DI ALBERTO GROMETTO
Vi sono film, e vi sono leggende.
Vi sono pellicole, e vi sono icone.
Vi sono opere cinematografiche, e vi sono epopee che segnano l’immaginario collettivo di intere generazioni.
Quella di ROMA LA GRANDE, dell’Impero che fu e delle sue conquiste gloriose è stata e sarà sempre in eterno una Storia che trasuda epicità da ogni suo poro e che incarna la tangibile dimostrazione di come un villaggietto di contadini sorto su quattro pietre, se solo ci crede e lotta e desidera e sogna, ma così tanto e così in grande che persino le Stelle appaiono piccole in confronto a quei sogni, possa davvero rendere possibile l’impossibile, come ad esempio conquistare il Mondo intero e cambiarlo completamente.
È innegabile però come per tanti il “primo libro di Storia Romana” sia stato un film, questo film. O meglio: una leggenda iconica che ha segnato la nostra epoca. Il che di per sé non è un male. In quanto fervente appassionato di Storia Romana, riconosco che «IL GLADIATORE» non può essere considerato alla stregua di un libro storico. Trattasi di un’opera di fantasia che si prende tante licenze narrative. Ma sapere che molti giovani si sono potuti e si potranno avvicinare a quella Grandezza d’un tempo, anche grazie al Cinema e a questa piccola perla qua, non può che commuovere il mio AUGUSTO cuore (Augusto… per rimanere in tema di romanità).

L’anno era il 2000 quando, alla stregua di quei contadini che avrebbero creato un mastodontico Impero ove Arte e Cultura e Bellezza avrebbero prosperato e brillato, quel film sbarcato in sala avrebbe fatto suo il Mondo intero conquistandolo: uno dei più grandi successi di quel tempo, al punto da arrivare a più che quadruplicare il suo budget iniziale di partenza facendo incassi record, ammaliando la critica e portandosi a casa ben cinque Premi Oscar nell’edizione del 2001 (sonoro, effetti speciali, costumi, attore protagonista e ovviamente Miglior Film!).
La storia del Gladiatore è nota e arcinota: il generale più grande di Roma si ritrova ad essere l’ultimo degli schiavi, per poi diventare un gladiatore che arriva a sfidare quello stesso Imperatore che gli ha tolto tutto.
Il protagonista è il Generale MASSIMO DECIMO MERIDIO, uno di quei personaggi eroici e coraggiosi nel quale il pubblico non può che vedere il riflesso di ciò che vorrebbe essere. Un leader che si è erto a difensore della sua gente, assediata dalle fameliche orde barbariche, ma che non è ambizioso, che non conosce alcuna brama di potere, che non ha altri desideri se non quello di poter rivedere sua moglie e suo figlio.

Ad oggi non esiste pensare al gladiatore, senza pensare al suo splendido protagonista, RUSSELL CROWE, il magnetico attore fascinoso che ha contribuito a rendere grande quel film e con il quale ci ha vinto pure un meritatissimo Oscar come miglior interprete principale. Egli è stato capace di rappresentare e incarnare appieno sia il vero onore di chi trionfa in nome di ideali più alti nel mentre che rimanda l’invasore oltre i confini sia al tempo stesso il lancinante dolore atroce di un uomo che senza colpa si è ritrovato a perdere tutto quanto: perché il Destino ha scelto che il saggio e capace MARCO AURELIO, il suo Imperatore ma soprattutto il suo amico, non potesse più esercitare le sue funzioni di comandante. E così a prenderne il posto invece che essere lo stesso Massimo, considerato dal regnante il migliore di tutti, è giunto il peggiore di tutti: COMMODO, che di Marco Aurelio è il figlio.
Storicamente noto come “L’Imperatore-Filosofo” per via della sua immane cultura e della sua brillante attività in qualità di scrittore, Marco Aurelio sognava la salvezza di Roma. Che per lui non era il governo di un uomo solo, il cosiddetto Imperatore, no. Per lui la salvezza di Roma era la Repubblica, il governo esercitato dal popolo attraverso un Senato eletto che regnasse in nome del popolo stesso. E il solo uomo che lui riteneva degno di poter sedere sullo scranno più alto del Mondo proprio per far sì che questo sogno divenisse realtà era lo stesso Massimo, che eppure non voleva quella responsabilità. Ma solo e soltanto tornare dalla sua famiglia.
Arriva dunque, malauguratamente anzitempo e senza preavviso, il nuovo Imperatore. Commodo è tutto quello che il padre non vorrebbe fosse suo figlio: nessuna saggezza o senso di giustizia o compassione albergano in lui. Non ha nessuna di quelle virtù nelle quali Egli crede. Commodo questo lo sa, e il pensiero lo distrugge, lo logora, lo tortura. Come ogni grande epopea che si rispetti, dovrebbe essere lui “il cattivo della storia”. E lo è eccome. Ma al tempo stesso, il suo personaggio ha sempre destato in me un grandissimo senso di pena.

È un cattivo perché desidera il potere, ma è anche un personaggio pietoso perché non vorrebbe altro che amore, amore che però non avrà mai. Non l’avrà dal padre, che lo vede come un suo fallimento. Non l’avrà dalla sorella Lucilla, che gli preferisce Massimo, del quale un tempo era stata amante, e di cui Commodo stesso sembrerebbe essere innamorato. Non l’avrà nemmeno dal popolo, perché pure il popolo ama il generale più di quanto mai amerà lui. E quindi, una volta giunto al potere (o meglio: una volta che si è preso il potere), deciderà di togliere tutto a quell’uomo, a colui che aveva tutto ciò che lui voleva e che mai avrà, nonostante il trono. E lo farà, eccezion fatta per una cosa: la vita. Sia chiaro: Commodo si sarebbe preso pure quella, ma Massimo (che però perde pure il suo nome) miracolosamente sopravvive. Per forza!, altrimenti non ci sarebbe la storia.
Come per Massimo Decimo Meridio, anche nel caso dell’Imperatore Commodo un unico attore poteva restituirne la folle e perversa e malata ambiguità sofferente, al punto che ad oggi per chiunque abbia visto e amato «Il Gladiatore» solamente un interprete poteva essere in grado di restituirne un ritratto tanto assurdo e monumentale: JOAQUIN PHOENIX, tra gli attori più colossali e sublimi mai esistiti, il cui volto e i cui occhi e le cui movenze concorrono a dimostrarne l’eccezionale talento ineguagliabile.
Menzioni e ovazioni le meritano pure gli altri interpreti: la dolce e addolorata CONNIE NIELSEN nei panni di Lucilla; l’ottimo e impeccabile OLIVER REED (mancato durante le riprese a causa di un attacco cardiaco subitaneo in un bar, dopo aver deciso di scommettere con dei marinai a chi beveva di più nel mentre di una pausa sul set) che impersonava quello che avrebbe acquistato un Massimo in rovina come gladiatore dandogli una sorta di seconda chance; il sempre magnifico DJIMON HOUNSOU che interpreta il compagno gladiatore che diventa il migliore amico del protagonista; e infine ovviamente l’iconico Imperatore Marco Aurelio, reso leggenda da quel leggendario attore monumentale che è il grandioso RICHARD HARRIS.

Massimo non ha più niente.
Da Generale diventa Gladiatore, cioè “carne da macello”, destinato a morire combattendo per il piacere ridanciano di quella stessa Roma che lui aveva difeso e salvato quand’era comandante di esercito e che ora ride di lui sperando che muoia.
Però quel Gladiatore grandioso non s’arrende, combatte, come ha sempre fatto, e non è la Vendetta ciò che lo muove, come potrebbe sembrare e come sarebbe comprensibile. Ma è il senso di Giustizia che alberga in lui. Soprattutto perché ancora crede in Marco Aurelio, e in quello che lui sognava per Roma.
Alla fine, è proprio come quando era Generale. Lotta, combatte, sputa sangue per la sua Roma. Anche se questo significa arrivare a sfidare di fronte a tutti i Romani lo stesso Imperatore, il quale se lo ritrova un giorno lì davanti a sé, dopo che questi ha ottenuto successi e gloria nell’arena, quasi fosse un fantasma che dopo averlo perseguitato tutta la vita prima che salisse al trono in tutti i suoi affetti, continua a farlo ora che ha finalmente il potere.
Un applauso fragoroso va a Te, SIR RIDLEY SCOTT: un regista capace di tutto nella sua vita, che ha realizzato ogni sorta di film, ai miei occhi meritevole di molti più premi e ovazioni rispetto a quello che ha ricevuto, che si è però guadagnato come il suo Massimo Decimo Meridio la sua fetta d’immortalità eterna. E anche grazie a questo film qua.

Infine, cosa ci resta di questo «IL GLADIATORE» dopo quasi 25 anni da quando conquistò il Mondo?
Restano i grandi combattimenti, quel celeberrimo “Al mio segnale, scatenate l’inferno!”, quelle ambientazioni pazzesche e quegli scenari monumentali, quella pazzia grottesca di Commodo, quel senso di spettacolare, quel sogno grandioso che fu dell’unico vero Imperatore Marco Aurelio…


E infine restano i suoi occhi, quelli di Massimo, che guarda alla sua famiglia, la famiglia che non ha più. Eppure lui sa che tornerà da loro. Che, in questa vita o nell’altra, li rincontrerà. Ne è sicuro, è la certezza più grande che ha, ma come fa ad esserlo? Perché è così che funziona, con l’Amore vero. Quando ami qualcuno, e lo ami per davvero, Tu lo rivedrai. E potrai stare di nuovo insieme a quella persona. E potrai dire quelle cose che non si dicono, ma che si sentono tutta la vita. Cose come:
Ti amo. È così semplice. Ti amo, e non mi stancherò mai di farlo, è impossibile!, non sarei più io se non t’amassi. Io sono io ogni volta che mi accorgo di amarti. Lo farò per sempre, e non importa quanto soffrirò, quanto sangue verserò, quanto starò male. Io non smetterò mai. E continuerò a volerti amare in eterno.
Non è difficile immaginarsi come questo film qua possa essere il film preferito di tanta gente là fuori. Parla d’Amore, parla di Noi. Parla di cosa significhi stare con chi si ama.


Chiamateli Campi Elisi, Valhalla o Paradiso: se esiste davvero un luogo nel quale si va dopo la fine di tutto, allora quello dovrà essere il posto più bello che esista. Perché è lì che li ritroveremo tutti. Tutti chi? Quelli che abbiamo amato.
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