La figura di Walt Disney tra luci e ombre

DI ELODIE VUILLERMIN

Nel 1901 nasceva l’uomo il cui nome sarebbe diventato sinonimo di cartone animato: Walt Disney. La sua vita fu alquanto difficile, tra un padre violento, tre fratelli fuggiti di casa, la perdita della madre e molti progetti falliti. Eppure non si arrese. Inventò Topolino, personaggio di successo mondiale, e si guadagnò molti premi con i suoi cartoni animati; addirittura vanta il record di Premi Oscar vinti, ben 26 statuette. Iconico e unico nel suo genere l’Oscar onorario assegnatogli per Biancaneve e i sette nani: il premio era composto da un Oscar grande con in basso sette più piccoli.

(Quando Walt ricevette nella Cerimonia degli Oscar del 1938 dalle mani della piccola Shirley Temple l’oramai iconico e leggendario Oscar onorario assegnatogli per “Biancaneve e i sette nani”)

Eppure Walt Disney non era solo un artista, un sognatore e un imprenditore. Era prima di tutto una persona. Ma che tipo di persona? I giudizi sul suo conto di quelli che l’hanno conosciuto sono contrastanti, come se ognuno avesse avuto a che fare con un Disney diverso. I suoi amici lo descrivevano come un uomo molto positivo. Tra i suoi dipendenti c’era chi lo reputava il peggior capo al mondo e chi il migliore. “Aveva un’adorazione per noi, soprattutto per mia madre: la voleva sempre accanto a sé”, testimonia invece Diane Marie Disney-Miller, l’unica figlia biologica di Walt.

Gli è stata attribuita una serie di azioni e comportamenti discutibili: è stato definito sfruttatore, sessista, razzista. Proviamo ad analizzare alcuni esempi e a contestualizzarli quando possibile.

UN ANTISEMITA?

La prova più famosa a sostegno di queste accuse è l’incontro con Leni Riefenstahl, autrice del film di propaganda nazista più famoso in assoluto, Il trionfo della Volontà. Pare che Walt Disney l’avesse invitata nei suoi Studios nel 1938, mentre la donna si trovava negli USA per promuovere Olympia, il documentario sulle Olimpiadi di Berlino del 1936. Il problema maggiore è che quell’incontro è avvenuto poco dopo la famosa Notte dei Cristalli (9-10 novembre 1938) in cui la Gestapo e le SS devastarono un gran numero di proprietà ebraiche e deportarono migliaia di persone. In quanto esponente della propaganda nazista, la Riefenstahl non era la persona ideale con cui incontrarsi nei democratici Stati Uniti, per questo molte figure di Hollywood rifiutarono di accoglierla. Ma non Walt Disney.

(Leni Riefenstahl)

In sua difesa, va sottolineato un aspetto importante del contesto storico. Nella Germania di Hitler i film americani erano banditi, in quanto, secondo il Führer, “Hollywood era controllata dagli ebrei”. Pare anche che nel 1937 Walt e il fratello Roy si fossero recati in Germania durante un tour europeo per promuovere Biancaneve e i sette nani e per togliere quel divieto, o quantomeno ammorbidirlo, ma senza risultato. Ecco quindi che l’incontro tra Disney e la Riefenstahl può essere letto come una mossa strategica imprenditoriale.

Inoltre, andando al di là dei retroscena politici, la Riefenstahl era un’ottima regista. È probabile allora che Walt abbia scelto di incontrarla perché ne apprezzava sinceramente il lavoro. Ciò nonostante, agli occhi di molti rimane un atto ingiustificabile.

Ma le accuse non finiscono qui. Girano molti frame accusatori che vedono i personaggi Disney in uniforme nazista o cortometraggi con svastiche. In realtà quelle immagini fanno parte di film di propaganda contro il nazismo. Un esempio è Education for Death: The Making of the Nazi, un corto commissionato dal governo americano alla Disney per sensibilizzare il popolo contro le posizioni assolutistiche del Führer.

Altro cortometraggio noto è Der Fuhrer’s Face, dove Paperino si ritrova a lavorare per i nazisti in una fabbrica, salvo scoprire che stava facendo un incubo. Il tutto si conclude con un primissimo piano di Hitler che si prende un pomodoro in faccia.

(Una scena tratta dal cortometraggio d’animazione “Der Fuhrer’s Face” con protagonista quello sventurato malcapitato di Paperino; NON ci accusino però di nazismo per aver inserito questa foto, dato che a quanto pare la prassi – guardando a Walt – è quella di accusare chiunque di qualsiasi cosa sulla base del niente)

Sebbene Walt di per sé, a mio parere, non fosse un antisemita, diventò alleato di persone che lo erano”, scrive Neal Gabler, biografo di Disney: negli anni ’40, infatti, Walt si iscrisse alla Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals, un’associazione contraria a qualsiasi influenza straniera – inclusa quella ebrea – nel cinema americano. Va però detto che di quel gruppo facevano parte molte persone rispettabili, come Gary Cooper, John Wayne e il futuro presidente degli USA Ronald Reagan. Inoltre Disney, pur facendone parte, non ne condivideva affatto gli ideali. Se ne allontanò negli anni ’50 ma, come sottolinea Gabler, la reputazione da antisemita “gli rimase appiccicata. Non fu mai in grado di liberarsene”.

E lo stesso Walt, che opinione aveva degli ebrei? Joe Grant, sceneggiatore e character design della Disney, rimarcò che “alcuni tra i personaggi più influenti dello studio erano ebrei”, incluso sé stesso. Nessuno degli impiegati di Disney, nemmeno Art Babbitt — uno dei più grandi animatori di Biancaneve e i sette nani, che aveva un rapporto conflittuale con Walt — lo ha mai accusato di fare battute e insulti antisemiti. Ci sono poi testimonianze di donazioni a diversi istituti per gli ebrei e di collaborazioni tra Disney e importanti artisti di origine ebraica, quali Marty Sklar e i fratelli Sherman. Senza contare che nel 1955 Walt vinse il premio Uomo dell’Anno dell’Organizzazione B’nai B’rith, la più antica e potente associazione ebraica per i diritti civili.

UN RAZZISTA?

Nel 1946 usciva I racconti dello zio Tom, un film ambientato dopo la Guerra di secessione, in cui Johnny, un bambino bianco i cui genitori stanno per separarsi, pianifica la fuga dalla piantagione di sua nonna, ma cambia idea dopo l’incontro con lo zio Tom, un anziano cantastorie afroamericano che con la storia di Fratel Coniglietto lo aiuta a vivere la vita con più serenità. Il film fu ritenuto altamente offensivo perché si facevano passare per “buoni” gli schiavisti, mentre gli schiavi apparivano sereni e per nulla preoccupati delle discriminazioni subite. Oltre alle accuse di razzismo, c’è chi sostenne che fosse stato fatto del revisionismo, in quanto si forniva una visione alterata e troppo idilliaca dei fatti di quell’epoca.

(Locandina de “I racconti dello zio Tom”)

Con tutta probabilità, Walt Disney voleva infondere nel pubblico il clima ingenuo e un po’ spensierato tipico di molte sue produzioni, rivolte a un target fanciullesco e quindi ricche di messaggi positivi. Ma nulla toglie che la NAACP, potente associazione per i diritti civili delle persone di colore, bollò il film come negazionista e ingiusto nei riguardi degli afroamericani.

Tra le altre caricature dei neri nei cartoni della Disney ricordiamo i corvi di Dumbo, il cui capofila si chiama Jim Crow – come le omonime leggi create per mantenere la segregazione razziale negli USA – e la centaura nera in Fantasia, costretta a servire i suoi simili.

(I cinque corvi di “Dumbo”)

Walt Disney non era un razzista”, scrive Gabler, “né pubblicamente o privatamente ha mai fatto osservazioni denigratorie sui neri o affermato una qualsivoglia superiorità bianca. Come molti bianchi americani della sua generazione, tuttavia, non era sensibile sulle tematiche razziali”. Infatti nei primi anni del Novecento, negli USA, il razzismo ai danni degli afroamericani era diffuso in modo vasto e variegato, anche nei cartoni animati, e quelli della Disney non furono da meno.

C’è però da dire che Walt assunse senza esitazioni dipendenti neri. Uno tra questi, Floyd Norman, affermò che in azienda era trattato alla pari di tutti gli altri, che non ha mai visto un solo accenno di razzismo in Disney. “Il suo trattamento delle persone – e con questo intendo tutte le persone – può solo definirsi esemplare”, disse. E lo stesso Walt si impegnò perché fosse conferito l’Oscar onorario a James Baskett, l’attore nero protagonista de I racconti dello zio Tom e suo amico affezionato.

UN SESSISTA?

Nel 1938 Mary V. Ford, una ragazza che aveva mandato il curriculum ai Disney Studios, venne rifiutata con la seguente scusa: “Le donne non fanno nessun lavoro creativo relativo alla preparazione dei cartoni animati per lo schermo, perché quel lavoro è svolto interamente da giovani uomini. Per questo motivo le ragazze non vengono considerate per la scuola di formazione”. Quindi una donna alla Disney poteva solo inchiostrare e dipingere i fotogrammi creati e disegnati dagli uomini. Il sessismo è più che evidente, anche se trattato con ironia, dato che in quella lettera di rifiuto c’erano due personaggi femminili: Biancaneve e la strega cattiva.

Occorre però sottolineare che questa mentalità, oggi reputata retrograda, non era appannaggio esclusivo della Disney. Negli USA, fino al 1938, il fatto che una donna lavorasse era ritenuto degradante, perché lei era la figura che doveva occuparsi della casa e dell’educazione dei figli. Ma soprattutto gli uomini temevano che, se le donne avessero cominciato a lavorare, la concorrenza sarebbe aumentata e i loro salari diminuiti.

Malgrado la posizione conservatrice dell’azienda, sembra che Walt sia diventato, nel tempo, più propenso a riconoscere i meriti delle sue lavoratrici. Ad esempio nel 1938, dopo aver visto gli schizzi realizzati da Retta Scott per Bambi, decise di promuoverla e la trasformò nella prima animatrice degli Studios. Poco tempo dopo si aggiunse anche Mary Blair, artista fondamentale di capolavori come Cenerentola, Peter Pan e Alice nel Paese delle Meraviglie.

(In alto Retta Scott e in basso Mary Blair)

IL RAPPORTO CON LA MASSONERIA

Walt Disney fu molto vicino alla Libera Muratoria, una delle più antiche logge massoniche, dato che sia membri della sua famiglia che suoi collaboratori ne facevano parte. A 18 anni, a Kansas City, si iscrisse all’Ordine di DeMolay, fondato nel 1919 e aperto ai ragazzi dai 12 ai 21 anni, che li preparava eventualmente a fare parte della vera Massoneria in futuro.

Nelle prime opere di Walt si nota chiaramente l’influenza massonica: in una striscia fumettistica uscita nel 1932 vediamo Topolino costruire una loggia con Orazio e altri amici. Va inoltre notato che alcuni classici Disney sono adattamenti di opere di scrittori massonici: tra queste ricordiamo Il libro della giungla (dal romanzo di Rudyard Kipling), Pinocchio (dall’opera di Carlo Collodi) e Robin Hood (dal libro di Walter Scott).

Walt aveva le sue simpatie per i Massoni e provava un grande senso di riconoscenza verso l’Ordine DeMolay. Su quest’ultimo dichiarò: “I suoi precetti sono per me di valore incommensurabile nei momenti delle scelte, nell’affrontare dilemmi e crisi, nel continuare a credere in ideali, nelle prove della vita che meglio si sopportano se vengono condivise con altri in un vincolo di fiducia”. Tuttavia non è mai appartenuto a una vera e propria società massonica, e l’Ordine DeMolay non si può definire tale al 100%, in quanto non tutti quelli che ne hanno fatto parte sono entrati in seguito nella Massoneria vera e propria: membri illustri come Bill Clinton o lo stesso Disney sono stati l’eccezione alla regola.

UNO SFRUTTATORE?

I disegnatori della Disney venivano sottopagati lavorando fino a 15 ore al giorno, Natale incluso. Inoltre Walt era, secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto, un uomo lunatico e bastava un niente per licenziare qualcuno, per cui i lavoratori erano sempre in preda al panico per paura di perdere il posto. Nei primi film di animazione, il nome dei disegnatori non appariva nemmeno nei titoli di coda e spariva sotto la scritta “Walt Disney present”.

Nel 1941 Disney decise di pagare i suoi animatori solo 12 dollari a settimana. Ovviamente in molti si lamentarono, alcuni se ne andarono pure. In quegli anni i lavoratori di Hollywood avevano il diritto di organizzarsi in sindacati, per cui gli animatori Disney provarono a fondarne uno. Walt decise di creare la Federation of Screen Cartoonists, apparentemente per venire loro incontro: bastava scrivere alla federazione le proprie lamentele e ogni problema sarebbe stato risolto. Peccato che quel sindacato, in realtà, non esistesse. Le lamentele non venivano mai lette, probabilmente erano bruciate.

Il malcontento raggiunse anche Art Babbitt, uno dei pochi animatori ben retribuiti. Una persona dal cuore d’oro, che iniziò a dare parte dei suoi soldi ai suoi colleghi per aiutarli e divenne leader delle proteste. Disney percepì la cosa come un tradimento e i rapporti con lui si fecero tesi. In un’occasione i due vennero quasi alle mani.

(Art Babbitt)

Il 28 maggio 1941 Babbitt venne licenziato. Questo causò l’innesco di una guerra civile dell’animazione. I dipendenti di Walt scesero in piazza per protestare, per far sapere a tutto il mondo che razza di persona fosse il loro capo. Gli scontri continuarono per tutta l’estate, finché il 9 settembre Disney cedette e concesse i diritti fondamentali ai suoi lavoratori. Questo però non gli impedì di segnarsi i nomi dei protestanti e di licenziarli uno ad uno alla prima occasione. E l’11 febbraio fece questa dichiarazione a proposito dello sciopero: “Non dimenticatevi questo: è la legge dell’universo che i forti sopravvivano e i deboli debbano in ogni caso soccombere e non me ne importa un bel niente di quale schema idealistico ci si possa inventare: niente può cambiarla”.

IL VIZIO DEL FUMO

Walt fumava tanto, ben tre pacchetti di sigarette al giorno. Iniziò nel 1918, quando per i giovani soldati fumare era un passatempo comune contro la noia, e proseguì per tutta la vita.

Non riesco nemmeno a immaginarmelo senza una sigaretta”, afferma sua figlia Diane. Racconta anche di come il padre accendesse la sigaretta mentre parlava o faceva altro e, a volte, se la dimenticasse ancora accesa tra indice e medio, finché non sentiva bruciare i polpastrelli. Pare anche che Disney tossisse in continuazione e bastasse sentirne il rumore per sapere che era arrivato in studio.

Eppure Walt non volle far sapere al pubblico che fumava, per non influenzare i più giovani. A riprova di ciò, da molte foto nei libri di storie della Disney sono state rimosse le sigarette in post-produzione, lasciando Walt nell’atto di tenere uniti l’indice e il medio della mano destra.

Molti insistettero perché Disney smettesse di fumare, soprattutto quando fu chiaro che il suo vizio nuocesse alla salute. Un Natale le sue figlie gli regalarono due stecche di sigarette con il filtro, sperando di ridurre i danni, e Walt giurò che le avrebbe usate, salvo spezzare i filtri subito dopo. A Fulton Burley, che lo colse in flagrante, dichiarò: “Non ho mai detto come le avrei usate”.

IN CONCLUSIONE

Giudicare una persona è sempre difficile, specialmente se si tratta di Walt Disney: aveva un carattere complesso, con i suoi pregi e difetti, e molte contraddizioni. Se invece guardiamo a lui come artista, rimane un genio e un innovatore, la cui eredità continua ad affascinare le nuove generazioni.

FONTI

Walt Disney: The Triumph of the American Imagination, Neal Gabler (2006)

Walt Disney. Uomo, sognatore e genio, Michael Barrier (2009)

In grazia e bellezza: l’evoluzione della donna secondo Disney, Valeria Arnaldi (2016)

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“Un uomo deve avere qualche vizio”. Walt Disney e il fumo 

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