DI ELODIE VUILLERMIN
«Giuseppe Festa propone una visione del mondo non più antropocentrica, restituisce agli animali la propria meravigliosa unicità e lo spazio di cui generalmente sono stati privati, nella realtà e nell’immaginario».
Teresa Buongiorno
Sono tanti i libri che ti rimangono nel cuore. Ci sono i grandi classici che piacciono a tutti. Possono essere i titoli del momento, di quell’autore che segui da tanto e di cui aspettavi con trepidazione la nuova uscita. Ma quando ti ritrovi a leggere un capolavoro quasi per caso, inconsapevole del suo valore, e ne scopri la bellezza da solo, pagina dopo pagina? Questo è quel che è successo, più o meno, a me con questo libro di Giuseppe Festa.
LUPI E UMANI
L’autore, prima di scrivere questo romanzo, è stato a lungo con team di esperti ricercatori per approfondire la figura del lupo da vicino. Si è addentrato nei territori di questi animali e ha percorso i loro sentieri a notte fonda pur di comprenderli meglio. Un’impresa che ha saputo dare alla storia realismo e dignità.
Festa è riuscito infatti a tratteggiare bene i character design dei lupi: li umanizza, dà loro pensieri, ci mostra i valori del branco e della famiglia. Si smonta il cliché fiabesco del lupo cattivo in favore di personaggi a 360 gradi e dai conflitti interiori pari a quelli degli umani, con un mondo animale e antropologico narrato dal punto di vista animale: tutto ciò è simile per certi versi al lavoro svolto da Jack London in Zanna Bianca e Il richiamo della foresta.
C’è Rio, il protagonista assoluto, che per tutta la storia lotta contro i suoi demoni interiori, contro il senso di inferiorità e per proteggere ciò che gli è più caro. Poi Grigio, il capobranco severo ma giusto, con cui Rio entra spesso in conflitto all’inizio per le sue decisioni pericolose ma che al contempo vede come un modello da seguire. Sembra un alpha sicuro di sé, eppure anche lui teme per il destino incerto del suo branco. E ancora Lama, la saggia e bella lupa che Rio ama in segreto; Falco, figlio di Grigio, dalla vista acuta e l’indole più spensierata, che svanisce man mano che prende coscienza di sé e delle sue responsabilità; la velocissima Alba, sorella di Falco; l’anziano Brugo, un tempo membro di un branco rivale, accolto in quello di Grigio con tanta clemenza; Ambro, lupo cieco ormai ultimo in gerarchia e miniera di aneddoti; Gemma, la ragionevole sorella di Rio; e la compagna dell’alpha, Selva, la quale si sente in colpa per non aver saputo donare al branco cucciolate forti.
Dal lato degli umani, abbiamo due protagonisti altrettanto sfaccettati. Lorenzo è un ragazzo serio e ragionevole, molto affascinato dai lupi, che si eccita ogni volta che parla di loro, mai spaventato e sempre entusiasta quando si tratta di studiarli. Ma è senz’altro Greta quella che cattura maggiormente i lettori, con la sua backstory tragica, la voglia di staccarsi dall’influenza del suo cognome e di essere semplicemente sé stessa, la paura di aprirsi a nuove esperienze mista alla volontà di non lasciarsi ingabbiare dai traumi del passato.
La costruzione del mondo dei lupi è minuziosa e realistica. Abbiamo momenti di caccia, ordini impartiti tramite ringhi o ululati, furti di bestiame, scontri con l’uomo e i cani da pastore, lotte con i lupi di altri branchi, confini territoriali da rispettare. Si notano anche accenni di razzismo nei confronti dei cani e dei lupi mezzosangue, che nell’ottica del branco di Rio appaiono come schiavetti dell’essere umano privi di dignità.
Festa ha descritto nei minimi dettagli ogni singolo gesto, movimento delle orecchie ed espressione facciale di ogni animale e si è impegnato nel restituirci la complessità e le tante varietà del linguaggio dei lupi. L’autore crea un mondo con delle regole precise e riesce a mantenere la sospensione dell’incredulità con vari espedienti: ad esempio, il fatto che i lupi non parlino di morte e aldilà con gli stessi termini dell’uomo, ma ne siano comunque consapevoli, o che guardino alla Luna come una divinità a cui pregare e a cui chiedere consiglio.
La stessa cura si nota nel momento in cui Lorenzo e Greta usano la triangolazione, piazzano le videotrappole e partecipano al wolf-howling, ossia quelle escursioni notturne a cui Festa si è avvicinato per merito di un’amicizia con Massimo Dell’Orso, incontrato durante una vacanza sui Monti Sibillini. Quelle scene restituiscono la paura e al tempo stesso l’ebbrezza di trovarsi così vicini ai lupi e di sentire i loro ululati dal vivo: le stesse sensazioni che ha provato l’autore.

OLTRE OGNI PREGIUDIZIO
C’è tanta mentalità chiusa da entrambe le parti. I lupi sono convintissimi che gli umani siano tutti pronti a sterminarli, che non è possibile che esistano quelli disposti a tutto per proteggerli con i parchi naturali. Molti umani temono i lupi, li vedono come bestie selvagge che fanno razzia di bestiame e basta, e sono pronti a far ricadere la colpa su di loro anche quando non è vero. Rio soprattutto è il più segnato dai preconcetti, avendo perso l’intera famiglia (eccetto la sorella) a causa di una pecora avvelenata. La comparsa del lupo ibrido Scuro (Otello per Lorenzo e Greta), per metà cane, e l’attrazione di Selva per lui accentuano questo conflitto tra i diversi, questa paura dell’altro dettata da sciocchi luoghi comuni spesso ereditati dai nostri padri o nonni e che nemmeno osiamo mettere in dubbio.
Tali pregiudizi cominciano a incrinarsi nel momento in cui le condizioni avverse spingono i lupi nella grande città, obbligandoli a nascondersi tra le siepi di un parco, prendere cibo dalle discariche o cacciare cervi e cinghiali nei boschi vicini alle case dei contadini. Una condizione stimolante e coinvolgente, che tiene i lettori incatenati al testo tanto quanto hanno fatto le lotte con i cani da pastore o le battute di caccia tra i monti e la nebbia. Quando poi la strada di Rio e del branco si incrocia con gli studi di Lorenzo e Greta, la storia diventa più interessante che mai. Proprio la curiosità e l’amore genuino di questi due giovani verso i lupi si rivelano decisivi nella salvezza del branco di Rio. Emblematica la scena in cui Greta salva la vita a Lama affrontando al contempo il suo trauma, ancor più quella in cui un uomo della Forestale spara a un cane per impedirgli di aggredire Rio. Entrambi momenti molto significativi, in cui i luoghi comuni su chi sia la bestia feroce e chi la vittima vengono ribaltati.
“Chissà se anche gli uomini pregano”, si chiede a un certo punto Lama, guardando la Luna. E in effetti è così. La Luna non è solo dei lupi. Anche gli umani spesso la guardano e si rivolgono a lei, per sperare e trarre conforto. Festa insegna in modo sottile e mai eccessivo l’importanza di accettare il diverso, di non farsi condizionare dai pregiudizi. Invita tutti noi a essere di mentalità più aperta. Come appunto Lorenzo e Greta, che studiano i lupi con fascino e ammirazione, non con paura. Come Ambro, che prova rispetto per i pastori maremmani, di cui ancora oggi ricorda la tenacia e lo spirito combattivo con una certa nostalgia nonostante siano nemici e rivali dei lupi. Come Selva, che si innamora di Scuro/Otello e lo accetta meglio di chiunque altro.
Certe paure e certi preconcetti hanno radici troppo profonde per essere sradicati. Ma rimarranno ancor più radicati se si continua a dubitare del prossimo e a saltare alle conclusioni. A volte, tutto ciò che basta è un piccolo gesto di coraggio: saper tendere la mano e guardare l’altro negli occhi è sufficiente per scoprire quanto egli è simile a noi.
Lama sollevò una zampa come per toccare il braccio della ragazza. E incontrò la sua mano.
Palmo nel palmo.
Occhi negli occhi.
Un pozzo castano e uno specchio d’ambra. Greta affondò nell’iride della lupa. Vide una notte ricamata di stelle e un’alba rosata, il sole dorato e una fitta nebbia d’argento. Infine, ritagliata in un cielo blu profondo, una brillante lama di luna.
Lorenzo osservò quella scena irreale, proveniente da un’altra Era del mondo, quando Uomini e Lupi parlavano la stessa lingua. La lingua della libertà.

SAPER ESSERE CAPI
Rio desidera diventare capobranco, poter essere forte abbastanza da proteggere tutti. Ma quella posizione implica gestire una serie di responsabilità non da poco. Lui lo sa. Per questo, pur volendo ricoprire quel ruolo, esita a prenderselo. Non sa se è degno di meritarselo. Crede che capibranco si nasca, invece lo si diventa. Nessuno ha già la predisposizione al comando. Nessuno nasce imparato.
Quando diventa il nuovo capo, alla morte di Grigio, è tutto così improvviso che nemmeno esulta per questa vittoria. Si ritrova a metà, bloccato, insicuro. Lo è sempre stato sin da quel maledetto giorno della pecora avvelenata. È incerto per la maggior parte del tempo, ma cerca di dimostrare sicurezza per non deludere il branco. Se è il primo a mostrarsi dubbioso, non potrà mai essere la figura di riferimento di cui tutti hanno bisogno, a cui tutti devono appoggiarsi.
Per tutto il libro è combattuto tra ciò che è giusto per lui e ciò che è meglio per il branco. Sa di avere vite sulla coscienza, di avere una famiglia allargata che conta su di lui. Per questo ha paura di fare mosse sbagliate. Eppure le decisioni le deve prendere. Un capobranco diventa tale anche e soprattutto dopo errori o scelte avventate. Se non sbagli mai, come sai cosa devi correggere e perfezionare? Inoltre deve saper bilanciare inflessibilità e gentilezza, severità e cortesia.
Rio e Greta vengono da mondi diversi, però sono simili. Hanno sofferto in ugual misura, perdendo qualcuno di prezioso. Temono il passato, eppure reagiscono in modo diverso a esso: Rio è succube di esso e per la maggior parte del tempo non cambia prospettiva sugli umani a causa di ciò che ha patito; Greta è cosciente del suo dolore e della paura di farsi ancora del male, ciò nonostante vuole fare il tentativo di lasciarsi quel passato alle spalle, di non soffrire più.
Rio impara la lezione quando Greta compie un’azione decisiva verso la fine della storia, che garantirà la salvezza di lui e Lama. A furia di farsi aiutare da umani benevoli, capisce che il vero capo non è colui che risolve tutto da solo, ma chi sa contare sugli altri e riporre fiducia nei giusti individui, accettandoli per quello che sono.


STILE E PUNTO DI VISTA
Il narratore rispetta perfettamente il punto di vista dei personaggi a cui si appoggia, che siano pastori, giovani studiosi, cacciatori, lupi o altri animali. La scrittura è ricca di metafore eleganti, a volte un po’ ricercate, che però nel complesso non stonano con la storia narrata e descrivono una natura quasi divina. Per esempio gli odori paragonati a “carte truccate mischiate da un vento prestigiatore”, o la terra che assorbe come una spugna le grida di amore dei cervi maschi quando combattono per contendersi la femmina e le fa rimbombare tra i monti, o ancora passaggi come “La brezza pettinava i prati sottostanti in lunghe onde odorose”. Addirittura si parla di odori che sono come un marchio della nostra personalità e ci identificano ancor meglio dell’aspetto fisico: come il profumo dell’alisso, associato a Lama e all’amore che Rio prova per lei.
Le scene incalzanti e piene di azione si alternano molto bene a quelle più calme e rilassate. Festa riesce anche a inserire scene comiche e momenti romantici (quelli ci stanno sempre bene, almeno per me) senza mai risultare eccessivo. Ogni registro narrativo è dosato con cura.
La natura è descritta con solennità. Ogni canyon, torrente, caverna, sentiero e monte è descritto con parole semplici ma potenti e suggestive. Abbiamo un’immagine realistica e ben curata dei Monti Sibillini. Le pagine sono pregne dell’amore che Festa ha per la montagna e per la natura, di cui egli descrive le bellezze e le insidie. È una natura sì magica, ma a volte spietata, come spiega infatti Lama a Falco dopo la morte di Grigio:
«La Grande Madre non si preoccupa di noi. A volte è amorevole. Altre volte è spietata. Ma non si interessa della vita dei singoli. La Madre si preoccupa solo che tutto resti in equilibrio, e noi siamo strumenti nelle sue mani. Delle nostre pene o delle nostre gioie, a Lei importa ben poco».
«Quindi siamo soli!» disse Falco.
«Oh, no, non lo siamo. La Luna è sempre con noi. La candida Luna partorita dalla Madre quando i lupi non correvano ancora sotto le stelle, prima della venuta degli uomini».
Tramite lo sguardo dei lupi, vediamo la stessa pericolosità mista a fascino anche nel mondo umano. Caotico per via delle strade, delle automobili, dei fumi di scappamento. Pericoloso per via degli uomini armati di fucile. Disseminato di muri e recinzioni che tagliano via le vie di fuga. Eppure affascinante, perché in un certo senso simile al mondo dei lupi: anche gli umani vivono in “tane” che chiamano più comunemente case, vivono in “branchi” (o meglio, famiglie), delimitano le loro proprietà con cancelli e steccati come se marcassero il territorio e pregano alla Luna.


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