L’Augusto Editoriale dell’Augusto Direttore: Indovina indovinello!

DI ALBERTO GROMETTO

A questo giro, Vi faccio un indovinello!

È grande, stretto, largo, colorato, piccolo e incolore. Può essere dappertutto, ma non è da nessuna parte. Al tempo stesso: può essere da nessuna parte, ma anche dappertutto. Quando ne parli, ne si parla… ma quando non ne si parla, non ne si parla. Che cos’è???

Allora? Ci siete arrivati? 

A Voi quante volte è mai capitato di rimanere incagliati, impietriti, intrigati dinanzi ad un dato quiz, sudoku, cruciverba… sostanzialmente un INDOVINELLO… nell’arco della vostra vita? Non a caso lo chiamano “ROMPICAPO”: qualcosa che ti… che ti rompe il capo!

È buffa, la creatura “indovinello”. È un che che ti dice qualcosa che significa qualcos’altro. Ma cosa non si sa. Ma si dovrà sapere, per forza. Un qualcosa che ti dice qualcosa che non è il qualcosa che credevi fosse. Lo scopo dell’indovinello è proprio esibire un “che”, descrivendolo persino, ma senza far capire cosa sia questo che. Ma facendolo un po’ capire. Insomma: è un casino! Perché l’indovinello deve assolvere contemporaneamente a più compiti diversi ma in contrasto gli uni con gli altri: da una parte deve nascondere, celare, camuffare… d’altro canto però deve far capire, intuire, comprendere quale sia l’oggetto. L’oggetto che deve mostrare, ma anche occultare.

A riprova di quanto questa bislacca invenzione abbia segnato l’Umano, basti pensare a quanto lunga e vasta e variegata e insieme pure epica sia la storia letteraria, cinematografica e culturale dell’indovinello in narrativa. Talvolta essi rappresentano una delle eroiche prove più complesse innanzi alle quali ci si possa trovare e il risolverli non può che procurare soddisfazione e onore e lustro, sia ai personaggi che ci si imbattono, sia a noi che leggiamo o guardiamo o comunque fruiamo delle vicende di quei dati protagonisti. Interi passi importanti – letterari o cinematografici o teatrali che siano – impressisi nell’immaginario collettivo storico globale sono indovinelli. Altre volte invece l’indovinello diviene un’ombra, un tormento, un’ossessione che perseguita gli sventurati personaggi della summenzionata vicenda, fino a quando una risoluzione non salta fuori. I Gialli – se ci pensante bene – con tanto di delitto e colpevole e vittima, sono degli indovinelli, dei rebus, degli enigmi attorno ai quali si costruisce una narrazione intera. In questo caso l’indovinello non è solo una parte della storia, bensì la storia stessa nel suo intero. 

(Fra i più grandi risolutori di rompocampo e indovinelli mai esistiti, massimo eroe del genere Giallo e simbolo per eccellenza di tutti i detective: Holmes, Sherlock Holmes!)

Ma se poi… ci si para dinanzi un indovinello che è irrisolvibile? Che non ha soluzione? A cui è impossibile dare una risposta, sia per i protagonisti che vivono la vicenda sia per Noi che quella vicenda la sentiamo raccontata? In quel caso, che si fa? Impossibile che una cosa del genere possa capitare, vero?  Gli indovinelli son fatti per essere risolti, per avere una soluzione, deve esserci per forza!, solo che è ben celata, nascosta, quasi irraggiungibile. Ma c’è, e può essere raggiunta, si tratta solo di capire come. Perché l’Essere Umano non può pensare che esista un indovinello non-indovinabile, impossibile da sciogliere, che sia irrisolvibile, che… oppure… oppure esiste? 

Gli indovinelli affascinano, intrigano, appassionano. Ma possono anche ossessionare, tormentare, divorare. Credo che ciò dipenda dalla natura umana dedita alla curiosità e imperniata sull’insaziabile sete di conoscenza tipica di Noi Umani. Il voler capire ad ogni costo, il non accettare che qualcosa possa sfuggire alla nostra comprensione, il vedere onde sapere. Ma siamo proprio sicuri che il Vedere e dunque il Sapere siano sempre la cosa migliore???

Il più antico e proverbiale di tutti gli indovinelli è sicuramente il celeberrimo e iconico “Enigma della Sfinge”. La storia – appartenente al Mito ma su cui han costruito pure tanto Teatro e tanta Letteratura – la dovrebbero conoscere tutti o quasi: un mostro terribile con il corpo da leone, le ali da rapace, la coda da serpente ma il viso da donna umana (NON A CASO), decise di appollaiarsi sul Monte Ficio, alle porte della sventurata e tormentata città di Tebe. Quella era la sola strada che collegava i Tebani al Mondo e il Mondo ai Tebani, cibi e bevande e qualsiasi bene passavano di lì. E ora invece nessuno poteva più entrare, o uscire. Metteteci pure che con la sua presenza la Sfinge attirò l’orrida peste! Chiunque – senza eccezioni – si fosse presentato ai confini cittadini per potervi entrare, avrebbe dovuto prima rispondere ad un indovinello, il primo di cui si abbia documentazione: “Qual è l’essere che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre?”. Sapevi rispondere? Allora passavi! Non sapevi rispondere? E allora ecco che venivi preso e gettato giù dalla rupe! Lo so, lo so: va bene andar matti con i sudoku, però così è un filo esagerato, no? Che dire, la Sfinge evidentemente aveva il pallino degli indovinelli, ognuna ha le sue fisse e fisime. Spoiler: comunque nessuno riusciva a indovinare! 

Ecco che però un giorno che non definirò bello o brutto ma strano (capirete poi perché) si presenta fresco fresco, sbarbatello, innocente un giovanotto che nessuno ha mai visto e che vuole entrare a Tebe. Più così per andare a zonzo, che non per una reale motivazione. Anche a lui vien posta la domanda. Ma lui, al contrario di tutti gli altri, risponde. E risponde giusto. Poiché esiste un animale che al mattino (all’alba della sua vita) cammina a carponi a quattro zampe come fosse un bebè. Che nel corso della giornata (la sua esistenza) si ritrova invece su due gambe, quale un adulto. E che poi verso sera – e cioè da anziano – si fa aiutare da una terza gamba, il suo bastone. “È l’Uomo” afferma Edipo. Per essere precisi, lui dice: “L’Uomo, IO, Edipo!”. Questa è la risposta che dà. E specificarla fa tutta la differenza del Mondo. Il fatto che dica “IO” costituisce un aspetto linguistico fondamentale. La Sfinge è un mostro, e quando l’enigma verrà sciolto – sconfitta – si getterà lei stessa giù dalla rupe. E lo farà per lasciare spazio ad un altro mostro, quello che l’ha sconfitta: lo stesso Edipo, che si rivelerà essere una figura mostruosa che identifica in sé stesso – quasi scavalcasse la Legge di Natura che stabilisce cosa siano le generazioni umane – le discendenze di sangue. E questo perché lui – uomo nel pieno delle sue forze – non è solamente l’adulto che cammina su due piedi, ma è anche quello che ha ucciso il tripode (il suo anziano padre Laio) e ha copulato con la sua stessa madre (Giocasta) mettendo al mondo quattro quadrupedi (Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene) che sono suoi figli ma pure fratelli

(«Edipo e la Sfinge», celeberrimo dipinto del 1864 ad opera del pittore simbolista francese Gustave Moreau)

Quel giovanotto sbarbatello ancora nulla può intuire della mostruosità dentro di sé, ma a poco a poco acquisirà gradualmente ma inesorabilmente consapevolezza di sé, del proprio essere, della sua identità. Lui non sa chi siano i suoi reali genitori biologici – i Signori di Tebe Laio e Giocasta – che a seguito di un vaticinio profetico lo abbandoneranno, perché l’oracolo diceva che quel neonato una volta cresciuto avrebbe ammazzato il padre e sposato la madre. Ma talvolta ci si imbatte nel proprio Destino quando si cerca di evitarlo. Quel neonato verrà salvato da un pastore che lo porterà a Corinto, ove i sovrani lo prenderanno in casa come figlio loro. Una volta cresciuto, quel giovane adolescente consulterà un oracolo che gli racconta che ucciderà il padre e sposerà sua madre. Inorridito, fugge. E fugge – guarda caso! – proprio a Tebe. Fugge dalla sua orribile sorte solo in realtà per poterla abbracciare completamente. Lungo la strada, ad un incrocio, per un battibecco su una questione di precedenza, ammazza un uomo che si trova su una carovana reale: Re Laio. Risolto l’enigma e sconfitta la Sfinge, accolto festante a Tebe quale un Eroe Salvatore che li ha liberati dal Male che li travagliava – quando invece è stato solo “un cambio di gestione”, sicché egli stesso è il Male – gli viene offerto il trono di Laio, trucidato pochi giorni prima. Senza che Edipo sappia che è lui l’assassino di Laio. Di suo padre. E insieme alla corona e al trono, gli viene offerta la sposa di Laio: la Regina Giocasta, che altri non è che sua madre. E che diverrà pure la madre dei suoi bambini.

La dinastia di Edipo – quella dei Labdacidi – è una stirpe maledetta. Antiche colpe lontane di padri che ricadono sui figli macchiandoli di sangue in un’eterna catena di delitti a suon di sventure e sciagure che si sommano ad altre propagando l’errore sempre più. Per questo la Sfinge. Lei è stata inviata da Era, che è la Regina degli Dei, per punire quella città che ha il gene del mostruoso dentro di sé. La saga dei Labdacidi fu oggetto di numerose e svariate trattazioni, racconti, tragedie teatrali. Il glorioso trio tragediografo ateniese – i drammaturghi teatrali ESCHILO, SOFOCLE ed EURIPIDE – han narrato tutti e tre del mito di Edipo e della sua famiglia. Parricidio, nozze incestuose, generazione abominevole di discendenti mostruosi che son contemporaneamente figli e fratelli. Quando si parla del mito di Edipo, si va incontro a uno scenario inconcepibile per l’Antica Grecia dell’epoca: viene a mancare completamente ogni definizione univoca, i figli diventano fratelli e i fratelli figli, la moglie madre e la madre moglie, nulla è più chiaro. E poco importa che ad oggi ci sembri ingiusto quello che è capitato ad Edipo, dato che “non sapeva”. Al di là di quelle che erano le categorie di “Giusto” o “Ingiusto” a quei tempi, riflettiamoci: quante volte capita che qualcuno oggi faccia il Male senza nemmeno rendersi conto di star facendo il Male? Che i veri mostri hanno un aspetto molto più umano (guardate la Sfinge in faccia!) di quanto si possa immaginare? Lo capite? Solo un mostro può sconfiggere un mostro. Non può che essere Edipo a risolvere l’Enigma della Sfinge, la quale dopo la risoluzione si getta lei stessa dalla rupe perché a una creatura mostruosa evidente – la Sfinge stessa – possa sostituirsi una figura mostruosa latente, quella che sta dentro Edipo stesso e della quale nemmeno Edipo è ancora consapevole al momento della risoluzione dell’indovinello. Ma non aveva risolto l’indovinello più importante di tutti. Quello su sé stesso: Chi è Edipo? Chi sono io? 

Gli indovinelli — senza mostrarci quello che ci mostrano — ci costringono a vedere quel che non vediamo. E nel momento in cui lo vediamo, non potremo più fare a meno di vederlo. Di sapere che esiste. Vedere una Verità, specie dopo averla cercata a lungo senza vederla, è un qualcosa che non potrai più smettere di fare nel momento in cui la vedrai. Risolvere un enigma cambia quell’enigma per sempre.

Se penso al Cinema e agli indovinelli, la prima figura che mi viene in mente – quando rifletto in particolare sull’afflizione straziante e angosciosa che un indovinello irrisolto può infondere – è quella del DOTTOR LESSING, personaggio ambiguo capace di suscitare più d’un sentimento contrastante nell’ambito del piccolo gioiello tutto italiano «LA VITA È BELLA», coscritto e diretto dal Maestro ROBERTO BENIGNI, che recita anche nella parte del protagonista Guido Orefice. Dire ora cosa è stato, ha rappresentato e significato questo film è impossibile, specie in una frase. Ci vorrebbe un intero articolo al riguardo. Basti dire che la storia del padre ebreo condannato al campo di concentramento insieme al figlioletto di 5 anni e che per tutto il tempo riesce nell’impresa straordinaria di far credere al bimbo si tratti di un enorme gioco a premi è sintomo di un genio assoluto: prendere quanto di più orrido e fetido e sporco possa esserci – la Shoah – e metterlo insieme ad un qualcosa di ingenuo e dolce e fanciullesco come un padre premuroso che fa lo scemo, il pazzo e il giocherellone per far felice il figlio con lo scopo di costruirci un film paradossalmente divertentissimo per (QUASI) tutto il tempo… è un qualcosa a cui non si può non applaudire. E in un certo senso viene messa in campo un’operazione di camuffamento della realtà molto simile a quella attuata dagli indovinelli. Ed è proprio riflettendo su tutto questo che l’operazione narrativa costruita attorno al personaggio del medico tedesco assume un significato ancor più particolare, perché il Dottor Lessing ha una sua evoluzione diametralmente opposta a quella che ha la pellicola. O meglio: il suo è un personaggio che non cambia affatto, in realtà. È il “come ci appare” a prendere una direzione totalmente differente. 

(Il Dottor Lessing nella scena in cui spiega a Guido quale sia l’indovinello che gli sta dando il tormento)

Il film è diviso in due parti. La prima dedicata ai tempi della gioia, quando l’orrido spettro dell’odio razziale e del dolore che avrebbe causato già si percepiva come un forte e sibilante ronzio in sottofondo ma ancora nulla era. La seconda parla di quando tutto crolla, e noi coi protagonisti finiamo nel lager. Ecco, quello che però è davvero incredibile è come – nonostante la sofferenza da rumore di sottofondo sarebbe emersa prepotentemente sempre più – a trionfare siano proprio il gioco e la gioia e la lietezza e l’allegria e il voler prendere il bello della Vita, e anche quello che non è bello, ma vederci comunque il Bello e il Meraviglioso. Il dottor Lessing invece sta agli antipodi. Nella prima parte del film lui soggiorna al Grand Hotel in cui Guido è cameriere. Conversa con lui, gli sta simpatico, ha instaurato con Guido un legame d’amicizia basato soprattutto sugli indovinelli. Guido risolve tutti i rompicapo che propone il dottore, e il dottore s’incaglia su qualsiasi enigma Guido gli presenta. Non riesce a dormirci la notte, addirittura! È buffo, simpaticissimo, ci fa ridere quest’uomo che si arrovella sugli indovinelli quasi fossero per lui la cosa più importante al Mondo. Il gioco è più importante della Vita, si potrebbe dire. Poi però Lessing viene richiamato in Germania, e deve partire. Non prima di aver lanciato un ultimo indovinello a Guido, ovviamente! Trascorre qualche anno. Arriva la Shoah. Guido si ritrova in quel campo. E con suo figlio. Ed ecco che lo rincontra, in tutte altre vesti. Il medico è un nazista, chiamato lì per analizzare i deportati ebrei. E del resto anni prima era stato richiamato in terra tedesca proprio perché si stava preparando la Soluzione Finale. Nel momento in cui si vedono, Lessing dispone che Guido non venga dato in pasto alle camere a gas ma sia il cameriere di una cena per ufficiali tedeschi. Guido pensa di aver vinto il jackpot. O meglio: la salvezza sua e del suo bambino. Pensa che il dottore li salverà. Ma una volta che si trova a tu per tu con lui, e quello lo prende da parte, raccomandandosi di non farsi vedere dagli altri… non gli espone un piano di fuga. Né gli dice che lo salverà. No, nulla di tutto questo. La sola cosa che gli domanda è la soluzione di un dannatissimo indovinello che lo sta facendo impazzire e del quale cerca invano la soluzione.

Ecco, il motivo per cui quel buffo uomo ci faceva tanto ridere – i suoi disperatissimi tentativi di risolvere enigmi e indovinelli – diviene nella seconda parte la ragione per cui d’improvviso ci disgusta così profondamente. Guido parrebbe destinato alla morte insieme al suo figliolo, e sarà anche per colpa sua, eppure la sola cosa a cui sta pensando è quel maledetto rompicapo che non riesce a risolvere. Se Guido riesce a utilizzare il gioco per far sì che il bimbo Giosuè (e Noi del pubblico assieme a lui) rimanga felice, nel caso del dottore è il gioco a farcelo apparire per quello che è. E ci viene detta però una cosa veramente importante sull’Umano. E cioè come spesso egli si fissi su qualcosa che non riesce a capire e comprendere per il solo fatto di non capirla e comprenderla, quando quel che c’è di più comprensibile e capibile viene ignorato. Che Lessing non capisca che diavolo sia quell’animale grasso e brutto e giallo che fa “Qua qua qua” non ci frega nulla in confronto alla dolorosissima atrocità dell’annientamento fisico e morale con conseguente uccisione di sei milioni di padri, madri e bimbi. Non dissimili da Giosuè e Guido.

Risolvere indovinelli non è importante. Quel che conta davvero è porsi le domande giuste su cui incagliarsi per il resto della Vita.

So cosa starete pensando. È facile la soluzione all’enigma di Lessing: è l’anatroccolo. O tuttalpiù l’ornitorinco. Ma il medico spiega a Guido che chi gli ha lanciato l’indovinello, gli ha detto che non era nessuno dei due il summenzionato animale. Ma non esistono altre risposte possibili, all’infuori di queste due. Ecco, trovo veramente affascinante l’idea di una domanda senza risposta in un film che ti parla di quel tipo di Male di cui l’Umano è stato capace. Come è possibile che degli Esseri Umani abbiano organizzato quello sterminio, quel massacro, quel genocidio? Come hanno anche solo avuto il pensiero di farlo? Figuriamoci la freddezza inumana e bestiale di applicarlo. Ecco, questo è un enigma che non ha risposta. Proprio come il dilemma del dottore. E del resto non tutti gli enigmi sono fatti per essere risolti, sapete? Nel capolavoro letterario firmato LEWIS CARROLL – stiamo parlando di «ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE» – quel folle pazzoide del Cappellaio Matto chiede alla bambina: “Perché un corvo somiglia a uno scrittoio?”. Voi la conoscete la risposta? Io no. Ma se per questo neanche il Cappellaio. Nemmeno lui sa risolverlo questo indovinello! Lui chiede e basta, senza sapere. Voi non avete idea però quanti dotti, sapienti e letterati nel corso dei decenni si siano messi lì a dare una loro risposta. E poco importava che lo stesso Carroll avesse detto che non aveva significato quella domanda, che un senso a questo indovinello non dovesse essere dato, che era un enigma privo di logica atto a dimostrare che la logica non appartiene al Paese delle Meraviglie! Ma alla gente non fregava, lo dovevano comunque risolvere ad ogni costo. Era innato in loro il matto e disperatissimo bisogno folle di dover risolvere qualcosa che era nato per essere risolto. Dimostrando così per assurdo paradosso che Lewis aveva ragione: la Logica non appartiene al Paese delle Meraviglie… così come a tutto il resto del Mondo.

(Il Cappellaio Matto!)

Talvolta ci si affeziona agli indovinelli, sapete? Penso a tanti e più Gialli che anche se sai benissimo come vanno a finire non puoi comunque fare a meno di leggere e rileggere ancora e ancora e ancora. Questo perché ogni tanto è l’enigma in sé e per sé – al di là dell soluzione – che da qualsiasi prospettiva lo guardi affascina comunque, rivelando parti di sé che non sapevi. O ancora: a volte gli indovinelli nascono per renderti evidente qualcosa che forse così evidente non è. Penso al Grande Bardo, fra i miei idoli assoluti, il Maestro WILLIAM SHAKESPEARE e a una delle sue opere più famose – «IL MERCANTE DI VENEZIA» – nella quale per ottenere la mano della bella e scaltrissima Porzia i pretendenti devono capire in quale scrigno fra tre si trova il suo ritratto. Sarà in quello oro luccicante? Oppure quello in argento? Naturalmente è il terzo, quello in piombo, il meno prezioso di tutti. Che significa? La verità più evidente di tutte: che l’Amore non è tutto questo oro e argento che luccicano, ma anzi è sacrificio e dolore e sofferenza. “Chi sceglie me, guadagnerà ciò che molti uomini desiderano” è scritto sullo scrigno in oro: ma voler stare insieme a qualcuno significa rinunciare a una parte di sé, e quindi ad alcuni desideri inevitabilmente. “Chi sceglie me, avrà quel che si merita” vi è scritto su quello d’argento: ma l’Amore Vero sa essere profondamente ingiusto, e non premia chi più se lo meriterebbe. Infine, il piombo: “Chi sceglie me, deve dare e arrischiare tutto ciò che ha”. Ecco, questa roba qua è l’Amore. Facile capire cosa è… oppure no? Forse c’è bisogno di un indovinello, di quando in quando.

(Illustrazione della scena 7, atto 2 del shakespeariano «Il Mercante di Venezia», a cura di James Stephanoff, 1818)

Sostanzialmente, l’indovinello è uno dei nostri oggetti narrativi più vetusti, che vanta una delle storie maggiormente variopinte e variegate possibili. Il più antico della Storia d’Italia arrivò a Noi in maniera del tutto casuale: si trattava di un piccolo appunto, scritto da chissà chi (un monaco amanuense in teoria) in un bel giorno dell’VIII secolo a. C. su una pergamena liturgica anche più antica. Si trovava a margine. Divenne celebre come «L’Indovinello Veronese». Diceva: “Spingeva avanti i buoi, arava prati bianchi, teneva un aratro bianco e seminava un seme nero”. Che roba è? La soluzione comune e più accreditata è che si tratta della Scrittura. Là dove i buoi sono le dita, i prati bianchi i fogli, l’aratro la penna e infine il seme l’inchiostro. La risposta piace a tutti, e così nessuno ha mai voluto cercarne un’altra. Ma quel che affascina è l’enigma dietro l’enigma: chi l’ha scritto? 

(L’Indovinello Veronese)

Ma alla fine l’indovinello più grande di tutti: cosa vuol dire questo articolo? Che Noi ci poniamo domande, in continuazione. E che l’esserci inventati questa cosa chiamata indovinello è rassicurante, in qualche modo. 

L’idea che per ogni quesito possa esistere una risposta ci rassicura. Non è così però, a dire il vero. Non tutto può essere razionalizzato, tante cose non hanno regole o leggi o logica, talvolta vi è un enigma dentro un enigma avvolto da un altro enigma più grande che a mo’ di scatole cinese non potrà mai trovare una risoluzione vera e propria, talvolta l’ossessione che un mistero può suscitare e scatenare in Noi è tale che ci fa perdere di vista le vere domande importanti, e altre volte ancora certe soluzioni non dovrebbero mai essere trovate. Gli indovinelli ci insegnano tutto questo. E ci possono illudere di avere il controllo, quando in realtà di controllo non ce n’è. E questo non è senz’altro un enigma! Il punto non è risolvere l’indovinello. Il punto vero è capire quali indovinelli meritano la nostra attenzione, il nostro tempo, la nostra vita. Poi puoi metterci tutto il tempo che ti serve. Fino a quando sentirai che è importante, allora chissenefrega della soluzione! All’enigma più importante di tutti – quale senso dare al nostro esistere – avrai già dato risposta.

P. S.: l’indovinello all’inizio non ha risposta, ho scritto la prima stronzata che mi è venuta in mente tanto per scrivere e fare il misterioso, ma se voi volete provare a risolverlo comunque e desiderate trovare una risposta a tutti i costi… accomodatevi pure e soprattutto BUON DIVERTIMENTO!

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