L’Augusto Editoriale dell’Augusto Direttore: Essere Brave Persone

DI ALBERTO GROMETTO

Ti amo tanto, tesoro mio!”.

Adolf Hitler, 

alla moglie Eva Braun, 

in un qualsiasi momento della loro vita insieme

Quel che conta nella Vita è esser brave persone, ci viene spesso detto.

La sola cosa che m’importa è essere a posto con la mia coscienza e io lo sono, è un altro luogo comune.

È proprio una brava persona!, un cult must.

Ma io mi domando: COME CAVOLO SI PUÒ DIRE DI QUESTA O DI QUELLA PERSONA SE È BRAVA OPPURE NO? E cosa diamine significa essere brave persone??? E chi è bravo, lo è sempre? Oppure va a momenti, a volte è bravo e a volte no? Chi è cattivo, è un cattivone in ogni momento della sua vita e con chiunque? Se di mestiere uno tortura e ammazza la gente, non può però magari essere un amorevole padre di famiglia premuroso e attento e presente nella vita dei suoi figlioli? Le due cose possono coesistere e albergare nello stesso individuo contemporaneamente? E se sì, come? Ma poi una brava persona è tale tutta la vita oppure può cambiare e passare dall’altra parte? E viceversa, quelli che non sono bravi lo possono diventare un domani? Insomma, non ci si capisce più niente!

(Adolf e Eva, in un momento di intimità romantica)

La sola cosa che so è che non esiste un patentino che attesti la tua bravura in bontà. Non è come guidare, o saper parlare una lingua. Esistono corsi di inglese e scuole guida, ma non hanno ancora mai inventato una professione simile ad un “professore di bontà” che insegni ad essere buoni, a comportarsi da brave persone. Esistono corsi di buone maniere, ma quella è tutta un’altra roba! Iosif Stalin ha ammazzato milioni di persone, però magari a tavola usava sempre il tovagliolo ed era sempre ben educato (poi in realtà credo che Stalin non fosse un ottimo esempio di buone maniere, mi dà questa idea qui almeno, ma magari mi sbaglio, non lo conoscevo di persona, e comunque questi son dettagli!). Insomma: che significa veramente essere brave persone? Mao Zedong avrebbe in teoria sterminato intere famiglie e stroncato nel sangue generazioni e generazioni, come fecero Hitler e Stalin d’altronde. Ma c’è ancora chi lo elogia in Cina, e stravede per lui, si mettono addirittura a camminare attorno alla sua tomba, anche chi non mai vissuto in contemporanea a lui, e lo ritengono il Padre della Nazione. Ma se la verità può esser così tanto diversa a seconda di chi la racconta, significa che può essere manipolata e interpretata e stravolta all’occorrenza. Chi ha ragione, in quel caso? Se è impossibile determinarlo, allora diventa anche impossibile però stabilire chi sia buono e chi no.

E così che ho fatto? Ancora una volta mi sono appellato alla Mia Grande Maestra, quella Settima Arte che in più di un’occasione mi ha fatto del Bene e insegnato qualcosa, facendomi acquisire nuove consapevolezze e portandomi a toccare verità che giammai avrei pensato di poter toccare. Il Cinema attraverso tante e più sue perle mi ha raccontato di Bontà, Malvagità e pure di quello che c’è in mezzo. Decido così senza frapporre ulteriore indugio di cominciare da un trittico di pellicole prodotte e realizzate in epoche diverse e luoghi diversi e da persone diverse ma che in realtà affrontano tutte lo stesso tema, e cioè quello della Cattiveria e della Bontà, guardando in faccia alla più vera e autentica e anche brutale Umanità. E lo fanno però in una maniera sorprendentemente simile, toccando cioè nel loro privato quelle figure che sono storicamente considerate l’epitome del Male: i Nazisti!

«MOLOCH» nasce nel 1999 per mano del suo regista – il geniale genio russo ALEKSANDR SOKUROV, tra i più grandi Maestri Cineasti mai esistiti, sempre troppo poco celebrato a mio modo di vedere -, e non si limita a raccontarti di un nazista qualsiasi, ma del Nazista per eccellenza, colui che fu il Fondatore e Leader del Nazismo, il Führer in persona. Ad essere precisi il personaggio con cui stiamo tutto il tempo non sarebbe propriamente Hitler, bensì la sua dolce metà e compagna di vita EVA BRAUN. Ma Hitler è ovviamente tra i protagonisti. È il 1942 e lei si trova spersa tra le Alpi Bavaresi, nello splendido castello del Berghof, una delle residenze personali di Adolf. Lo sta aspettando, lui e i suoi ospiti. Che altro non sono che alcune delle più importanti eminenze grigie del Terzo Reich: il Ministro della Propaganda Gobbels e Signora (i coniugi Joseph e Magda) e il Capo della Cancelleria del Partito Martin Bormann. Ma che cosa diavolo faranno lì? Quale orrido piano hanno in mente? Che inumana cospirazione stan progettando? Su quale abominevole crudeltà atroce e spietatissima lavoreranno, là, fra le montagne, nel mentre che imperversa la Guerra che loro stessi hanno scatenato? No no, siete completamente fuori strada, niente di tutto questo: son venuti solamente a trascorrere una piacevole giornata di vacanza tutti insieme! Un po’ di aria fresca, qualche tranquilla passeggiata montana, stare tutti insieme a gustarsi cibo e compagnia. Scene di vita quotidiana, serena, calma, senza che lo spettro della Guerra – che sia nei cinegiornali quanto nelle chiacchierate fa capolino comunque – guasti l’umore. E del resto si son ripromessi che non avrebbero parlato di Politica a tavola. In questo film Hitler non è il Führer che ordina il genocidio di milioni di Ebrei o programma l’invasione militare della Russia. È solo Adolf, con tutte le sue qualità e difetti, incluse fragilità e debolezze: un po’ bambinone, un filo nevrotico, lamentoso, a tratti anche ridicolo nel suo privato, ma pure tenero, dolce quasi, e innamorato della sua Eva. Il che non significa che non sia pure quell’altro, il tizio che ha derubato sei milioni di persone delle loro proprietà, dei loro averi, case, familiari, nomi, identità richiudendole nei lager e sbattendole successivamente nelle camere a gas. E si vede dai piccoli e grandi discorsi piuttosto deliranti che intrattiene durante i pasti come lui abbia certe idee e teorie che a Noi – che sappiamo chi lui sia – risuonano inquietanti, ma che al tempo stesso non sono così dissimili dalle panzanate che potrebbe dire quello zio strano che vediamo ogni Natale e che durante il pranzo del 25 tiene banco sui temi più vari, senza che la cosa ci scandalizzi troppo. In questo film lui è semplicemente Adolf, anzi, di più!, lui è Adi, come lo chiama affettuosamente quella donna che ne ama ogni sua minuscola parte con ogni microscopica parte di sé: lui è quell’Adi che si mette a ballare con gli amici (i gerarchi nazisti), che si lagna della sua salute infastidito e preoccupato e che quando si ritrova solo con la sua Eva – l’unica che osa contraddirlo – ci battibecca rincorrendola in mutande per le camere della magione. Il tipo che quando esce fuori in una conversazione neanche sa che cosa sia Auschwitz, quel luogo dannato della cui fondazione è il responsabile. A vederlo così, non si direbbe mai che è il Demonio, il Diavolo, l’Emissario del Male, il Mostro, il Moloch di cui sempre si parla quando si parla di Hitler. Sembra un uomo, e basta. Forse un po’ sciocco, come lo possiamo essere tutti del resto. E anche quando l’allegra compagnia di Nazisti va a fare un picnic tra le montagne, non fosse per la scorta armata che li segue sempre naturalmente, sembrerebbero proprio dei normali amici intenti a godersi un po’ di tempo insieme, per quanto – come in ogni compagnia d’amici che si rispetti – c’è chi non si sopporta e passa il tempo a punzecchiarsi, come Martin e Joseph. Volevo dire: Bormann e Gobbels. È questo il punto: il fatto è che loro sono un’allegra compagnia di amici intenta a godersi del tempo insieme. Lo sono davvero. Ma ciò non significa che contemporaneamente non siano anche quei criminali assassini che hanno infradiciato il Mondo e l’Umanità con le loro azioni inumane. Attraverso una formidabile fotografia volutamente scialba e viscida e grigia, un’impeccabile regia eccezionale e una messinscena atta a restituirci il candore e al tempo stesso lo squallore, Sukurov ci racconta del Mostro più Mostro di tutti dicendoci che forse così Mostro non era, che in realtà la realtà dei fatti è molto più difficile da accettare: e cioè che quel Diavolo capace di fare il Male che ha fatto era un Essere Umano, “Uno di Noi”, e che poteva avere aspirazioni e desideri e sogni e tormenti e passioni simili a quelli che abbiamo Noi, Noi che non abbiamo mai guidato la Germania Nazista a quei tempi. E che c’era chi persino poteva amarlo, ma amarlo davvero. Lui, in mutande e canottiera pronto a gridare tutto preoccupato la sua intenzione ferrea di vincere e trionfare su qualsiasi cosa morte compresa sempre e comunque e che forse era semplicemente terrorizzato all’idea di essere niente e valere nulla, aveva però accanto qualcuno che gli diceva che lui poteva pure essere uno zero assoluto, lei lo avrebbe amato comunque. In tutte le sue debolezze e nullità. E per Adi quel qualcuno era Eva.

(Moloch)

Ben 24 anni dopo ci ritroviamo alla presenza della produzione inglese vincitrice l’anno successivo del Premio Oscar come Miglior Film Internazionale: un film in tutto e per tutto similissimo al titolo appena affrontato, sia in quello che racconta sia per come lo racconta. «LA ZONA D’INTERESSE» reca la firma del Maestro JONATHAN GLAZER, suo regista e sceneggiatore, un autore talmente bizzarro e meticoloso da risultare a tratti quasi misterioso, non faceva film da dieci anni prima di questo, ma poi ogni volta ci regala una disturbantissima perla di inquietudine e nevrosi assolute! Se prima abbiamo parlato di un film che racconta del Creatore del Nazismo nei suoi aspetti più buffi e ridicoli e umani al punto da non sapere nemmeno che cosa sia quell’Auschwitz che lui stesso ha forgiato, qui abbiamo a che fare con persone che Auschwitz la conoscono molto bene, addirittura da viverci letteralmente accanto: la famiglia protagonista di questo film è quella del gran gerarca nazista che ha mandato avanti per anni il più celebre dei campi di concentramento, una famiglia che quando guarda a quel luogo di Morte e Dolore e Degrado Assoluti… ci vede casa sua! Se l’Hitler di «Moloch» manco sapeva cosa fosse Auschwitz, per la famiglia Höß è proprio tutta un’altra cosa rispetto all’immagine che la Storia ci ha consegnato di quel luogo: Auschwitz è la loro casetta, il loro Angolo di Paradiso, il loro posto nel Mondo. Il loro nido familiare, il loro buen ritiro, la loro personale zona di comfort. Il luogo nel quale essere felici ed esserlo insieme. In altre parole: Casa. Poco importa che si levino nell’aria grida di dolore e gemiti di sofferenza, nel mentre che in lontananza si alzano colonne di fumo recanti funerei annunci, a segnare che dall’altra parte del muricciolo di casa c’è quel che Noi – Noi che guardiamo il film – sappiamo che c’è. Gli Höß se ne stanno nel loro bel giardino, passeggiano, fanno la famiglia felice. Lo sono anzi. Nessuno, in nessun momento trascorso in quel luogo incantevole e delizioso, parla di cose quali la Shoah, il genocidio, la guerra: e perché dovrebbero? Loro sono felici lì, e non si contamina la propria Felicità parlando di cose che accadono dall’altra parte. Quasi neanche bisogna aver consapevolezza di quello che accade dall’altra parte, quando si è così felici. È paradossale, straordinario, incredibile vedere scorrere di fronte a Noi pacifiche immagini quotidiane e idilliache di questa tranquilla famiglia da Mulino Bianco quasi fosse spuntata da una pubblicità atta a sponsorizzare una determinata località geografica – la bella e allegra e serena Auschwitz -, nel mentre che costantemente sentiamo quei rumori, quelle grida, quegli strilli, quei ronzii, quegli spari, quei treni, quel terrore, quel dolore che stonano e infastidiscono e irritano, ma che i nostri protagonisti non sembrano neanche sentire. E intanto il denso fumo grigio, accompagnato dal costante rumore dei forni al lavoro, incessantemente riempie lo sfondo. Quella casa, separata dalla Morte e dalla Sofferenza vere per via di un semplice muro, e che è stata costruita proprio perché chi s’occupasse di quel luogo di dolore potesse stargli accanto, non è diversa da qualsiasi altra casa, sapete? E quella famiglia non è diversa da tante altre famiglie felici, sapete? E così quando il pericolo è quello di dover lasciare quel posto per via di un nuovo incarico assegnato al signor Höß, subito sua moglie si preoccupa e chiede al consorte di fare il possibile perché la famiglia rimanga lì: perché quello è il Paradiso. Il fatto è che non ce l’hanno scritto in faccia “Nazisti”. Il fatto è che quando se ne vanno in giro non sono accompagnati da una musichetta stile “Marcia Imperiale di Darth Vader” come fossero in «Star Wars». Il fatto è che quando provano i vestiti nuovi che gli arrivano dall’altra parte del giardino e che appartengono a persone a cui non serviranno più, loro ne sono ben felici. Mica c’è scritto sopra: Questo apparteneva a un essere umano che voi avete sterminato.

(La zona d’interesse)

Veniamo alla pellicola più recente del trittico. Uscito nel 2025, stiamo parlando del film «NORIMBERGA». Il protagonista non è Hitler, ma uno degli uomini che più gli erano vicini. E la vicenda non si svolge in piena epoca nazista quando il Terzo Reich era al massimo dello splendore, bensì quando quell’Impero era appena capitolato e tramontato. La Guerra volge al termine. Il Führer non c’è più. Il Reichsmarschall Hermann Göring, suo secondo in comando, viene fermato nel mentre che sta lasciando Berlino con la famiglia, decidendo così di consegnarsi alle forze americane. E subito si palesa un’idea: quella di un grandissimo processo internazionale che avesse risonanza mondiale e che vedesse i vertici nazisti ancora viventi – in primis il più importante di tutti, proprio quel Göring – giudicati per i loro crimini sul palcoscenico del Mondo. La grande occasione per fare giustizia, no? Certo, questo non avrebbe restituito la vita ai milioni di vittime – tra la guerra e i campi – che fecero i Nazisti, ma avrebbe potuto essere d’ispirazione vedere applicata non una sorta di punitiva Legge del Taglione, ma Vera Giustizia nel suo farsi: quei Mostri avrebbero potuto avere un trattamento da esseri umani, venendo loro regalata l’occasione di potersi difendere dalle accuse che gli sarebbero state mosse ed essere pubblicamente giudicati in maniera imparziale e obiettiva. Il problema però sta proprio nella questione a monte: ho scritto “quei Mostri avrebbero potuto avere un trattamento da esseri umani”. Il punto è che loro sono esseri umani. Quegli abominevoli Nazisti che hanno architettato e portato avanti la Soluzione Finale stipando nei forni donne e bambini e padri e figli e nipoti e zii senza pietà, dopo avergli tolto tutto financo la dignità, sono degli esseri umani. Sarebbe troppo facile pensare che siano il Demonio, che esistano solo in quanto Emissari del Male, che l’Oscurità dentro di loro non è di questo Mondo. Molto più difficile, complesso, scioccante accettare che tutto quel demoniaco male oscuro sia – nella sua inumanità – la cosa (tristemente) più umana possibile. Lo sapete quante persone si sono iscritte al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi nel ventennio 1925/1945? Si stima un picco di 11 milioni. Ah, certo, oggi si dice spesso che diversi si sentirono costretti, che altri furono indottrinati, che altri ancora si tesserarono solo per una questione di convenienza o inerzia… possiamo usare tutte le scuse che vogliamo, ma davvero pretendiamo di poter credere che 11 milioni di persone siano perfettamente e completamente innocenti e che la responsabilità dello sterminio sistematico portato avanti spetti solo a poche mele marce da cui tutti gli altri si son fatti imbambolare, incantare, abbindolare, guidare, condurre? Fatemi il piacere. E poi non è proprio dei soli Nazisti questo discorso, ma quel tipo di inumanità è esistita ed esiste in molte altre forme e da tante altre parti. Pure in America, basti guardare ad esempio alle piantagioni di cotone: quelli erano gli stessi campi di concentramento, dove gli Afroamericani alla stregua degli Ebrei vennero torturati e massacrati e ammazzati da quei nazisti dei negrieri. Il Nazismo – anche se ha altri nomi e simboli e ideali – da intendersi come “inumanità” è dappertutto attorno a Noi. In ogni dove. Pure se non indossa l’uniforme. E questo arriverà a comprenderlo anche il protagonista del film, impersonato da quel mattacchione di RAMI MALEK, lo psichiatria militare americano chiamato a fare una valutazione medica della salute mentale dei 22 Nazisti accusati. Soprattutto di Göring. È chiaro che – anche se l’idea è quella di confezionare un processo giusto e obiettivo e imparziale – i Nazisti debbano perdere e il Nazismo debba essere riconosciuto come il Male Assoluto. Questa è l’intenzione fin dall’inizio. Il problema è che Göring non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un Nazista cattivissimo e orrendo: è cordiale, gentile, affascinante, simpatico, brillante, molto educato, cortese, fa un sacco di battute e infine instaura un legame di apparente sincera amicizia col protagonista. Ma come fa uno di quelli che ha deciso che milioni di persone dovessero essere prese e annientate ad essere così umano? Göring… anzi, no… Hermann è un uomo onesto e corretto e garbato e affabile, che sente terribilmente il peso della mancanza di sua moglie e di sua figlia, da cui è stato separato e delle quali è profondamente innamorato. Sconcerto ancor più grande: uno può essere un Nazista e allo stesso tempo contemporaneamente pure un padre premuroso e un marito fedele? Vien da pensare che forse Hermann non c’entra niente con la Soluzione Finale. Hermann dice così del resto, che lui non sapeva che cosa si stesse organizzando, che mai avrebbe approvato quella robaccia là. Di sicuro arriva a credergli il suo psichiatra, affascinato da Hermann, e sempre più convinto di esserne amico. Ma la Verità non è così semplice! Hermann Göring – reso iconico da un gigantesco e titanico RUSSEL CROWE in stato di grazia e che ha recitato un ruolo che quasi nessun altro interprete sarebbe stato in grado di recitare – sa perfettamente come usare le parole, come muoversi e che carte giocarsi, il suo obiettivo è non ammettere niente di fronte a quel tribunale e anzi sfruttare l’occasione per mostrare sé stesso e il regime come giusti, per nulla mostruosi. Quindi tutte le volte che diceva di amare sua moglie e sua figlia, che ricordava commosso come era stato ispirato dal suo amico Adolf Hitler prima ancora che diventasse il Führer perché era riuscito a dare una speranza ad un popolo – quello tedesco – piegato in due, tutte le volte che sembrava così umano… mentiva? Era tutta una finta? Eh no, è quello il dilemma! Quel manipolatore certamente mentiva sul fatto che non sapesse niente della Soluzione Finale, ma non sulla sua Umanità. Quella c’era, ma c’era anche tutto il resto. Al punto che quando ad Hermann, sempre controllatissimo e padrone di sé, verrà chiesto se oggi – sapendo quello che sa – ancora sosterebbe quel criminale sanguinario che è stato Hitler, lui lascia stare tutti gli imbrogli e i raggiri e gli inganni e dice che sempre lo avrebbe seguito, in ogni caso e a prescindere. “Heil Hitler”, dichiara condannando sé stesso. Ma lo fa perché è un maledetto Nazista imbevuto della stessa filosofia con cui gli han fatto il lavaggio del cervello? È possibile. Ma è anche possibile che sia un uomo che pur di non tradire l’amico morto e la sua memoria, decide di sacrificare la sua stessa vita in nome di quell’amore vero, sincero e… lo so, è assurdo… umano.

(Russell Crowe nei panni di Hermann Göring nel film «Norimberga»)

Talvolta mi sorprendo a chiedermi: ma se i Nazisti non avessero perso, oggi sarebbero sempre ritenuti il Diavolo? Göring è in quella cella perché lo meritava – e considerando quello che ha fatto lo meritava eccome a mio modo di vedere – oppure si trova lì solo perché era dalla parte di chi ha perso e non perché fosse moralmente disgustoso? Fino ad ora abbiamo avuto gioco facile ad analizzare tre pellicole che applicano lo stesso movimento narrativo, e cioè che vanno a prendere figure che sono considerate il Male Assoluto e più profondo possibile – i Nazisti – e che ci sorprendono nel mostrarci l’umanità insita in loro. A dispetto del lato disumano, che certo non scompare. Ma facessimo il contrario opposto? E cioè prendere delle figure che rappresentano e incarnano il Bene nella sua forma più semplice e genuina, le brave persone di cui sopra, e che invece alla fin fine sono tali e quali a quei Nazisti che tanto odiamo? Ed è qui che vi cito non un film, non una semplice perla, ma oggettivamente uno dei più mastodontici, sublimi, inarrivabili capolavori – non solo cinematografici ma anche artistici e narrativi – di tutta quanta la Storia della Settima Arte: «DOGVILLE» del Sommo Maestro Folle LARS VON TRIER. Anno 2003. Se vi dicessi che esiste una pellicola al termine della cui visione potresti essere felice di aver visto assassinare dei bambini, che mi direste? Perché tali sono «Dogville» e la sua potenza, un film dopo il quale nemmeno tu che l’hai guardato sei più sicuro di essere una brava persona. La storia è quella di una minuscola comunità degli anni ’30 durante la Grande Depressione spersa tra le Montagne Rocciose Americane, fatta da brava gente semplice e onesta che lavora e tira avanti. Hanno i loro difetti certo, tra chi magari non è proprio sveglio e chi tende ad essere un po’ orso e chi invece parla troppo, ma son tutte cose perdonabili. Lo dicono spesso nel film, che sono brave persone. E quando una donna misteriosa spuntata dal nulla in fuga perché inseguita da gangsters e criminali si presenta a loro supplicando aiuto, loro non si tirano indietro. Se possono fare del Bene, quelle brave persone lo fanno. Certo, la cara Grace – impersonata da una divinità della recitazione quale NICOLE KIDMAN qui alla miglior performance di tutta la sua carriera – sembra quasi un angelo per delicatezza e sensibilità e profondità umana. Però è un’estranea, non si sa nulla del suo passato, e di mezzo c’è la criminalità. Non tutti le avrebbero dato una casa. Ma Dogville sì, Dogville diventa una casa per lei. Certo, la comunità è piccina, di gente per bene e che vuole aiutare solo persone per bene. Fortuna che il primo che Grace incontra, il caro Tom – una sorta di giovane leader spirituale e morale per la sua comunità (anche se non proprio amatissimo da tutti, specie per i suoi continui discorsi prolissi piuttosto inutili) – interpretato da un eccezionale e formidabile PAUL BETTANY ha la grande ideona: per dimostrare a quelle brave persone di essere una brava persona che non vuole approfittarsi della bontà altrui, Grace avrebbe fatto dei piccoli lavoretti gratuiti per loro. Inizialmente tutti quanti – ricordiamolo, se non l’avete capito: gente brava e semplice e buona! – non hanno idea di cosa farle fare. Poi, a poco a poco, qualcosa lo trovano. E Grace s’impegna tantissimo. Decidono di tenerla lì con loro, e al tempo stesso le affidano un sempre maggior numero di incarichi e compiti. Grace sente di aver finalmente trovato il suo posto nel Mondo, e anche gli orsi più burberi e scontrosi fra loro oramai non vogliono più farne a meno. E pure quando il rischio si fa più alto nel momento in cui le stesse forze dell’ordine – chiaramente corrotte e al soldo dei criminali – fanno sapere di star cercando Grace, i cittadini di Dogville ancora la vogliono. Certo, la paura c’è, ma affidando a Grace un numero ancora più alto di doveri e occupazioni la cosa si risolve come in una sorta di compensazione, no? Loro sono brava gente semplice, e buona soprattutto, non hanno bisogno di chissà cosa per farsi convincere, specie poi se si tratta della donna meravigliosa che ha reso Dogville un posto migliore. Semplicemente lei deve essere sempre e comunque reperibile e a loro servizio costantemente, lavorare anche la notte oltre che tutto il giorno se serve e ovviamente farsi stuprare e abusare da brava ogni qual volta hanno voglia di sfogarsi. Se poi qualcuna di quelle brave persone le urla addosso insultandola e ricordandole quanto faccia schifo, può farlo naturalmente, ci sta, no? A questo punto, per una questione di praticità, tanto vale mettere a quella loro schiava una catena al collo. Okay, ora credo che abbiate capito che non basta dire di essere buoni per esserlo, vero? E soprattutto che puoi essere una merda anche se non indossi un’uniforme o non sei a capo di un Nazione, giusto? Lo puoi essere anche se sei un povero diavolo disgraziato che arriva a fine mese con pochi soldi in tasca. Il fatto è che però quel prodigioso prodigio che è Lars –  che lo si ami oppure lo si odi, obiettivamente è un Impareggiabile Talento Assoluto – messici di fronte alla consapevolezza che l’Umanità faccia schifo (questo è quello in cui lui crede) nel farci dono del suo più monumentale capolavoro ci offre una soluzione, rispetto a mille mila altre pellicole che ci inducono le domande senza volerci dare risposta. Qui la risposta c’è, ed è chiara, forte, precisa. L’Umanità tutta è fondamentalmente malvagia, ci dice. Essere umani significa essere esseri schifosi e orribili. Che fare allora con questa Umanità? Va eliminata. Punto, senza se e senza ma. Grace sceglierà di subire di tutto e farsi fare di tutto, affronterà una discesa negli inferi sempre più obbrobriosa e degradante e dolorosa e avvilente, perché si ricorda che quella gente è stata gentile a volerle dare una casa, si tratta in fondo di persone essenzialmente buone che vivono in quattro catapecchie di legno, cosa ne possono loro?, è gente sfortunata che deve lavorare duro, e faticano tanto, e s’impegnano tanto, e hanno le loro debolezze, se lei fosse stata al posto loro non si sarebbe comportata nello stesso modo? A pensarci bene: No, col cazzo. Hanno preso una ragazza disperata che ha chiesto loro aiuto, l’hanno sfruttata, schiavizzata, insultata, mortificata, sottomessa, derisa, le han messo una catena attorno al collo e l’hanno stuprata tante e tante e tante volte, ripetutamente, ogni giorno, in continuazione, nel mentre che i bimbi del paese addirittura si divertivano a suonare le campane cittadine ogni volta che veniva abusata, tanto per umiliarla ancor di più. Grace non avrebbe giustificato una sola di quelle orride atrocità abominevoli fosse stata lei a compierle: perché doveva perdonare loro? Non esiste niente di buono nel cuore di qualcuno capace di fare il Male – il Male gratuito e senza perché – che hanno fatto a Lei. È piuttosto Bene prendere quel Male ed estirparlo, a costo di fare del Male. 

(Nicole Kidman e Lars Von Trier sul set del film «Dogville»)

Per paradosso dal mio punto di vista è infinitamente più disagiante e meno rassicurante una pellicola come «MATCH POINT» (2005), a mio modo personale di vedere il più mastodontico e grandioso capolavoro del cineasta e regista e sceneggiatore WOODY ALLEN, che ci regala uno dei film più belli che esistano. Si presenta simile a una leggera commediola romantica, che parla di un ex quasi-campione di tennis (se avesse continuato forse sarebbe diventato qualcuno, ma non ha continuato) che si ricicla insegnante in un circolo sportivo per ricchi ricconi ricchissimi londinesi. Seduce la giovane timida rampolla di una di queste famiglie di cui entra a far parte, riuscendo subito a farsi voler molto bene. L’idea è quella di sposarla, e sistemarsi a vita. Del resto lui è un tipo calmo, solido, colto, con la testa sulle spalle, privo di eccentricità o robe del genere. È anzi piuttosto riflessivo, meditativo e meditabondo mi verrebbe da dire. Cosa potrebbe andare storto? Eh, che perde completamente la testa per la sexy fidanzata americana del fratello di quella che vorrebbe diventasse sua moglie: non che l’amore romantico c’entri qualcosa, continua a preferirle la bella vita, ma c’è qualcosa in quella ragazza che lo cattura completamente, eroticamente ed evidentemente intellettualmente ne è assurdamente eccitato, nutre un sentimento irrefrenabile che proprio non può controllare. Risparmio ulteriori dettagli, il punto qual è? Che quell’uomo di norma così controllato e attento a quello che dice e fa, è tale anche perché ha una consapevolezza, e cioè che la vita non è una questione di talento o capacità, bensì solamente di Fortuna. O ce l’hai, o non ce l’hai. Come quando una pallina in una partita di tennis colpisce il nastro e può andare da una parte del campo o dall’altra. E a seconda di dove cade, vinci o perdi. E nulla c’entra la bravura o il talento di chi l’ha scagliata. E a volte in quell’attimo si decide un’intera partita. Dove va quindi a finire il Senso di ogni cosa, se tutto dipende solamente dalla Fortuna? «Hanno tutti paura di ammettere quanta parte abbia la fortuna. In fondo gli scienziati stanno confermando sempre di più che la vita esiste solo per puro caso. Nessuno scopo. Nessun disegno» dice lui, ad un certo punto del film. E a questo punto allora vien da chiedersi: Ma se le cose stanno così, e niente dipende da Noi, allora a che serve determinare cosa sia Bene e cosa Male, capire chi è Buono e chi Cattivo? La Malvagità non viene punita, e la Bontà non viene premiata, dipende solo dalla fortuna e dal culo. È un messaggio devastante. E lo stesso protagonista, che compie una serie di azioni decisamente brutali, non è mica contento di questo. È anzi un eterno infelice. Lui vorrebbe che il Male venisse castigato, anche se si tratta di Lui. Lo vorrebbe con ogni oncia di sé. «Almeno ci sarebbe un qualche piccolo segno di giustizia. Una qualche piccola quantità di speranza di un possibile significato» dice. E invece non c’è niente. Da una parte abbiamo «Dogville» che rinuncia a qualsiasi tipo di scenografia – l’intero film è girato in un teatro di posa e porte e case e finestre son semplicemente immaginate e al loro posto vi sono linee bianche tracciate a terra, mentre le montagne son fatte di cartapesta – con lo scopo di mostrarti l’Umanità vera senza ipocrisie e al di là di ogni muro nella sua forma più turpe e oscena, dall’altra c’è «Match Point» che portandoti in un mondo scintillante fatto di magioni di campagna e feste lussuose e teatri d’opera ti dice che schifoso o meno alla fine non vince chi lo merita né chi non se lo merita, ma solo chi vince. Ciò nondimeno il titolo apparentemente più brutale tra i due (ricordiamo che in «Dogville» stupri e omicidi e violenze abbondano) contiene in sé paradossalmente un insegnamento molto meno nefasto e agghiacciante rispetto a «Match Point»: la soluzione in un caso c’è, terribile, spazzare via questo schifo d’Umano, però almeno c’è, un senso può esser rintracciato, fare il Bene facendo il Male a chi è Male; nel secondo semplicemente non c’è risposta, non c’è significato, non c’è niente.

(Jonathan Rhys Meyers e Scarlett Johansson – magnifici! – in una scena del film «Match Point»)

Se non siete già abbastanza confusi e disperati, aspettate di sapere di che diavolo vi parlo adesso! Dopo aver parlato di Nazisti che sono però anche Umani, di come forse la sola soluzione sia ammazzare tutto e tutti e che essere Cattivi o essere Buoni non sembra far differenza, ci tengo a dire la mia sul titolo da cui in realtà è partito l’intero articolo: «SCARFACE» del 1983, a firma di BRIAN DE PALMA. Dire cosa ha significato questo film in un solo articolo, non si può. Basti pensare che il suo protagonista – impersonato da un gigantesco AL PACINO che qui giganteggia più che mai – è entrato così prepotentemente nell’immaginario collettivo storico globale da essere uno dei massimi personaggi più immediatamente riconoscibili mai esistiti. Criticatissimo ai tempi della sua uscita per via della volgarità e della violenza in esso contenuti, in realtà a livello emotivo è una passeggiata in confronto agli altri dal mio punto di vista, specie se si pensiamo agli ultimi due titoli menzionati. Se è vero che a livello estetico e visivo è molto più brutale questo, è altrettanto vero che a livello narrativo ed emotivo gli altri sue sprigionano una schiacciante potenza di fuoco devastante che non ha eguali! Qui la potenza di fuoco è effettiva (penso al finale nel quale Al mitraglia un sacco di gente), nel caso dei due titoli sopracitati è sottocutanea, ti entra dentro. Anche la storia è una di quelle che già abbiamo sentito raccontare diverse volte: un uomo piccolo con sogni enormi riesce a imporsi e a toccare la vetta schiacciando chi gli si oppone e conquistando la gloria e il successo che ha sempre bramato e voluto e desiderato, fino a quando non crolla rovinosamente giù da quella stessa vetta che tanto aveva sognato. L’uomo piccolo in questione è TONY MONTANA: immigrato cubano delinquentello da strapazzo a Miami che mira addirittura a diventare il padrone della città e dandosi da fare in qualità di killer/scagnozzo/tirapiedi, ammazzando di qua e ammazzando di là, riuscirà a diventare boss della droga costruendosi un impero internazionale. Prima che ogni cosa vada poi a puttane. Ma il punto non è questo. Il punto è che Tony è una persona orribile. Badate bene: in realtà ci può stare pure simpatico, è una mitraglietta in fatto di battute (non solo con le armi!), ci fa ridere, ed è a suo modo una persona semplice anche se ha sogni e desideri tutt’altro che semplici. Lui vuole che il Mondo sia suo, e pure in questo gli ci possiamo affezionare, perché i sognatori che aspirano al Cielo han sempre una certa presa su di Noi. E lui è uno di questi sognatori. Ma per raggiungere quel Cielo, non si fa problemi a uccidere, sparare e trucidare. Non che ammazzi in modo gratuito, però lui è della scuola del “Se sei un mio nemico e mi colpisci, io ti colpisco prima e più forte”. Nell’arco di tutto il film non c’è mai una sola azione da parte sua che non sia fatta per sé stesso e in nome della sua ambizione. E solitamente sono tutte azioni deplorevoli, sanguinarie, brutali. Però sapete qual è la cosa che davvero mi manda ai matti di «Scarface» e che nessuno sembra mai notare? Che a mandare a catafascio e a gambe all’aria lui e tutto il suo impero non è nemmeno una dell’esecrabile e turpe sfilza infinita di spregevoli e ripugnanti atrocità nefaste che commette, bensì la sola e unica azione “buona” nel senso classico del termine che compie in tutta la pellicola: quando decide di impedire a un sicario di far esplodere la bomba sull’auto di un tizio perché scorge su quella macchina anche i due figli piccoli e la moglie di quel tizio. «Ma per chi mi hai preso? Io non li ammazzo due bambini e una donna! Vaffanculo! Non voglio questo schifo sulla coscienza! Io ammazzo te, macellaio! Chi credevi che ero, eh? Tu credevi che ero un verme schifoso come te?». Quel tizio andava ucciso, sapeva bene che rischi correva a non eliminarlo, eppure non l’ha fatto, gli ha salvato la vita, anche se poi questo ha significato la fine sua e del suo sogno immenso, quell’impero per cui tanto aveva ucciso e sparso sangue. Ed è la sola azione veramente buona che fa in tutto il film quello sporco criminale incallito, l’unica volta in cui fa quello che fa in nome di una giustizia più alta, di un principio più vero e profondo, in nome di quel Bene di cui tanto stiamo parlando. Ora voi però lo capite come diavolo può farmi sentire emotivamente parlando sapere che quel criminale ha perso orribilmente ed è caduto rovinosamente non in virtù di quanto di nefasto ha commesso, ma per via di quell’unica volta in vita sua in cui fece la cosa giusta? Non fu tutto il Male commesso a fregarlo, ma la sola volta in cui fece il Bene.

(Tony Montana, impersonato dal maestoso Al Pacino, protagonista di «Scarface»)

La bontà non te la insegnano. E forse neanche ci nasci. Soprattutto se nemmeno sai come è fatta, la bontà. Potrebbe essere che ognuno abbia la sua idea di Bene e si convinca che quello che faccia sia un Bene, anche se invece per altri potrebbe essere Male. Potrebbe anche essere invece che ci sono quelli a cui semplicemente non importa di fare il Male o fare il Bene. Cosa distingue un uomo malvagio da uno buono? Niente. Nessuno ha scritto in fronte “Buono” o “Cattivo”.  E se poi in realtà si può essere sia buoni che cattivi contemporaneamente, se è vero che un uomo può essere un uomo pur commettendo atrocità inumane, se è giusto dire che nulla ha senso financo la scelta stessa di essere buoni o malvagi se tanto poi è solamente la Fortuna a decidere che Tu vinca o te la prenda in quel posto, se addirittura la scelta di fare il Bene può portarti Male, cosa dovresti fare?  

Abbiamo inaugurato questo nostro discorrere partendo da un trittico di pellicole storiche che parlavano di Nazisti, scegliamo di concludere verso il positivo con un trio di film d’animazione che definire belli o capolavori è fin poco! Comincio con uno di quei titoli che hanno segnato la mia infanzia e fatto così tanto inestricabilmente parte della mia vita che quasi ad oggi è impossibile immaginarmi l’esistenza senza. Una formidabile perla assoluta targata DREAMWORKS, uno di quei film che rividi al cinema due volte tanto li amai: trattasi di «MEGAMIND» (2010). I personaggi irresistibili dal primo all’ultimo, la vivacità frizzantissima della storia, la ricchezza variopinta dello stile d’animazione, il suo ritmo al fulmicotone, la capacità umana empatica degli autori di portarti a vivere le emozioni stesse dei protagonisti: queste sono solo alcune di tutte le straordinarie qualità di un film che, ricordiamolo!, è sempre più grande della somma delle sue parti. E questo vale anche in questo caso. La vicenda vede un piccolo bebè alieno tutto blu mandato sulla Terra dal suo mondo morente, sullo stile di Superman. Il problema è che pure il pianeta accanto ci manda uno dei suoi frugoletti alieni, un tipo che non è affatto blu, anzi ha in tutto e per tutto l’aspetto di un individuo umano, che a dirla tutta addirittura risponde a quegli standard di bellezza alti altissimi imposti dalla società in cui viviamo. E quindi in questo caso DAVVERO sullo stile di Superman. Insomma, son due bebè: ma uno è blu e col testone gigante chiaramente alieno, l’altro è un bimbetto bellissimo che diverrà un figo perso con muscoli, capelli e sorriso smagliante. E che saprà fare cose fighissime quali volare, essere super forte, sparare raggi laser dagli occhi. Cose che il tizio col testone blu manco si sogna! Testone blu sa usare il cervello, c’ha una mente pazzesca, può costruirti qualunque cosa… ma spesso alla gente non gliene frega niente di cosa c’hai in testa, vuole guardarti e vedere un figo che fa cose fighe, anche se poi magari è un imbecille perso. Chiaramente il bebè meraviglioso avrà un’infanzia e una vita migliori di quell’altro, in un Mondo che ti giudica solo sulla base di quello che sembri e di come appari, infischiandosene completamente di quello che sei realmente. Il primo sarà amato, idolatrato, venerato, mai solo, in casa con genitori ricchissimi che lo adorano, a scuola leader della classe e più popolare di tutti continuamente elogiato da chiunque, cocco degli insegnanti e circondato da compagni che fanno a gara per essere suoi amici. Il secondo sarà odiato, temuto, disprezzato, solo come un cane, senza nessuno al mondo perché chiuso in un carcere di massima sicurezza da dove non può uscire se non per seguire le lezioni scolastiche, senza amici a scuola perché non piace a nessuno e tutti lo vedono male e gli stanno lontani a prescindere, scartato da chiunque e tenuto ai margini. Il primo diverrà Metroman, un supereroe tale e quale a Superman. Ma scemo. Testone blu invece sceglie la strada opposta, perché se qualsiasi cosa facesse la gente l’avrebbe sempre visto come il cattivo, allora tanto valeva essere il cattivo più cattivo di tutti, il migliore del suo campo e nel suo genere. Ribaltando tutti i cliché del cinecomic, questo capolavoro ti racconta quindi di un supercattivo che veramente malvagio poi non è, che ha scelto quella strada solo perché sono stati tutti gli altri a sceglierla per lui e che quando si scontra col suo rivale e antagonista, il suo intento non è mai davvero quello di polverizzarlo, già sa da bravo supercattivo che si rispetti che finirà per perdere ed essere consegnato alla giustizia, per poi evadere e riprovarci. Ed è meglio così, anzi, lo preferisce: se in effetti dovesse riuscire in quello che è il suo intento dichiarato – sconfiggere il nemico e impadronirsi della città – poi che significato avrebbe la sua vita fatta di lotte epiche e genialate d’invenzioni? Però un giorno succede davvero. L’impossibile diventa possibile, e quel che era impensabile accade: il supercattivo sconfigge il supereroe. All’inizio è gran festa per il nostro Megamind, è chiaro, ha vinto: ma poi è la disperazione. Non solo per tutti, ma proprio anche in primis per lui, che si ritrova privo di uno scopo, d’un senso, di un significato. Che cosa ne avrebbe fatto ora di sé stesso? Il Male non può fare il Male, se non esiste il Bene pronto a fargli del Male. Il Male ha bisogno del Bene per esistere. E viceversa. Un gioiello inestimabile che ti ricorda che un libro non deve essere mai giudicato dalla sua copertina così come una persona dal suo aspetto: ciò che determina veramente il valore, l’essenza e da ultimo la bontà di qualcuno, sono le sue azioni. Conseguentemente puoi sembrare tutta la vita qualcosa che non sei, ma non significa che tu lo sia. E così la tipica bella fanciulla dell’eroe può essere una tipa tosta e forte e per nulla superficiale, che non ha bisogno di essere salvata e neanche ha mai pensato al figaccione volante come ad una possibilità in termini romantici. Lo sfigatello innamorato della tipa e che non ha mai avuto una possibilità può invece rivelarsi come il peggiore dei narcisisti e il più impositivo dei criminali se ne avesse la possibilità, e qualora avesse nel palmo della sua mano il potere di quel supereroe che ha sempre sognato di essere sarebbe tutt’altro che un supereroe. E infine il Supereroe stesso – oltre che un po’ idiota e molto imbecille – può essere uno che si è semplicemente stufato di quella manfrina quotidiana e che si è reso conto che tutti quei poteri e quella gente che lo adorava e quelle aspettative nei suoi riguardi altro non erano che delle catene che lo hanno obbligato a fare della sua vita quello che gli altri volevano che lui facesse privandosi così di una delle cose più potenti che abbiamo: scegliere da Noi. Ma aspettate tutti, non è che forse lo stesso discorso vale paradossalmente per il supercattivo? Non è che lui è il supercattivo perché sono stati gli altri a vederlo in questo modo e lui allora – convintosi di non avere scelta – ha preferito fare quello che gli altri volevano lui facesse anziché fare quello che lui voleva? E se invece per via della sua enormissima intelligenza eccezionale, lui fosse bravo ad aiutarle, le persone? Se fosse quella la sua strada, in barba al giudizio degli altri e a quello che chiunque può pensare su di lui? E se il Bene e il Male fossero una scelta nostra e solo nostra, e gli altri non ci debbano mettere becco in nessunissimo modo?

(Minion – che di Megamind è scagnozzo e migliore amico – e lo stesso Megamind, padroni della città, accompagnati dai loro Robocervelli)

Passiamo poi ad un altro titolo Dreamworks al quale in origine nessuno avrebbe mai dato mezzo centesimo chiamarlo “mezzo”. E invece si è rivelato uno di quegli incredibili capolavoroni assoluti che ti ricordano il perché la Dreamworks sia grande. Neanche un sequel, bensì il sequel di uno spin-off. Si sa, la saga cinematografica di «SHREK» ha fatto la Storia del Cinema d’Animazione. Perciò, un film incentrato sul personaggio secondario del Gatto con gli Stivali e che ne racconta le origini era parsa una buona idea. E lo era davvero, so che quel film non è stato troppo apprezzato ma a me di contro piacque moltissimo. Più di 11 anni dopo, esce nel 2022 questo secondo capitolo che quasi nulla ha a che fare col primo: «IL GATTO CON GLI STIVALI 2 – L’ULTIMO DESIDERIO». E uno ne avrebbe anche piene le scatole di remake, spin-off, sequel, prequel, interquel, paraquel, midquel, tutti i -quel che volete, no? E invece però delle eccezioni ci sono, e quest’opera grandiosa è fra queste. Visivamente parlando è una gioia per gli occhi, l’animazione è tra le più curate e meticolose possibili: a livello tecnico fonde e combina fra loro le grafiche 2D e 3D senza soluzione di continuità, stilisticamente ogni cosa – da personaggi ad ambienti – sembra dipinta a mano, ogni movimento e azione sono stati studiati in ogni singolo fotogramma in modo da coinvolgere e attrarre irresistibilmente qualsiasi spettatore. Al punto che ti sembra di stare lì, con quei personaggi. E poi c’è la storia, una narrazione potentissima che avvince e coinvolge incredibilmente E soprattutto, questo film qua – e vi prego di credermi quando vi dico che non sto scherzando – è un fantasioso, vivido, emozionantissimo, sensibile e profondo trattato di etica morale attraverso il quale ci viene raccontato cosa siano il Bene e il suo opposto, e cioè il Male. E come non sia sempre chiaro distinguere una linea netta tra i due. Quella che vediamo andare in scena in quell’ora e 38 di pura bellezza ed emozione, è la Cattiveria vera che assume però forme diverse, funzioni differenti, scopi e presupposti d’altro tipo. È quasi un catalogo di Malvagità. Esistono infatti non uno, non due, bensì tre antagonisti, ognuno portatore di un Lato Oscuro ben diverso da quello degli altri. A riprova che sarebbe anche bello poter prendere tutti i cattivi e ficcarli a forza nella stessa categoria per questioni di semplicità pragmatica, magari con tanto di cartello – “Attenzione: i Cattivi!” -, ma così non può essere proprio perché le persone cosiddette cattive non sono tutte dello stesso tipo. E forse neanche veramente cattive. Nel momento in cui quel campione di fascino – anche se presuntuoso e arrogante come molte grandi star lo è diventato! – che è Gatto, il quale si crede immortale e invincibile ed eterno, interessato a vivere le sue avventure sputando in faccia al pericolo e dimostrandosi agli occhi di tutti un eroe, si ritrova ad aver buttato via otto delle sue nove vite, la Morte si presenta a Lui. Terrificante, agghiacciante, ansiogena a mille ogni comparsa in scena della Morte – che ha forma di un muscoloso Lupo famelico incappucciato e sadico e con due falci tra le zampe – e noi quel terrore orrorifico lo sentiamo tutto proprio perché è Gatto stesso in primis che lo sente dentro. Un panico profondo, perché lui non vuole morire, e ora ha veramente paura che accadrà, lui che è l’eroica leggenda di cui tutti cantano è spaventato a morte… e questo gli impedisce di essere quel che è sempre stato. La Morte lo vuole, e lo insegue, e farà ogni cosa in suo potere per prenderselo. E allora lui smette di vivere, così da non farsi prendere. Poi però balena una chance, una speranza, un’occasione: anni prima cadde dal Cielo nel mezzo della foresta Oscura una stella, i cui poteri astrali sono in grado di esaudire un desiderio qualsiasi. Desiderare di tornare ad avere le otto vite perdute, sarebbe la soluzione ideale d’ogni cosa! Ma incontrerà altri soggetti che vogliono quel desiderio per sé. Vedete, la Morte è chiaramente uno degli antagonisti del film per forza di cose, si scontra con un protagonista che vuole uccidere e che invece di morire non vorrebbe saperne. Però è uno di quei malvagi – per quanto veramente in grado di indurci una sensazione allucinante di panico – che fa quel che fa perché convinto di fare il Bene, o comunque risponde ad un suo ideale più grande. La Morte non vuole uccidere Gatto perché lo odia, o per ricavarci qualcosa: Gatto ha sprecato otto vite buttandole via, e così invece che aspettare che scarichi nel cesso pure la nona decide di far prima e viene a prendersi il resto già adesso. Che si tratti di un eroe leggendario o meno, qualcuno che se ne frega delle opportunità che ha avuto non può che essere ai suoi occhi un arrogante immeritevole che davvero pensa di essere immortale. Quando non lo è. Capite quindi che la Morte è un cattivo completamente diverso da Big Jack Horner? Ma chi è costui ora? Un mega gigantone signore del crimine che possiede oggetti magici e creature fantastiche a non finire nella sua spropositata collezione sconfinata ma che ne vuole sempre di più: ha un aspetto simpatico, una voce un filo da cretino, non ci fa per niente paura un tipo così ecco! Soprattutto se messo in relazione con la Morte lupesca. Però la sua cattiveria è assoluta. La Morte fa quello che fa in nome di un ideale più grande, Jack solo perché gli va. Non è che fa il Male per portare del Bene a sé stesso, ma solo perché può farlo e gli va di farlo. Certo, è egoista, mira al suo bene personale, quello che volete: ma non ha un disperato bisogno di chissà cosa, il desiderio vorrebbe usarlo per arrivare a possedere tutta la magia del Mondo senza rendersi conto che ne avrà già il 90%! Ma poi soprattutto arriva a sacrificare quasi inutilmente i suoi sgherri facendoli ammazzare senza alcuna ragione. Trovo meravigliose e stratosferiche le sequenze dialoganti tra Big Jack e il Grillo Parlante, quest’ultimo scoperto casualmente dal primo tra gli oggetti della sua collezione e che gli si mette sulla spalla, onde poterlo giudicare e inducendolo a riflettere sulle sue riprovevoli azioni. Però è un caso disperato, altro che Pinocchio: il Grillo si tormenta nel cercare di dare un perché alle azioni di Jack, gli chiede sulla sua infanzia, sui suoi traumi e dolori; ma Jack dice di essere stato molto amato e di aver avuto un’infanzia bellissima e priva di qualsivoglia sofferenza. Ma allora perché fa quello che fa? Ed è questo il punto che fa davvero Male: un perché non c’è, non esiste. Il Male non necessita di un perché. Il Male può fare male solo perché può e gli va. Il Grillo insiste inizialmente a dire che c’è del buono in tutti, ma quando si renderà conto lui stesso che così non è, capirà che Jack è una persona orribile e basta. Paragone azzardato: se la Morte lupesca è assimilabile al Nazista convinto di fare del Bene uccidendo Ebrei, Big Jack incarna quel Nazista a cui non gliene frega niente di fare il Male o il Bene, che neanche crede davvero che gli Ebrei debbano essere eliminati, ma che tra tornaconto e divertimento personale li ammazza lo stesso. Son due forme molto diverse di Male, se ben ci pensate. Veniamo all’ultimo antagonista, che anzi son quattro: Riccioli D’Oro e la sua famiglia di orsi composta da Papà Orso e Mamma Orso e il piccolo (grande) Baby. Questi quattro non hanno un ideale più grande al quale han consacrato la vita né sicuramente vogliono fare il Male tanto per farlo. Semplicemente vogliono il loro Bene, anche se questo significa essere un filo cattivelli. Di sicuro egoisti, immaturi, opportunisti. Ma è quel tipo di Male che ha sempre la possibilità di convertirsi in Bene, per cui la redenzione esiste sempre, che nasce più dalla disperazione o dalla paura o dalla voglia di essere felici. E che in realtà non è così diverso dal Male che lo stesso Gatto fa. Sì, Gatto da una parte e la banda di Riccioli D’Oro e i Tre Orsi dall’altra non sono tanto dissimili fra loro. Noi stiamo dalla parte di Gatto solo perché è il protagonista della sua storia, ma anche lui commette sbagli ed errori. Ma sbagliare è umano (o felino in questo caso). 

(Jack & Grillo!)

Non è lo sbaglio che determina la Cattiveria o la Bontà che hai dentro, ma la tua voglia di rimediarci. Ed è giusto e umano essere disposti a fare tutto il possibile per ottenere quel che più si desidera, ma non se “tutto il possibile” ti porta a perdere qualcosa che già avevi e di infinitamente più prezioso. Soprattutto, se ci rendiamo conto che ciò che desideravamo non era quel che davvero volevamo. Lo stare insieme a chi ami è quello che conta più di ogni altra cosa, anche se questo significa rinunciare a un poco di sé. Senza però per questo smettere di essere fedeli a chi si è stati. Ma è chiaro e logico e naturale che nel momento in cui si sta con chi si ama, ognuno di Noi voglia essere la miglior versione possibile di sé. Per gli altri, e per sé stessi. 

(I villain de «Il Gatto con gli Stivali 2 – L’ultimo desiderio»)

Gatto – che voleva continuare ad essere la leggenda che era – si rende conto che vivere la vita per il piacere di viverla, se condivisa con coloro che ama, è tutto quello di cui ha bisogno per essere felice. Che non gli servono nove vite, se poi non sa viverle. Ma gliene basta una sola, nel momento in cui si rende conto di cosa – e di chi – conta davvero. E lo stesso si può dire di Riccioli D’Oro, che voleva poter far parte di una vera famiglia di umani, senza essersi resa conto che la famiglia che aveva già è la sola di cui potrà mai desiderare di far parte. Poco importa se orsi o umani. E anche la meravigliosa Kitty Zampe di Velluto, nel momento in cui il suo Gatto riesce ad affrontare le sue paure compresa quella di stare con lei, vede realizzato il solo desiderio che avrebbe mai voluto vedere realizzato, senza bisogno di ricorrere a stelle magiche. Però, Care Amiche e Cari Amici, rimane insoluta la questione: il Bene e il Male. Ancora non abbiamo risposto. E se pensiamo che davvero esistono persone che come Big Jack fanno il Male solo perché possono farlo, è logico che lo sgomento dentro di Noi si faccia più grande. Però è altrettanto vero che esistono anche le persone come Perrito, l’ultimo personaggio del film di cui ancora non avevamo parlato. Un tenero, dolcissimo, meraviglioso cagnolino incapace di dolo o inganno, che vede il Buono e il Bello e il Bene in chiunque, che manco mai una volta si è reso autore di un pensiero cattivo, e che sceglie sempre e costantemente la Luce. E lui a differenza di Big Jack Horner lo ha avuto un passato traumatico e drammatico, eccome: abbandonato, insultato, lasciato solo. Ma lui continua comunque ad essere Buono. Sceglie comunque la Bontà, a prescindere, sempre e comunque. E non per tornaconto personale, oppure perché gli è stato inculcato così da qualcuno, dato che non ha mai potuto contare su nessuno. No. Perrito fa il Bene solo perché gli va di farlo, e può farlo. Sì, a volte esistono persone del genere, anche se sembra impossibile. Per ogni Big Jack Horner che fa il Male e basta, c’è pure il suo Perrito che fa il Bene solo per poterlo fare. Le persone belle come Perrito ci portano a credere, credere che ancora si possa essere buoni anche a costo di apparire ingenui, ed essere per questo comunque assolutamente e completamente Felici.

(La Squadra Amicizia ne «Il Gatto con gli Stivali 2 – L’ultimo desiderio»; da sinistra a destra: Perrito, Kitty Zampe di Velluto e Gatto)

Quando mi si chiede di un film che mi ha cambiato la Vita, io rispondo: Uno solo? Ve ne sono centinaia che l’han fatto! Ma un posto significativo e speciale lo occupa certamente «IL GIGANTE DI FERRO» (1999). Ho già parlato tantissimo, e ancora non voglio tediarvi. Vi dirò solo che nella poeticissima e commoventissima storia strappalacrime intrisa di tenerezza e comicità dell’incontro — e della successiva amicizia che ne nasce — tra un robottone gigante spaziale venuto dall’angolo più remoto dell’Universo e un bambino che di quel robottone s’innamora è racchiuso uno degli insegnamenti più importanti e preziosi possibili. Sia per quanto concerne i legami umani (sì, anche se uno dei due soggetti è un robot), la Vita, lo Stare Insieme sia soprattutto per la Bontà. Vi è un momento in cui il ragazzino Hogarth gioca col Gigante, si divertono a fare i supereroi. E il primo chiede al secondo di interpretare la parte di un mega cattivone robotico. Ma il Gigante, a cui il ragazzino aveva parlato di supereroi e simili, vorrebbe invece essere Superman. E Hogarth gli spiega che può esserlo, se lo vuole. Che Noi possiamo scegliere chi essere. Che Noi siamo chi cerchiamo e proviamo ad essere. Allo stesso Hogarth all’inizio del film, quando parlava dei problemi relazionali che aveva coi compagni di classe e di come questi ce l’avevano con lui perché era bravo e che quindi non sapeva che fare, vien detto che non dovrebbe dar peso al giudizio altrui e che solo lui può avere voce in capitolo su sé stesso, e decidere chi essere. E gli vengono dette le stesse, immortali, parole che lui dice al Gigante e che ancora oggi mi fanno da guida e modello ed esempio e ispirazione, e che contengono la risposta a tutte le domande che ci siamo posti nell’arco di questo lungo articolo: «Tu sei chi scegli e cerchi di essere».

In un Mondo nel quale non sappiamo distinguere tra Bene e Male e in cui chi è Cattivo forse è anche Buono e chi è Buono può essere pure cattivo, consapevoli che il Male esiste e che non ha nemmeno bisogno di chissà quale ragione per esistere, consci che la Bontà senza Male non c’è e viceversa, resici conto che a volte scegliere di essere Buoni significa scegliere di farsi del Male, la sola cosa che conta ancor di più di quello che conosciamo, è ciò in cui crediamo. Quello verso cui abbiamo Fede. Essere Buoni e fare quello che secondo Noi è il Bene, è un atto di Fede. E anche se non siamo sicuri di star facendo del Bene, anche se non ne siamo certi, se però continueremo a fare quel che facciamo perché crediamo, allora non potrà che essere un Bene. Per Noi e per Tutti.

(Il Gigante di Ferro ne “Il Gigante di Ferro”, nel momento in cui scelse di essere Superman)

Grazie Gigante di aver scelto di essere Superman. 

Grazie di averci insegnato che siamo Noi a scegliere chi siamo. Noi e nessun altro.

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