Otherside, capitolo 29: le varianti di Aladdin

DI ELODIE VUILLERMIN

Come è accaduto per La bella e la bestia, a cui ho dedicato ben due articoli diversi, anche ad Aladdin ho voluto riservare un secondo articolo, poiché aveva ancora tanto da raccontare. La fiaba originale contenuta dentro Le mille e una notte l’abbiamo già ampiamente trattata. Ora passiamo in rassegna alcune sue varianti.

Una delle primissime è di origini trentine. Si intitola L’anello magico, la scrisse Italo Calvino e fu pubblicata all’interno della raccolta Fiabe italiane (1956). Qui il nostro Aladino, che non ha un nome proprio, è di famiglia povera e ha soltanto la madre. Al paese lo considerano tutti (cito testualmente) “meno d’una castagna secca” e sente che se rimane fermo lì non combinerà mai niente di utile nella vita. Così parte in cerca di fortuna, con la promessa di rendere felice la madre. Durante il suo viaggio arriva in una città, dove scorge una vecchia intenta a percorrere un vicolo in salita con due pesanti secchi pieni d’acqua appesi a un bastone. L’aiuta a portare i secchi fino a casa, dove la cucina è piena di cani e gatti, e la vecchia, per ringraziarlo, gli dà un anello magico, dicendogli: “Ogni volta che lo giri e gli comandi quello che vuoi, quello che vuoi avverrà”. Ma lo avvisa di non perdere mai l’anello, o sarà la sua rovina. Inoltre gli affida uno dei suoi cani e uno dei suoi gatti perché veglino su di lui, asserendo che gli saranno utili un giorno.

Una volta ringraziata la vecchia, il ragazzo riparte per la sua strada. Arrivato in una foresta, decide di testare il potere dell’anello: lo gira e chiede di poter avere da mangiare e da bere; davanti a lui appare una tavola imbandita con tre sedie e si gode il lauto pasto insieme agli amici animali. Mentre si prepara a dormire, per un attimo pensa a cos’altro potrebbe desiderare: mucchi d’oro e d’argento, carrozze e cavalli, o forse terre e castelli. Ma presto sente che ci sta perdendo la testa dietro quella storia e teme di farsi sopraffare dall’avidità, per cui rimanda a domani la decisione sul da farsi e si addormenta.

L’indomani, al risveglio, s’incammina per la foresta e ha diverse occasioni per esprimere un nuovo desiderio, ma ogni volta ci rinuncia perché la foresta gli dà già tutto quel di cui ha bisogno.

Pensò di comandare un cavallo all’anello, ma la foresta era così bella che preferì andare a piedi; pensò di comandare una colazione, ma c’erano delle fragole così buone sotto i cespugli che si contentò di quelle; pensò di comandare da bere, ma c’era una fonte così limpida che preferì bere nel cavo della mano.

Dopo aver attraversato prati e campi, si ritrova davanti a un gran palazzo, alla cui finestra si era affacciata una ragazza bellissima. Lui se ne innamora all’istante e usa l’anello per farne apparire un altro ancora più bello di fronte al primo. Così avviene. Il ragazzo va ad aprire la finestra e si ritrova di fronte a quella della principessa. Tra i due scatta la scintilla, lui le chiede la sua mano, lei accetta e anche i suoi genitori danno la loro benedizione. I due si sposano e durante la prima notte di nozze lei chiede, curiosa, com’è possibile che il palazzo del suo sposo sia spuntato all’improvviso. Lui le racconta dell’anello e tornano a dormire.

Ma è qui che arriva un colpo di scena: la ragazza ruba l’anello al protagonista mentre è addormentato, fa uscire tutti i suoi servitori e tramite un desiderio fa sì che il suo palazzo compaia sulla cima più alta e scoscesa di una montagna vicina. Il ragazzo si sveglia l’indomani con il palazzo in bilico su un monte e tutt’intorno profondi burroni. Quando si accorge che l’anello non c’è più, capisce in fretta di essere stato tradito dalla sua sposa e si dispera all’idea di morire di fame di lì a pochi giorni. Il cane e il gatto accorrono in suo soccorso e cominciano a cercare una via per tornare a valle. Riescono a scendere giù dalla montagna, saltando da un picco roccioso all’altro, e giungono fino a una pianura. Poi il cane attraversa a nuoto un fiume, con il gatto sulla schiena.

I due animali raggiungono il palazzo della traditrice a notte fonda, mentre tutti dormono, ed entrano dalla gattaiola del portone. Il gatto va in avanscoperta e raggiunge la stanza della ragazza, ma la porta è chiusa. Cattura un topo che passava di lì e lo costringe ad aiutarlo a entrare in quella stanza, così facendo avrà salva la vita. Il topo rosicchia il legno della porta finché non gli si consumano i denti, ma il passaggio è ancora troppo piccolo e nessuno dei due può passare. Allora il gatto chiede al topo se abbia dei figli e lui risponde di sì. Il felino fa chiamare uno di quei topolini e gli ordina di entrare in quel buco, sottrarre l’anello alla traditrice e riportarglielo. Il piano funziona e il gatto torna dal cane, che però comincia a nutrire gelosia essendo stato il felino a recuperare l’anello mentre lui faceva da palo.

Tornano al fiume e qui il cane dice che trasporterà il gatto dall’altra parte solo se gli darà l’anello, ma il felino non ne vuole sapere e litigano. Nella confusione, l’anello cade in acqua e viene ingoiato da un pesce. Il cane prontamente cattura il pesce e porta il gatto sull’altra riva. Per il resto della strada continuano a bisticciare su chi abbia davvero recuperato l’anello. Tornano dal protagonista e qui il cane sputa il pesce, che a sua volta sputa l’anello. Quando cane e gatto riprendono a litigare, il ragazzo li calma, affermando che entrambi sono stati un grande aiuto, e dopo mezz’ora di carezze li fa tornare amici. Dopodiché esprime all’anello il desiderio di scambiare le posizioni del suo palazzo e di quello della sposa traditrice, così lui si ritrova sano e salvo a valle, mentre lei rimane bloccata in cima a una montagna finché non muore di fame.

Nel finale il giovane invita sua madre a vivere nel palazzo con il cane e il gatto. Nel corso del tempo usò l’anello solo poche volte, con responsabilità, perché “non è bene che l’uomo abbia troppo facilmente tutto quello che può desiderare”.

Un’altra variante italiana di Aladino è La lanterna magica di Antonio Tiraboschi, pubblicata all’interno della raccolta di Fiabe bergamasche (XIX secolo). Un ragazzo, figlio di una tessitrice, ha la brutta abitudine di sperperare tutti i guadagni e per questo viene cacciato di casa. Per strada incontra un mago che lo prende al suo servizio per un anno e lo conduce fino a una caverna su una montagna, istruendolo sul da farsi: deve entrare nella caverna, attraversare una serie di stalle fino in fondo (ignorando le voci che sentirà lungo il tragitto) e portargli la lanterna che si trova lì dentro, senza però scuoterla. Il ragazzo, per dispetto, scuote l’oggetto e, quando una voce gli chiede cosa desidera, lui dichiara di voler tornare da sua madre e così avviene; dopodiché, con il potere della lanterna, fa riempire la casa di ricchezze di ogni tipo.

Tempo dopo in città viene annunciato che si terrà un torneo cavalleresco, e il vincitore conquisterà la mano della principessa. Il giovane si fa trasformare in un cavaliere invincibile con il potere della lanterna e vince il torneo, ma il re si rifiuta di dare sua figlia in sposa a uno sconosciuto, di cui non si sa nemmeno il modo con cui vuole mantenere economicamente la principessa. Allora il ragazzo scuote la lanterna per far apparire un palazzo sontuoso davanti a quello del re, così le nozze vengono accordate. Per un po’ il giovane e la sua sposa vivono felici finché il mago, similmente a quello di Aladino e la lampada meravigliosa, non torna in città travestito da mercante, riesce a mettere le mani sulla lanterna e fa sparire il palazzo con dentro la principessa.

Il protagonista, minacciato di morte dal re se dovesse fallire, va in cerca della principessa. Nella sua impresa incontra tre maghi, tutti fratelli, nonché signori (rispettivamente) dei topi, dei gatti e degli uccelli. Riesce infine a ritrovare il suo palazzo, accompagnato da un uccello, un topo e un gatto, che i tre maghi benigni gli hanno lasciato come aiutanti. L’uccello vola fino alla finestra della principessa e scopre che la lanterna è sotto il cuscino del mago, intento a schiacciare un pisolino. Il topo si rosicchia un’apertura nel palazzo e il gatto la allarga per seguirlo; insieme recuperano la lanterna. Il giovane, una volta riottenuto il suo artefatto magico, fa tornare il palazzo e la principessa dov’erano prima, e il loro ritorno viene celebrato da tutti.

Un’altra fiaba, che secondo gli studiosi è molto somigliante a quella di Aladino, è La luce azzurra dei fratelli Grimm. Qui il protagonista non è un comune ragazzo, bensì un soldato al servizio di un re, che una volta invecchiato viene reputato inutile in battaglia e quindi cacciato dal suo sovrano. Non sapendo come fare per campare, l’uomo vaga finché non raggiunge la dimora di una strega in mezzo al bosco. Le chiede ospitalità e lei acconsente, in cambio lui svolge qualche lavoretto per lei.

Un giorno la strega chiede al soldato di scendere in un pozzo e recuperare sul fondo una luce azzurra da riportarle indietro. Lui capisce presto che la donna vuole chiuderlo lì dentro una volta ottenuta la luce, così se la tiene, e per ripicca la strega lo lascia intrappolato nel pozzo. Il soldato usa la luce azzurra per accendersi la pipa e fumare un’ultima volta, e dal fumo fa la sua apparizione un nano (o un omino nero, a seconda delle versioni), che qui svolge la funzione del genio e lo aiuta a uscire dal pozzo.

Poi il soldato usa i poteri del nano per uccidere la strega ed impossessarsi delle sue ricchezze. Si ferma a soggiornare in una locanda e da qui si vendica anche del re: rapisce sua figlia con la magia per farne la sua serva, poi la rimanda al palazzo prima dell’alba. Ogni volta il re dice alla figlia (che crede di aver fatto uno strano sogno) di portarsi dietro qualche oggetto che possa smascherare i trucchi del soldato, ma il nano manda a monte i suoi piani. La terza volta, tuttavia, avvisa il soldato che non potrà aiutarlo e gli consiglia di fuggire quando la principessa sarà riportata a casa. Come previsto, il soldato viene scoperto e mandato in prigione. Con uno stratagemma riesce a farsi consegnare le ricchezze sottratte alla strega e la luce azzurra, che aveva dimenticato alla locanda, e il nano gli dice di lasciare che le cose vadano così, basta che lui si tenga stretta la luce azzurra.

Il soldato viene sottoposto a giudizio e condannato a morte, ma prima chiede al re di fumare la pipa un’ultima volta e, quando l’accende con la luce azzurra, appare il nano a cui ordina di uccidere tutti. Il re, spaventato, cede al soldato il suo regno e la mano di sua figlia pur di avere salva la vita. Così avviene e il soldato sposa la principessa.
Ci sono poi tante altre fiabe con un oggetto magico che esaudisce i desideri. Giusto per citarne qualcuna: Il gallo e il mago, inclusa nella raccolta Fiabe mantovane di Isaia Visentini; La pietra del gallo, scritta da Basile e pubblicata ne Lo cunto de li cunti; o ancora L’acciarino magico, di Hans Christian Andersen, molto simile per certi versi alla variante dei Grimm.

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