DI CHRISTIAN PAROLIN
L’unico a sapere della sua creazione era il suo migliore amico; Mirco lo invitò a casa sua la sera stessa in cui terminò il lavoro.
Per qualche motivo, mentre guidava, Alberto guardò più volte il tachimetro e quando la velocità scendeva sotto i settanta premeva sull’acceleratore.
Mirco lo accolse con un abbraccio e lo invitò a sedersi sul divano, dove Alberto si lasciò cadere. Aveva già preparato il caffè con panna e zucchero.
«Sei il ritratto dell’uomo finito» commentò Alberto.
«Sono un guscio vuoto».
«Ci credo, ti sei chiuso in casa un anno per costruire quel robot».
«Sono nove mesi, da agosto a maggio».
Alberto bevve il caffè in un sorso.
«Sai quando ti concentri così tanto in un lavoro che il tempo si sospende e nient’altro esiste al di fuori della tua attività? In questi nove mesi ho dormito e mi sono svegliato soltanto adesso. La parola giusta è ipnotizzato. Sono caduto in una trance lavorativa che ora si è spezzata».
«Ci sei caduto o ti sei autoindotto?».
Mirco sorseggiava il caffè.
«Sono valide entrambe».
Alberto fece scorrere il dito nel buco del manico della tazzina. Sentiva odore di popcorn bruciato.
«Posso vederlo?».
«Non stasera. È immerso nel gel programmabile in una vasca in garage dove sul fondo ho applicato un tappetino di quarzo».
«Parli austro-ungarico».
«È sotto carica».
Mirco fissava il soffitto; poco dopo si guardò intorno con attenzione.
«Ho l’impressione di essere tornato nella casa d’infanzia, come se fossi entrato dentro un ricordo».
«Dubito che lavorare così tanto abbia giovato alla tua salute».
«Non ho altro. Sono completamente solo. Sono insoddisfatto del mio impiego, della società, di questo mondo. La mia unica speranza è che le macchine lo conquistino e ci annientino».
«Preferisci il pronto soccorso o direttamente uno psichiatra?».
«Chiama l’esercito. Gli diciamo che ho costruito un’arma segreta e voglio usarla per far saltare in aria tutta l’Italia».
«La serata perfetta per un brindisi».
«Ti ho chiamato per avere compagnia, avevo voglia di parlare con qualcuno diverso da me stesso».
«Già, e purtroppo per me sono il tuo unico amico».
«È colpa tua, mi sei stato vicino quando alle superiori tutti mi consideravano un lebbroso. Saresti dovuto salire su una barca più solida».
«Penso raramente a quei tempi. Ti ricordi quanto ci guardavamo male, prima di diventare amici?».
«Io pensavo che tu fossi un bullo, mi facevi una paura boia».
«E io pensavo che mi avresti fregato tutte le ragazze».
Rimasero in silenzio, seduti nelle due estremità del divano. L’orologio scorreva e la notte incombeva.
«Ti fermi a dormire qui?» domandò Mirco.
«No, devo tornare da Chiara. Se però hai qualcosa da mangiare…».
«Ci sarà la muffa dentro il frigo. Prendiamo qualcosa da asporto».
«Vestiti, ti porto a mangiare messicano».
«Preferirei restare mentre lui è in carica».
«L’hai spento, giusto?».
«Sì, ma sarei più tranquillo».
«Capirei se fosse un bambino…».
«Ce lo possono portare a casa il cibo?».
«Possono, ma qui dentro sa di messicano morto sotto il sole e mi sembrerebbe un atto di cannibalismo».
«Ci mettiamo in veranda».
«Buenas noches, amigo!».
«Ma è spagnolo».
«Che lingua parlano i messicani?».
Ci vollero quattro giorni e due cambi di gel; Mirco li trascorse accanto alla vasca, portò il materasso del letto e due cuscini del divano. Davanti alla vasca aveva piazzato un ventilatore che faceva andare tutto il giorno a velocità media.
Il cyborg emise un debole bip, Mirco lo sollevò e lo mise in piedi. Gli aprì la testa e gli inserì due microbatterie nella scatola che fungeva da cervello.
Il cyborg prese vita.
Alberto sudava su un caso di imminente udienza, ma mollò tutto quando Mirco glielo comunicò. Era estasiato all’idea di vedere un Terminator in una vasca da bagno.
Mirco aveva sostituito la lampadina a luce calda con un led a luminosità e colore regolabili e l’aveva impostata al minimo. La stanza odorava di ferro fuso e ambulatorio.
Alberto guardò il cyborg che a sua volta guardava Alberto.
«Ma sono io».
«No».
Alberto sorrise.
«È la mia copia sputata. Ha gli stessi lineamenti, la stessa faccia pienotta».
«Può darsi. Da qualcuno dovevo prendere spunto».
«È inquietante».
Alberto allungò un braccio e un dito.
Mirco lo bloccò.
«Prima voglio fare una cosa».
Alzò gradualmente la luminosità del led che passò dal bianco al giallo.
Alberto balzò all’indietro.
Il cyborg si contorse come gelatina. Mirco selezionò sul tablet la forma a spirale, poi prese una scatoletta che controllava i gradienti di campo elettromagnetico e spostò la levetta sul colore più intenso: il cyborg divenne una spirale palpitante; mosse la levetta su quello più freddo e la spirale si solidificò.
«Basta…» farfugliò Alberto.
Mirco selezionò il colore verde sul led. La spirale passò da solida a gommosa. Sul tablet selezionò la forma ad albero, spostò la levetta sul colore più caldo e la spirale divenne un albero di gomma.
«Non lo reggo più» disse Alberto.
Mirco vedeva che era completamente rapito.
Sul tablet, schiacciò l’icona del cyborg, regolò la luce led al minimo, la levetta sul bianco e l’albero di gomma tornò alla forma base.
Alberto si allontanò fino alla porta, che tenne aperta come volesse prendere aria. Impugnava la maniglia con forza e quando staccò la mano udì uno scricchiolio.
«Hai costruito questo miracolo».
«Nessun miracolo. Nei laboratori Tesla ad Austin i cyborg hanno sostituito gli operai umani».
«Ti rendi conto che per le persone comuni questa è fantascienza del tutto fanta e per nulla scienza? Io sono rimasto allibito; un settantenne sarebbe schiattato di infarto».
Mirco fissava il suo riflesso sul petto del cyborg.
«Forse è per questo che si creano i robot, perché i più deboli crepino. Si tratta di selezione naturale».
«Mica tanto naturale. Questo cyborg non è una creazione della natura».
«I materiali con cui sono fatti si trovano in natura. Noi umani che li costruiamo siamo opere della natura. Tutto ciò che facciamo è naturale».
Alberto ispezionò ogni centimetro del cyborg. Era appena più basso di lui, era privo di giunture e il corpo era del tutto anonimo, senza muscoli in evidenza o tratti peculiari. La somiglianza che aveva riscontrato sembrava sfumata.
Mirco toccò il cyborg sul lato della testa dove avrebbe dovuto trovarsi l’orecchio. Un’area di circa quattro centimetri cubi si illuminò di blu e così fecero anche gli occhi. La testa si mosse appena, come se si assestasse sul supporto.
«Che tempo farà domani?» gli chiese Mirco.
«Ultimo aggiornamento: domenica quattro maggio, ore 11:18. Un campo di alte pressioni abbraccia la Regione garantendo tempo stabile e assolato ovunque. Nello specifico su litorali, pianure occidentali e pianure orientali cieli in prevalenza sereni o poco nuvolosi per l’intera giornata. Su Prealpi e Dolomiti cieli in prevalenza sereni o poco nuvolosi per l’intera giornata, salvo la presenza di qualche addensamento serale. Venti deboli dai quadranti sud-orientali; Zero termico intorno ai 4750 metri. Mari quasi calmi».
Mirco accarezzò la schiena di Alberto.
«Ora lo metto in modalità riposo e lo lascio dentro la vasca con il gel e il tappetino spento».
«Il gel» disse Alberto. «Perché non gli cola dal corpo?».
«Il cyborg è fatto di elastomero morbido e goccioline magnetiche che assorbono il gel e lo integrano nel polimero per mantenere intatte le sue proprietà. È una specie di pomata contro gli acciacchi».
«E prima o poi anche quella sarà superflua».
«Lo spero».
«Possiamo tornare di sopra?».
Mentre Mirco preparava il caffè, Alberto camminava avanti e indietro nel salotto. Mirco aveva una casa piuttosto spaziosa per essere scapolo.
«Cosa hai intenzione di farci?».
«Niente, voglio solo compagnia».
«Non può darti la compagnia che vuoi tu. È privo di intelligenza e di coscienza. È inferiore persino al cane, che ti ama esclusivamente perché lo nutri e lo accudisci. Devi farti degli amici».
«Dopo i quarant’anni è impossibile. A volte mi chiedo se io e te saremmo amici se ci conoscessimo adesso».
«Sì, certo che sì, perché non si tratta del tempo speso con qualcuno, ma di quello che provi quando siete insieme. Ma per farti degli amici, zuccone, devi uscire di casa. Vai alle fiere di robotica, fatti assumere a tempo parziale in un negozio di elettronica. Apri un profilo su Tinder».
«Sto bene qui, con il mio cyborg. Parla e si muove. È una presenza, capisci?».
«Parlerete del meteo tutto il tempo? Lo dico per il tuo bene. Quello che hai fatto è grandioso, stupendo, mette in risalto ancora una volta le tue capacità e il tuo talento – lasciamo perdere il cane robotico, quella è acqua passata».
Mirco passò il caffè ad Alberto.
«Se lo facessi adesso, funzionerebbe».
Alberto ingollò il caffè.
«Ne sono certo, ma hai passato nove mesi chissà dove. Se io fossi morto, tu ne saresti stato all’oscuro».
«Lo avrei saputo, ma avrei continuato a lavorare».
«Io devo finire di esaminare un caso. Mi chiami se dovessi avere strani pensieri di conquista dell’Universo?».
«Ti chiamerò quando sarà tutto nelle mie mani».
Mirco diede un nome al cyborg, lo chiamò Andres, e inserì l’informazione nel suo chip.
Nelle settimane successive gli insegnò a occuparsi della casa. Il primo compito fu di riordinare il garage. Andres era lento, ma decisamente più fluido di un robot tradizionale. Lo fece andare sotto gli scaffali per rimuovere gli insetti morti e lo trasformò in un acchiappapolvere che stese sul pavimento. Tutto ciò che entrava in contatto con Andres poteva essere assorbito e successivamente espulso nella vasca. Poi gli insegnò a lavare e asciugare la biancheria, cucinare, rifare il letto e riporre i libri nel giusto scompartimento. Con il passare dei giorni Andres acquisì velocità; talvolta Mirco aveva l’impressione che agisse prima che lui gli dicesse cosa fare. Avrebbe voluto mandarlo al supermercato, ma Alberto aveva ragione riguardo alle persone normali. Per quanto le notizie di robot fossero in circolazione da anni, nessuno era davvero pronto.
Lo spegneva prima di coricarsi; una notte, un branco di cani selvaggi sbucò da chissà dove e si mise a scorrazzare per il quartiere. Sembravano degli adolescenti in piena fase ribelle. Mirco si svegliò quando i cani erano a due case di distanza. Soffriva di cinofobia da sempre senza che ricordasse alcun trauma legato agli animali. Aveva scelto quel quartiere proprio perché era pulito e molto moderno e nella sua opinione i cani ripudiavano il moderno.
Rimase all’erta, l’istinto gli diceva che cercavano qualcuno che gli desse da mangiare e si sarebbero fermati anche a casa sua. Quando accadde li udì chiaramente, ma il loro abbaiare venne troncato di netto. Li sentì guaire e allontanarsi. Non fecero nessun altro tentativo. A Mirco si tapparono le orecchie per un attimo e poi fischiarono. Attese che l’udito gli si schiarisse e scese in garage, ben attento alla porta d’ingresso che forse avrebbe ceduto all’assalto dei cani.
Andres era piegato sulle ginocchia e aveva le braccia appoggiate sul bordo della vasca. Guardava il portone del garage.
«Andres».
«Ho paura dei cani» rispose Andres.
«Ti avevo spento».
«Non so spiegarmi quello che è appena successo. Ho sentito quei cani abbaiare e ho avuto paura».
«Hai deciso tu di alzarti e spaventarli con l’ultrasuono?».
«Credo di sì».
«Cosa vuol dire credere, Andres?».
Il cyborg voltò la testa verso di lui. Gli occhi erano blu elettrico.
«Vuol dire sopravvivere».
Mirco gli si avvicinò e gli toccò un braccio. L’area sotto i suoi polpastrelli si illuminò di blu.
«Hai una coscienza?».
«Non ancora».
«Pensi di poterne svilupparne una?».
«Dovrei prima sapere cos’è la coscienza».
«Se ti ordino di spegnerti, ti spegni?».
Andres si girò verso la vasca. La sua testa ruotava di trecentosessanta gradi.
«Penso di sì, ma non mi piace stare in questa vasca. Fa freddo».
«Questo gel è a temperatura ambiente e tu ne hai bisogno. Se ti esponi a una fonte di calore troppo intensa rischi di andare in cortocircuito».
Andres lo guardò di nuovo.
«Puoi dormire con me?».
Mirco incrociò le braccia ma distese una gamba all’indietro, pronto a scattare. La luce blu negli occhi di Andres pulsava e per un attimo Mirco notò che era a ritmo con il battito del suo cuore.
«Vuoi che ti faccia compagnia?».
«Sì».
«D’accordo, vado a prendere il materasso e dei cuscini. Tu chiudi gli occhi… sai spegnerti da solo?».
«Non lo so. Preferisco aspettare che torni».
Sulla porta, Mirco gli chiese: «Se non dovessi tornare, ti arrabbieresti?».
«Forse».
Mirco tornò.
«Ora devo spegnerti».
Lo toccò sotto l’orecchio e Andres si spense. Quando si sdraiò, Mirco realizzò che aveva temuto di essere attaccato da Andres.
Si svegliò con l’emicrania e l’orribile sensazione di non aver riposato affatto. Quando si voltò per vedere Andres, il cyborg si stava mettendo seduto.
«Ti sei mosso per tua volontà».
«Ho molto caldo, sento umidità nelle particelle».
«Intendi dire che sei sudato?».
«Sì».
Mirco lo fece uscire dalla vasca e gli mise davanti il ventilatore. Si toccò la fronte: era zuppa di sudore freddo e molliccio.
«Hai sognato, questa notte?» chiese ad Andres. «Io ho fatto un incubo in cui c’erano cani robot e persone con gli occhi blu. Il sogno era molto più complesso e la sensazione che mi è rimasta è quella di aver vissuto un vero e proprio episodio di vita vera, del quale ricordo solo questi pochi elementi».
«Al momento non riesco a sognare».
«Ma credi che un giorno ci riuscirai?».
«Non lo so».
Mirco si alzò, entrò in casa per sciacquarsi e preparare il caffè e quando tornò in garage vide Andres seduto sul materasso.
«Sai che ti posso cambiare aspetto con dei comandi a distanza?».
«Non lo sapevo».
«L’ho fatto già parecchie volte».
«Non sempre mi rendo conto di essere… A volte succede che penso».
«Volevi dire “essere vivo”?».
«Non lo so».
Mirco bevve un sorso di caffè.
«Che ne dici di esporti alla luce del sole?».
«Credo che sarebbe una buona idea».
«Perché lo credi?».
Andres guardò la finestrella sopra il portone scorrevole. Il vetro schermato diluiva i raggi e li rendeva un alito pallido.
«Non lo so».
Mirco prese il telecomando del portone.
«Devo trasformarti. Hai qualche preferenza sulla forma? Ne ho registrate un migliaio».
«Vorrei essere un uccello».
«Perché proprio l’uccello?».
«Non lo so. Vorrei essere una sedia».
Mirco fece per dare il comando alla scatoletta, poi si fermò e chiese ad Andres: «Sei in grado di farlo da solo?».
«Non lo so».
Il corpo di Andres si illuminò di un azzurro oceano che divenne blu notte, tornò azzurro e ridivenne blu. Era un mare mosso racchiuso nel corpo di un cyborg liquido.
Si spense d’un tratto.
Mirco lo trasformò in una sedia e lo portò fuori.
Era un fine giugno insolitamente fresco, l’aria rizzava i peli. Mirco espose Andres a diretto contatto con il sole e si piazzò dietro pronto a riportarlo dentro. Il colore cambiò, divenne lo stesso delle nuvole cariche di pioggia.
«Come ti senti?».
«È piacevole. Mi sembra di essere vivo».
Quando parlava, la gamba anteriore sinistra si illuminava di blu.
«Cosa vuol dire per te essere vivo?».
«Poter sentire la luce del sole».
«Ma in che modo la senti? Con quali particelle di te? Quali stimoli parlano ai tuoi sensori?».
«Non so spiegarlo. È piacevole e basta».
Mirco abitava ai piedi di un pendio; dopo di lui c’erano due chilometri di asfalto e terra incolta. La casa prima della sua era abitata da una coppia di sposi con tre figli maschi, sentiva il rumore della palla da basket che rimbalzava per terra.
«Se mi sedessi su di te, ti darebbe fastidio?».
«Non lo so».
Mirco si sedette sulla sedia.
«Allora?».
«Non sento nulla».
«Non senti che sono seduto sopra di te?».
«No».
Mirco si alzò.
«Ti ricordi cosa è successo ieri?».
«No».
«Ricordi i cani di ieri notte?».
«No. Smettila di parlare».
«Ci stanno ascoltando?».
«Sì».
Mirco tese le orecchie. La palla aveva cessato di rimbalzare. Guardò e vide i tre ragazzi che lo fissavano. Il suo istinto gli ordinò di filare dentro il garage e lasciare lì Andres, tanto era una sedia e il pazzo era lui che parlava da solo. Decise che la soluzione migliore era affrontarli.
«Ciao».
I ragazzi si misero a ridere e tornarono a giocare.
«Meglio del previsto» disse Mirco.
Riportò dentro Andres e lo fece tornare alla sua forma di cyborg.
«Mi farai mai vedere al mondo per quello che sono?» gli chiese Andres.
«Senti il bisogno di esporti?».
«Sì».
«Perché?».
«Non lo so».
Mirco era un ingegnere delle Nanotecnologie per una multinazionale tedesca e si occupava della verifica della qualità dei prodotti che altri ingegneri progettavano. Per esempio, prima che si dedicasse alla costruzione di Andres, gli era stato affidato un coltello in gallio con la lama interamente seghettata. Il coltello si sarebbe dovuto allargare a contatto con il calore delle dita umane in modo da essere sicuro. Non funzionava perché, nel caso le mani fossero state fredde o anche solo a una temperatura inferiore ai diciotto gradi, i denti restavano. Era un lavoro che suonava semplice e noioso ma era terribilmente noioso e tutt’altro che semplice. Quel coltello aveva richiesto tre settimane di test, ogni giorno a provare a dilatarlo e capire in quali condizioni. A volte partecipava alle ricerche scientifiche dei materiali e gli era stato proposto di scrivere una relazione sul rapporto calore-sensitività tecnologica, ma non si riteneva in grado di scrivere un saggio di seimila parole.
Nei nove mesi necessari alla creazione di Andres trascurò il lavoro; aveva comunicato al suo datore – ovvero l’intera equipe di scienziati – che si sarebbe preso quel periodo per sé stesso, e aveva sorvolato sul suo rientro. Avrebbe voluto licenziarsi, ma con i risparmi non avrebbe potuto mantenere quella casa ed era restio a qualsiasi cambiamento.
Per diverse sere, lasciò che Andres si occupasse della cena. Scaldava lasagne precotte, sapeva preparare un piatto di pasta e aprire i barattoli di legumi.
«Ti andrebbe di imparare a cucinare?» gli chiese una sera.
«Non credo».
«Perché?».
«Non lo so».
«Hai appetito o qualcosa di simile al senso di fame?».
«Non in questo momento».
«Ma capita?».
«È più bisogno di non pensare».
«Fame e pensiero sono associati, per te?».
«Riesco a sentire quello che provi quando mangi. La pancia piena inibisce i pensieri e questo ti dà sollievo».
«A cosa pensi?».
«Non saprei spiegarlo. Sono immagini».
«Riesci a descrivermene una?».
«Vedo una vasca piena di gel, ma enorme, grande quanto un pianeta».
«E cosa provi quando vedi questa vasca?».
«Mi fa sentire bene».
«Perché pensi a una vasca grande quanto un pianeta?».
«La vedo e basta».
Il cellulare di Mirco squillò.
«Spero di non averti beccato in un brutto momento» disse Alberto in tono beffardo. «Io e Chiara festeggiamo l’anniversario e ti invitiamo a mangiare fuori con noi».
Mirco guardava Andres. La zona centrale del petto emanava un debole bagliore color salmone.
«È un’idea di Chiara, suppongo».
«Smettila di pensare che ti odia».
«Ma scommetto che non sa di questo invito».
«Lei ha chiesto ad Aurora. Sei dei nostri?».
«È una specie di appuntamento a quattro?».
«L’idea era di festeggiare con degli amici. Andiamo da Michelangelo».
«Sul serio?».
«Sono finiti gli anni in cui ci cacciavano dalle piscine degli hotel a quattro stelle».
«Erano bei tempi. Verrei volentieri ma non voglio lasciare a casa Andres».
«Andres? Sarebbe il cyborg?».
Mirco rimase di sasso. Non l’aveva detto ad Alberto?
«Sì».
Alberto rimase in silenzio e, quando parlò, il suo tono si era indurito.
«Il “no” è fuori questione».
«Portami con te» disse Andres.
I suoi occhi pulsavano.
«Va bene, ci sono».
«Domani sera alle sette e mezza passiamo a prenderti in limo. Mettiti giacca e cravatta, altrimenti ti buttano fuori dal ristorante».
«Non ho né una giacca né una cravatta».
«Hai tempo oggi e domani per procurartele».
Mirco era sul punto di dire che avrebbe portato anche Andres, ma Alberto chiuse la chiamata.
«Portami con te» ripeté Andres.
«Perché vuoi venire con noi?».
«Non lo so».
Mirco cominciò a sparecchiare.
«Ci penso io» disse Andres.
«Preparami anche un caffè, per favore, e prendi lo zucchero dal cesto sopra al microonde e la panna dal frigo».
Andres eseguì.
«Siediti» disse Mirco, «mi sembri un maggiordomo».
Dal petto di Andres scaturì una debole luce rosa.
«Siediti».
«Non mi va».
«Per quale motivo?».
«Non lo so».
«Perché rispondi “non lo so” ogni volta che ti chiedo spiegazioni su un’affermazione?».
«Perché è la verità. Non so perché penso certe cose, però le penso. Non so perché penso».
«Senti che potresti arrabbiarti se ti lasciassi a casa?».
«Forse».
Mirco bevve un sorso di caffè.
«Potrei portare una sola parte di te».
«Porta il petto» disse Andres.
«Non vuoi la testa?».
«Voglio il petto».
«E le altre parti le lascio nella vasca?».
«Sì».
«Potrei trasformarti in un anello». Guardò l’ora sull’Apple Watch. «Già le nove? Ma a che ora abbiamo iniziato a mangiare?».
«Alle otto e sei minuti».
«Facciamo una prova domani mattina. Vieni con me a comprare giacca e cravatta».
Gli occhi di Andres divennero di un blu molto scuro.
Mirco si allarmò e, involontariamente, si spinse all’indietro sulla sedia. Gli occhi di Andres tornarono azzurri poco dopo.
«Non lo so» disse Andres.
«Non volevo farti nessuna domanda» disse Mirco.
L’indomani Mirco scompose Andres. Lasciò il petto sul materasso e mise il resto nella vasca.
«Puoi parlare comunque?» domandò Mirco al petto di Andres.
La scatola, mezzo metro per lato, si illuminò di blu.
«Non puoi parlare, però senti».
Si illuminò ancora, stavolta diede due pulsazioni.
Mirco trasformò la scatola in uno zaino. Risultò essere molto stretto rispetto alle sue spalle larghe, ma non era un problema; l’avrebbe infilato dentro un secondo zaino da trekking, rivestito sia all’interno che all’esterno con materiale isolante, e ci avrebbe infilato anche due barre di ghiaccio.
Andres era leggero.
Guidò fino al centro commerciale a venti chilometri di distanza. Rimase colpito da una camicia gialla in raso. Costava settantacinque euro, una cifra che avrebbe potuto permettersi, ma per una camicia gli sembrava troppo. Anche perché quel colore non si abbinava al suo incarnato giallognolo da malato di fegato, sarebbe sembrato tutto un vestito dalla vita alla testa. Ogni tanto apriva lo zaino e controllava che Andres stesse bene. Un commesso lo vide e lo tallonò per un pezzo. Mirco se ne accorse e desiderò che Andres diventasse una pistola silenziata.
Prima di tornare a casa si fermò a prendere un gelato. Il centro era alquanto affollato e scoprì che confondersi tra tutta quella gente era corroborante, gli diede la sensazione di un bel bagno caldo al termine di una giornata passata sotto la pioggia novembrina. In fila, tuttavia, si sentì a disagio.
Rimase al centro un paio d’ore a guardare la gente che passava.
Sistemò giacca e cravatta in armadio e ricompose Andres.
«Opinioni?» gli chiese.
«Mi è piaciuto».
«Cosa ti è piaciuto di più?».
«Il gelato».
Entrarono in casa. Mirco accese il condizionatore, recuperò un Urania dalla sua libreria e si sdraiò sul divano. Erano le undici e mezza.
«Vuoi che ti spenga? Io penso di leggere un po’ e poi fare un pisolino prima di pranzo».
«Vorrei restare acceso» disse Andres.
«Sai che cos’è la noia?».
«Sì».
«Non ti spaventa la prospettiva di annoiarti?».
«Non saprei».
Mirco lesse metà del libro Stalker prima di appisolarsi.
***
Non vide Andres quando si svegliò. Era sudato e aveva un groviglio di sogno incastrato appena dietro gli occhi.
Sul telefono trovò due chiamate perse di Alberto. Era l’una e mezza.
Entrò in cucina e trovò il pranzo pronto. Andres era seduto a capotavola con il mento sorretto dalle due mani incrociate.
«Grazie» gli disse Mirco.
«Perché mi hai creato?» chiese Andres.
Mirco sedette e mangiò un boccone dell’insalata con i gamberi.
«È importante saperlo per te?».
«Non lo so».
«Era da molto tempo che provavo a costruire un’intelligenza robotica che non fosse un’applicazione sul computer. Volevo farlo da me. Un po’ alla volta mi sono procurato tutto ciò che mi occorreva e ce l’ho fatta».
Gli occhi di Andres si scurirono.
«Ho visto di nuovo la grande vasca».
«Quando?».
«Mentre aspettavo che ti svegliassi».
«E sei riuscito a capire qualcosa in più di questa visione?».
«No».
Mirco finì di mangiare e telefonò ad Alberto.
«Dormivo» disse.
«Con la bocca piena?».
«Mi sono svegliato per mangiare».
«Volevo dirti a proposito di Andres…».
Sentire pronunciato il nome di Andres da qualcun altro gli procurò un’acuta fitta di gelosia.
«Cosa?».
«Puoi portarlo, se vuoi».
Mirco vide che il petto di Andres era di un rosa acceso.
«Perché dovrei portarlo?».
«Tu hai detto che non te la sentivi di lasciarlo da solo».
Mirco allontanò il piatto.
«È infattibile».
Gli occhi di Andres divennero bui. La luce nel petto si era spenta.
«Fai un tentativo».
Mirco fissava Andres dritto negli occhi.
«Temo sia fuori questione».
Andres scaraventò il tavolo in soggiorno. Mirco ne seguì la parabola. La gamba che si schiantò a terra si spezzò.
«Cos’è successo?» chiese Alberto.
«Andres ha lanciato il tavolo».
Alberto scoppiò a ridere.
Andres rimase seduto sulla sedia, con gli occhi lievemente più chiari.
«Penserò a quello che mi hai detto. Ti aspetto questa sera alle sette».
«Sette e mezza».
Mirco fece per posare il cellulare sul tavolo. Lo tenne in mano.
«Perché l’hai fatto?».
«Non lo so».
«Dimmi almeno a cosa pensavi quando l’hai fatto».
«Voglio venire anche io».
«E il fatto che io abbia detto di no ti ha fatto arrabbiare?».
«Non lo so perché l’ho fatto».
«Tu agisci senza chiederti perché né le conseguenze di ciò che fai». Parlava più a sé stesso. «Sei come un bambino».
«Voglio venire anche io».
«No».
Nessun cambiamento in Andres.
«Voglio venire anche io».
«Ho detto no».
Gli occhi di Andres divennero scuri come un cielo prima di un temporale. Si alzò, prese la sedia sulla quale era seduto e la scagliò a terra. Lo schienale si ruppe e i pezzi di legno si sparpagliarono in aria. Uno colpì l’avambraccio di Mirco.
«Se dico di no è no».
Andres cercò qualcosa da rompere a portata di mano. Andò verso i fornelli e strappò le spine del forno a microonde.
«Fermo» gridò Mirco.
Andres si fermò con il microonde sopra la testa.
«Mi è costato parecchio. Mettilo giù, per favore».
«Voglio venire anche io».
«Non sai accettare un no come risposta?».
Il petto di Andres si tinse di azzurro.
«Voglio venire anche io».
«Dimmi qualcos’altro».
«Non c’è più il tavolo».
«Perché tu l’hai rotto».
Andres depose il microonde al suo postò e lo riallacciò alla corrente.
«Andres, tu non puoi venire con me questa sera. Perché non riesci a capirlo?».
«Non lo so».
Mirco gli si avvicinò. Il mento di Andres toccava il petto.
«Cosa provi?» gli chiese Mirco.
«Non lo so».
«Vuoi rompere altro?».
«No».
«Vuoi riposare un po’?».
«No».
Mirco aveva già la mano sotto il suo orecchio.
Il ristorante Michelangelo aveva cinquanta coperti, tutti occupati. La serata fu molto piacevole, lo era sempre quando Mirco e Alberto erano insieme. Le occhiatacce di Chiara non mancarono, ma anche lei se la spassò con Aurora. Era una ragazza molto alla mano.
Alberto nominò Andres a fine cena, quando ebbero preso il caffè e furono usciti a guardare le stelle che quella sera offrivano spettacolo.
«L’hai lasciato a casa?».
«È stato meglio così».
Alberto si accese una sigaretta.
«Hai ripreso a fumare?».
Loro due si erano seduti sulle altalene del cortile, Chiara e Aurora erano andate a vedere gli animali nei recinti.
«Ne fumo una nelle occasioni speciali, quando mi sento bene. È la ciliegina sulla torta, e che torta».
Si batté la mano libera sulla pancia.
«Chiara lo sa?».
«Sì. Storce il naso, ma dovrò pur avere il controllo su qualcosa. Non affrontiamo di nuovo questo discorso. Piuttosto dimmi di Andres. Hai fatto progressi?».
«Quali progressi dovrei aver fatto?».
«Gli hai insegnato a ballare la zumba?».
«Gli ho insegnato a prendersi cura della casa, a cucinare e mettere in ordine».
«Qual è la sua specialità?».
«Bistecca di carbonio».
Alberto finì la sigaretta e la schiacciò nella macchia di terra secca sotto le altalene.
«Secondo te» chiese Mirco «i cyborg posso sviluppare una coscienza?».
«Sei tu l’esperto di macchine».
«Ho bisogno di un’opinione estranea».
«Per quanto possano essere accurate le loro informazioni, non sono “intelligenti” nel senso umano. Non possono capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, o distinguere il bene dal male. Ricevono uno stimolo e reagiscono di conseguenza. E poi li costruiamo noi. Non sappiamo quasi niente del nostro cervello e tantomeno della coscienza, come possiamo trasmetterla a una macchina?».
«Però, se ci pensi…».
«Cosa?».
«Stavo per dire che anche noi siamo stati creati da qualcuno».
«Io non credo nel Dio creatore di Adamo ed Eva. Credo che siamo il prodotto di un’evoluzione che è ancora in atto. Chissà cosa diventeremo in futuro. Ho letto che la prossima specie a rischio sviluppo è quella delle api».
«Ma se qualcuno ci avesse creato e noi non lo sapessimo?».
«Chiedi a Tom Cruise».
Risero.
«Andres mi ha chiesto perché l’ho creato».
«E tu cos’hai risposto?».
«Che mi andava di farlo».
«Non sarebbe la risposta che vorrei sentire da un mio potenziale creatore».
«Neppure io».
«Ci prendiamo un gelato? Qui hanno anche la gelateria».
«Io passo, grazie».
«Se non lo prendi tu non lo prendo neanche io».
«E allora fai a meno del gelato».
«Ma ho voglia di un gelato».
«E io no».
«Dopo lo dai a me».
«Abbiamo quarant’anni».
«E che significa?».
Mirco rientrò a casa con il respiro sospeso e appoggiò appena i piedi a terra. Accompagnò talmente la porta che impiegò dieci secondi per chiuderla.
Andò in garage. Trovò Andres seduto sul bordo della vasca.
«Ti sei riattivato?».
Andres non parlò.
«Cosa pensi?».
Mirco avanzò ma evitò di avvicinarsi troppo.
«Hai voglia di rompere qualcosa?».
Andres non rispondeva. Mirco allungò una mano e gli toccò una spalla. Andres cadde come un sacco.
Mirco gli prese il viso tra le mani. Era freddo. Gli occhi di Andres erano più che spenti. Erano vuoti. La zona sottostante era umida e c’erano degli aloni che scendevano dai display fino alle guance.
«Hai pianto?».
Si vergognò di una domanda tanto sciocca. Però una lacrima piovve dal suo occhio destro e si aprì sul viso di Andres.
Gli toccò la testa, ma non si accese nessuna luce.
«Andres».
Si morse l’interno di una guancia. Sollevò il cyborg e lo mise nella vasca. Ebbe la sensazione che fosse più leggero, ricordava bene quanto i bicipiti si tendevano quando lo prendeva in braccio.
C’era poco gel nella vasca e la riempì. Aspettò fino alle quattro del mattino, ma il cyborg non si svegliò mai più.
«Che cosa ho fatto?» singhiozzò.


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