Il Panico – Scrivere Senza Parole Ai Piedi Del Palco

DI ALBERTO GROMETTO

Ci avete mai fatto caso che non facciamo altro che parlare di Morte?

Tutto il tempo, sempre e comunque, la Morte ci accompagna. Quante persone abbiamo visto morire dentro un film oppure tra le pagine di un libro? O cosa non siamo disposti a fare “per evitarla”? Trascorriamo un’infinità di ore a fare visite di controllo dal medico o a comprare medicine in farmacia o a parlare della nostra salute fisica e… e per cosa? Per non morire, ovviamente.

Appena muore qualcuno, che sia uno sconosciuto oppure no, subito ne parliamo! Quando ha luogo un incidente stradale, quasi chiunque si ferma a guardare e a cercare. Ma a cercare cosa, esattamente? A cercare il morto, naturalmente. 

Capite? Morte, morte, morte. Ci ossessiona la Morte, che sia degli altri oppure la nostra. Non si parla quasi d’altro, a momenti. C’è chi potrebbe dire che si parla tanto anche d’Amore, ma se ci riflettete un secondo, fin dai tempi di «Romeo e Giulietta», molto spesso capita che Morte e Amore vadano di pari passo. 

Okay, ora però viene il bello. 

Cosa sappiamo Noi esattamente sulla Morte? Un fico secco! Se tu ne parli, significa che inevitabilmente sei vivo. E se sei vivo, vuol dire che di Morte, bene o male, non ne sai davvero niente. 

Io credo che questo volesse fare, quando scrisse «IL PANICO», il drammaturgo RAFAEL SPREGELBURD, che rimane tra i più grandi e grandiosi autori di Teatro al mondo. Voleva parlare di Morte. O, meglio ancora, di esseri umani che hanno a che fare con la Morte. Ma che comunque non ne sanno parlare né la capiscono. E pure lui stesso capisce che, in quanto essere umano, non sa parlare di Morte. E quindi? Con cosa abbiamo a che fare? 

Con un essere umano che proprio perché umano non sa parlare di Morte e non capisce la Morte, e che eppure ne parla adottando il punto di vista di alcuni esseri umani che si ritrovano con la Morte in casa ma che comunque non sanno parlarne né la capiscono. 

CHE COSA?

Lo so, un guazzabuglio pazzesco e incasinato. Ma in fondo è così che è fatta la Vita. Vi sono certe cose che gli esseri umani, in tutta la loro triste ridicolaggine e spassosa tristezza, non capiranno mai. C’è pure la possibilità, ci mostra l’autore, che nemmeno una volta morto l’umano possa capire la Morte. 

Ritengo siano rare e infinitamente preziose le persone capaci di prendere un tale monumento al paradosso e al grottesco e all’incomunicabile come l’opera di Spregelburd e farne effettivamente uno spettacolo teatrale. In Italia solamente un autentico Maestro Assoluto come JURIJ FERRINI poteva riuscirci. Non a caso trattasi di uno dei massimi protagonisti della scena teatrale nostrana. E siamo grati alle divinità teatrali che esista un’Artista di tale calibro. 

(Insieme al Maestro JURIJ FERRINI, che il Comitato di Redazione ringrazia e che rimane tra i più cari e affettuoso amici di “Mercuzio and Friends”)

Solamente un teatrante della profondità e del talento di Ferrini, qui nelle vesti di regista oltre che di interprete in ben due ruoli in questa produzione targata TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE, poteva riuscire con successo nell’impresa eroica, e sulla carta impossibile, di mettere in scena un copione così denso, così stratificato, così insensato proprio perché pregno di senso come «Il Panico». Ma del resto trattasi di quel tipo d’opera che per essere rappresentata ha bisogno di attori!, come gli stessi Spregelburd e Ferrini hanno spiegato in occasione del RETROSCENA organizzato presso il TEATRO GOBETTI, quello stesso teatro in cui lo spettacolo è stato inscenato in PRIMA NAZIONALE. E sia Spregelburd sia Ferrini nella vita sono, ancor prima che l’autore e il regista di quest’opera, degli attori.

(RAFAEL SPREGELBURD & JURIJ FERRINI, in occasione del Retroscena)

Se Spregelburd scrive, afferma, è perché lui e i suoi amici attori avevano necessità, come interpreti, di recitare in qualcosa che s’adattasse a loro. Perciò Spregelburd decise di scriversi “da solo” le opere che avrebbe recitato. Nasce così il suo essere autore, e cioè dal suo essere attore. E questo stesso spettacolo parte da un lavoro di ricerca e sperimentazione fatto con attori, prima che nascere sulla pagina. È per questo che egli definisce la sua scrittura in questo caso “scenica” anziché “letteraria”. Una scrittura avvenuta “ai piedi del palco”, ecco. E lo stesso Ferrini, proprio in quanto attore, ha saputo interpretare fino in fondo la scrittura scenica dell’autore e rendere veri e concreti, sul palcoscenico, dinanzi ai nostri occhi, l’inspiegabile, l’inesplicabile e l’inesprimibile.

Poter assistere al dialogo tra regista, autore e cast al completo da una parte e LEONARDO MANCINI (Università di Torino) e FEDERICA MAZZOCCHI (DAMS/ Università di Torino) è stata un’esperienza dal valore incomparabile. La splendida interprete ARIANNA SCOMMEGNA ci ha raccontato della difficoltà come attori nell’essere struggenti e drammatici pur apparendo sempre buffi e divertenti.

(Da sinistra a destra, in occasione del Retroscena: l’eccellente VIOLA MARIETTI, la sublime ARIANNA SCOMMEGNA e l’autore RAFAEL SPREGELBURD)

Spregelburd ci ha spiegato come, alla fine dei conti, sulla sua opera non ci sia nulla da spiegare. Di come non ci sia alcuna “chiave” di lettura. Che sia la chiave tra il Regno dei Morti e il Mondo dei Vivi, che sia l’introvabile chiave della cassetta di sicurezza con dentro i beni preziosi di un padre di famiglia defunto attorno a cui ruota (forse) l’intero spettacolo, che sia la chiave che ti permette di decifrare l’indecifrabile significato della sua sceneggiatura. Una chiave vera non c’è. Vi è solo quello che vediamo, e ciò che vediamo sa farci ridere parecchio, ma ci trasmette pure una qual certa spietata malinconia. Tra psicosi collettive di una ferocia inaudita e una galleria di stralunati personaggi eccentrici e bizzarri, ne usciamo profondamente annichiliti e sbacaliti. Nessuno sa da dove venga esattamente il mio cognome, ci ha raccontato Spregelburd. Suo nonno era tedesco e quando giunse, immigrante, in Argentina, al momento dello sbarco, egli deve aver detto al funzionario che gli chiedeva come si chiamasse «Ich spreche kein Wort». Tradotto letteralmente: «Non parlo alcuna parola». E cioè: Non parlo la lingua. E così il funzionario scrisse quello che aveva sentito: Spregelburd. Non esiste cognome migliore per l’autore che ci narra qualcosa per cui non esistono parole: Nessuna Parola.

(Insieme a due Maestri: JURIJ FERRINI & RAFAEL SPREGELBURD)

Il Maestro Ferrini ci ha invece parlato della necessità eternamente attuale di andare a teatro. Ci ha raccontato, col suo solito amabile e spassosissimo modo di fare degno del miglior narratore, che pure ai tempi della Regina Elisabetta I, a cavallo tra ’500 e ’600, probabilmente c’era chi si chiedeva “Ma perché devo prendere il mio bel cavallo, mettermi su una stramaledetta e scomoda sella e andarmene fino a teatro per vedermi ’sto Shakespeare? Chi me lo fa fare?”. E invece Shakespeare a vederlo a teatro fai meglio ad andarci. Perché di William parliamo ancora oggi. Perché le sue opere hanno cambiato il Mondo. E perché potrebbero cambiare la tua stessa Vita. 

(Da sinistra a destra, in occasione del Retroscena: il Regista JURIJ FERRINI, la strepitosa interprete ELISABETTA MAZZULLO, la fenomenale SIMONA BORDASCO, l’ottima DALILA REAS e il magnetico MICHELE PULEIO)

Quindi andatelo a vedere ’sto Spregelburd. Andatelo a vedere ’sto “Nessuna Parola”. Andatelo a vedere, perché forse alla fine non avrete capito cosa avete appena visto. Ma è molto probabile che, pur non sapendone parlare, non smetterete di farlo. È quello che è accaduto a Noi. 

(Un intero contingente MERCUZIANO presente al TEATRO GOBETTI per assistere e applaudire fragorosamente alla sovrumana rappresentazione)

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