La strega (Camilla Läckberg)

DI ELODIE VUILLERMIN

In quello che è il romanzo più corposo di questa saga, a Fjällbacka è tornata Marie Wall, una star hollywoodiana, per girare un film. La donna, insieme a Helen Persson, fu accusata nel 1986 di avere ucciso una bambina, Stella. Entrambe hanno ritrattato la confessione poco dopo e sostenuto la propria innocenza, ma nessuno ci ha creduto. Con il ritorno di Maria avviene una nuova tragedia: un’altra bimba, Nea, scompare dalla stessa fattoria in cui viveva Stella all’epoca dell’infanticidio. Viene ritrovata morta nello stesso punto in cui era stato scoperto il cadavere di Stella. Zero testimoni, zero prove. Troppe coincidenze. Solo supposizioni. La paura dilaga e il caldo estivo aumenta la frustrazione.

La squadra di Patrik, con il supporto da dietro le quinte di Erica, continua la sua personale battaglia: trovare la logica in situazioni irrazionali, l’umanità dietro comportamenti disumani. Il loro lavoro imporrebbe un certo distacco emotivo, ma non possono fare a meno di provare pena e immedesimarsi nelle vittime. La compassione prevale sull’atteggiamento formale e per questo si ritrovano frustrati, in preda a notti insonni, con il cervello fuso a furia di setacciare indizi.

Sono i soliti underdogs, con poche risorse a disposizione, meno conosciuti di altri distretti di polizia. Eppure sono i migliori proprio per questo. È più interessante seguire le loro vicende proprio perché hanno sempre il mondo contro e devono lottare con forze più grandi di loro. Sono uniti come una famiglia, pronti a darsi supporto nei momenti difficili, con la consapevolezza di poter sempre contare l’uno sull’altro. Una lealtà non solo reciproca, ma che coinvolge anche Erica, tanto che perfino Mellberg, pur essendo colui che gradisce di meno le sue intromissioni nei casi di omicidio, la difende dalle insinuazioni dei giornalisti.

Vediamo i personaggi secondari crescere e instaurare nuove dinamiche, al pari dei protagonisti. In casa di Erica e Patrik, la piccola Maja continua a comportarsi da sorella responsabile, che sorveglia i suoi fratelli gemelli e li protegge dai pericoli. Anna e Dan vogliono riprovare a stare insieme e il fatto che lei sia di nuovo incinta può suggerire una svolta in positivo alla loro vita.

Kristina e Gunnar stanno per sposarsi. Il che implica due cose. Primo: Patrik deve farsene una ragione, abituato com’era a vedere sua madre nelle vesti di donna single e indipendente. Secondo: Erica e Anna cercano di farle una sorpresa, con risultati comici.

Mellberg si fa una doccia di umiltà e impara una dura lezione. E mi viene da dire: era anche ora. La sottotrama in cui Rita lo fa dormire per strada e lo rimette in riga mi è piaciuta tantissimo e mi ha strappato perfino una risata. E vedere Mellberg fare un gesto tenero nei confronti delle stesse persone a cui aveva rovinato la vita, a dimostrazione di aver imparato dai suoi errori, mi ha intenerita assai; ormai ho imparato ad amare questo bonario e impulsivo pasticcione.

Martin ha imparato a convivere con l’assenza di Pia e con la presenza della figlioletta, suo conforto e fonte di gioia. Fa inoltre la conoscenza di Mette, una donna madre piuttosto in crisi perché l’ex marito fugge dalle responsabilità paterne e dà la priorità alla sua amante piuttosto che a Jon, il suo bambino.

La sottotrama più straziante e realistica di tutte, che a parer mio è stata una delle punte di diamante di questo decimo libro, è quella dei rifugiati siriani. Ospiti di un centro di accoglienza in Svezia, faticano ad adeguarsi alle regole di un Paese diverso dal loro, che non riescono a chiamare casa. Tutto ciò che hanno è la reciproca compagnia, il calore dei pochi svedesi gentili e i ricordi della loro terra natia.

Restare in patria, per loro, era rischioso tanto quanto fuggire. C’è chi ha lasciato indietro la famiglia, chi ha visto i corpi dei propri amici. La guerra li ha straziati tutti in modi diversi e anche la Svezia ci mette il suo. La gente è fredda e riservata, non parla con chi viene da fuori. C’è chi li rifiuta apertamente con atteggiamenti razzisti, chi appare cortese in pubblico e poi bisbiglia insulti alle loro spalle. Ma i peggiori sono quelli che cercano di incastrarli per omicidio o bruciarli vivi.

Come nel terzo libro, anche a questo giro le vittime sono bambine. Sono sempre stati scioccanti i delitti che hanno turbato la quiete di Fjällbacka. Ma gli infanticidi sono i peggiori. I bambini hanno tante speranze, tanta voglia di crescere e di scoprire il mondo. Sognano cosa potrebbero diventare da grandi. La loro immaginazione non ha limiti. Poi, qualcuno spezza quella giovane vita. Una vita che non potrà più crescere, diventare adulta, realizzare un sogno. Ed è logorante per l’anima pensarci.

Ancor più devastante è ciò che questo orrore fa ai genitori. Soprattutto quelli che hanno perso il loro bambino. Il senso di colpa per non essere stati attenti, la mancanza di sonno, la voglia di rendersi utile per non starsene con le mani in mano. Poi, la disperazione e il vuoto quando la speranza di trovare il figlio vivo si frantuma. Ma quel terrore è condiviso anche da quelli che hanno bambini: li tengono al sicuro, eppure potrebbero vederli sparire da un momento all’altro. Come Erica e Patrik, che hanno Maja e i gemelli da proteggere a ogni costo. Come Martin, con una figlia piccola che è l’ultimo tesoro rimastogli. Come Annika, Mellberg e la famiglia di Paula, anche loro con dei bambini.

Perfino i siriani si sentono coinvolti nella faccenda e cercano di dare una mano, proprio perché nessuno meglio di loro sa cosa significa perdere qualcosa o vivere nel timore che quella perdita possa ancora avvenire. Tuttavia molti svedesi hanno paura di loro, temono che proprio a causa degli stranieri possano essere rapiti altri bambini. Addirittura c’è chi sostiene che la guerra sia solo una scusa, che i profughi si stiano approfittando degli svedesi.

Passiamo ora a trattare Helen e Marie, le presunte colpevoli di infanticidio. Vista l’importanza che rivestono nella trama, dedicare loro qualche riga è d’obbligo.

Helen si sente in colpa per quanto successo a Stella. Ha un marito pretenzioso e inflessibile, con un passato da militare. La sua famiglia era molto ricca e ha sempre preteso molto da lei. Si è sempre piegata al volere di un altro, scegliendo di rinnegare persino quella cosa speciale che lei e Marie avevano condiviso. Quanto a Marie, lei non sembra provare alcun rimorso, o almeno così sembra. Dietro la facciata di perfezionismo si nasconde la paura, una famiglia difficile e disastrata, una solitudine inconsolabile. Adora stare al centro dell’attenzione, anche se le voci che la riguardano non sono positive. La fama la aiuta a non pensare a Helen, a quello che sono state insieme, ma la nostalgia la coglie prepotente quando è più sola del solito.

Erano vere amiche, anzi, molto di più. Si compensavano a vicenda le proprie mancanze. Ciascuna tirava fuori il meglio dell’altra. Confessare un crimine che non avevano commesso era il loro unico modo per stare insieme. Ma hanno sottovalutato la portata del loro gesto, cosa di cui si pentono tuttora.

Poi c’è Jessie, la figlia di Marie. Ella vive una vita difficile. Il suo corpo la fa sentire inadeguata e brutta. Senza contare i pregiudizi sul suo conto, in quanto figlia di una presunta assassina. L’unico suo vero amico è Sam, figlio di Helen. Entrambi sono segnati dalla pessima reputazione delle loro madri, così come dall’assenza o dalle troppe pretese dei padri. Il loro tempo insieme non è solo una leccata reciproca di ferite. Si capiscono davvero. Si amano nel profondo. Sono stati trattati come se non esistessero o visti solo nel modo sbagliato. Ma insieme riescono a vedersi per quel che sono realmente. E il loro sentimento, tanto bello e sincero, innescherà qualcosa di più grande, spaventoso e crudele, in quella che è un’altra delle sottotrame più affascinanti e meglio riuscite del libro.

Ma anche Helen e Marie hanno sofferto per qualcosa che non hanno fatto, per un’etichetta che il mondo ha loro imposto. Perché è successo? Come Helen dice a Erica, perché alle persone piacciono le soluzioni semplici. Tendono a ragionare troppo spesso per valori assoluti, a dire che è tutto bianco o nero, senza riconoscere le sfumature di grigio. Hanno bisogno di un capro espiatorio per avere una certezza, anche se ingannevole, che il male è stato sconfitto. Per loro è più facile da sopportare l’idea che sia stato un estraneo a commettere un omicidio, non qualcuno che vive nel loro paese, che conoscono bene (o meglio, credono di conoscerlo).

Abbiamo quindi due coppie. Helen e Maria. Jessie e Sam. Amanti dannati. Complici nella follia e nella disperazione. Le prime due divise, ma con qualche filo sottile a legarle ancora. I secondi uniti dall’amore e dalla vendetta.

La scomparsa di Nea ha un chiaro collegamento con il caso di Stella, come già detto agli inizi dell’articolo. Il filone narrativo del presente si alterna quindi ai pensieri di Leif, il poliziotto incaricato di indagare sul mistero di Stella. Un uomo atterrito di fronte al male incarnato, all’apparenza, in due ragazzine tredicenni. Con una grande responsabilità sulle spalle, così pesante che non vorrebbe sobbarcarsela. Eppure il suo mestiere glielo impone. La compassione, le esitazioni, il terrore e il senso di colpa si mescolano in lui. Finché, a posteriori, non si rende conto del suo limite di essere umano, del fatto che anche lui possa commettere errori. E che per un solo sbaglio possano rimetterci vite intere.

Non solo, c’è un nesso anche tra gli avvenimenti presenti di Fjällbacka e un evento di un passato molto remoto, tra il 1671 e il 1672, in un’epoca in cui la caccia alle streghe era ancora attiva. E qui avevo storto il naso. Ne Il guardiano del faro la scelta di andare troppo indietro nel tempo è stata un azzardo. Eppure stavolta, nonostante l’utilità di questa parentesi storica fosse semplicemente suggerire che Sam e Jessie fossero i discendenti di persone egoiste, vigliacche e cattive segnate da una presunta maledizione, ho trovato l’espediente accettabile. Un po’ perché ormai mi ero abituata a quest’ipotesi dopo il settimo libro, un po’ perché questa storyline è costruita meglio ed è più interessante rispetto alla sottotrama dell’isola spettrale.

La ricostruzione storica del Seicento in Svezia è accurata, frutto di studi approfonditi. Siamo catapultati in una storia di infamia, invidia, vigliaccheria e menzogna. Donne innocenti sospettate di essere tentate dal demonio solo perché diverse dalla massa o per interessi particolari. La loro condanna per il presunto volere di Dio, o sarebbe meglio dire per il volere infido del lato peggiore dell’umanità. Le accuse fondate su sciocchi pregiudizi e dicerie. E come epilogo, una maledizione che sembra essere passata, per via ereditaria, fino a Sam e Jessie.

Siamo tutti capaci di uccidere. Lo strato di vernice sociale è sottile, ma sotto covano istinti primordiali che possono prendere il sopravvento in qualsiasi istante, se si verificano le condizioni giuste. O, per meglio dire, quelle sbagliate.

(La strega – Camilla Läckberg)

E questa è una cruda verità. Ma cosa spinge un essere umano a commettere i crimini peggiori? Fino a quali limiti può arrivare la sua crudeltà? Quali motivazioni ci sono dietro i suoi gesti? C’è chi dice che certi umani sono mostri fin dalla nascita. Ma non è così semplice. Buoni e cattivi non si nasce, lo si diventa. Dipende dalle esperienze che la vita ci offre, che possono spingerci più verso il bene o il male. E non sempre la soluzione più semplice è quella giusta. Solo che molti preferiscono aggrapparsi alla semplicità, non hanno la forza di approfondire gli aspetti più bui e contorti della mente umana. Perché hanno paura di quello che potrebbero trovare.

La strega è una storia di vite infrante. Da cosa? Da tutto e di più: dalla guerra, da scelte sbagliate, da accuse false, da luoghi comuni e da speranze mal riposte. Ognuno porta le sue cicatrici nel cuore e sulla pelle. Non sbiadiscono mai, sono sempre lì, e bruciano ogni giorno sempre più; mantengono vivo il ricordo del male che quelle persone hanno portato, volontariamente o meno. Sono lì per rammentare loro le vite che hanno costruito a scapito di quelle degli altri e per questo sono una fonte inesauribile di sensi di colpa. E quei poveri uomini o donne si tormentano tuttora, in una nuova vita che sentono di non meritare perché oscurata dallo spettro di quella vecchia in cui sono stati colpevoli. C’è chi sa andare avanti, chi ci prova, chi rimane schiacciato dal peso degli errori.

Siamo ormai al decimo libro e le storie della Läckberg hanno alzato sempre più l’asticella; sono sempre più avvincenti e grottesche. Ci mettono un po’ a ingranare, questo è vero. Si prendono il tempo necessario a farti inquadrare i personaggi, la loro psicologia e le loro motivazioni. Dopodiché decollano spedite, come un aereo, e toccano i cieli più alti, quelli dell’eccellenza. È raro che la Läckberg non appassioni i suoi lettori. E non ha il timore di lasciarti l’amaro in bocca, di far concludere certe storie con una tragedia.

Ma soprattutto continua a mescolare efficacemente le indagini con gli scorci di vita quotidiana dei personaggi. Ti dimostra che il brivido striscia sottopelle in ogni momento. In una stazione di polizia come nel salotto di casa. In una sparatoria come durante un tè pomeridiano. Come dichiara lei stessa: “Amo il contrasto fra il dramma straordinario, il delitto, le investigazioni e gli ordinari drammi della vita: sposarsi, divorziare, avere figli problematici”.

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