Otherside, capitolo 36: Atlantis – L’impero perduto

DI ELODIE VUILLERMIN

Siamo nei primi anni 2000. Comincia la cosiddetta Epoca Sperimentale, quella in cui la Disney si rinnova e osa con la computer graphic, abbandonando l’animazione tradizionale. Non solo, si lancia in numerosi tentativi con idee più o meno originali; alcune andranno bene, altre no.

Atlantis – L’impero perduto fa parte di quest’epoca ed è uno di quei capolavori ingiustamente sottovalutati, meritevole di un trattamento migliore. Esso è tratto da Ventimila leghe sotto i mari, celebre romanzo di Jules Verne (degno di un articolo tutto per sé), e dalla storia di Atlantide narrata da Platone.

C’è un viaggio in sottomarino sia nel libro di Verne che nel film Disney. E fin qui ci siamo. Ma la differenza sta nel perché venga fatto questo viaggio.

In Ventimila leghe sotto i mari si parte con lo scopo di dare la caccia a un mostro marino, salvo poi scoprire che la creatura mostruosa in questione altri non è che il Nautilus, un sottomarino. Così i protagonisti si uniscono al Capitano Nemo e vanno a esplorare i fondali oceanici per svelare i suoi tesori e misteri.  Il Nautilus naviga per ventimila leghe, tra foreste subacquee, rovine di antiche civiltà e perfino i ghiacci del Polo Sud. Atlantide è solo una delle molteplici tappe di questa escursione subacquea, non il focus principale della storia. A dirla tutta, Nemo non ha alcuno scopo preciso. Gli basta stare lontano e nascosto dalla società terrestre, rivolgendo occasionalmente la sua ira solo contro chi, nella sua ottica, lo provoca e lo attacca di sua iniziativa, o dispensando atti di generosità a chi considera “oppresso” come lui.

Nel film Disney, invece, il protagonista Milo parte con l’intento specifico di trovare Atlantide: l’antica civiltà sommersa è il suo scopo, il suo fine ultimo, la sua meta definitiva. Anche qui c’è uno scontro con un mostro marino dal corpo meccanico, ma si tratta del cosiddetto “Leviatano”, non del Nautilus, ed è un breve episodio che interrompe il viaggio dei protagonisti prima di giungere alla vera destinazione. Inoltre a guidare la spedizione c’è un antico diario, testimonianza scritta della vita degli atlantidei e dell’ubicazione del continente perduto, che nel libro di Verne non appare.

Quella del lungometraggio animato, insomma, è un’esplorazione fatta volontariamente per curiosità e sete di conoscenza (e per qualcuno qualcosa di più). Whitmore finanzia la spedizione personalmente proprio perché è suo desiderio aiutare Milo, in nome dell’amicizia che aveva con il nonno di lui. Nel libro il viaggio del Nautilus equivale, sotto sotto, a una prigionia forzata, alla quale Nemo condanna Aronnax e i suoi per evitare che questi rivelino la sua esistenza al mondo esterno.

Anche i personaggi sono diversi. In Ventimila leghe sotto i mari abbiamo il naturalista francese Aronnax, il suo servitore Conseil e il fiociniere canadese Ned Land. Poi c’è lui, il vero protagonista della vicenda: il misterioso e magnetico Capitano Nemo. Anche il mare e il Nautilus sono trattabili, a tutti gli effetti, come personaggi, talmente immensi e pieni di vita sono.

(Ricostruzione della leggendaria città di Atlantide)

Nel film animato l’equipaggio è composto non solo dal linguista Milo Thatch, ma anche dal comandante Rourke, il tenente Helga, il cuoco Cookie, la giovane meccanica Audrey, il geologo Molière, la telegrafista e addetta alle telecomunicazioni Wilhelmina Packard, il dottor Dolce e il mitico Vincenzo Santorini detto “Vinny”, esperto di esplosivi. Ci sono anche i personaggi nativi di Atlantide, in primis la principessa Kida e il re suo padre.

L’equipaggio assunto da Whitmore è perciò molto numeroso, laddove quello del Nautilus comprende, a parte i tre protagonisti, solo Nemo e un piccolo manipolo di uomini fidati. Tra l’altro, eccetto l’enigmatico capitano, i suoi compagni non sono affatto approfonditi e risultano poco caratterizzati. Sono molto più eccentrici e memorabili gli uomini al servizio di Rourke, soprattutto perché hanno modo di stringere amicizia con Milo e cambiare schieramento grazie a lui.

Tra l’altro, Aronnax e Milo sono personaggi molto simili: non i classici avventurieri temprati dagli ostacoli che incontrano sul cammino, abituati a combattere per sopravvivere, ma piuttosto due studiosi, che fanno dell’intelligenza la loro arma migliore.

La lotta contro il Leviatano, in Atlantis, ha delle similitudini con un’altra scena del libro di Verne: la lotta contro i polpi giganti, che mietono vittime tra l’equipaggio di Nemo e vengono affrontati corpo a corpo, con le asce e gli arpioni.

Dopo l’attacco del mostro meccanico, nel film, i superstiti si rifugiano in una grotta subacquea che funge da sacca d’aria e qui organizzano un piccolo funerale, accendendo una candela in memoria delle vittime del Leviatano. Questa scena equivale, in Ventimila leghe sotto i mari, al funerale subacqueo che Nemo organizza per i suoi compagni, seppellendoli sotto i coralli.

L’antagonista principale del film, Rourke, si può intuire fin da subito ed è il classico villain ambizioso e assetato di potere, che vuole trovare Atlantide per rubare la pietra che garantisce la vita ai suoi abitanti e rivenderla in cambio di soldi. Alcuni membri del suo equipaggio, inizialmente interessati al denaro quanto lui, cambiano idea e si schierano dalla parte di Milo appena capiscono che rubare tale pietra significherebbe condannare a morte gli atlantidei.

Nel libro di Verne è lo stesso protagonista, cioè Nemo, ad avere tratti antagonistici. È una figura moralmente ambigua, con atteggiamenti che passano dal crudele al galante. Eppure, nonostante i suoi modi di fare un po’ discutibili, riusciamo a comprendere le ragioni dietro il suo comportamento e arriviamo a provare pena per lui: ecco perché è molto più facile empatizzare con Nemo che con Rourke.

L’Atlantide disneyana è un continente sì antico, ma al tempo adesso avanzato tecnologicamente. Questo per merito del Cuore di Atlantide, una pietra dagli incommensurabili poteri, loro fonte di energia, superiore a qualsiasi altra fonte energetica conosciuta dall’essere umano. Non solo, quella pietra è anche ciò che mantiene in vita la città e i suoi abitanti, poiché è composta dalle anime dei re del passato. Tra l’altro gli abitanti di Atlantide parlano una lingua sconosciuta, che ha una radice comune a tutte le altre lingue esistenti al mondo (per questo conoscono e parlano latino, francese, spagnolo, italiano, inglese e ogni altro idioma tutti insieme). A queste cose, nel romanzo di Verne, non si fa alcun riferimento.

Atlantide è rappresentato da Verne come un continente ormai sprofondato nell’oceano, di cui rimangono solo un mucchio di rovine e nessun superstite. Nel film Disney, invece, parte della popolazione rimane in vita grazie alla regina, che attiva il potere del Cuore di Atlantide e innalza una barriera protettiva intorno alla città. Non solo, a distanza di secoli si scopre che Atlantide è ancora abitata, seppur in rovina; tornerà allo splendore di un tempo quando Kida verrà scelta dalla pietra magica.

Il Nautilus di Verne è, per l’epoca in cui è stato descritto, una meraviglia futuristica e un grande esempio di innovazione tecnologica. Di navi avanzate tecnologicamente ce ne sono una miriade nella versione disneyana, molte delle quali appartengono agli atlantidei e hanno fattezze di pesci e altre creature marine. C’è perfino un sottomarino gigante e super attrezzato, l’Ulysses, che Preston Whitmore cede a Milo perché lui e l’equipaggio di Rourke possano visitare Atlantide, simile per molti aspetti al Nautilus di Nemo.

Passiamo ora al mito di Atlantide che ci narra Platone. Esso viene raccontato in ben due dialoghi, il Timeo e il Crizia. I due sono concepiti come due conversazioni avvenute contestualmente e i loro personaggi sono gli stessi: Socrate, Solone, Timeo, il Crizia giovane (lo zio di Platone) ed Ermocrate (un politico di Siracusa).

Nel Timeo abbiamo una prima menzione della città di Atlantide: essa viene descritta come un’isola più grande dell’antica Libia (il Nord Africa) e dell’Asia Minore (l’Anatolia, ossia l’attuale Turchia) messe insieme, situata al di là delle Colonne d’Ercole, che si è inabissata a seguito di un terremoto, dando il suo nome all’oceano in cui sprofondò (l’Atlantico, per l’appunto). Gli Egiziani descrivevano Atlantide come un’isola formata perlopiù da montagne nella parte nord e lungo la costa, con una lunghissima e uniforme pianura tutt’intorno alla città.

Crizia racconta di come, molto tempo fa, le divinità si erano divise la Terra: ad Atena ed Efesto erano toccate l’Attica e Atene, mentre Poseidone dovette prendersi l’isola di Atlantide. Inoltre Solone, giunto in Egitto, è venuto a sapere, per bocca di alcuni sacerdoti, di un’antica battaglia tra gli abitanti di Atlantide e gli antenati di Atene, che si è conclusa con la vittoria di questi ultimi. Sempre secondi i sacerdoti egizi, Atlantide era una monarchia molto potente e con grandissime mire espansionistiche.

Nel Crizia si descrive nel dettaglio la situazione geopolitica di Atlantide. 9000 anni prima, quando gli dei si divisero la Terra, Poseidone si innamorò di Clito, una fanciulla che viveva proprio in quell’isola. Così «recinse la collina dove ella viveva, alternando tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d’acqua», rendendo l’isola irraggiungibile agli uomini, dato che all’epoca non esisteva ancora la navigazione. Rese rigogliosa la parte centrale facendovi sgorgare due fonti, una di acqua calda e l’altra di acqua fredda. Non solo, da Clito ebbe ben dieci figli, il maggiore dei quali (Atlante) era a capo di tutta l’isola.

La terra generava beni in abbondanza e fu anche per questo che la civiltà divenne tanto ricca e potente. L’isola presentava numerosi porti, palazzi reali, templi e altri edifici che simboleggiavano la sua potenza, tra cui il santuario di Poseidone e Clito, rivestito di argento, oricalco, oro e avorio.

Ognuno dei dieci re (e così i loro discendenti) governava la sua regione di competenza. Insieme garantivano la giustizia comune e tutti erano legati gli uni agli altri secondo una serie di leggi, che Poseidone incise su una lastra posta al centro dell’isola. La società era ben organizzata e il potere diviso in maniera equa.

Ma alla fine Atlantide andò in crisi perché, con il passare delle generazioni, il sangue reale si mescolò al sangue degli uomini e la sete di potere di questi ultimi fece sì che i nuovi sovrani non riuscissero a gestire il potere nel modo giusto. Zeus decise perciò di punire Atlantide, che si inabissò e sparì per sempre.

Insomma, l’Atlantide di Platone è affondata in mare per colpa degli uomini, che con la loro cupidigia hanno attirato su di sé l’ira degli dei. In Atlantis ciò succede a causa del re della città sommersa, che tempo fa provò a usare il Cuore di Atlantide come arma di guerra e perse sua moglie come punizione per la sua arroganza. Comunque nel film animato c’è una scena in cui Milo, leggendo il Diario del Vecchio Pastore, cita la descrizione di Atlantide fatta da Platone.

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