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DI ROCCO DE GILIO

John Fitzgerald Kennedy, il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, rappresenta una delle figure più iconiche e analizzate della storia del ventesimo secolo, la cui presidenza, durata appena mille giorni, ha lasciato un’impronta indelebile sull’immaginario collettivo globale e sulle strutture politiche occidentali attraverso una visione che egli stesso definì la Nuova Frontiera, un programma ambizioso volto a superare le sfide tecnologiche, sociali e diplomatiche di un mondo in rapida trasformazione. 

Nato il 29 maggio 1917 in una famiglia di origini irlandesi profondamente radicata nel potere politico ed economico del Massachusetts, Kennedy fu educato nelle migliori istituzioni americane come Harvard, forgiando un carattere che univa il pragmatismo del padre Joseph alla raffinatezza intellettuale, elementi che divennero fondamentali durante la sua ascesa al potere culminata con la vittoria nelle elezioni del 1960. Quella campagna elettorale segnò una svolta senza precedenti nella storia della democrazia moderna, poiché fu la prima in cui il mezzo televisivo giocò un ruolo determinante, permettendo a un giovane e telegenico Kennedy di superare l’allora vicepresidente Richard Nixon nei celebri dibattiti televisivi, dove la sua capacità di comunicare sicurezza, ottimismo e una nuova estetica del potere convinse milioni di elettori indecisi della necessità di un cambio generazionale al vertice della nazione.

(Lo storico dibattito televisivo Kennedy/Nixon durante la celeberrima campagna presidenziale 1960)

Una volta insediatosi il 20 gennaio 1961, Kennedy pronunciò uno dei discorsi di inaugurazione più celebri di sempre, esortando i concittadini a non chiedere cosa il Paese potesse fare per loro ma cosa loro potessero fare per il Paese, dando il via alla creazione dei Peace Corps e incentivando una cultura del servizio pubblico che ispirò migliaia di giovani a dedicarsi alla diplomazia e all’assistenza nei Paesi in via di sviluppo. 

(Kennedy nel pronunciare innanzi al Campidoglio il suo leggendario discorso inaugurale presidenziale nel giorno del suo insediamento; storiche e iconiche le parole: «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese».)

Tuttavia, la sua amministrazione fu immediatamente messa alla prova dalle tensioni incandescenti della Guerra Fredda, scontrandosi con la realtà brutale della geopolitica durante il fallimento dell’invasione della Baia dei Porci nell’aprile del 1961, un’operazione segreta della CIA volta a rovesciare il governo di Fidel Castro a Cuba che si risolse in un disastro militare e politico, costringendo il giovane presidente a una pubblica ammissione di responsabilità che però paradossalmente ne accrebbe la statura morale agli occhi del pubblico per la sua onestà. Questo errore servì da lezione fondamentale per la gestione della crisi successiva e ben più pericolosa, ovvero la Crisi dei Missili di Cuba nell’ottobre del 1962, quando la scoperta di basi missilistiche sovietiche sull’isola portò l’umanità a un passo dall’annientamento nucleare. In quei tredici giorni di estrema tensione, Kennedy dimostrò una straordinaria capacità di gestione della crisi, resistendo alle pressioni dei suoi generali che invocavano un attacco aereo immediato e optando invece per una “quarantena” navale che permise di negoziare direttamente con Nikita Khrushchev, raggiungendo un accordo segreto per il ritiro dei missili sovietici in cambio della promessa americana di non invadere Cuba e della successiva rimozione dei missili Jupiter dalla Turchia.

(Fidel Castro & JFK)

Sul fronte della politica scientifica e dell’innovazione, Kennedy comprese che la supremazia tecnologica era un pilastro della sicurezza nazionale e del prestigio ideologico, motivo per cui nel 1961 lanciò ufficialmente la sfida di portare un uomo sulla Luna e riportarlo a terra sano e salvo entro la fine del decennio, una scommessa che non solo diede impulso al programma Apollo ma generò una serie di ricadute tecnologiche che avrebbero trasformato l’industria moderna. 

Parallelamente, la Nuova Frontiera di Kennedy si rivolgeva ai problemi strutturali interni della società americana, in particolare alla questione dei diritti civili per la popolazione afroamericana che stava esplodendo con le proteste non violente guidate da Martin Luther King e altri leader del movimento, portando il presidente a superare le iniziali esitazioni politiche per proporre una legislazione federale che mettesse fine alla segregazione razziale, definendo l’uguaglianza dei cittadini come una questione morale prima ancora che legale in uno storico discorso televisivo nel giugno del 1963. Kennedy dovette navigare in un Congresso spesso ostile, composto anche da democratici del sud contrari all’integrazione, e la sua capacità di manovra politica fu costantemente messa alla prova mentre cercava di implementare riforme economiche per stimolare la crescita e ridurre la disoccupazione, promuovendo al contempo programmi di assistenza sanitaria per gli anziani che avrebbero gettato le basi per il futuro Medicare.

(Kennedy incontra i leader della Marcia su Washington alla Casa Bianca il 28 agosto 1963; da sinistra a destra: Whitney Young della National Urban League; il Dottor Martin Luther King della Christian Leadership Conference; John Lewis della Student Nonviolent Coordinating Committee, il rabbino Joachim Prinz dell’American Jewish Congress, il Dottor Eugene P. Donnaly della National Council of Churches, A. Philip Randolph dell’AFL-CIO, JFK stesso, Walter Reuther della United Auto Workers, il vicepresidente di Kennedy Lyndon B. Johnson e Roy Wilkins della NAACP)

In politica estera, oltre alle crisi cubane, Kennedy dovette affrontare la questione di Berlino, dove il regime sovietico fece erigere il muro nel 1961 per fermare l’esodo verso l’ovest, spingendo il presidente a recarsi personalmente nella città divisa per pronunciare il famoso discorso Ich bin ein Berliner, ribadendo l’impegno degli Stati Uniti nella difesa della libertà in Europa contro l’espansionismo comunista. Allo stesso tempo, la sua amministrazione iniziò a intensificare il coinvolgimento americano in Vietnam inviando migliaia di consiglieri militari, una decisione che resta uno dei punti più controversi della sua eredità e che alimenta ancora oggi il dibattito storiografico su cosa avrebbe fatto Kennedy se non fosse stato ucciso, ovvero se avrebbe proceduto a un’escalation simile a quella di Johnson o se avrebbe ritirato le truppe una volta compresa l’impossibilità di una vittoria politica sul campo. Il mito di Kennedy è indissolubilmente legato anche alla figura della moglie Jacqueline, che trasformò la Casa Bianca in un centro di cultura e arte, contribuendo a creare quell’aura di eleganza e nobiltà democratica che venne soprannominata Camelot dai contemporanei. 

(Robert Francis Kennedy e John Fitzgerald Kennedy – RFK & JFK – rispettivamente il Procuratore generale degli Stati Uniti d’America a capo del dipartimento della Giustizia e il Presidente, artefici di una delle più storiche amministrazioni nella Storia Americana)

La tragica conclusione del suo mandato avvenne il 22 novembre 1963 a Dallas, dove Kennedy fu assassinato mentre viaggiava in un corteo automobilistico scoperto, un evento che sconvolse il mondo e che diede origine a innumerevoli teorie del complotto nonostante le conclusioni della Commissione Warren che individuarono in Lee Harvey Oswald l’unico responsabile. L’assassinio di Kennedy non fu solo la morte di un capo di Stato, ma il trauma che pose fine all’ottimismo postbellico americano, dando inizio a un’era di disillusione e turbolenze sociali che avrebbero caratterizzato il resto degli anni Sessanta, lasciando dietro di sé il ricordo di un leader che aveva saputo parlare alla ragione e al cuore di una nazione invitandola a guardare oltre l’orizzonte delle proprie paure per costruire un futuro basato sulla cooperazione scientifica e sulla giustizia sociale.

(22 Novembre 1963, Dallas)

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