realpolitik del XX secolo, cioè quel tipo di politica che non guarda in faccia a niente e a nessuno, soprattutto disinteressandosi completamente a questioni d’etica morale, onde potersi concentrare solamente sui propri interessi e sull’ottenimento del risultato. E del resto sia la politica di Tiberio sia quella di Richard fecero un uso spregiudicato del Potere. A dispetto del fatto che entrambi fossero amministratori avveduti e cauti e perspicaci e intelligenti, ricordiamo che tutti e due furono uomini deboli che si ritrovarono tanto Potere in mano. Ed è oramai tristemente e storicamente chiaro che:
I deboli che detengono grandi Poteri, vengono da quegli stessi grandi Poteri detenuti. Chi è troppo debole per poter essere un Potente, nel momento in cui lo diventa si rivela il Potente peggiore possibile. Non esiste debolezza più pericolosa di quella che assume in sé e su di sé la forza del Potere.
Proprio perché deboli e odiati e quindi sospettosi e impauriti e ossessionati, sia Tiberio quanto Richard presero scelte assolutamente discutibili e riprovevoli e che andavano ben al di là dei confini di quello che avrebbero potuto fare, non solo in quanto Leader del loro Mondo, ma proprio in quanto Esseri Umani. Tiberio ad esempio, al di là di tutti gli omicidi e le macchinazioni e il sangue versato, riprese in mano un’antica legge – la Lex Maiestatis – attraverso la quale colpì e ammazzò qualsiasi avversario, fosse anche semplicemente qualcuno che gli rivolgeva una qualche critica. Da strumento politico di tutela diventò un’arma di oppressione dittatoriale: qualsiasi presunta offesa, anche la più piccola e a totale discrezione dell’Imperatore, veniva punita attraverso l’esilio, la tortura, la prigionia oppure la condanna a morte (era l’Imperatore che lo decideva di volta in volta). Chiunque poteva accusare o venire accusato di “lesa maestà”. Tanto tutti i beni dei condannati venivano confiscati e anche se finivano perlopiù nelle casse imperiali, una parte pure nelle tasche di chi accusava. Persino entrare in una latrina con un anello raffigurante il volto del Princeps poteva esser considerata un’offesa abbastanza grande da giustificare l’applicazione di questa legge! A tanto si spingeva l’efferatezza di Tiberio. Ricordiamo del resto l’esistenza del celeberrimo “Salto di Tiberio”: un precipizio a picco sul mare, situato nelle estreme vicinanze della mastodontica Villa Jovis, la residenza dell’Imperatore a Capri, dove faceva gettare tutti coloro che lui odiava durante i suoi anni lì. Per quanto riguarda Nixon invece, c’è da dire che lui stravolse a tal punto la Costituzione da far meritare alla sua Presidenza l’aggettivo di “imperiale”. L’uso che faceva dei servizi segreti, il fatto che avesse una lista nera di nemici da lui stessa compilata contenente persone che andavano spiate o screditate oppure rovinate, la sua paranoia ossessiva che lo portava a far pedinare anche i suoi più stretti collaboratori e tutti coloro che considerava una minaccia, l’utilizzo che faceva del suo potere su chiunque si frapponesse fra lui e i suoi obiettivi… questo era Richard! Aveva messo in piedi una squadra investigativa professionista illegale e clandestina nota come “Gli Idraulici” che faceva direttamente capo a lui e che aveva la missione di spiare e sabotare chiunque venisse loro ordinato. Perciò quando la cosa venne fuori, ne nacque uno scandalo che travolse completamente il Presidente e la sua amministrazione: il cosiddetto “Scandalo Watergate”. Ma che cos’è? Il più grave scandalo ancora oggi in tutta la storia politica a stelle e strisce. Il 17 Giugno 1972 cinque di questi Idraulici vennero arrestati nel mentre che scattavano fotografie e mettevano microspie presso la sede del Comitato Nazionale Democratico, situata nel complesso residenziale e di uffici Watergate a Washington. Ricondurli alla Casa Bianca non fu difficile. L’inchiesta giornalistica che ne seguì, lo sdegno dell’opinione pubblica, scoprire che esistevano nastri segreti registrati nello Studio Ovale che avrebbero potuto portare alla verità sconvolsero non solo l’America ma il Mondo intero. «Non sono un imbroglione!» arrivò a gridare in faccia ai giornalisti durante una conferenza stampa a Orlando, Florida. E Richard tentò in ogni modo di insabbiare i fatti e ostruire il corso della Giustizia. Fino a quando non fu obbligato dalle circostanze a fare quello che mai avrebbe pensato di fare nella Vita: rassegnare le dimissioni. Altrimenti sarebbe potuta essere la Guerra Civile. Altrimenti lo avrebbero definitivamente inchiodato. Altrimenti sarebbe stato l’impeachment. E lui non era pulito, proprio no. Alla fine tutti coloro che lo avevano sempre odiato, l’avevano avuta vinta. E lui fece quello che tutti i figli di papà gli avevano detto che era sempre stato bravo a fare: arrendersi. L’8 Agosto 1974 il Presidente annunciò le sue dimissioni alle televisioni. Il giorno dopo – 9 Agosto – non era più Presidente. Ora si ritirava a vita privata per davvero. Per sempre. La sua isola non fu Rodi o Capri, ma San Clemente, in quella stessa California che gli aveva dato i natali, là dove aveva cominciato, in uno stato di isolamento quasi totale. Come Tiberio a Capri, anche lui aveva la sua personale residenza privata sebbene non si chiamasse “Villa Jovis”, bensì “La Casa Pacifica”. Ci andò insieme alla sua amatissima moglie PAT. Avrebbe vissuto ancora vent’anni, probabilmente nel tormento di quella che era stata la sua vita.


Anche Tiberio dovette misurarsi con uno scandalo grave. Non si chiamava “Watergate” il suo, bensì “Capri”. Lui aveva praticamente lasciato il trono vacante per starsene lì lontano nel suo eremo sperduto, dando le chiavi dell’Impero a Seiano: chiunque era alla sua mercé. E questi sfruttò pienamente la cosa, in quanto fedelissimo ministro di Tiberio fece alto e basso quello che voleva, alla stregua di un novello Imperatore! Era Seiano che controllava tutto e la sua ambizione si fece sempre più smodata. Sfruttando la natura vaga della Lex Maiestatis orchestrò processi politici di massa eliminando chiunque gli si opponeva, compresa la quasi intera famiglia di Germanico a lui avversa. Tutti coloro che gli erano d’ostacolo, venivano spazzati via. Specie dopo la morte di Livia Drusilla nel 29 d. C., la sola che esercitasse sull’Imperatore più autorità dello stesso Seiano, lo strapotere di quest’ultimo divenne inarrestabile. Non conosceva limite, né freno. Almeno fino a quando l’Imperatore non iniziò a sospettare, dal suo remoto autoesilio volontario a Capri. Fino a quando non gli venne detto che era il caso di sospettare. Cospirazione? Macchinazione? Lo si voleva destituire! Tiberio è sempre stato un paranoico, questo è chiaro. D’altro canto Seiano aveva tutta l’aria di essere uno che lo avrebbe destituito alla prima occasione, anche questo era altrettanto chiaro. L’Imperatore scelse così la strada del voltafaccia improvviso e imprevisto senza preavviso: nel 31 d. C. ne ordinò segretamente e a sorpresa lo strangolamento. Il popolo fu molto felice di poter fare scempio del corpo di colui che aveva ammazzato la famiglia del loro defunto idolo Germanico. Gli ultimi anni dell’Impero di Tiberio furono caratterizzati da un’ondata sanguinosa di processi che portarono alla tortura e all’eliminazione di tutti coloro che erano stati amici e sostenitori di Seiano, di colpo bollati come nemici dello Stato. Ma di tornare a Roma, non se ne parlò. Tiberio gli ultimi anni li trascorse il più lontano possibile da quella città e dalla sua gente. Ne avrebbe voluto solo l’amore, ma non era mai accaduto. E ora li odiava atrocemente. Negli anni trascorsi a Capri si diceva che si dedicò ad attività sessuali perverse e obbrobriose. Tentò, sul finire della vita, di far ritorno. Fece qualche tentativo. Ma all’ultimo rinunciava, girava i tacchi e tornava a Capri. Non ce la faceva proprio, non riusciva più nemmeno a mettere l’alluce a Roma. In quel periodo solo una volta fece ritorno, per poco tempo, quando la mamma si sentì male, intorno al 22. Ma quando nel 29 di nuovo venne avvisato che la madre ottantottenne stava male, si rifiutò recisamente di rivederla. I rapporti con lei erano diventati insostenibili d’altronde. Non solo l’odio verso Roma e il suo popolo, né il fatto che amasse la vita tranquilla e ritirata, e neppure la vergogna che provava nei riguardi del suo proprio aspetto fisico (invecchiando piaghe e macchie cutanee e ulcere gli riempirono il volto, cosa per cui lui provava un forte fastidio, simile a quello che nutriva Nixon nei riguardi della sua eccessiva sudorazione che gli costò, a suo dire, l’elezione nel ’60), ma anche il risentimento rabbioso che nutriva nei riguardi di quella donna che aveva deciso la sua vita, e con essa la vita dell’intero Mondo e la Storia del genere umano. Chissà se l’Impero oggi esisterebbe ancora, non avessimo avuto Livia Drusilla. È che lui era sempre stato un burattino nelle sue mani. Anche da Imperatore, Tiberio fece qualsiasi cosa per accontentarla. Compreso istituire una legge che vietava qualsiasi diffamazione contro di lei (a quanto pare tanti erano pronti a “diffamarla”). Ma lui, odiato dal suo popolo specie dopo l’assassinio di Germanico, pativa lo stare continuamente all’ombra di quella madre che non faceva altro che oscurarlo. Lei era un donna forte che sapeva cosa voleva dire esercitare il potere. Seppur lei lo esercitasse non ufficialmente. Ma realmente sì. Il contrario di Tiberio, ritenuto un debole e patetico omuncolo, che anche se era ufficialmente l’Imperatore fattualmente non sentì mai di esserlo. Malumori, gelosie e rancori si misero in mezzo fra i due. Qualsiasi scusa era buona per litigare. Discussero ad esempio per il fatto che lei avesse fatto erigere una statua in onore del defunto marito Augusto dentro la cui iscrizione il suo nome — quello della grande Livia Drusilla, Eminenza Grigia della Casata dei Giulio-Claudi — compariva prima del suo, l’Imperatore Tiberio. E ancora, questi vietò al Senato di conferirle il titolo straordinario di “Mater Patriae”, cioè “Madre della Patria”. Tiberio era inadeguato a comandare, non era fatto per questo, era arrivato troppo in alto senza averne le capacità né la predisposizione. La frattura tra i due si fece sempre più profonda. Tutto quello che fu, fece e rappresentò lo doveva a lei. E lei non perdeva tempo per ricordarglielo. E sottolinearlo. E soprattutto rinfacciarglielo. Fu anche per questo che decise di fuggirsene via e non vederla mai più. Si rifiutò persino di far ritorno a Roma per le esequie e ne proibì la divinizzazione, riservandole onori umilissimi e modesti; i lasciti testamentari della madre, inoltre, non vennero neanche eseguiti. Era stata lei a volerlo Imperatore e lui lo era diventato. E questa, forse, fu la più grande disgrazia della sua vita. Forse fu Livia Drusilla la più grande disgrazia della vita di Tiberio.
La domanda vien da sé: se Tiberio avesse avuto un’altra madre, che cosa sarebbe divenuto lui? Ma lo stesso si può dire di Richard Nixon: fosse nato in un’altra famiglia, magari più fortunata, cosa sarebbe diventato? Fin dai loro albori era scritto nella loro sorte che una cattiva stella li avrebbe accompagnati: entrambi nati col vento a sfavore, per usare una metafora marinaresca. Avessero avuto solo il vento a sfavore!, loro ebbero la vita a sfavore sarebbe più giusto dire. Chissà quali cose avrebbero fatto, se solo… beh, le domande che iniziano col “se solo” non andrebbero mai poste. Fanno solo male, e non servono a niente. Se la mamma di Tiberio fu per lui un’ombra nera, almeno quella di Richard sembrerebbe essere la sola luce di cui ha goduto, se si eccettuano la moglie Pat e le loro due amatissime figlie Tricia e Julie. Ambedue le madri condizionarono il loro esistere. Richard addirittura nel giorno delle sue dimissioni effettive ricordò la mamma Hannah nel suo discorso di commiato «Ricordo mia madre. Nessuno scriverà mai un libro su di lei. Ma era una santa».
Giungiamo dunque al termine di questa lunga disanima approfondita. Prima abbiamo menzionato alcuni grandi personaggi storici che vengono ricordati e celebrati per opere di conquista grandiose: ma non è il caso dei due uomini di cui abbiamo parlato a questo giro. Loro due sono stati anzi delle deboli e fragili pallide ombre infelici che però si sono ritrovate sotto i riflettori dei palcoscenici del Mondo, perché lo hanno ambedue voluto fortissimamente, senza però mai davvero essere in grado di stare sotto quelle luci. Hanno avuto un peso e un’influenza storica sconcertanti, hanno occupato il più alto trono possibile delle loro epoche e hanno governato i Destini del Mondo. Ma ne sono stati capaci? Ad oggi il giudizio degli storici, per quanto riguarda entrambi, vira decisamente verso il no. Nessuno oggi li celebra, per quanto le loro storie vengano raccontate. Uno dei libri più belli che abbia mai avuto la fortuna di leggere — «VITE DEI DODICI CESARI» ad opera di GAIO SVETONIO TRANQUILLO — racconta meravigliosamente le esistenze di svariati personaggi storici, fra cui proprio Tiberio. A livello cinematografico, un solo titolo mi viene in mente quando penso all’Imperatore, un biopic il cui protagonista è però il suo successore: «IO, CALIGOLA» (1979) di TINTO BRASS con protagonista il mitico MALCOLM MCDOWELL. Il ruolo di Tiberio è però affidato ad uno dei maggiori interpreti attoriali mai avuti: il gigantesco PETER O’TOOLE. E che incarna alla perfezione l’archetipo dell’uomo di potere logorato e consumato dal suo stesso desiderio, conscio dello schifo del proprio mondo, da cui era scappato via. Una pellicola che peraltro dà credito all’ipotesi secondo cui sarebbe stato lo stesso Caligola, lì ad attender la morte di quell’odioso orrendo zio che gli aveva ucciso tutta la famiglia (perché sì, Caligola successore di Tiberio è il figlio di Germanico!), a far prima e dopo averne atteso così tanto la morte strangolarlo per poterne ereditare il trono. La sfilza di pellicole che invece hanno realizzato a proposito di Nixon, del Watergate e dell’America di quel periodo è sterminata: anche in questo caso ritroviamo ad esempio un titolo targato 2008 che racconta della vita di Richard dopo la Presidenza, quand’era stato definitivamente sconfitto. «FROST/NIXON – IL DUELLO» realizzato da quel mito leggendario iconico di RON HOWARD racconta delle interviste che il giornalista britannico DAVID FROST, interpretato da un sempre magistrale MICHAEL SHEEN, fece al vecchio Presidente dimessosi qualche anno prima, impersonato da un divino FRANK LANGELLA in stato di grazia, riuscendo nella straordinaria impresa impossibile di fargli confessare, col volto impallidito dalla sconfitta, innanzi alle telecamere di aver tradito il popolo americano. Anche se a mio modo di vedere il più grande capolavoro cinematografico mai realizzato su Nixon, è quello che ne racconta l’intera vita, nella miglior maniera possibile: «NIXON – GLI INTRIGHI DEL POTERE» è a mio modo di vedere la più luminosa perla mai confezionata dal Maestro Assoluto OLIVER STONE, il quale ha saputo raccontare Richard meglio di chiunque. Il merito spetta anche a quel mostruoso mostro d’attore che è quel colosso monumentale titanico che è SIR ANTHONY HOPKINS, e che in questo caso firma la più sovrumana, eccezionale, ultraterrena performance attoriale di tutta la sua carriera arrivando ad essere nelle posture e nei gesti e nelle singole microespressioni facciali e nel tono della voce e nelle emozioni che tratteggia con l’accuratezza di un pittore fiammingo, secondo me, “più Nixon dello stesso Nixon”. Quel film ha cambiato la mia vita, e mai mi dimenticherò il momento in cui il Nixon hopkinsiano osservando il ritratto di Kennedy confessa a lui e a sé stesso, la notte delle sue dimissioni, la più profonda verità su sé stesso e la sua vita: «Quando ti guardano, si vedono come vorrebbero essere; quando guardano me, si vedono come sono».


Non canteranno le epiche gesta di Nixon e Tiberio, non saranno composte odi in loro onore, nessuno erigerà palazzi o monumenti a loro intitolati ricordandoli con affetto e ammirazione. Ma nemmeno con odio e terrore. Ne racconteranno le vicende, ma non saranno celebrati come dei Grandi. Neppure come dei Grandi Cattivi, badate bene: a differenza di un Hitler o un Mussolini oppure uno Stalin, annoverati quasi come “Volti del Male”, né il Presidente né l’Imperatore sono stati a tal punto idolatrati da venir considerati tali. Tutti i Grandi della Storia – buoni o malvagi che siano – a prescindere da come vengono ricordati oggigiorno, hanno potuto godere ai loro tempi dell’appoggio di gente che li amava, li venerava, guardava a loro come dei capi. I loro capi. Questo era accaduto ai tre dittatori sopracitati. Ma non a Nixon o a Tiberio.
A loro certamente no. Loro non sono stati amati abbastanza durante la loro epoca da venir ricordati oggi. Non sono stati amati affatto anzi. La più grande eredità di Nixon, a dispetto di tutto quello che ha fatto e che abbiamo detto essere stato molto, sarà il suffisso -GATE per indicare uno scandalo di grandi proporzioni. Tiberio invece è ad oggi un piccolo paragrafo nei libri di Storia, una didascalia e niente di più, citato tra gli Imperatori nel momento in cui li si elenca e nient’altro. Augusto è ricordato per esser stato il primo, Caligola per la follia, Claudio per la dolcezza, Nerone per la ferocia… ma Tiberio? Stiamo parlando dell’Imperatore e del Presidente! Eppure… sono stati niente. Si sono sentiti niente. Perché hanno avuto tantissimo dalla vita, tranne la sola cosa che avrebbero voluto davvero: Amore.
La vera verità è che tutto il potere del Mondo e tutto il prestigio e il successo e la gloria e la fortuna non serviranno a farti amare. L’Amore Vero viene da altro, da qualcosa che nulla ha a che fare con trionfi e vittorie. Chi viene amato, sarà amato anche nella sconfitta. Chi invece non è mai stato amato, non lo sarà nemmeno nel più trionfale dei trionfi. La sconfitta può determinare quello che hai o ciò che hai potuto fare, ma non determina chi sei. Lo stesso però vale anche per il trionfo: vincere non cambia la persona che sei. E non cambia quello che gli altri pensano di Te. E provano per Te.
A chi mi chiede chi siano stati Tiberio e Richard, io non dico “L’Imperatore” e “Il Presidente”. Io dico: solo due persone che volevano essere amate. Era questo infine tutto quello che avevano sempre voluto e che giammai avranno, la sola cosa che avrebbe potuto salvarli da sé stessi, ciò che li avrebbe forse resi così straordinariamente forti da fare davvero il bene delle persone invece di ritrovarsi a subire i difetti di quelle che sarebbero state le loro qualità: AMORE.


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