Otherside, capitolo 2: Pinocchio

DI ELODIE VUILLERMIN

Dopo il narcisismo, l’ossessione, il cannibalismo, la necrofilia e tutto ciò che ha caratterizzato la vera storia di Biancaneve, proseguiamo seguendo l’ordine cronologico dei classici Disney. Stavolta prendiamo in analisi Pinocchio.

Per il suo secondo classico animato Walt Disney trasse ispirazione dal racconto di Carlo Collodi, pubblicato a puntate sul Giornale per i Bambini fra il 1881 e il 1883. La somiglianza tra le due versioni è davvero minima. Meglio che cominci dicendovi quali sono le cose in comune. Esiste un uomo che crea un burattino. Quel burattino prende vita. Il suddetto burattino diventa poi un bambino vero. Fine.

(Carlo Collodi)

Le divergenze si notano già a partire dall’introduzione. La storia di Collodi non si apre con mastro Geppetto che crea un burattino, ma con mastro Ciliegia che, non appena incide un pezzo di legno, lo sente parlare e lamentarsi. Ne rimane così spaventato che se ne libera e lo dà a Geppetto alla prima occasione possibile. Il vecchio così lavora alla creazione del burattino solo dopo aver ricevuto quel ciocco di legno in dono da un altro, non lo possiede fin da subito.

Poi il burattino prende vita. “Per merito della Fata turchina”, direte voi disneyani. Invece non è così. Pinocchio è un pezzo di legno magico che prende vita da solo. Nessun intervento di nessuna fata. Tra l’altro, la figura fatata che la Disney ci ha mostrato non corrisponde affatto all’originale Fata turchina. Per Collodi, al posto di una donna adulta dai capelli biondi e vestita di azzurro, c’è “una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera”.

Ma preparatevi, perché sta per arrivare una verità sconvolgente relativa a uno dei personaggi più importanti: il grillo parlante. Quel personaggio che per tutto il film Disney guida Pinocchio in virtù della sua coscienza, che prova a tenerlo sulla retta via… in originale muore ucciso a martellate da Pinocchio stesso, dopo soli quattro capitoli. Eppure compare nei capitoli successivi. Forse la Fata lo ha resuscitato, oppure era semplicemente uno spirito. Ah, dimenticavo: non ci sono Cleo e Figaro nella storia di Collodi.

E il forte legame padre e figlio che la Disney ci ha mostrato tra Geppetto e Pinocchio? Stravolto del tutto. Fin dal momento in cui il babbo lo scolpisce, il protagonista lo deride e si prende gioco di lui. Passa il tempo a giocare nei campi quando Geppetto finisce in prigione per colpa sua. Tutti gli sforzi che il vecchio fa per procurargli l’abbecedario e mandarlo a scuola vengono resi nulli quando Pinocchio si lascia distrarre dallo spettacolo di marionette e vende il libro per comprarsi il biglietto. Disonore! (Da leggere con la voce di Mushu.) Certo, poi nella storia si redime, ma è comunque sconcertante pensare che Pinocchio fosse un tale insolente, irrispettoso e menefreghista agli inizi, laddove la sua controparte disneyana era un personaggio più ingenuo e inconsapevole delle sue azioni.

Tornando allo spettacolo di marionette, qui il burattino incontra Mangiafuoco. Quell’uomo barbuto che la Disney ci ha presentato come un avido sfruttatore, nel libro di Collodi è in realtà un personaggio buono, una guida quasi paterna, che vuole insegnare a Pinocchio la disciplina e il rispetto per gli altri. Seppur burbero, ha pietà del burattino e infatti a un certo punto lo lascia libero, dandogli cinque zecchini d’oro come premio alla fine dello spettacolo. Oltretutto, questo Mangiafuoco consiglia al protagonista di tornare a casa e andare a scuola.

Proseguendo il suo viaggio, Pinocchio ha intenzione di far ritorno da Geppetto e restituirgli i soldi, ma gli stimoli del mondo esterno sono più forti di lui e ogni distrazione lo fa deviare dal suo obiettivo. Sul suo cammino incontra il Gatto e la Volpe, i quali gli promettono grande fortuna e ricchezze: se seppellirà i suoi soldi nel campo dei miracoli, questi diventeranno un albero di zecchini d’oro. Inutile dire che Pinocchio ci casca in pieno. Tra l’altro, in questo primo incontro, la Volpe finge di avere una zampa rotta e il Gatto di essere cieco (mentre nel film Disney non parlava e basta).

Giorgio Manganelli, critico letterario, autore di un libro dal titolo Pinocchio: un libro parallelo, nota che in questa parte vi è un vero scivolamento di Pinocchio verso l’aldilà. Mentre entra nel campo dei miracoli, avvolto dal buio più intenso, per prima cosa vede lo spirito del grillo parlante, che appare quasi come un fuoco fatuo che rischiara il tronco pallido di un albero. Egli tenta (invano) di fermare Pinocchio e lo congeda così: “Che il cielo ti salvi dalla guazza degli assassini”. Secondo l’interpretazione di Manganelli, lo spirito del grillo è un guardiano che prepara Pinocchio alla sua discesa vera e propria nel mondo dei morti.

Appaiono così gli assassini, che non sono altro che il Gatto e la Volpe mascherati, per derubare il protagonista dei suoi denari. Nel tentativo di fuggire da loro, Pinocchio si imbatte in un profondo fosso, e una volta saltato oltre gli sembra di non riconoscere più il mondo che ha di fronte, come se avesse varcato fisicamente la soglia dell’aldilà. È a quel punto che nota, dalla finestra di una casa bianca, la Fata, e invoca il suo aiuto, ma lei, mestamente, lo informa che tutti quelli nella casa (inclusa lei) sono morti. Già, la Fata è semplicemente un fantasma, che muore e risorge più e più volte nel corso della storia a seconda delle azioni del protagonista.

La prima versione di Pinocchio si doveva concludere con la sua morte, impiccato a un ramo di quercia. Immaginatevi la scena: il poveretto sta lì a penzolare, sbatacchiato dal vento, con il nodo scorsoio che gli stringe sempre di più il collo, le palpebre calanti e la coscienza che viene sempre meno, mentre pensa al suo babbo e sussurra, la voce carica di rimorso, con quel poco di fiato rimasto “Come vorrei che tu fossi qui”. Straziante, vero? Un finale che fece arrabbiare così tanto i giovani lettori da costringere Collodi a scriverne uno diverso.

Così Pinocchio si salva per l’intervento della Fata, che manda un falco a beccare e rompere il nodo scorsoio e poi lo fa guarire dai suoi medici fidati (in realtà animali parlanti). Proprio nella casa della Fata avviene l’episodio della crescita del naso di Pinocchio, che nel classico animato è collocato subito dopo il momento in cui Mangiafuoco mette il burattino sotto chiave per non farlo scappare. Segue una lunga serie di capitoli che la Disney ha scelto di non adattare, forse per mancanza di tempo o forse per il tono pesante di alcune scene: l’episodio con le faine, il carcere, le lezioni a scuola, la rissa con un compagno e così via.

Arriviamo così alla parentesi del Paese dei Balocchi, che Walt ha saputo rendere inquietante quanto l’originale, con il concetto di bambini trasformati a loro insaputa in schiavi da sfruttare per lavori pesanti. Lucignolo, nella Disney, si trasformava in asino, in una scena alquanto ansiogena e spaventosa, soprattutto perché prima ne è inconsapevole e quando se ne rende conto è troppo tardi. A quanti di voi sono venuti i brividi mentre supplicava Pinocchio di chiamare aiuto e le sue mani diventavano zoccoli, mentre il suo grido umano veniva rimpiazzato da un raglio? A tanti, suppongo. Perfino a me. Be’, sappiate che la sua sorte in originale è ancora più triste: dopo essere stato trasformato in asino, viene separato da Pinocchio e costretto a lavori stancanti fino a che non muore di stenti tra le braccia dell’amico, che lo ritrova quasi per caso mentre cercava di prendere del latte da un allevatore.

Segue l’episodio del pescecane, reso una balena nel film Disney per ammorbidire la sua crudeltà (anche se dubito ci siano riusciti). Per scriverlo Collodi si ispirò a un episodio della Bibbia, quello di Giona, che dopo aver disubbidito a Dio venne inghiottito da una balena; nello stomaco dell’animale, dopo aver realizzato il suo sbaglio, pregò il Signore di dargli una seconda chance, e così fu, perché la balena lo sputò sulla riva vivo e vegeto. Come nel classico animato del 1941, è proprio nella pancia del pescecane che Pinocchio si rincontra con Geppetto e gli chiede scusa per tutto, prima che i due siano riportati a casa grazie a un tonno (assente nel film Disney). Il ventre del pesce, che sia balena o pescecane, è come se ripulisse i peccatori dalle loro impurità e dagli sbagli commessi.

Sul finale Pinocchio diventa un bambino vero, ma questo non avviene dopo che si è sacrificato per salvare il babbo, bensì perché si è finalmente dimostrato responsabile e coscienzioso dopo una lunga serie di avversità. E non è dovuto a una magia della Fata: Pinocchio si sveglia il mattino dopo già ragazzo, mentre il suo corpo da burattino resta appeso al muro.

Insomma, come avete potuto capire, il film della Disney si discosta parecchio dall’originale. Nel libro di Collodi c’è una presenza quasi ossessiva della morte, assente nel classico del 1941. Basti pensare che, quando Pinocchio viene salvato da morte certa dalla Fata e si rifiuta di prendere la medicina, spuntano quattro conigli neri che trasportano la bara di Pinocchio, ammonendo il burattino che ci finirà dentro se non si lascia curare. Tra l’altro, molti degli eventi focali della storia si svolgono di notte, un’ambientazione cupa e mortifera.

Inoltre c’è tanta violenza nell’opera di Collodi, molta più di quanta non ne abbia inserita Disney. Ne è una dimostrazione la scena in cui Pinocchio, tornato a casa, si addormenta con i piedi vicini al braciere e questi vengono distrutti dal fuoco. Geppetto, prima di ricostruire i piedi al figlio, lo lascia da solo a piangere per una mezza giornata. Come se questa violenza psicologica fosse educativa.

Perfino la Fata non è affatto una figura materna, eppure Collodi sembra considerare giusto e giustificabile ogni suo gesto, anche il più meschino. In un’occasione lascia Pinocchio fuori dalla porta della sua locanda per ore e gli fa portare il vassoio con il cibo da una lumaca, che ci mette un’eternità, pur sapendo che egli sta per morire di fame; ciliegina su questa torta di sadismo, alla fine si scopre che quel cibo era artificiale. E tutto questo per insegnare una lezione al burattino.

In più di un’occasione Pinocchio rischia di essere ucciso da qualcuno nei modi più cruenti. La prima volta che Mangiafuoco lo trova, prima di dimostrare compassione per lui, stava per trasformarlo in legna da ardere. Viene quasi impiccato ad un albero. Finisce in una tagliola mentre, affamato, cerca di rubare dell’uva. Viene catturato da un pescatore che lo scambia per un pesce raro e vorrebbe friggerlo in padella. Dopo la trasformazione in asino, viene venduto al direttore di un circo che lo educa a suon di frustate. Appena si azzoppa, viene ceduto a un uomo che vorrebbe fare un tamburo con la sua pelle, e per raggiungere il suo scopo lo lega con una fune ad un sasso per poi gettarlo in mare. Pinocchio sopravvive all’annegamento perché viene circondato da dei pesci, emissari della Fata, che divorano le sue carni di asino e arrivano fino al suo scheletro, quello ligneo da burattino.

Già, Collodi ci andava parecchio pesante. Questo perché voleva insegnare una severa lezione ai suoi lettori, mettere in guardia coloro che sceglievano le soluzioni facili piuttosto che il duro e onesto lavoro, ammonire chi voleva arrivare ai suoi obiettivi con le scorciatoie e sfuggire alle proprie responsabilità. Resta comunque innegabile che il suo libro è uno dei più venduti di tutti i tempi, una storia eterna e universale.

Qualora volessi leggere altri pezzi della nostra specialissima rubrica “Otherside”, pigia qua sopra!!!

Ami il Cinema? Allora premi qui!!!

Qualora amassi la Letteratura, devi assolutamente cliccare proprio qua!!!

Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.

Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.

Scopri di più →

GO TO TOP