Camminare, ovvero allenare lo sguardo per costruire il mondo

DI ANDREA CORDERO

È curioso constatare come la più antica testimonianza dell’esistenza dell’uomo sulla Terra sia l’impronta di un percorso, risalente a 3.700.000 anni fa, rimasta solidificata nel fango vulcanico di Laetoli, in Tanzania. Ce lo suggerisce Jean Guilaine in “La preistoria, da un continente all’altro”. In un panorama di pitture rupestri, antichi templi, rovine sommerse e sculture abbandonate, sembra che la prima prova della nostra presenza in quanto esseri umani derivi in buona sostanza dall’azione nomade di uno spostamento da un luogo all’altro. Effettivamente, in ogni epoca, l’azione di camminare ha prodotto architettura e paesaggio nel pensiero dell’uomo. Una pratica, infelicemente quasi del tutto dimenticata dagli architetti di oggi, che ha ispirato da sempre i poeti, i filosofi e gli artisti, capaci per l’appunto di vedere quello che non c’è per far scaturire qualcosa di nuovo.

Il Fedro di Platone comincia proprio con una passeggiata fuori dalle mura di Atene, in cui i protagonisti (Socrate e Fedro, per l’appunto) instaurano un dialogo sull’amore attraverso i platani del giardino lungo il fiume Ilisso. Una scena simile doveva verificarsi durante le lezioni tenute da Aristotele all’interno del proprio Liceo, quando insegnava ai suoi allievi (peripatetici, ovvero “passeggiatori”) i principi del mondo camminando all’interno del portico della scuola.
Pensiamo ancora alle carovane circensi, che hanno fatto del viaggio una fonte di ispirazione per la propria arte lungo le strade di mezza Europa. Oppure ai Land Artist, instancabili esploratori dei contesti urbani in cerca di nuove modalità di esprimere i propri bisogni mediante l’utilizzo del territorio circostante.

L’azione del camminare incarna una parte della natura umana: in quanto abitante della terra, l’uomo ama stabilirsi, fondare, mettere radici per imprimere il proprio segno; in quanto animale politico, l’essere umano tende invece a lasciare la propria famiglia e la propria casa volgendosi verso luoghi più stimolanti che gli permettano di cambiare i propri orizzonti per cimentarsi in qualcosa di nuovo e passare all’azione. La strada suscita un moto verso uno scopo e i sentieri paiono ai nostri occhi come una pista di decollo verso nuove possibilità (Walkscapes, Einaudi 2006).

(Alcuni Menhir in Scozia, il primo approccio fisico dell’uomo alla pratica architettonica)

È proprio camminando che l’uomo ha iniziato a costruire il paesaggio naturale che lo circondava. Una volta soddisfatte le esigenze primarie del reperire il cibo e di garantire alla propria specie la sopravvivenza, il camminare si è trasformato in una forma simbolica che ha permesso all’uomo di abitare il mondo. Prima ancora dei dolmen e dei menhir, il percorso è stata la prima azione estetica che ha penetrato i territori di una terra inesplorata per costruire un ordine da cui si è sviluppata l’architettura, la scultura e l’arte che conosciamo oggi.

Nomadismo e sedentarietà hanno sempre vissuto in osmosi, alternando la scoperta e la ricerca di spazi vuoti e spazi pieni sulla superficie terrestre. È proprio dai cacciatori del paleolitico e dai pastori nomadi che proviene il menhir, il primo oggetto situato nel paesaggio da cui si è sviluppata l’architettura, la prima azione trasformativa fisica dell’ambiente per mano dell’uomo. Nello spazio dell’andare, nell’assenza di punti di riferimento stabili, il nomade sviluppa la capacità di costruire in ogni istante la propria mappa. Sceglie i propri simboli tra gli elementi del paesaggio attorno a sé, definisce una gerarchia nell’ambiente che lo circonda e condivide una geografia intima con i propri simili.

Un esempio eccellente di geografia nomade sono i Walkabout, i sistemi di percorsi attraverso cui le popolazioni dell’Australia hanno mappato l’intero continente. A ogni sentiero era collegato un canto, e ad ogni rete di canti faceva riferimento una storia mitologica ambientata nel territorio. Scopriamo che l’epopea mitologica degli aborigeni sottoscriveva in maniera efficace una solida unione fra l’azione del camminare e le prime forme di narrazione artistica: quella di saper vedere nel vuoto dei luoghi, e di dare un nome alle cose.

(Arte aborigena che ricorda il Walkabout)

Cogliamo allora il grande parallelismo tra il pensiero artistico e la condizione dell’erranza: entrambi incrinano le consuete aspettative di quello che ci circonda, entrambi indicano nuovi modi di vedere il mondo, entrambi cambiano il nostro modo di stare nel mondo. Dovrebbero camminare più spesso gli artisti, capaci di scorgere prima degli altri l’oggetto del loro percorso, i primi in grado di dare il nome a un vuoto.

Si pensi a Turner, che rovescia l’assunto rinascimentale dell’uomo come centro per arrivare, prima d’ogni altro, alla concezione romantica della natura più grande dell’uomo. Si pensi alla rivoluzione prospettica cominciata con Brunelleschi in confronto alla visione medievale, si pensi alle rivoluzioni del Futurismo.

L’arte si presenta come una visione che consente di vedere il mondo con gli occhi di un altro (Il bene e il male, La Nave di Teseo 2020). L’artista, con la sua intuizione, è allora un anticipatore. Qualcuno che si è messo in cammino e che ha saputo spostare l’orizzonte un po’ più in là.

(Tempesta di neve, William Turner – Il pittore anticipa il sentimento della corrente del romanticismo)

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