L’Augusto Editoriale dell’Augusto Direttore: Quando Risata e Imprevedibilità s’incontrano

DI ALBERTO GROMETTO 

A tutti piace ridere, vero? Chi è che non ama ridere? Ho letto tanti libri diversi, visto tanti film diversi, assaporato tante storie diverse. Ma mai, ripeto, MAI, mi sono imbattuto nel racconto di qualcuno a cui non piacesse ridere. Né nella Vita Vera né nella Narrativa. Magari so di chi non si diverte di fronte a quello che invece fa ridere la maggior parte della gente. Oppure conosco persone che odiano gli scherzi. Ci sono individui che non hanno senso dello humour magari, oppure tuttalpiù qualche barbagianni che vorrebbe ridere il meno possibile per paura gli vengano rughe. Ma ridere in sé e per sé, si sa, da che mondo è mondo, è un’attività che piace molto e che è sempre piaciuta. 

Il Cinema degli albori inizia dalla risata, del resto. Un nome e un cognome e ho già detto tutto: CHARLIE CHAPLIN. Che genio rivoluzionario! Però non faceva solo ridere, sapete? Ma a questo ci arriveremo più tardi. 

Dopo i fasti ridanciani del Cinema Muto, a seguito dell’arrivo del sonoro il 6 Ottobre 1927 con l’uscita in sala de «Il Cantante Di Jazz» diretto da Alan Crosland, spopolò, soprattutto a partire dagli Anni Trenta, il genere della CLASSICA COMMEDIA AMERICANA

Ha molti nomi, a dire il vero. Ma la si chiami “sofisticata” oppure “slapstick” o ancora “svitata”, fondamentalmente la differenza è poca e tutte queste correnti diverse rientrano sotto lo stesso cappello. Si capisce subito, del resto, che cosa si intenda per una “classica commedia americana”: dialoghi brillanti, battute al fulmicotone, situazioni un po’ assurde ma maledettamente divertenti, comicità e umorismo alle stelle, ritmo frenetico, finale lieto, solitamente una coppia di innamorati che scoprono di amarsi nel mezzo e devono superare un po’ di traversie e litigi ma tutti alquanto simpatici e buffi, talvolta la messa in ridicolo di una certa mentalità piccola e chiusa, sketch verbali e/o visivi a ripetizione, vittoria di valori buoni e ideali giusti e principi onorevoli… 

(Immagine tratta da uno dei più grandi capolavori mai realizzati quando si parla di Classica Commedia Americana: “Susanna!”)

Insomma, basti pensare ad una qualsiasi commedia “on the road” (che vede due o più personaggi in viaggio per una qualche ragione) o alle romcom di ieri come di oggi (le commedie romanticone): queste pellicole e loro simili, quasi sempre americane, sono tutte figlie di questo genere qua che ancora oggi, nei fatti, si sarà pure evoluto e trasformato, ma non si è mai veramente andato ad esaurire. E questo perché la gente ama ancora ridere. E ama ancora vedere le buone, vecchie classiche storie che nella stragrande maggioranza dei casi sai già come andranno a finire, ma non importa. Ti godi il viaggio. Proprio come un road-movie: è il tragitto quello che conta, e non tanto la meta.

Anche certe commedie rivoluzionarie nate successivamente, magari così tanto rivoluzionarie da non essere quasi nemmeno considerate commedie, devono la loro nascita alla “Classica Commedia Americana”. In sostanza: pur tralasciando le sue evoluzioni più estreme ed eccezionali eccezioni, vi sono talmente tanti film appartenenti a questo particolare tipo di genere che risulta difficile se non impossibile individuarne uno preferito in questo mare tempestoso. Ma non per me! Io rispondo a colpo sicuro: il mio preferito è e rimane… «ANGELI CON LA PISTOLA»!!!

Targato anno 1961, questo gioiello di indubbia bellezza deve la sua esistenza al Maestro FRANK CAPRA, tra i registi hollywodiani più eminenti che ci siano mai stati, uno dei più illustri padri proprio di questa cosiddetta “Classica Commedia Americana”, genio che partendo dal nulla ha scolpito per sempre l’immaginario collettivo globale. Trattasi di un rifacimento della pellicola del 1933 «Signora per un Giorno». 

(Frank Capra)

Solitamente sono allergico per natura ai remake: per la maggior parte non mi piacciono, li trovo inutili se non addirittura dannosi, perlopiù mi fan soffrire e son quasi tutti fatti per mero ritorno economico. Ma in questo caso è diverso, completamente diverso. Perché a fare questo rifacimento è lo stesso regista, autore e creatore del primo film. Non solo: ma Capra, quando aveva poco più di sessant’anni ed era ancora in ottima salute e nel pieno delle sue energie (sarebbe mancato nel 1991), ha deciso di chiudere la sua ultratrentennale carriera cinematografica proprio con questo remake che dunque, a mio modo di vedere, è molto più che un remake. È anzi secondo me la più grande “Classica Commedia Americana” mai realizzata. E questo proprio perché è LA MENO CLASSICA possibile. 

ESATTO: COLPO DI SCENA!!!

Quello che per me è il CAPOLAVORO PER ECCELLENZA della “Classica Commedia Americana” è la meno classica di tutte le “Classiche Commedie Americane”. Il perché può essere riassunto in tre ragioni molto semplici: Complessità, Coralità e Imprevedibilità. 

La Complessità. Solitamente, per quanto concerne la “Classica Commedia Americana”, le storie raccontate presentano una trama semplice. Una donna e un uomo che si scontrano di continuo e litigano e sono in competizione tra loro ma poi finiscono per innamorarsi l’una dell’altro. Oppure un gruppo di persone che finisce per imbarcarsi in un viaggio avventuroso a lieto fine. O ancora una coppia sposata in crisi coniugale, o addirittura separata, che dopo gustosissimi battibecchi risolve la crisi e ritorna insieme. Gli ingredienti sono sempre quelli, il talento e l’innovazione stanno nel combinarli in modi diversi e nuovi e originali. 

Ma nel caso di «Angeli Con La Pistola» abbiamo a che fare con una trama che, pur essendo sempre fatta di gag e battute e una concatenazione di eventi assurdi e sganascia-risate uno causa dell’altro, presenta una notevole complessità di intreccio veramente sorprendente. La storia vede un gangster newyorchese, sul punto di fare “il grande salto” nel giro di quelli che contano, che crede ciecamente nella fortuna: prima di fare qualsiasi cosa, deve seguire nella maniera più assoluta un suo particolarissimo rito perché “le cose vadano bene”. Il rito consiste nel comperare da un’anziana mendicante ubriacona una mela ogni volta che ne ha bisogno, così da attirare su di sé la buona sorte. È grazie ad una di queste mele (così pensa lui… avrà ragione?) se incontra la donna della sua vita. Tuttavia, proprio quando il gangster è in procinto di realizzarsi, la mendicante sprofonda in una crisi terribile. Viene infatti fuori che ella ha una figlia in Spagna che riesce a mantenere a distanza alla stregua di una gran dama dell’alta società e alla quale racconta tramite lettera una serie di balle sul suo conto. La figlia pensa che la madre sia una persona elegante e distinta, ricca sfondata, sposata ad un uomo di tutto rispetto. Peccato che nell’ultima lettera la bimba-oramai-donna annuncia che presto sposerà il figlio di un conte e che insieme a suocero e futuro marito le verrà a fare visita. È IL DISASTRO! 

Il criminale e i suoi accoliti hanno l’affare della vita tra le mani, onde per cui serve una mela… ma come fare con la mendicante che ha bisogno come non mai d’aiuto? I criminali sono solo criminali e non devono interessarsi a far credere alle figlie di povere venditrici di mele che le loro madri siano delle ladies, giusto? E invece qui organizzeranno, o quantomeno tenteranno di organizzare andando incontro ad ostacoli pazzeschi tutti da ridere, la più grande messinscena di sempre!

La Coralità. Una trama così complessa e gustosa è tale anche perché v’è tutto un variegato e ampissimo cast di straordinario valore a reggere sulle sue spalle questo film! Ebbene sì: se le storie delle classiche commedie americane vantano solamente due protagonisti, in questo caso abbiamo a che fare con una serie di attori in gioco che più simpatici, calorosi, amabili e divertenti non ci sono! Non un’unica coppia protagonista al centro di tutto, ma una galleria di interpreti che sono da applausi e che ci regalano personaggi molto diversi ma che ci appaiono così vicini e familiari e adorabili che vorremmo vivere con loro! Se volete un esempio di cast corale talmente straordinario al punto da rimanere eternato nella nostra memoria, questo è il più alto che io possa farvi: ogni personaggio è di per sé meraviglioso, ma se la Magia funziona (perché di Magia si tratta!) è perché sono tutti insieme, e nessuno di loro ruba la scena all’altro, ma ognuno di loro fa di questo capolavoro il capolavoro che è!

Abbiamo Dave “Lo Sciccoso”, interpretato da un Glenn Ford perfettamente in parte e assolutamente credibile e vero, col suo sorriso sornione e la sua audace spavalderia: tutta la vita è stato niente, e ora può diventare tutto. Non gli interessa essere il bravo maritino David, come vorrebbe l’amata. Lui vuole essere il Re di New York. Eppure a questo Re importa tanto di una piccola mendicante e della sua figliola. Sarà davvero solo per quelle mele attira-fortuna? 

Abbiamo Annie, che è resa vivida e vera da quell’immortale attrice che sarà sempre Bette Davis, capace di passare con una facilità pazzesca e sempre naturale dalla grezzona ubriacona alla gentildonna della buona società elegante e raffinata, dalla ridanciana sempre pronta a far battute all’addolorata mamma preoccupata per sua figlia.

Abbiamo “ReginaMartin, una splendida splendida splendida Hope Lange, bellissima e volitiva e di carattere, sinceramente innamorata del suo Dave che lei vorrebbe fosse il bravo maritino David, ma che seguirebbe ovunque e per il quale rinuncerebbe ad essere la brava mogliettina Elizabeth. Certo, non prima di urlarsi addosso e pestarsi come non mai distruggendo la loro casa. Ma alla fine lei sarebbe disposta a qualsiasi sacrificio per lui. Personaggio per il quale non possiamo non nutrire affetto sincero, donna talmente forte che non riesce a piangere dalla commozione per quanto lei lo vorrebbe. 

Abbiamo l’autista-gorilla Piccolo, interpretato da quel mattacchione di Mickey Shaughnessy: dovrebbe essere feroce e spietato sulla carta, e invece è un tenero bambinone, ridicolo e adorabile insieme, sempre pronto ad esserci e a dare una mano quando c’è bisogno di lui.

Abbiamo il giudice Herny Blake, personaggio reso eterno da un eterno Thomas Mitchell, il quale è e rimane tra i più grandi attori mai esistiti. Blake è elegante e di classe ma anche truffaldino, lestofante e cialtrone. La sua leggendaria prosopopea di una complessità e una raffinatezza stilistico-formale veramente impressionanti! Termini altisonanti e parole ricercate lo rendono un chiacchierone che se ne esce sempre con una poesia più che una frase! Devo dire di rivedermici molto.

Abbiamo poi il maggiordomo, quanto adoro i maggiordomi nei film, prima o poi ci farò una classifica! E questo dovrebbe stare in cima: il distinto Alonso interpretato da un magnetico e perfetto e spassosissimo Edward Everett Horton è un inguaribile romanticone nel quale ogni fan dell’Amore non può fare a meno di ritrovarsi, capace di mentire con una facilità sorprendente solo per far sì che la messinscena funzioni. «Apprezzo la sfumatura!» (guardatevi il film per capire la citazione).

Abbiamo, come dimenticarcelo?, quell’assoluto genio d’interprete meraviglioso che è Peter Falk nei panni di Carmelo: burbero, ironico, pungente, sarcastico, pessimista, catastrofista… non risparmia nessuno, è convinto che le cose si metteranno molto male per tutti loro, resta senza parole di fronte a quello che i suoi amici e colleghi faranno per quella mendicante, avrà un mal di stomaco perenne tutto il tempo, e ha probabilmente trascorso il film maledicendo le mele con tutta la forza di cui era capace. Semplicemente: amabile!

L’Imprevedibilità. Caratteristica intrinseca di tutte le “Classiche Commedie Americane” è senz’altro la prevedibilità della trama. Sai già come andrà a finire il film nel momento in cui lo inizi, sei sicuro che i due innamorati si metteranno insieme alla fine della storia. Non deve essere questo considerato un difetto né un limite: non è detto che se sai come finisce un film, quel film smetta di essere bello. Semplicemente è un film che di sicuro non vedi per farti sorprendere dal finale. Ma nel caso di questa pellicola i colpi di scena e l’imprevedibilità la fanno da padroni. Già quel poco che v’ho detto della trama è all’insegna della vera sorpresa. Ma poi il finale… il meraviglioso, straordinario, eccezionale finale… credo sia uno dei finali che più m’abbia stupito da quando vedo film. Poteva finire in molti modi, ma di sicuro mai più avrei immaginato questo. Ed è uno di quei finali che “deve” finire così per una ragione assolutamente narrativa. 

È oramai fatto noto e arcinoto che i titolisti italiani non ci sappiano fare nel tradurre i titoli. Tanto sono grandi i doppiatori nostrani (probabilmente, vantiamocene un po’, i migliori al mondo), tanto coloro che traducono i titoli dei film commettono errori inenarrabili, inesattezze indicibili o forse, più che altro, se ne fregano di rispettare il significato originario di quello che traducono o assegnare un titolo che abbia un senso. In questo caso però abbiamo una fantastica, sublime eccezione. Abbiamo a che fare con un film che si intitola «Pocketful of Miracles», per via di una canzone che si sente nella pellicola. Sarebbe, tradotto grossolanamente: Una Manciata di Miracoli. I titolisti invece optarono per il MIGLIOR TITOLO per cui si poteva optare.

Angeli con la pistola. Quelli erano gangsters, criminali, mafiosi… eppure hanno fatto del Bene ad una povera donna che voleva solo il meglio per la figlia. L’hanno salvata. E non lo hanno fatto per le mele, le mele non c’entrano niente. L’hanno salvata perché era quello che volevano. Chi lo avrebbe mai detto? È questa l’imprevedibilità delle cose e della vita. Per questo serviva una classica commedia che fosse la meno classica possibile. 

Perché quanto di più bello e imprevedibile sarebbe potuto accadere, è accaduto. Perché sì, un gangster armato di pistola può essere un angelo. Perché quello che non avevo previsto, tra tutte quelle risate, è che alla fine avrei pure pianto. Lo faceva anche Charlie: faceva ridere, e tanto, ma al contempo ci faceva sognare, commuovere ed emozionare. Al punto di piangere. E questo vale per chi non piange mai, proprio come “Regina” Martin.

«Credevo fosse gentaglia…» dice Dave “Lo Sciccoso” riferendosi alle autorità e alle forze dell’ordine alla fine del film. Lo credeva davvero. Che è quello che loro credevano di lui e dei suoi amici. E invece sapete chi erano? 

(Credevo fosse gentaglia…)

Erano angeli. 

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