DI CHRISTIAN PAROLIN

OGGI

Ad Angela non hanno fatto molte domande, e quelle poche sono rimaste in superficie. Lei non è abbastanza cosciente da richiedere un avvocato e i suoi genitori, gli zii di Alberto, non hanno voluto procurargliene uno. 

Persone di questo tipo, hanno pensato tutti, si trovano dopo ogni curva.

Persone di questo tipo fanno parte della vita di chiunque.

IERI

Si parla di un passato recente. Angela aveva tredici anni e si truccava. L’evento non richiedeva chissà quale messa a punto; era la presenza di Alberto la vera cerimonia.

«Ti manca tanto?» chiese sua madre.

«Solo il rimmel».

Si girò e trovò sua madre che sbirciava dalla porta. 

«Ma come ti sei conciata? Hai due occhi che sembrano due lividi e il rossetto messo così male che pare un taglio profondo».

«Se mi lasci in pace, magari riesco a farcela».

«Il papà mi danna l’anima. Lo sai che quelli cominciano a mezzogiorno in punto, che ci siano tutti o meno».

«Quelli sono i miei nonni». Si guardò allo specchio. «Guarda che schifo. Vai via, per piacere».

«Carlotta è già pronta».

Rimasta sola, Angela immaginò di abbracciare suo cugino e dargli un bacio sulla guancia. Sarebbe stata morbida. Alberto non era muscoloso ma aveva grandi mani che l’avrebbero stretta, tanto forte da farle male. 

Si abbracciarono, ma non gli diede nessun bacio. Lui le sorrise, tendeva a non manifestare affetto se c’erano spettatori.

«Madonna, diventi sempre più grande». Le poggiò una mano sulla testa e la fece scorrere fino alla sua. «Sei più alta di me ormai».

Angela sorrise e guardò altrove.

«Finalmente» fece la nonna. «Avevo perso le speranze». Accanto a lei giunse Fida.

«La speranza è l’ultima a morire» disse Alberto. Issò la sacca sulle spalle e offrì la mano al lagotto.

«E là dentro hai il pranzo?».

«Non mangio carne, nonna».

«Ma sei veneto o cosa?».

Angela non aveva ascoltato mezza battuta e non avrebbe saputo dire quando erano rimasti soli, ma allorché si riprese scoprì che Alberto la fissava.

«Entriamo? Anche con il cappuccio, a me la pioggia non piace».

Alberto si era portato un trancio di salmone e dei broccoli e Angela, alla vista delle costolette grigliate, ebbe un conato.

«Tra poco cominci le superiori» sentì dire da Ilaria. «Vedrai quelli più grandi».

«A lei non interessano i maschi» disse Carlotta. 

Ilaria spalancò occhi e bocca.

«Smettila».

«Io dico la verità».

Angela chinò il capo sul piatto, la coda dell’occhio che cercava Alberto. Era seduto a capotavola e le dava le spalle. L’angolo dei “ragazzini” distava meno di un metro ed era sicura che lui riuscisse a sentire tutto quanto, a discapito del brusio di sedici voci. 

La coda di Fida gli sfiorava la coscia.

«Pensa, Ilaria, che quest’estate siamo andate in vacanza in Salento e non l’ho mai vista guardare un tipo».

Ilaria spellava la coscia di pollo e la mangiava a pezzetti.

«Io ho solo un anno meno di lei e già vorrei spogliarli tutti quanti».

«C’è una definizione per questo» disse Angela.

«E corrisponde in pieno a ciò che sono».

«Qual è?» chiese Ilaria. «Voglio saperlo».

«Sei troppo piccola».

«Ma, Carlotta, abbiamo la stessa età!».

Quando fu ora del dolce, la nonna andò a sparecchiare.

«Non hai toccato cibo» disse ad Angela.

«Non ho fame».

«Ma tua mamma ha detto che questa mattina non hai fatto colazione. Non è che sei scombinata di stomaco?». Le poggiò le nocche sulla fronte. «Non hai la febbre. Non hai toccato nemmeno la polenta e i fagioli».

Sua madre fu lì per incanto.

«Non era cotta bene? Ho detto allo zio che a te la carne piace poco cotta».

«Non mi andava di mangiarla».

«L’hai sempre mangiata».

«Oggi non ne avevo voglia».

«Nessun problema» disse la nonna. «Troviamo chi le mangia. O no, Fida? Tu vuoi qualcos’altro, Angela? Ho delle patatine di sopra. E dei gelati, se il nonno non se li è finiti».

«Anna» s’intromise sua madre, «Angela non toccherà quella roba. Lasciale qua il piatto; se ha fame si mangia la carne».

«Ma è già fredda…».

«Poteva mangiarla prima».

«Che imbecille che sei» ridacchiò Carlotta. «Lo sai che la mamma lascia che ci alziamo solo quando abbiamo pulito il piatto».

«La mia invece no» disse Federico. 

Il modellino di Taurus con cui giocava solcò la tovaglia e scavalcò le stoviglie. 

«La nostra ci lascia fare quello che vogliamo» confermò Ilaria.

«Io lo faccio lo stesso quello che voglio» disse Carlotta. «È lei che non capisce un cazzo».

Ilaria la fissò con gli occhi a forma di cuore.

«Vieni fuori, Ilaria. Ho voglia di prendere un po’ d’aria».

Angela le guardò uscire e si voltò, sovrappensiero, verso gli adulti.

Alberto le sorrise quando i loro sguardi si incrociarono.

«E quindi non ti piace la carne. È vero che ci vediamo due volte l’anno, ma la memoria mi dice che alle grigliate di famiglia non hai mai fatto complimenti».

«Forse ci vediamo troppo poco perché tu sappia come cambiano i miei gusti».

Carlotta e Ilaria erano sul dondolo in giardino e loro passeggiavano sul marciapiede.

«Non ho altro da dire».

«E nemmeno tu hai mai fatto complimenti».

«Io ho smesso di mangiare carne tre anni fa, in pieno lockdown. Mi è capitato di mangiare una braciola di maiale e, te lo giuro, mi sembrava di aver inghiottito quattro pasticche di ecstasy in una botta».

Lei rise.

«Forse è vero che ci vediamo troppo poco».

«Non passi mai a salutare».

«Vedi…».

«Non serve che passi prima dai nonni. Puoi venire direttamente a casa mia».

Alberto le rivolse un sorriso incerto. 

«Oppure puoi chiamarmi e avvertirmi del tuo arrivo. Possiamo trovarci da qualche altra parte. O posso dirti quando i miei genitori e Carlotta sono fuori casa».

«Vuoi darmi il tuo numero?»

«Tu lo vuoi?».

Si fermarono.

«Sei proprio mia cugina».

«Che intendi?».

La guardò con tale intensità che Angela sentì male allo stomaco. 

«Ti detto il numero».

Messo via il cellulare, la colpì con affetto sulla pancia con il dito. «Andiamo? Ho un pranzo da smaltire».

Ripresero a camminare. Il tappo dentro Angela saltò e la sua femminilità le si riversò nelle mutande.

Trascorsero tre mesi tra quell’incontro e il successivo. Era il compleanno di Alberto e le mandò un messaggio alle sette del mattino.

Angela scrisse che se ne ricordava e gli fece gli auguri, lui la ringraziò e le chiese se si fossero potuti vedere.

Oggi? 

Sì, oggi. 

Va bene, ma non qui. 

Vediamoci poco prima della locanda dietro casa tua. 

A che ora? 

A che ora esci da scuola? 

Alle due.

Alle due va benissimo. A dopo.

«Angela, ti vuoi muovere per piacere?».

«Devo vestirmi».

«Sbrigati».

Alla madre disse che aveva voglia di sgranchirsi le gambe.

Alberto l’aspettava sul ciglio di una laterale in un incrocio, a due passi dalla locanda di paese.

«Sei in anticipo di cinque minuti».

«Anche tu».

Si abbracciarono. Le mani di Alberto erano davvero robuste.

«Perché sei venuto?».

«Guarda che sei vuoi torno a casa».

«No che non voglio. Però è un po’ strano, lo ammetterai anche tu».

Alberto giunse le mani davanti a sé. «Oggi non lavoro e ho pensato, vista la bella giornata, di fare un salto».

«Spero non nel fosso».

«Be’, acqua non ce n’è perché non piove mai».

Angela gli gettò le braccia al collo. Alberto si fece cogliere impreparato, poi ricambiò. 

«Sono contenta di vederti».

«Di’ che sei felice. “Contenta” vuol dire accontentarsi».

«Sono molto felice di vederti».

«Anche io».

Fu lui a sciogliere la stretta.

«C’è effettivamente un motivo per cui sono venuto a trovarti».

«Dimmi. Basta che non mi chiedi la mano. Sono troppo giovane».

Alberto le prese la mano. «Non ho bisogno di chiedere. Hai più mangiato carne?».

«No. Non ce l’ho più fatta».

«Brava. Ti farà bene alla pelle. Non ti offendere se te lo dico, ma hai un principio di acne molto aggressiva».

«Sai, è difficile non notarlo quando i tuoi sforzi di farlo vengono vanificati da tutti i tuoi compagni di classe».

«Mi dispiace. Non so se te lo ricordi, ma io ho sofferto le tue stesse pene. Avevo il viso mangiato dai brufoli. Però guardami adesso».

«Dici che è la carne?».

«Tua mamma ti porta dalla dermatologa?».

«Non vuole. E neanche mio papà, nonostante ne abbia sofferto anche lui. Dice che gli è passata da sola. Ma adesso è pieno di buchi sulla faccia».

«Io andavo da una dottoressa qui vicino. Posso portartici io».

«Pensano sarebbe uno spreco di soldi».

«Per quanto mi riguarda, è stato l’investimento migliore che potessi fare».

Angela si toccò le guance.

«Mi fa schifo sentire queste montagnole».

«Ti prendo un appuntamento. Non serve la firma di un adulto, ma vedermi lì con te li rassicurerà. E abbiamo lo stesso cognome».

«Perché vuoi farlo? Non che mi dispiaccia, anzi».

Alberto le tirò la lampo del piumino fino al mento. 

«Perché so cosa stai passando».

Andarono dalla dottoressa il 10 marzo. Diagnosticò ad Angela una forma acuta ma ancora latente di acne cistica.

«Sei appena in tempo, sai? Un altro mese e sarebbe stato troppo tardi per prevenire».

Le fornì una lista di creme e detergenti, le prescrisse un antibiotico da prendere tre volte al giorno e le ordinò di non toccarsi il viso.

«Però non è necessario che rinunci al panino con la nutella. Non è il cibo la causa della malattia. E sempre crema solare, mi raccomando».

«Quanto hai pagato?» domandò Angela una volta in macchina.

«Vuoi ridarmeli?».

«Se mi dici quanti sono forse posso fare qualcosa».

«Vuoi rubarli dal portafoglio dello zio?». Angela tacque. «L’ho fatto volentieri. Tu sei stata fortunata ad essere intervenuta per tempo. Io mi sono rivolto a lei quando il mio viso era già un campo minato. E non ridere».

«Mi ha fatto ridere come lo hai detto. Campo minato».

«Con il senno di poi è divertente. Ti va di mangiare qualcosa?».

Angela aveva detto alla madre che sarebbe uscita con Alberto. Aveva sopportato l’occhiata spaesata e il silenzio greve, ma già immaginava a quante domande avrebbe dovuto rispondere.

Parlarono di Fida, che da qualche giorno mangiava appena e vomitava tutto quanto. Alberto la portò in farmacia quel pomeriggio stesso. Mancava solo una delle creme, che sarebbe arrivata entro un paio di giorni.

«Verrò io a prenderla. Posso dartela allo stesso posto dell’ultima volta, alla locanda».

«Se insisti nell’aiutarmi».

«Forse voglio recuperare il tempo perso».

Si diedero un abbraccio. Alberto la baciò sulla guancia.

Gli appuntamenti seguirono una cadenza settimanale per due mesi, al termine dei quali Angela già notava la riduzione del gonfiore e la sparizione di alcuni dei brufoli più tenaci. Alberto si impegnò a rifornirla dei medicinali e Angela fu brava a nasconderli alla madre. 

«Lo vedi?» le disse una mattina, dopo che Angela si era spalmata il viso con una soluzione sfiammante. «L’acne viene e l’acne va. Figurati se vado a spendere centinaia di euro da una dottoressa che chissà cosa mi fa comprare pur di guadagnarci».

Angela non temeva tanto l’occhio di lei quanto quello del padre. Lui però lavorava molto e, sebbene fosse un uomo attento, la stanchezza aveva spesso il sopravvento. 

Arrivò giugno. La dermatologa le aveva consigliato di prendere il sole per cancellare le macchie lasciate dagli acidi contenuti nelle lozioni e Angela aveva cominciato a maggio, mezz’ora al giorno.

«Sembri una ragazza nuova» le disse Alberto. 

L’aveva accompagnata a scuola.

«Qui dentro sono sempre la stessa».

«Di quello non dubito. Allora, ultimo giorno».

«Finalmente».

«Dici così adesso. Vedrai alle superiori. È un’altra batosta».

«Io credo che la scuola sia la scuola. Cambiano le dinamiche, la quantità, ma il succo è lo stesso».

«Ne hai di strada da fare».

«Dimmi tu com’è».

Albero si irrigidì e Angela si morse la lingua.

«Siamo arrivati» disse lui.

Il cortile era gremito.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?» gli chiese.

«No, perché?».

«Mi sembrava».

Alberto sorrise. 

«A te sembrano troppe cose. Come sta Fida?».

«Si sta riprendendo. La nonna dice che potrebbe essere stato uno sbalzo termico troppo violento. Ha già avuto problemi di stomaco. Una volta hanno dovuto portarla dal veterinario perché si stava soffocando con la sua bava».

«È vecchia, ormai».

«No, no, al contrario, avrà due o tre anni».

«Che sono più di venti per un essere umano».

«Questa è una sciocchezza. Semplicemente, loro vivono meno di noi. Come noi viviamo meno delle tartarughe o di tante altre specie».

Alberto annuì. Angela aspettò che dicesse qualcosa, e quando non si pronunciò tirò la maniglia. 

«Dopo vieni tu a prendermi?».

«Sì. All’una sono qui davanti».

Angela agitò la mano e spinse la portiera.

«Angela». La mano di lei scattò per evitare che si chiudesse. «Ultima domanda. Che cosa provi nel vedere Fida stare male?».

«Mi fa molta pena».

In quel periodo si videro spesso e Angela si era ritrovata a ringraziare la genetica per averle dato l’acne. Avevano parlato di molte cose e aveva scoperto che i dieci anni di differenza non erano altro che uno scrigno dal quale attingere. Fantasticava spesso sulla vita che avrebbero potuto vivere insieme. Angela si reputava matura per la sua età e ogni azione o pensiero che la smentiva veniva stroncato con aggressività. Il fatto di avere un legame di sangue era irrilevante.

Non avevano mai parlato di sesso, e quando Alberto introdusse l’argomento, Angela si sentì scottare le guance.

«È normale per la tua età. Ci mancherebbe altro».

«Molte mie compagne dicono di averlo già fatto».

«E tu ci credi?».

«Sono molto belle… e sembrano più grandi».

«Non ti reputi bella?».

«Non certo come loro».

Angela sperava che lui negasse con qualcosa di carino e allo stesso tempo che rimanesse zitto.

«Ti capita mai di vedere…».

«Di vedere?».

«Mh. Nulla».

«Non puoi cominciare una frase e poi dire “mh nulla”. Sei obbligato a portare a termine ciò che cominci».

Alberto arricciò un angolo della bocca e Angela gli diede un buffetto.

«Ti capita mai di vedere qualcuno che soffre, anche un cane o un gatto, in un video magari, e provare qualcosa di diverso dalla tristezza?».

«Diverso dalla tristezza… intendi non provare tristezza? O sentirla ma come un’emozione al di fuori di me?».

«Intendo provare godimento».

Il calore sul viso si trasformò in fuoco, ma stavolta non solo ebbe il coraggio di guardarlo, sottrasse anche distanza tra i loro corpi per quanto permettessero i sedili.

«Ti sembra un discorso da matto?».

«Non da matto… non avevo mai toccato certi tasti. Però credo non ci sia niente di sbagliato. Ognuno ha i propri gusti. Tu non sei uno che va ad ammazzare le persone per poi goderne. Almeno, me lo auguro».

«A quello non sono ancora arrivato. Però la mia domanda era: tu hai mai provato una sensazione simile?».

«Non credo».

«E con Fida?».

«Cerco di non vederla troppo in quello stato. Non è bello»

«Non vuoi vederla?».

«Ti ho detto che mi fa pena».

«Non mi sembravi molto convinta».

«Da quando sai leggere nella mente?».

«La mente non so ancora leggerla, ma l’anima è un libro aperto per me».

Per la prima volta da che avevano cominciato a frequentarsi, Angela avvertì il pericolo.

«Forse intuisco il motivo».

«Sentiamo».

Alberto le poggiò la mano sul ginocchio. «Non vuoi starle vicina perché temi di provare piacere».

Angela gli chiese di riportarla a casa. 

Scoprì di essere sola. Entrò in cucina e ricordò di non aver pranzato. Mangiò dei cracker, guardò un po’ di televisione, lesse alcune pagine de La Biblioteca dei Libri Blu e chiuse gli occhi per riposare. Solo che i pensieri non davano tregua.

A metà pomeriggio si alzò dal divano e andò a casa della nonna.

«Cosa faresti se non abitassimo attaccati?».

«Non potrei mangiare i gelati di nascosto».

«Quelli che il nonno ti lascia».

Fida non aveva il permesso di stare dentro casa, il nonno le aveva costruito una cuccia in taverna.

«Stai molto meglio di faccia» disse la nonna. «Adesso che ti guardo, sembra che tu non abbia neanche un brufolo».

«Ne ho ancora, invece».

«Sì, ma molti di meno e molto meno rossi. Tuo papà era preso molto peggio. Non riusciva nemmeno a mettersi gli occhiali perché cadevano sopra i brufoli. Non è mai voluto andare da un dottore».

«Perché?».

«Non ne ho idea. Io ho insistito tanto per portarcelo. Poi gli è passata, ma avrebbe fatto molto prima se avesse seguito delle cure specifiche».

Angela finì lo stecco.

«Per fortuna a te è andata meglio».

«Già. Come sta Fida?».

«Male». La nonna strinse le labbra e Angela cercò una traccia di ciò che si dovrebbe provare in quei casi. «Ieri è venuto il veterinario. Non ce l’ha detto chiaro e tondo, ma ci ha fatto capire che non dobbiamo farci grandi speranze».

«Morirà?».

La nonna ebbe un sussulto. 

«Dove l’hai sentita quella parola?».

«Perché?».

«È brutta. Non usarla mai più».

«Ti sei offesa?».

«Non mi piace che certe cose vengano dette dentro questa casa». Angela avvolse la plastica nel bastoncino. «Se non è oggi è domani».

«Addirittura?».

«Che presa in giro che è questa vita».

«Ma cos’ha?».

«Non si sa. Il veterinario dice che potrebbe essere un virus, ma non esclude che abbia mangiato qualcosa che le ha fatto male».

«In quel caso sarebbe morta subito o sarebbe guarita».

«Angela, te l’ho appena detto. Esigo che quella parola non venga pronunciata qui dentro. Mi hai capita?».

«È una parola come un’altra, nonna».

«Le parole hanno un potere».

 Si alzò e oltrepassò il tavolo.

«Dove vai?».

«A vedere se la lavatrice ha finito».

Angela gettò l’involto nel cestino e si affacciò alla finestra che dava in giardino. Le sembrò di scorgere i fantasmi di lei e Alberto che passeggiavano e chiacchieravano. Non ricordava tutto ciò che si erano detti quel giorno di gennaio, ma le sensazioni erano vivide. Era stata la sua prima volta a livello spirituale e qualsiasi uomo fosse entrato nella sua via di lì in avanti avrebbe dovuto farci i conti. 

Ma tutti gli uomini avevano il volto di Alberto.

La voce della nonna infranse l’incantesimo.

«Fida ha le convulsioni!».

Era la seconda volta che Angela vedeva la cuccia di Fida. C’era entrata una volta dopo che il nonno aveva finito di appiccicare i cartoni delle uova alle pareti. 

Lo stanzino puzzava, le procurò un dolore quasi fisico.

«Cosa faccio?». La nonna alzava e abbassava le braccia, le dimenava. «Non posso chiamare il veterinario».

«Perché no?».

«Il sabato c’è il suo assistente ed è un incompetente fuori di misura».

Angela si rese conto di non aver ancora guardato Fida.

«Tuo nonno figurati se torna a casa».

«Chiama papà. Oggi non lavora».

«Tuo papà non sa niente di cani. Non li sopporta. Provo con uno straccio bagnato. Magari le calma lo sfogo».

Quando la nonna si spostò, Angela poté vedere la parete con appesi cacciaviti di varie misure. Il più lungo doveva superare i quindici centimetri.

«Fammi un favore». La nonna le mise in mano lo strofinaccio umido. «Tieniglielo premuto sulla testa mentre io le faccio la puntura».

«Nonna…».

«Dimmi».

«Non me la sento».

«Lo so che ti fa impressione, ma vuoi lasciare che soffra?».

«E allora chiama qualcuno».

«Prima voglio calmarla».

Fida guaì. 

«Angela, per favore».

La nonna era china su Fida con la siringa tra le dita.

Una forza trovò appiglio sulla gola di Angela. La spinse in basso. Le allungò la mano che teneva lo straccio e lo posò sul muso del cane. Fida parve cogliere il torbido che sporcava l’anima di Angela e sollevò la testa di colpo.

«Ferma, Fida!».

«Non ce la faccio, nonna».

«Facciamo velocissimo».

Fida agitò una zampa e un’unghia le si impigliò nello straccio.

«Madonna di una Madonna!» .

La nonna allontanò la siringa.

«Nonna, vai a chiamare qualcuno».

«Provo con tuo nonno».

Angela aspettò di essere da sola.

Quello che aveva scambiato per un nuovo attacco di convulsioni era il tentativo di Fida di allontanarsi da lei. Sembrava una cimice rovesciata che tenta di raddrizzarsi.

Si alzò e andò alla parete con i cacciaviti.

Fu lei a chiamare Alberto e a organizzare l’incontro.

«Hai dormito ieri notte?».

«Perché?».

«Hai gli occhi sbattuti».

«Fida è morta».

«Oh».

Angela non parlò. Alberto si distanziò di un passo per poi ripristinare la distanza.

«L’hai vista?».

Angela annuì.

«Cos’hai provato?».

«Alberto…».

«Non voglio costringerti a dire niente che tu non voglia. Non devi mentire. Io non ci guadagno nulla e tu non ci perdi nulla».

«Mi vergogno».

«Di cosa? Di provare delle sensazioni?».

«Sono sbagliate».

«Non l’hai mica uccisa tu. Non hai niente di cui sentirti in colpa. È una cosa solo tua».

Un soffio di vento la graffiò. Si toccò il viso con i pollici per paura che vi si fossero appiccicati degli insetti. Scoprì che erano lacrime.

«L’hai fatto?».

«Basta, per favore».

Alberto l’abbracciò. Angela tentò di fargli resistenza, ma il corpo del cugino era lì ad accoglierla. 

«Siamo due facce della stessa medaglia» sussurrò lui.

«Cosa…».

«Adesso pensa solo che non c’è niente di sbagliato in te. Assolutamente niente».

Passarono alcuni minuti, Angela si sentiva meglio e peggio allo stesso tempo.

«Dimmi come hai fatto».

Angela non ebbe alcuna difficoltà nel trovare i termini esatti, né senti l’esigenza di tralasciare qualche dettaglio.

«Sei sicura che la nonna non se ne accorgerà?».

«Credo di sì. Sono stata attenta».

«Bravissima».

«Non ho mai sopportato quel cane». Angela scoppiò a piangere di nuovo. «Ma… ma non è per questo che ho goduto».

«So cos’hai provato».

«Io non le avrei mai fatto niente se non fosse stata già in gravi condizioni».

«È la sofferenza che ti muove».

«Quei lamenti! Erano così fastidiosi, così tremendi».

«Ti sei eccitata nell’udirli?».

«Sì».

«Se fossi stata da sola con lei…».

«Sì».

«L’avresti fatto?».

«Sì».

Alberto le carezzò i capelli. Il sole non era caldo quanto quel tocco.

«Cosa ne sarà del corpo di Fida?».

«Non lo so. Credo che il nonno la sotterrerà».

«Non chiameranno il veterinario? Non faranno delle analisi?».

«Su un cane? Non penso esista l’autopsia per gli animali. Perché mi sembri così agitato?».

Ma vedeva in lui più di questo. 

Le sembrava esaltato.

Si videro almeno una volta alla settimana per tutta l’estate. Alberto volle portarla a Verona, Venezia, Milano, Torino; in ognuna di queste occasioni, ai rispettivi comuni vennero segnalate sparizioni di animali domestici.

«È praticamente morto» le aveva detto Alberto.

Angela guardava il siamese sul ciglio del fosso. Lo avevano trovato in mezzo a una secondaria che attraversava un campo. Alberto le aveva suggerito di spostarlo.

«Hai fatto una buona azione con Fida, lo sai vero?».

«L’ho uccisa».

«Hai messo un punto sulle sue pene. Sarebbe morta comunque, ma avrebbe impiegato il doppio del tempo e avrebbe sofferto come un cane. Ecco, ti ho tirato fuori anche la battuta».

«Non sono in vena».

Una delle zampe posteriori del micio si sollevava e ricadeva a terra. Gli occhi erano sbarrati e la lingua pendeva da un angolo della bocca.

«Che cosa provi?».

Angela aveva guardato il gatto.

«Non sento niente».

«Guardalo bene. Presta attenzione ai particolari».

Angela aveva chiuso gli occhi.

«Meglio, vero?».

«Ma non per lui».

«Stai pensando a Fida?».

«Sì».

«Devi capire cosa ti ha eccitata di quel momento e cercarla adesso».

Angela provava il bisogno di allontanarsi dal gatto.

«Si lamentava».

«Il rumore, dunque».

«Ti prego, Alberto. Voglio tornare a casa».

«Sono quasi le cinque di pomeriggio e ci vogliono almeno due ore. Tra poco ce ne andiamo. Prima, però, voglio che tu prenda coscienza di questa parte di te».

«Ma perché? Qual è lo scopo?».

«Perché sei uguale a me e so che non lo accetteresti mai senza che qualcuno ti mostri che non sei sbagliata».

Con uno scatto Alberto si era avventato sul gatto.

«Che fai?».

Aveva poggiato una mano sulla coscia e aveva chiuso l’altra sulla zampa. Angela aveva capito ciò che avrebbe fatto ancor prima che lo facesse.

Era stato come mangiare un piatto di lenticchie e farro al posto di una bistecca con spinaci. Però è un primo passo, le aveva bisbigliato la mente.

E le lenticchie con il farro avevano il loro perché.

Mentre suo padre non ci vedeva niente di male nell’uscire con Alberto, sua madre cominciava a sentire odore di bruciato. Voleva essere a conoscenza di ogni spostamento, era diventata insistente.

«Hai tredici anni, Santo Dio».

Angela se ne rendeva conto; pensò che avrebbe dovuto porre un freno ad Alberto.

«Per non agitare le acque» gli spiegò.

Alberto si disse d’accordo, anche se Angela intuì che non gli andava.

Tutto ciò che faceva con Alberto iniziava e finiva con lui. L’esperienza di Fida fu l’unica.

Fino a quando Carlotta non si ruppe il naso.

Era il 3 settembre. Angela aveva scelto di frequentare il liceo delle scienze umane e aveva sentito dire dai suoi coetanei che era una scuola prettamente femminile. Questo la preoccupava. Non era mai riuscita ad avere con una ragazza un legame saldo. Aveva avuto un migliore amico dalla prima alla seconda media, ma il rapporto era naufragato quando ad Angela era spuntato il seno e le mani del ragazzo non avevano saputo stare al loro posto. Forse fu allora che Angela conobbe questo lato di sé. Senza fiato, lui la supplicava di smettere. Con il sangue bollente, lei aveva compiuto uno sforzo per lasciarlo andare.

Angela non si definiva bella né spiccata. Profonda era l’unico pregio che riusciva a darsi.

Lei e suo padre erano sul divano e alla tv davano la replica di una puntata di O.C, uno dei programmi preferiti di lui. A lei piaceva solo se mostravano Ryan.

Le urla di Carlotta riempirono la casa. Era immobile ai piedi delle scale, la faccia premuta a terra.

Spaventata, Angela si sollevò sulle ginocchia e guardò. Quel rumore che aveva sentito un attimo prima che Carlotta scivolasse, quel suono di osso che si spezza. 

La madre posò un piede sul primo gradino e quasi scivolò anche lei.

«Cos’è successo?».

Angela guardò il padre voltare la sorella e coprirsi il volto con le mani. Piangeva.

Si avvicinò.

«Resta sul divano» disse il padre.

«Si è fatta male?».

«Niente di che».

Carlotta urlò.

Suo padre sobbalzò e le sue braccia si chiusero su Angela.

«Mi fai male».

«Scusa, scusa».

Poi corse da Carlotta.

«Fai qualcosa, Enrico» gridava Viviana, la madre.

Lui si strofinò le mani sulla testa calva. «Chiamo un’ambulanza…».

«Muoviti!».

Enrico andò a prendere il cellulare. Carlotta teneva le braccia sollevate, paralizzate in aria. La madre le sfiorava quasi fossero pregne di elettricità.

«Mi fa male il naso» diceva Carlotta.

Lo stomaco di Angela fremette alla vista del grumo di carne sulla faccia della sorella. Sembrava una patata marcia. Di sangue ancora non ce n’era, ma non faticava a immaginarselo fluire dai condotti rotti.

Deciso contro il pavimento.

Denso, rosso.

«Angela, vattene da qui!».

«Voglio vedere, mamma».

«Non c’è niente da vedere! Tua sorella si è fatta male e adesso arriva l’ambulanza».

«Mamma, fai qualcosa per il mio naso».

«Cosa vuoi che faccia, accidenti. Enrico!».

Angela si inginocchiò. Carlotta batteva forte gli occhi. Le si erano anche rotti due denti. La zona circostante il naso era macchiata di scuro.

Angela prese una delle mani della sorella e l’abbassò.

«Non toccarla».

«Mamma, stare qui a urlare senza fare niente non farà che peggiorare».

Viviana la guardò atterrita. 

«Vai a prendere un sacchetto del ghiaccio e un qualcosa per coprirlo».

«Cosa…».

«Mamma, per favore».

Viviana eseguì. Angela immaginò che si sentisse serena ora che era stata sollevata dal compito di prendere una decisione.

«Mi fa male da morire».

«Lo so».

Mentre cercava di distrarla con le parole, Angela si vide tracciare un segno con un bisturi lungo i contorni del naso di Carlotta. Le fece ribrezzo il dolore che avrebbe provato se al suo posto ci fosse stata lei, ma bastò il pensiero di aver in pugno il coltello perché il disgusto si tramutasse in brama. 

«Angela».

Si sentì tirare i capelli e spingere all’indietro.

«Voglio morire» disse Carlotta.

«Sei impazzita?» replicò Viviana.

«E tu non ti sei resa conto di toccarla?».

«Io le stavo tenendo una mano… non mi sono accorta che la mia libera…».

«A che pensavi?».

Angela guardò il Brenta scorrere oltre il finestrino. «A niente».

«Con me non devi fingere. Angela, guardami».

Angela non si voltò ma confessò.

«E questo ti turba?».

«Volevo tagliare il naso a mia sorella».

«Non volevi tagliarle il naso. Tu hai una mente che viaggia a trecento all’ora, non sei in grado di controllarla. Le fantasie che hai non rappresentano quello che sei».

«Mi fa orrore chiamarle fantasie».

Alberto le toccò una spalla. «Vuoi dire che rinneghi ciò che abbiamo fatto finora?».

«No, ma erano animali in fin di vita. Stavolta era diverso».

«Lo sarebbe stato se fossi stata tu a spingerla. O se le avessi dato un pugno».

«Volevo ucciderla».

«Non l’hai fatto».

«No».

«Ti voglio più convinta».

«No. Non l’avrei fatto».

Alberto le diede una pacca sulla coscia e mise in moto. «A me è venuta fame. Di cosa hai voglia?».

9 ottobre.

Angela chiama Alberto. Lui risponde e per un attimo viene sopraffatto dalla forza con la quale lei lo investe. “È stata una giornata orribile. Odio tutti”. Le cose che può dire una tredicenne in un momento no. 

Angela vorrebbe vederlo subito, ma Alberto sta per cominciare il turno. Le chiede se può aspettare stasera e lei si lamenta.

Nel corso dei mesi hanno continuato a vedersi e a fare le loro cose. Sempre più spesso gli animali erano in perfetta salute.

Alberto arrivò con dieci minuti di ritardo.

Angela lo aggredì.

«Dammi il tempo di cambiarmi i pantaloni e le scarpe».

«Hai ragione. Scusa».

«Allora, che succede?».

«Succede che ho voglia di rompere il collo a qualcuno».

«Qualcuno in particolare?».

«Basta che soffra».

Alberto fece oscillare la testa avanti e indietro. «Questo è un buon punto».

«Non è vero. È terribile. Puoi accendere l’aria condizionata?».

«Hai caldo?».

«Sudo come una bestia».

«Abbasso i finestrini. Non è che questa macchina sia proprio nuovissima. Ho paura che si smonti se attacco l’aria. Ecco, almeno ti ho strappato una risata».

Angela si rilassò sul sedile.

«Ho un’idea per sfogare la tua rabbia».

«A meno che tu non abbia un toro, non sono in vena. Servirebbe solo ad accrescere la mia agitazione».

«Un toro non saprei dove trovarlo, ma ho di meglio».

«Meglio di un toro?».

Alberto mise in moto. 

Imboccò una viuzza a una corsia circondata da due fossi. 

«Non avevo mai visto questa strada».

«Dovresti conoscere il paese in cui abiti. Lo saprei girare meglio di te».

«Tu hai già la macchina».

«Siamo a cinque minuti a piedi da casa tua».

Angela cercò un punto di riferimento. «Non c’è nemmeno un lampione».

«Nemmeno uno».

«Perché siamo qui?».

«Accendo il riscaldamento, se non ti dispiace».

«Il riscaldamento sì ma l’aria condizionata no?».

Alberto si tolse il giubbotto e cominciò a spogliarsi.

«Alberto…».

«Fidati».

Gli occhi di Angela vennero catturati dalle cicatrici. 

«Cos’hai…».

Alberto ruotò per quanto possibile affinché Angela gli vedesse la schiena.

«Che cosa significa?».

«Quelli che vedi sono fatti male. Non ci arrivo, devo accontentarmi della sensazione».

«Te li sei fatti tu?».

Alberto la guardò negli occhi. «Tu credi di essere sbagliata? E io che dovrei dire?».

«Ma perché?».

«Per il tuo stesso motivo».

«Ma io… sono animali. E poi… su te stesso…».

«Io non amo fare del male. Non mi piace provocare sofferenza. Ma provarla… vedile come due branchie della stessa materia».

«Gesù… tu ti procuri del dolore».

«Il dolore è dentro la nostra testa. La pelle non urla».

«Ma sanguina».

«Perché è riempita. Se fosse vuota, non uscirebbe nulla».

Angela guardò il suo braccio allungarsi, la mano aprire il cruscotto ed estrarre un coltello.

«È questo quello che vuoi? Vuoi che ti faccia soffrire?».

«Voglio che sfoghi la tua sofferenza».

Angela impugnò il manico. Era caldo. 

«Inizia con qualcosa di semplice».

«Se qualcuno sentisse quello che stiamo dicendo…».

«Oh, aspetta che spengo il registratore».

Angela non rise. 

«Cosa devo fare?».

Alberto si sfilò i pantaloni. L’odore di sudore si diffuse nell’abitacolo.

«Parti dalla coscia. Non occorre che sia profondo, all’inizio. Fai scorrere la punta».

Angela fece quanto richiesto. Quando ebbe l’impressione di aver affondato troppo, si tirò indietro.

«Non fermarti».

«Esce sangue».

«È così che dev’essere. Taglia».

Angela gli percorse tutta la coscia. A un certo punto Alberto la sollevò. Angela conficcò la punta sotto al ginocchio e salì.

«Ti si inzupperanno i sedili».

«Non importa». Alberto ansimava. «Continua».

Angela continuò.

OGGI

«Io non volevo… non volevo…».

Alberto le parla all’orecchio sinistro.

«Sì che volevi».

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