Vajont: storia di un disastro evitabile

DI FEDERICA CANNATA

Sono le 22:39 del 9 ottobre 1963. È una fresca serata autunnale. Ci troviamo nella valle del Piave, a ridosso del confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Si sentono i rumori del bosco, lo squittìo della civetta, il fruscìo delle chiome alberate. In lontananza si percepisce un leggero vociare; c’è una partita di coppa tra Real Madrid e Rangers di Glasgow stasera in tv, la gente è radunata nei bar, a tifare per la squadra del cuore e a bere birra in compagnia. Ad un certo punto qualcosa cambia. Un frastuono assordante riempie l’aria. Sono 260 milioni cubi di roccia che scivolano via come un panetto di burro dal versante Nord del monte Toc. Una massa che va da 0 a 90 km all’ora in meno di 6 secondi

Ai piedi della frana troviamo una delle più grandi opere ingegneristiche della storia italiana: la diga del Vajont, 261 m di altezza. Una. Delle più grandi. Opere. Che vanto, direbbero alcuni. Che disastro, direi io. Perché, sì, la diga resta in piedi, l’hanno costruita resistente, l’ingegner Semenza non è mica un principiante. Peccato che quando l’acqua non può distruggere, rimbalza, torna indietro, va da un versante all’altro e poi straborda. E così 25 milioni di metri cubi d’acqua si gettano a capofitto giù per la valle portando alla morte di 1917 persone. È il disastro del Vajont.

(Figura 1. Diga del Vajont, vista da valle)

La prospettiva geologica

Considerando che questa è una rubrica che parla di scienza penso sia doveroso fare il punto su quale fu la motivazione geologica che portò al distaccarsi della frana, e se questa poteva essere prevenuta. La prima volta in cui si intuì che c’era qualcosa che non andava fu nel 1959. Una grande massa di roccia si distaccò dal versante e fu chiamato ad effettuare un’indagine geologica il figlio dell’ingegnere in carica all’epoca, il geologo Semenza. Fu allora che si iniziò a percepire l’entità del problema; Semenza, infatti, individuò un’enorme paleofrana che fino ad allora era stata “a riposo”. Come si può intuire dall’etimologia del nome -paleòs, antico- queste tipologie di frane sono antiche e le loro componenti hanno trovato da tempo un proprio equilibrio. Cos’è stato allora a rompere questa situazione di stallo? Proprio l’intervento dell’uomo! La costruzione della diga, infatti, ha portato a un’infiltrazione dell’acqua nella roccia che ha raggiunto lo strato di argilla sottostante la frana. L’argilla si è, di conseguenza, espansa e deformata rompendo un equilibrio già di per sé precario. L’intero versante Nord del Monte Toc era in pratica una vecchia enorme frana alla cui base si trovava la gola segnata dal torrente Vajont, interessato dalla costruzione della diga. Il pericolo fu, però, sottovalutato e questo portò alle disastrose conseguenze.

(Figura 2. Versante Nord del monte Toc. Come si può osservare la frana riguarda l’intero versante.)

Vajont 2023: un racconto corale

Potete andare a vedere la diga ancora oggi, potete camminarci sopra e farvi qualche selfie. Come spesso accade i luoghi di lutto diventano meta di turismo e vengono scarnificati dal proprio dolore, dal proprio passato, che è reale e vivido per tutti coloro che l’hanno vissuto. Ma, ad oggi, a cosa potrebbe servire ricordare eventi accaduti ormai sessant’anni fa? Penso che la risposta sia ben racchiusa all’interno di uno spettacolo che, lo scorso 9 ottobre, è stato portato in scena in contemporanea in 130 teatri sparsi in Italia e all’estero in occasione del sessantesimo anniversario del disastro. Io ho avuto la fortuna di vederlo portato in scena da Gabriele Vacis e Marco Paolini, che dal 1993 si occupano di far conoscere questa vicenda e di come essa sia ineluttabilmente collegata al presente.

Vajont 2023 è uno spettacolo evocativo, uno spettacolo che dà uno scossone alle coscienze, non per instillare un sentimento di pietà ma per richiamare ad un’azione politica, per far nascere in noi quel sentimento di rabbia che ci permette di non voltarci dall’altra parte ma di ricercare la verità. Perché non è come sostenevano i giornali del tempo, il Vajont non è stato un incidente che non si poteva prevedere, in cui nessuno ha avuto colpa. Sono stati gli errori umani, il pressappochismo, l’attaccamento eccessivo ai soldi e al proprio ego che hanno portato alla morte di tutte quelle persone. “Le Nazioni Unite l’hanno inserita tra i quattro avvenimenti più significativi sulle responsabilità umane nelle catastrofi.” ci dice Marco Paolini nello spettacolo. Questo episodio, sempre citando Paolini, “racconta di come i segnali furono ignorati o sottovalutati, come nelle tragedie più classiche.” 

In fondo quello che è accaduto sul monte Toc è proprio questo, una sottostima del rischio. 

L’Uomo ha la costante convinzione di poter controllare la Natura, non rendendosi conto di quanto sia più corretto pensare che sia la Natura a controllare l’Uomo. Lo possiamo osservare ancora oggi: si parla tanto di cambiamento climatico ma quanto si è realmente consapevoli del rischio? 

Questa volta dalla nostra abbiamo delle pubbliche e chiare dimostrazioni scientifiche, al contrario di quanto avvenne nel Vajont, eppure ancora facciamo fatica a prendere delle misure concrete che evitino il disastro. Come il Vajont è stato un avvenimento che inizia lentamente e poi accelera, inesorabile, così sta avvenendo per la crisi climatica. E il risultato sarà inevitabilmente lo stesso. Sta avvenendo più lentamente, certo, ma gli effetti sono già sotto gli occhi di tutti: eventi estremi più frequenti, temperature mai registrate prima, estinzione di un numero spropositato di specie. I profughi del futuro saranno quelli climatici, ma dove scapperemo quando sarà tutta la Terra a bruciare? Se volete approfondire la vostra conoscenza su quello che è avvenuto al tempo consiglio di leggere il testo integrale di Vajont 2023, gentilmente messo a disposizione da Marco Paolini a titolo gratuito sul sito “La Fabbrica del Mondo”.

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