DI EDOARDO VALENTE
Se ci sono due autori che, più di molti altri, meritano di essere associati, questi sono Dante Alighieri e John R. R. Tolkien.
La somiglianza che me li ha fatti avvicinare mi si è presentata alla mente qualche anno fa; in particolare, l’elemento scatenante è stata la riflessione sulla struttura narrativa del “viaggio dell’eroe”.
(Ma ne riparliamo dopo.)
Altri elementi, poi, nel tempo si sono aggiunti, creando un parallelismo sempre più serrato, finché non ho scoperto una cosa: il 25 marzo non è esclusivamente il Dantedì – seppur solo per noi italiani -, ma il 25 marzo è anche il Tolkien Reading Day.

Come è possibile?
È interessante scoprire che per entrambi gli autori questa data è legata ad un evento importante all’interno della loro opera principale.
Per Dante il 25 marzo è il giorno in cui inizia il suo viaggio nei tre regni dell’aldilà, e quindi è l’inizio della Divina Commedia.
Per Tolkien il 25 marzo è il giorno in cui viene distrutto l’Unico Anello, e quindi è la fine de Il Signore degli Anelli.

Oltre a ciò, ci sono anche altre incredibili somiglianze tra il Sommo Poeta e il Professore di Oxford.
Nonostante la lontananza spazio-temporale e culturale, entrambi sono autori estremamente appassionati di lingue e linguaggi, ed entrambi hanno filtrato una tradizione mitologica molto precedente attraverso le lenti del cristianesimo.
Sappiamo che senza Virgilio e la sua Eneide non avremmo Dante, così come non avremmo Tolkien senza il Beowulf, o senza i poemi dell’antico poeta anglosassone Cynewulf. All’interno di uno di essi, Tolkien ha letto una parola decisiva per tutta la sua creazione: “middangeard”, che possiamo tradurre come “terra di mezzo”.
Insomma, entrambi attingono a piene mani dalla tradizione del passato, ma il fine rimescolamento che riescono a fare della loro immensa cultura, che viene unita alla loro altrettanto straordinaria fantasia, ha permesso di creare degli universi incredibili.
Un’altra delle prime cose che, appunto, mi ha fatto collegare Dante e Tolkien è la capacità con cui hanno creato dei mondi paralleli.
Ogni creazione, Tolkien lo ricorda, è una subcreazione (il Creatore è solo uno, e sta in Cielo), ma rimescolando gli elementi esistenti si può generare qualcosa di nuovo.
Vorrei a questo punto passare in rassegna alcune vicinanze dei mondi creati dai due autori, a partire dalla loro rispettiva opera più celebre.
Come dicevo all’inizio, quello che per primo mi ha colpito è l’utilizzo del “viaggio dell’eroe”, ovvero: il protagonista si ritrova in un mondo nuovo, che inizialmente rifiuta, ma che affronta anche grazie ad una guida che, ad un certo punto, è costretto ad abbandonare, per poter infine tornare alla sua realtà cambiato interiormente.
Questa struttura narrativa fa parte da sempre dei nostri miti, e la si ritrova, ad esempio, anche nelle storie legate al Ciclo Arturiano (o Materia di Bretagna), che ovviamente Tolkien conosceva, ma anche Dante aveva letto queste storie, filtrate però dalla cultura francese, che all’epoca aveva prodotto dei romanzi in lingua d’oil, in cui venivano narrate le vicende dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
E come avveniva in quelle storie, anche Dante e Tolkien hanno qualcosa da ricercare, così come i cavalieri cercavano il Graal.
Dante ha come obiettivo la purificazione dai peccati, mentre la Compagnia dell’Anello deve riuscire a distruggere l’Unico Anello.

Il viaggio che devono compiere, però, è in qualche modo opposto, nonostante il fine sia quello dell’annientamento del male.
Dante parte già dall’Inferno, e vi discende sempre di più, per poi risalire il Purgatorio e infine ascendere al Paradiso.
Frodo abbandona, invece, un luogo felice, la Contea, per andare incontro al male, in direzione di Mordor. E quella che compie è una discesa, portando un fardello sempre più insostenibile.
Quello di Dante è un viaggio più lineare. Parte al livello della terra, si addentra nelle profondità infernali, sbuca di nuovo al livello della terra ai piedi del monte del Purgatorio, sale fino al paradiso terrestre, e poi ancora attraverso i nove cieli, fino a Dio.
Frodo e gli hobbit partono dal loro paradiso terrestre, la Contea, e ne incontrano altri: sono i luoghi degli elfi. Gran Burrone prima e Lórien poi sono oasi di pace nelle quali i nostri protagonisti possono trovare riposo.
In particolare, a Lórien arrivano dopo aver affrontato un assaggio di Inferno: la discesa nelle miniere di Moria.
È lì che è avvenuto l’incontro più impattante con una manifestazione del male ancestrale: il Balrog.
Questa creatura (sostanzialmente un demonio) appare come un’ombra infuocata con le ali, armata di spada e frusta. Gandalf, la guida della Compagnia, lo affronta, e sembra venirne sconfitto. È qui che bisogna fare i conti con la perdita della guida.
Ma così come Dante, che subito dopo aver perduto Virgilio incontra Beatrice, la Compagnia, una volta lasciata alle spalle Moria approda a Lórien, dove regna Galadriel.
Lei è un’elfa di nobile famiglia, anche nota semplicemente come la Dama dei Boschi. E per non dimenticarci che Tolkien ad ogni personaggio, luogo, evento, oggetto, ecc., dà almeno tre o quattro nomi, un altro splendido nome di Galadriel è Alatáriel, che significa “Donna coronata con una ghirlanda di luce brillante”.

Insomma, anche se non fa da guida, ma semplicemente aiuta i membri della Compagnia, ricorda in qualche modo la figura di Beatrice, o è in ogni caso associabile agli angeli.
Anche questo è un parallelismo possibile: gli elfi sono i beati, gli orchi sono i dannati, in mezzo ci sono umani, nani e hobbit.
Ma, per tornare ai luoghi, già in questa collocazione geografica mi piace notare come ci sia effettivamente una differenza molto importante tra i due autori.
Dante riesce a raggiungere il Paradiso, ma per Tolkien il paradiso è un luogo lontano: ogni paradiso è un paradiso perduto.
Per gli umani (o meglio, per gli umani di nobile discendenza chiamati Dúnedain) questo paradiso perduto è Númenor, un’isola meravigliosa che venne a loro tolta perché vollero troppo, e venne sprofondata negli abissi.
Qui Tolkien unisce il tema biblico del peccato originale (gli umani tentati chiedono l’immortalità agli dèi e per questo vengono puniti) e il mito di Atlantide (l’isola che viene sommersa dalle acque).
Anche gli elfi che abitano nella Terra di Mezzo hanno il loro paradiso perduto: Valinor.
Gli elfi, si sa, sono immortali. E nel momento in cui decidono di abbandonare la terra, salpano in direzione di Valinor. Qui prima risiedono nelle Aule di Mandos, una sorta di Purgatorio che accoglie anche le anime degli umani. Queste ultime, però, alla fine della loro permanenza lì abbandonano per sempre ogni luogo, mentre le anime degli elfi raggiungono il vero Paradiso: Aman, che significa “Beata” e “Libera dal Male”.
Gli umani sono meno amati da Tolkien rispetto agli elfi, ma ai loro regni dona comunque una speranza.
C’è una profezia, infatti, che parla di una “spada che fu rotta”, che è quella che ora possiede Aragorn, colui che è destinato a diventare re.
A quello che è appunto l’annuncio del “ritorno del re” mi piace associare la profezia che fa Dante quando parla del Veltro. Nel primo canto dell’Inferno, infatti, parla di questo cane da caccia, che è metafora per un nuovo imperatore che possa essere in grado di far tornare l’ordine in Italia.
Nei personaggi umani all’interno dell’opera di Tolkien c’è, dunque, una grande ammirazione per un passato glorioso, che si vorrebbe far tornare; così come Dante nel Paradiso, dialogando con il trisavolo Cacciaguida, elogia la Firenze di un tempo, quando ancora non era dilaniata da guerre intestine.
Quello che, però, alla fine confida maggiormente nella speranza verso il futuro è Dante.
Il suo poema ha anche un compito etico-morale: vedere quali atroci pene subiscono i dannati infernali dovrebbe farmi allontanare dal peccato, così come vedere lo splendore del Paradiso mi dovrebbe far avvicinare ad esso.
Tolkien, invece, non dimostra di confidare così tanto nell’umanità.
La sua non vuole essere un’opera in qualche modo educativa: a lui interessava creare una mitologia.
Elogia l’enorme potere della fantasia, del sogno ad occhi aperti, non come un modo per evadere dalla tristezza o dalla noia del mondo, ma come metodo per allargare i nostri orizzonti. Saper guardare oltre le ferree e banalizzanti logiche del quotidiano.
Anche Dante sa che non può sfuggire al dolore del mondo, al dolore per la morte di Beatrice, per questo crea delle fantasie, dei sogni. Ma in quello strabiliante sogno che è la Commedia la realtà non scompare, anzi, è sempre il sottotesto da cui Dante attinge, o a cui fa riferimento più o meno direttamente.
In merito a ciò mi viene anche da pensare che, mentre Dante racconta il suo viaggio in prima persona, e così si concede anche di muovere critiche personali alla condizione politica e morale del suo presente, Tolkien tiene un tono distaccato, come se stesse, appunto, raccontando un mito, una leggenda; addirittura sia Lo Hobbit che Il Signore degli Anelli sarebbero degli “pseudobiblion”. Ciò significa che le vicende narrate le avrebbe in realtà scritte prima Bilbo Baggins, poi continuate da Frodo, in un libro intitolato Libro Rosso dei Confini Occidentali, dal quale Tolkien (in questa finzione) ha semplicemente attinto e riportato le informazioni.

E poi, come già detto, sia il Poeta che il Professore amavano le lingue.
Tolkien iniziò quasi per gioco a inventare delle lingue, ma ben presto si rese conto che le parole hanno un potere assai maggiore. E le lingue da lui inventate avevano bisogno di concretizzarsi, prima tramite una Mitologia, poi attraverso la Storia, e infine all’interno di un Ambiente.
Un Ambiente che, naturalmente, doveva essere abitato dai Popoli che quelle lingue le parlano.
Anche l’opera di Dante procede dalla lingua.
Egli ne parla soprattutto nel De vulgari eloquentia, trattato scritto in latino nel quale si rivolge ai dotti, spiegando loro l’importanza della lingua volgare.
Ed è infatti proprio in volgare che scrive la Divina Commedia.
Dante critica il latino (nonostante il suo amore per questa lingua) perché lo considera una lingua artificiale, che non muta mai, semplicemente da studiare. Il volgare, invece, vive e cambia costantemente nella voce delle persone.
È interessante notare come, confrontandone la presenza a livello quantitativo, al latino presente nella Commedia corrisponde l’elfico ne Il Signore degli Anelli.
D’altronde, per Tolkien l’elfico è una lingua superiore, così come lo è il latino rispetto al volgare; eppure, entrambi gli autori amavano così tanto la loro lingua da scegliere quella per scrivere le loro opere.
(Tolkien poteva forse scrivere tutto in elfico? Sì, ne sono convinto, lo avrebbe fatto e non ci avrebbe neppure fornito la traduzione. Per fortuna è stato magnanimo – o per fortuna gli piaceva moltissimo l’inglese –).

L’intuizione di Tolkien sulle lingue, comunque, rimane valida e potente.
“Per me, prima viene il nome e poi la storia”
scrive in una lettera.
Prima abbiamo bisogno di nominare le cose, e solo a quel punto esse possono esistere. E tutto ciò che sia Tolkien che Dante ci raccontano esiste solo nelle parole. La Terra di Mezzo, la Contea, l’Anello, Paolo e Francesca, il paradiso terrestre, il sorriso di Beatrice: tutto ciò esiste perché è stato scritto.
Hanno creato universi di parole, nei quali ci si può immergere, perdersi, cercare e cercarsi, imparare, soffrire, amare.
D’altronde lo sappiamo bene: è il potere della letteratura, della narrazione, del mito.
Sono riusciti a creare dei miti che, oggi, rimangono indelebili nella mente e nell’immaginario delle persone.
Basta leggere o pronunciare delle lettere per rendere tutto ciò possibile.
Infine, vorrei chiudere questo confronto con una nota di romanticismo.
Anche Tolkien ha avuto la sua Beatrice.
Sua moglie Edith.
Si incontrano da adolescenti, e ben presto si innamorano. Vorrebbero sposarsi, ma il padre di Tolkien gli impedisce di continuare a frequentare quella ragazza, fino ai ventuno anni.
Tolkien aspetta, e passato qualche anno le riscrive, e finalmente riescono a sposarsi.
Dalla loro vicenda nasce la storia di Beren e Lúthien.
Lui è un umano, lei un’elfa. Si incontrano, si conoscono, si innamorano, ma non possono stare insieme.
L’unica cosa che Beren può fare per essere degno di sposarla è compiere una missione rischiosissima, che riesce a portare a termine, ma a costo della vita.
Lúthien, distrutta dal dolore, chiede di rinunciare alla sua immortalità elfica per poterlo raggiungere oltre la morte.
Gli dèi, commossi dal suo amore, gli concedono di tornare in vita.
Così Beren e Lúthien possono vivere insieme, e morire insieme.
Quando Edith è morta, Tolkien ha fatto incidere sulla sua tomba il nome “Lúthien”.
Quando lui è morto, i figli hanno fatto incidere sulla sua tomba il nome “Beren”.
Uniti in vita, uniti dopo la morte.


E Dante, che mai poté unirsi a Beatrice in vita, con la sua opera si è ricongiunto a lei nel Paradiso.
E oggi i loro nomi continuano ad essere accomunati sotto il segno dell’amore.
E il nome di Dante, a me sembra, sarà accomunato anche a quello di Tolkien, così come Tolkien dovrà essere accomunato a Dante, legato a lui da un legame molto più forte di quello che abitualmente si tende a considerare.
Io con queste mie poche parole (sembrano tante, ma sono pochissime) ho cercato di farli rivivere insieme, inseguendo quel mio sogno adolescenziale di poter analizzare e collegare attentamente le loro opere.
Qualche anno fa avevo il presentimento che fosse un lavoro difficile, ora ne ho la certezza. Questo non è che un abbozzo, forse degli appunti per un’opera futura, che chissà se mai arriverà.
Ci sarebbero tantissime altre cose di cui parlare, ma per ora diciamo che va bene così.
Sapere di potersi immergere all’infinito in questi mondi non è forse ancora più meraviglioso?
Buon Tolkien Reading Day!
E buon Dantedì!


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