Case che non sono la nostra

DI EDOARDO VALENTE

Questa storia comincia con una piccola ossessione: le case degli altri. E la prima suggestione arriva da un titolo che tenta di riassumere questo concetto, qualcosa che non suoni troppo didascalico come il romanzo di Chiara Gamberale Le luci nelle case degli altri, né troppo evocativo o ermetico, come il Casa d’altri del poco ricordato Silvio D’Arzo.

Chissà, forse potrebbe essere una leggera modifica del titolo di un altro libro, riprendendo il famoso Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, e trasformandolo in un semplice: Case che non sono la mia. O, ancora meglio, Case che non sono la nostra.

Tutto ciò per dire cosa? Per iniziare a tracciare i confini della piccola ossessione per queste case altrui.

Perché può capitare a chiunque, specialmente in inverno, specialmente la sera, nel tornare a casa propria, di alzare lo sguardo verso le finestre illuminate e scorgere l’angolo di un soffitto, un lampadario eccentrico, ombre che si muovono in compagnia. 

Questo è il primo grado di esperienza delle case che non sono la nostra. Fugace, interamente immaginifico, e per questo anche molto speciale. Chi ci abita? Come vivono? Cosa fanno? Chiusi nella monade del loro appartamento, ci lasciano sbirciare dalla serratura – dalla finestra – senza mostrarci nulla, soltanto una luce che ci indica: qui vive qualcuno.

Ma, attenzione: questa fantasia non ha nulla di voyeuristico. Non è certo lo stare appostati nell’ombra a spiare. È il soffermarsi distrattamente, mentre si va chissà dove, sulla luce che si accende all’improvviso là in alto. È chiedersi, mentre noi camminiamo nelle strade della fredda sera: chissà come stanno al caldo lassù, chissà come sono felici.

L’essere passeggiatori, infatti, in questo primo capitolo dell’esperienza è un elemento fondamentale. 

Potremmo proprio suddividerla così l’esperienza: 

Capitolo uno – Camminare

Fase uno – La luce delle finestre

E ora:

Fase due – Androne

Anche questa è un’esperienza legata al camminare, al passare di fretta di fianco a un palazzo con un sontuoso ingresso come una vetrina, che permette di allungare lo sguardo nell’androne, sulle rampe di scale che scompaiono all’interno. E di androni se ne scorgono, a volte, di meravigliosi, tanto da pensare: “Chissà come sarebbe bello vivere qui, e ogni sera rientrare e vedere questo splendore”.

Altre volte l’esperienza dell’androne è ancora più improvvisa e fortuita, si tratta di passare nel posto giusto al momento giusto, quando qualcuno ha spalancato il portone per uscire o entrare, quando stanno pulendo le scale, facendo un trasloco; e allora, solo allora, si scorge quello stretto corridoio, a volte con il pavimento protetto da moquette, che conduce, ancora una volta, fin dove il nostro sguardo si perde.

E l’esperienza del passeggiatore si ferma a questo sguardo, a meno che non ci sia una condizione che ci porta alla fase successiva – e conclusiva – di questo primo capitolo.

Fase tre – Cortile

A volte dietro quei portoni, invece di un androne, si nasconde un altro passaggio, ben più ampio, che conduce a un cortile interno.

E qui il passeggiatore si può anche avventurare (se il condominio lo permette) e avere un primo accenno dell’esperienza interiore. Alcuni condomini hanno giardini incolti, altri li hanno ben curati; per altri non è che un parcheggio. E poi ci sono le case di ringhiera, la cui bellezza è interna, con balconi stretti, protetti da ringhiere, che collegano gli appartamenti.

Non è improprio a questo punto, arrivati al culmine di questo primo capitolo, citare quei versi di Montale che si trovano alla fine della poesia I limoni

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

Capitolo due – Visitare

Ci sono poi delle case degli altri che noi possiamo visitare. Le case degli amici, dei parenti, dei conoscenti.

Per me è stata l’infanzia il periodo in cui ho più visitato le case che non sono la mia. I pomeriggi passati a giocare in compagnia, la mamma di un amico che recupera da scuola anche te; arrivi a casa sua, lasci le scarpe all’ingresso, ed è subito un tripudio di scoperte, di ceste traboccanti di giocattoli; indossate dei costumi, interpretate dei ruoli, il gioco diventa anche lotta, ma finisce inevitabilmente con la pace, con un nuovo gioco, con quel piccolo giocattolo che, forse, se lo metti in tasca mentre il tuo amico va in bagno, non se ne accorgerà mai che è scomparso. Ci sono stanze sconosciute, proibite, composizioni assurde, apparizioni di fratelli e sorelle; e lo sguardo assoluto della Madre. 

Poi i giochi vengono interrotti da una telefonata, è tua mamma, che chiede quando può venire a prenderti, ma tu e il tuo amico implorate, “può fermarsi a cena?”, “sì, posso fermarmi a cena?”, “non lo so – può fermarsi a cena?

Pausa.

Permesso accordato.

Riprendono i giochi, e intanto la cucina si anima, c’è un piatto a forma di dinosauro, crocchette di patate a forma di smile; e quella è una casa che avrà per sempre la forma della felicità.

E questa era la:

Fase uno – Infanzia

Poi, ovviamente, c’è la:

Fase due – Adolescenza

In questo periodo le visite nelle case degli altri possono dilungarsi, assumere forme differenti, nuove. C’è quell’amico che ha la casa al lago, o in montagna, o al mare, e allora “vieni per un weekend?”, va bene, vengo. 

Lì si creano situazioni paradossali. I padroni di casa (loro) e l’ospite (tu) sono entrambi ospiti di quella casa. Loro la conoscono, ma non ci abitano. Tu, quindi, in apparenza, sei ospite come loro. Invece, ecco il paradosso. Nel loro appartamento quotidiano, dove abitano, tu puoi sentirti a casa più in fretta, perché anche loro sono di casa. Lì no. Nessuno è di casa, né loro, né tu. Loro, semplicemente, conoscono già delle stanze che invece per te sono del tutto sconosciute.

E più passano gli anni più queste visite si trasformano. Finisci in una casa in montagna per il Capodanno, con tante persone e pochi posti letto, e le foto dei parenti che ti guardano nella notte, mentre dormi rannicchiato su una poltrona; quelle foto messe lì per rendere più familiare un luogo che, abitandolo una sola volta all’anno, pur chiamandolo casa, si fa fatica a sentire accogliente.

Poi finisci, in estate, una settimana nella casa al mare. Ci sono conchiglie alle pareti, e pareti bianche e blu. C’è qualcosa di antico lì, come nella casa in montagna. Lì la contemporaneità è arrivata solo a stralci. Ma riesci a dormire più comodo – non di notte, ma fino al primo pomeriggio –, riesci a rimediare un divano letto. 

E poi ci sono quelle case, in adolescenza, la cui soglia si dischiude grazie a una chiave che ha la forma di una frase, che suona più o meno così: “Ti presento i miei genitori”. Scopri case che vorresti finissero in quell’ingresso dal quale non riesci a schiodarti, ogni passo potrebbe essere un passo falso, ogni frase porta con sé imbarazzo, ma è il minimo che puoi fare, stare lì in piedi, poi su una sedia a un tavolo con biscotti e tè, a rispondere a domande sulla tua vita – è il minimo che puoi fare per il primo amore.

Fase tre – Giovinezza

Quando finisce il liceo, ci sono persone che se ne vanno, e altre che arrivano. Se tu rimani nella tua città, vedrai vecchie amicizie diventare “fuorisede”, e tra i nuovi fuorisede farai nuove amicizie.

C’è quell’amico, con cui nell’infanzia giocavi a terra, sul tappeto; sul cui divano hai dormito in una notte di Capodanno, che ora ti chiede di andare a dormire sul suo divano da fuorisede, nella nuova casa della sua nuova città. “Vieni per un weekend?”, certo, perché no?

Ora, lontano dallo sguardo assoluto della Madre, le case dei fuorisede sono cornucopie bizzarre, le visiti con curiosità. Entri in palazzi fatiscenti, c’è sempre un aneddoto da raccontare mentre si salgono le scale su un elemento presente in quelle stesse scale, e oltre la porta d’ingresso appare lo strano equilibrio della convivenza. Ci sono oggetti sparsi, perduti, dimenticati, di tutti e di nessuno; poster appesi alle pareti, e odori acri, vivi. 

Anche questa volta rimani a cena, in un grande pentolone ribolle pasta per tutti, condita per pochi; e rimani dopo cena, e qualcuno propone dei giochi, che sono lontani, sì, da quelli che si potevano fare in altre case, distesi sui tappeti; quelli erano giochi assoluti, non erano intrattenimenti ma questioni di vita; ora siete attorno a un tavolo, e giocate per intrattenervi, per distrarvi sì, ma da cosa? Per distrarvi dai bambini che, al piano di sopra, corrono attorno a un tavolo.

Forse non stona troppo, alla fine di questo secondo capitolo, ripensare a questi due versi di Sandro Penna:

Forse la giovinezza è solo questo 

perenne amare i sensi e non pentirsi.

Capitolo tre – Abitare

Infine, ci sono case che non solo le nostre, ma nelle quali, in qualche modo, abitiamo lo stesso.

Fase uno – Albergo

C’è chi, andando in vacanza in posti dove non ha una casa, ma volendoci passare, comunque, un discreto tempo, si affeziona a certi luoghi, a certi alberghi, a certe stanze di quegli alberghi.

Stanza 301, per due settimane è casa tua. Abiti in quelle pareti verdine, marittime, perché il mare non è lontano, in quel lettino che le circostanze lasciano a tua disposizione, e le bianche larghe mattonelle lucide. 

Ci abiti lì, ma solo in una stanza, i corridoi nascondono segreti inesistenti e affascinanti, porte tutte uguali, che nascondono mobili tutti uguali, ma vite tutte diverse, che incroci a colazione, o a pranzo, o a cena; fiumane di persone anziane in villeggiatura, anziani con bambini, con cui, da bambini, si possono stringere fugaci ma necessarie amicizie. 

Poi, il tempo richiama a casa, quella vera, e il luogo abitato per quei giorni diventerà casa di altri, anche se non è mai stata nostra, e non sarà mai neanche loro.

Fase due – Amici eterni

Gli amici eterni sono quelli di una vita, o per la vita, quelli che non solo, in adolescenza, ti invitano a casa loro per un weekend, per una settimana se va bene; sono quelli che ti invitano sempre, per sempre, nella loro casa, che in quei soggiorni diventa anche un po’ tua. 

No, non è per nulla come quando si è tutti, padroni di casa e ospiti, estranei a una casa occasionale. La ritualità rende quella casa disabitata la casa da abitare sempre, anche se per poco. 

Una casa come può esserlo una in campagna, alla fine di un lungo sentiero, alla fine di tutte le altre case, quando si dischiude un cancello da riverniciare, e un giardino ci accoglie, e sul giardino troneggia la casa, circondata dagli alberi che sono lì da secoli, come la casa, e saranno ancora lì per secoli, come le vere amicizie.

I veri padroni, in realtà, in quella casa di campagna, sono gli insetti che nessuno ha invitato, il ragno nell’angolo, la mosca che si è persa; la abitano, davvero, i rumori, gli scricchiolii, i fruscii di cui non si capisce l’origine, da cui non ci si può liberare, sono parte delle mura, della struttura portante che sostiene quell’atmosfera, che è quella che fa di quel luogo – come di ogni luogo – casa. L’atmosfera.

Fase tre – Museo

Ci sono poi, certe case, estremamente vive e vissute, ma anche estremamente immobili, mummificate, museali. Per me, queste, sono le case dei nonni.

Mobili in legno, spessi, specchi vistosi, mensole ricolme di oggetti – inutili, inservibili – pavimenti in marmo, tappeti, vetrine e vetrinette, bicchieri di cristallo, servizi di piatti e posate, vasi, quadri…

Certo, dipende dall’esperienza di ognuno, così come tutto quello che ho raccontato, ma per me è questo visitare queste case. Case che sono anche un po’ nostre, ma verso le quali rimane sempre un senso di estraneità. Abitazioni che si animano principalmente attorno a un fuoco – quello della cucina – e a una luce – quella del televisore.

Con una stanza, in particolare, che assume una dimensione ancora più atemporale, ancora più museale, cristallizzata: la vecchia stanza dei figli. La stanza in cui abitava un tuo genitore, che in parte è rimasta com’era anni fa, e in parte è stata modificata, ma nel vissuto quotidiano rimane disabitata, inutilizzata, insostituibile.

Sono case che possiamo sentire nostre, ma che lo saranno solo nel momento in cui non potranno esserlo più.

Chissà perché, nel concludere questo terzo capitolo, ho pensato alla frase finale del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby:

Così continuiamo a remare, barche contro la corrente, risospinti senza posa nel passato.

Epilogo – Desiderare

Questo viaggio, personale ma condivisibile, nella domesticità, nelle case altrui, è nato con la dimensione surreale della fantasia, dell’immaginazione, diventando via via sempre più concreto, infarcito di dettagli e specificità.

Sul finale, però, è necessaria una nuova apertura immaginativa, verso un altro tipo di casa: quella in cui vorremmo vivere.

Può coincidere con una casa di cui abbiamo scorto di sfuggita il soffitto di un appartamento, o lo splendido androne; potrebbe essere la casa di un amico, o del vicino di casa di un amico; oppure una casa vista tramite un annuncio, o tramite un passaparola visivo, a seguito di un incontro fortuito.

A volte basta poco, ci si innamora di un palazzo per molti meno dettagli di quanti ne servano per innamorarsi di una persona. Ma anche un palazzo, se visto dall’interno, può deludere. 

Ma quest’ultima casa, quest’ultima vita ad essa legata, non rimane che un sogno. Come un amore adolescenziale che non si è mai verificato, un incontro mancato, un treno perso. 

Ne rimaniamo amareggiati, ma mai delusi. Non ci possiamo sentire offesi, traditi, ingannati. Quella è una vita che non abiteremo, e per questo, vedendola da lontano, emanerà sempre un po’ di luce, come dei palazzi, la sera, le finestre.

E queste erano le case che non sono la nostra.

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