La strada (Cormac McCarthy)

DI ELODIE VUILLERMIN

Siamo in un tempo imprecisato. Il mondo è una landa desolata, quasi senza segno di vita, devastato da una catastrofe di natura incerta e poco chiara. In un contesto del genere, dal retrogusto post-apocalittico, si inserisce la vicenda di un padre e un figlio.

UN MONDO SPOGLIO E DESOLATO

Gli alberi e l’erba sono morti. L’aria è impregnata di cenere. La luce si è fatta pesante, più opaca, come se dal mondo fosse sparita la brillantezza dei colori. Officine, supermercati, case e altre architetture umane sono rimaste in piedi, ma gli uomini non ci sono quasi più. Nemmeno gli Stati esistono. Di animali ne sono rimasti pochi. Tutto il mondo è ridotto a una Terra fantasma: grigia, spenta e vuota, come se nessuno ci avesse mai vissuto. La prova che degli umani sono esistiti in un tempo passato è data dai molteplici cadaveri, ormai decomposti, che si trovano in giro.

Ognuno ha reagito a modo suo alla situazione. Qualcuno si è suicidato impiccandosi in un granaio. Altri sono stati uccisi sul rogo. C’è chi razzia i supermercati e le case. Altri ancora sono diventati predoni, che derubano e uccidono i superstiti.

C’È LUCE IN FONDO AL TUNNEL?

La scrittura di McCarthy è molto evocativa e straniante. Tutto rimanda a una sensazione di degrado e morte, dalle betulle pallide come ossa ai giorni grigi e scuri quanto la notte. La narrazione si struttura in brevi paragrafi, staccati gli uni dagli altri, come a voler rispecchiare la situazione descritta nel libro: uno stato di perenne inquietudine e desolazione, dove la mente umana prova a mettere in ordine i pensieri. Ma la memoria si perde, il passato sembra un’epoca lontana e irraggiungibile. L’uomo dimentica ciò che vorrebbe ricordare e viceversa.

L’autore non si risparmia con i dettagli crudi: pezzi di cervello impigliati nei capelli, resti umani in stato di decomposizione avanzata, tracce di sangue secco e teste umane disposte su un muro. Ma in questo mondo vuoto, privo di speranza, qualche momento di gioia c’è. Come quando il padre e il bambino percorrono una discesa a bordo del loro carrello, al pari dei campioni di bob. O quando il figlioletto fa domande sul mondo che lo circonda, con la curiosità tipica dei bambini della sua età. Ogni momento padre-figlio è una piccola luce in un mondo di tenebre.

PADRE E FIGLIO CONTRO IL MONDO

Il padre dà la colpa a Dio per la sua insensibilità, per aver abbandonato il mondo e gli uomini, per averlo lasciato solo con un bambino troppo piccolo in una Terra cruda e ostile. Vive di ricordi, quelli di un’umanità ormai scomparsa e di un mondo che non tornerà mai più florido, se non in sogno. Ha perso la moglie e non gli rimane altro se non il figlio, prendersi cura di lui è ciò che lo mantiene ancora lucido e in vita. Eppure la sua morte è imminente, sente che arriverà ma non sa dire quando.

Il bambino è curioso. Chiede al padre di descrivere ciò che vede, che sia un fungo o una diga. Da un lato ha l’ingenuità fanciullesca e il piacere di scoprire nuove cose, dall’altro è consapevole della situazione in cui si trova. Ha le sue fantasie, che si scontrano con una realtà dura e crudele. Incarna la speranza in un futuro migliore.

I due si muovono lungo una strada. Viaggiano con le poche cose che sono rimaste in mano loro. Sopravvivono con quel che trovano in giro. Contano sulla reciproca compagnia. Si riposano dove possono: nella natura, in un camion, nelle case abbandonate. Sono nomadi, non stanno mai nello stesso luogo.

Il loro è un viaggio molto lungo, che attraversa diverse stagioni. Superano acquazzoni, venti freddi, notti così buie da farti sentire cieco e impotente, nevicate di fiocchi grigi e lievi terremoti. Attraversano città, fattorie sul lago, case di lamiera, colline e molto altro. La strada è il loro punto di riferimento, la direzione da seguire. La loro meta è il sud, l’oceano. Addosso a loro, costante, lo spettro della morte.

COMUNQUE ANDARE. MA PER COSA?

È scioccante e debilitante viaggiare con la consapevolezza che non c’è quasi anima viva, con l’impressione di essere soli al mondo. Eppure padre e figlio avanzano. Non hanno altro modo per sopravvivere. Ogni respiro è prezioso, ogni passo potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.

Riescono a incrociare il loro cammino con altri superstiti: un uomo ustionato da un fulmine, un gruppo di incappucciati con maschere antigas, un altro bambino, un manipolo di predoni che segrega le persone negli scantinati per mangiarsele e molto altro. Tuttavia, non possono fermarsi ad aiutare nessuno, né fidarsi degli altri. Non sono altruismo e solidarietà le vie per la salvezza. Il bambino lo impara nel modo più crudo possibile, quando suo padre uccide un uomo davanti ai suoi occhi per difenderlo oppure gli suggerisce di spararsi in bocca se mai le cose dovessero peggiorare.

Gli umani di questa storia sono in bilico tra la voglia di sopravvivere e quella di morire. C’è chi trova più dignitoso vivere, ma è una non-vita in un mondo spoglio e inutile, che non ha quasi più niente da offrire. Altri scelgono la morte per trovare la pace, sicuri di ritrovare quei colori che nella vita attuale non ci sono più.

La defunta moglie dell’uomo, che vediamo in alcuni flashback, pone un interessante quesito: per quale motivo si resiste, quando tutto è perduto? Lei non ha visto più una ragione per andare avanti, quando è nato il suo bambino: non accettando che il marito si rifiuti di spararsi per il bene del bambino, preferisce lasciarlo e arrendersi lei stessa alla morte. Il padre ce l’ha eccome, una ragione per resistere: per proteggere il figlio, per dargli l’amore che la madre non ha potuto dargli. E per il bambino arriva a morire, pur con la consapevolezza di non aver combattuto invano.

La figura del padre è la dimostrazione che l’essere umano ha sempre bisogno di aggrapparsi a qualcosa, che sia una speranza o una convinzione. Tutto ciò per non smarrire sé stesso, per trovare un senso alla vita, anche in un mondo che di vita non ne ha quasi più.

(Cormac McCarthy)

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